«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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venerdì 3 aprile 2009

Adesso





di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





Cari frequentatori del blog, faccio appello alla vostra consueta pazienza per intrattenervi su di un tema che (spero) sia ben esplicitato dal titolo.

Adesso indica, ad un tempo, la nota rivista che venne alla luce nel 1948 ad opera di don Primo Mazzolari, ma anche, più pedestremente, i tempi che ci è dato in sorte di vivere. Vorrei iniziare il mio discorso da quest’ultimo significato.

Noto aggirarsi, nel diffuso scoramento che pervade gli animi, la convinzione di vivere in un periodo storico particolarmente negativo.

Ne deriva una crescente rassegnazione perché – si dice – i protagonisti della scena politica e gli umori del popolo lasciano ben poco spazio (per non dire che non ne lasciano alcuno) a un forte recupero dei valori propri della democrazia liberale.

Osservo sul punto che gran parte dei mali (tutti?) che abbiamo davanti al naso appartengono ovviamente all’“adesso”, ma – questo è il punto – c’è da chiedersi se non appartengano, più precisamente, al “sempre” cui l’“adesso” deve essere ricondotto.

Riporto qui di seguito alcuni brani che appartengono all’“allora”: credo risulti evidente a tutti come questo “allora” sia del tutto simile al nostro “adesso”.

“Adesso” – si dice – ognuno è dedito al suo particolare e la cosa pubblica è oggetto di arraffa-arraffa nel disinteresse generale: non c’è altra stella polare che quella del proprio interesse personale e gli ideali hanno scarso seguito se in essi non viene individuato il proprio tornaconto.

Che sia così è abbastanza vero. Quel che non è esatto è che sia così solo “adesso”. Scrive Machiavelli: «(…) degli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro del bene, sono tutti tua, òfferonti il sangue , la roba la vita, e figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma quando ti si appressa, e’ si rivoltano».

Trovate lettori carissimi che gli uomini di “allora” si diversificassero molto da quelli di “adesso”?

Ma, dirà forse qualche lettore, oggi il mondo è diverso: perché tirar fuori dal cassetto roba vecchia di cinquecento anni?

Vengo dunque ad epoca a noi ben più vicina. Scrive C.E. Gadda alludendo al ventennio fascista: «A una disamina esterna, tutta la ventennale soperchieria è contraddistinta dai caratteri estremi della scempietà, della criminalità puerile, della mancanza di senso e di cultura storica: non diciamo del senso etico e religioso. Essa è una netta retrogressione da quel notevole punto di sviluppo a cui l’umanità era giunta (in sullo spegnersi dell’epoca positivistica) verso una fase involutiva, bugiarda, nata da imparaticci, da frasi fatte, dall’abitudine di passioni sceniche, da un ateismo sostanziale che vuole inorpellarsi di una “spiritualità” e “religiosità” meramente verbali. Ora questa caratteristica denuncia precisamente che il pragma della banda e del capintesta è un pragma bassamente erotico, un basso prurito ossia una libido di possesso, di comando di esibizione, di cibo, di femine, di vestiti , di denaro di terre, di comodità di ozi: non sublimata da nessun movente etico-politico, da umanità e carità vera (…). Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzurulloni, di senza-mestiere dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la ‘politica’: intendendo essi per politica i loro diportamenti camorristici».

Ed ancora «Religione non è l’accomodarsi col Papa per l’averne o sperarne licenza o assistenza alle sbirrerie e alle ladrerie, non è il battezzare navi da guerra con l’asperges, non è il berciare da i’ balcone “la santità della famiglia” per poi sparapanzarsi adultero ai tardi indugi di un sonnolento tramonto».

Vedranno i gentili lettori quante e quali di queste parole dirette all’“allora” si attaglino o meno all’“adesso”.

Certo qualcuno non mancherà di dire: “Se questo mondo, che proprio non ci piace, è sempre eguale a se stesso, cosa mai fare adesso? Perché mai esso dovrebbe, domani, essere migliore di quello di sempre?”

Non credo si possa dare risposta adeguata (ancorché non esaustiva del problema) se non alla luce di ciò che ho dinanzi riferito.

Cominciamo dunque col chiederci: se il male è “di sempre” perché a noi fa tanto male l’adesso? Solo perché colpisce noi?

Certo quando sei aggredito da una malattia, essa ti fa molto più male di quanto non ti faccia il sapere che, in altri tempi, la stessa malattia ha colpito altri. Ma non solo di questo si tratta.

L’“adesso” ci far star male perché oltre a darci guai interpella la coscienza di tutti noi.

E vengo così al primo senso del termine cui accennavo all’inizio (quello, per intenderci, “mazzolariano”).

Scrive don Primo nell’editoriale del 15 gennaio 1949:
«Adesso, non domani … Rimandare a domani è neghittosità e vigliaccheria. Adesso è un atto di coraggio. Un uomo d’onore non lascia ad altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi».

Il senso delle parole appena riportate (e del fine che don Primo intendeva perseguire con la sua rivista) discende direttamente da un brano evangelico che cito qui di seguito, convinto come sono che il Vangelo abbia anche per i “non credenti” profondo valore metaforico (per chi “crede” ovviamente il discorso è affatto diverso):
«Poi disse: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero. “Nulla”, Ed egli soggiunse: “Ma adesso chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una”».

Non si tratta ovviamente di un invito alla violenza, ma dell’indicazione che stava sopraggiungendo il momento della “lotta” e della “testimonianza”: l’“adesso”, per l’appunto. Un “adesso” che purtroppo non sempre trova pronti e vigili quelli che con la loro vita dovrebbero dare concreta testimonianza della loro fedeltà a determinati valori.

Scrive don Primo Mazzolari:
«Alta cultura, uomini di lettere e di scienza sono passati al fascismo, con più o meno convinzione, senza mostrare, almeno senza dare a vedere, una crisi di sofferenza. C’è di più: si sono messi al servizio di esso, se ne sono fatti i fautori più o meno sinceri. Che ne importa il mormorare in segreto, il riderne nelle conventicole, il desiderarne la fine, quando è un correre ad ogni cenno e un piegarsi senza arrossire? L’onore della ribellione è soltanto della povera gente finora».

Queste parole furono ispirate (o forse solo catalizzate) dal fatto che – chiamati, nel 1931, a giurare fedeltà al regime – su 1925 professori solo tredici si rifiutarono di giurare (è doveroso ricordarli: Ernesto Buonaiuti, Pietro Martinetti, Lionello Venturi, Gaetano De Sanctis, Bartolo Nigrisoli, Vito Volterra, Giorgio Levi Della Vida, Giorgio Errera, Francesco Ruffini, Mario Carrara, Edoardo Ruffini Avondo, Fabio Luzzatto e Antonio De Viti De Marco).

Al discorso che vado facendo non interessa svolgere qui una critica al fascismo: esso vuole proporre il più vasto discorso concernente il rapporto che intercorrere tra la libertà dell’uomo e il Potere (fascista o altro che sia il Potere).

Intende soprattutto evidenziare che l’uomo in quanto uomo – soprattutto se rivendica un ruolo critico (o, come si dice pessimamente, intellettuale) nella società – viene interpellato dai tempi, dai suoi tempi, dall’“adesso”.

Già sento l’antica obiezione: «E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero. Perché egli è tanto distante da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione sua: perché un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni». Non da oggi, ma da secoli le parole di Machiavelli sono state celebrate come il manifesto del realismo, ma mi permetto di dissentire.

Dove sta scritto che l’uomo non possa “ruinare” ancorché machiavellico? E dov’è scritto che una società machiavellica non sia destinata a ruinare?

Un esempio per tutti. Nell’ormai lontano 1996 fu denunziato lo strapotere del sistema finanziario.

Si disse che il potere finanziario «è riuscito a realizzare un’agglomerazione in potentati decisivi, che si stanno delineando (in qualche misura) come autonomi dalla cosiddetta ‘economia reale’: il denaro crea denaro e le masse di denaro intervengono come predatori sui mercati internazionali – per usare l’espressione del finanziare inglese sir Goldsmith, che dal 1980 al 1987 destabilizzò la Good Year, coinvolgendo l’amministrazione degli Stati Uniti. Nel medesimo tempo i potentati finanziari si intersecano con le grandi corporations e si raccordano con il risparmi individuale e famigliare che una volta finiva sotto il materasso oppure su libretto postale».

Come siano andati a finire la dissociazione tra economia finanziaria ed economia reale, la “predazione” da parte del potere finanziario e il raccordo con il risparmio individuale è sotto gli occhi di tutti.

Eppure, in allora, le parole che intendevano mettere in guardia i singoli dai pericoli in agguato furono bollate come nemiche del “nuovo-che-avanza”, come incapaci di cogliere le grandi “opportunità” insite nella globalizzazione: in una parola, come non realistiche ma puerilmente utopistiche.

Dove sono oggi i “machiavellici” sostenitori della globalizzazione, i fautori del primato dell’impresa sulla politica, della competitività contro tutti e prima di tutto, del post-welfare? Che ne è adesso, hic et nunc, della “machiavellicità” di quelle posizioni? Non sono forse, quelle posizioni realistiche, ruinate? Non sono ruinati i grandi menagers, infallibili strateghi, che davano lezioni, a noi poveri utopisti, a ogni pie’ sospinto?

Forse è giunta l’ora di chiamare le cose col loro nome: il machiavellismo è il nome che molti (troppi purtroppo) danno al sistema che tutela i loro interessi; l’utopismo è il nome che altri (pochi purtroppo) danno alla pari dignità di tutti, al diritto di tutti di essere rispettati nei loro diritti fondamentali, al diritto di tutti di raggiungere un sufficiente livello di benessere (“materiale” e “spirituale”).

Non è vero, cari amici del blog, che un “altro” mondo non sia possibile (è impossibile solo se si pretende che questo “altro” mondo sia perfetto). Rinunciare all’utopia, vuol dire accettare di rimanere nel mondo guidato dalle regole di chi ha altri interessi: vuol dire cedere le armi senza combattere.

Che fare dunque?

Non grandi cose, ma neppure cose inutili e insignificanti.

Riporto qui di seguito un brano di K.R. Popper, che può illuminare la nostra strada:
«Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi e domani e dopodomani. E quello che facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.
Ciò significa per noi una grande responsabilità che diventa ancor più grande quando diveniamo consapevoli di questa verità: che non sappiamo niente, o meglio, che sappiamo tanto poco da essere autorizzati a definire questo poco come un ‘niente’, perché è nulla in confronto a tutto ciò che noi tutti dovremmo sapere per prendere le decisioni giuste»
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Ecco la “piccola” incombenza di cui dobbiamo farci carico: divulgare «ciò che si deve sapere per prendere decisioni giuste».

Divulgare – come si diceva una volta tra magistrati – sine spe nec metu, senza desiderio di acquisire favori e senza guardare in faccia a nessuno.

Poco o tanto che sia questo divulgare, è quello che siamo chiamati a fare adesso: un adesso che, in questo periodo, ci invita a impegnarci, a sperare e – perché no? – a scambiarci gli auguri per la prossima Pasqua: festa di rinnovata resurrezione interna, per chi crede, e, per chi non è credente, occasione preziosa per meditare sui cambiamenti fondamentali cui oggi l’uomo e la società sono chiamati.

Auguri che, con sincera cordialità, invio ad ogni paziente lettore.



13 commenti:

Generazione V ha detto...

Buongiorno a tutti.
Vorrei segnalarvi il video dell'intervista fatta a Gherardo Colombo a ParlaConMe sull'importanza delle regole (intervista del 30.03.2009). Facciamo girare

LINK AL VIDEO:
http://www.youtube.com/watch?v=tnk5JoGe3x4

Anonimo ha detto...

Concordo pienamente e vorrei aggiungere anch'io una citazioni, anche se molto più a buon mercato:
Kavafis, Itaca, prima strofa, quando scrive "Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fa voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze. / Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi / o Posidone incollerito: mai / troverai tali mostri sulla via / ... / Né Lestrìgoni o Ciclopi / né Posidone asprigno incontrerai, / se non li rechi dentro, nel tuo cuore, / se non li drizza il cuore innanzi a te.

Ed effettivamente molte piccole vigliaccherie (che poi spianano la strada a vigliaccherie e nefandezze più gravi) nascono dal crearsi dentro il falso mito di questo o quel Ciclope, di questo o quel dio dei mari. Il mio discorso è da cittadino: non ci abituiamo ad essere sudditi, ma facciamo il nostro dovere con puntualità e rivendichiamo i nostri diritti con tenacia. Non dobbiamo credere che i Ciclopi siano tanto numerosi quanto a volte immaginiamo. E anche a Polifemo cerchiamo di dire: hai un occhio solo, noi ci vediamo meglio.
Ernesto Anastasio

Solange Manfredi ha detto...

Grazie

salvatore d'urso ha detto...

Carissimo Stefano...

Nel mio piccolo, per quanto potrà essere minuscolo il mio contributo, sto costruendo un gruppo nel mio paese per divulgare la verità su manifesti che verrano affissi settimanalmente...

Se il progetto prenderà corpo lo publbicizzero nei comuni confinanti al mio invitando altri a fare altrettanto o quantomeno a darci una mano a pubblicare lo stesso manifesto nei loro comuni...

E' ambizioso poi provare ad invitare tante altre persone a questo progetto in modo che venga realizzato anche nei loro comuni.

Pubblicare la "VERITA'" invitando così i lettori a ragionare con la propria testa su quanto in realtà accade e provare allo stesso tempo quindi a cambiare culturalmente la popolazione ad ascoltare in primis la propria coscienza e poi anche a valutare in modo diverso l'informazione classica che gli vien propinata quotidianamente.

E' un cammino tutto in salita... ma sono stato sempre un buon camminatore...

Cinzia ha detto...

Stimatissimo dott. Racheli la sua positiva solarità fa bene al cuore.
Io non credo che nessuno possa essere tanto ingenuo da pensare che l'"adesso" sia peggiore di qualsiasi "allora" precedente ai nostri tempi.
Certo a rigor di logica, che rigore non ha, ci si aspetterebbe che con il vissuto storico, l'esperienza, la crescita culturale le cose avrebbero dovuto migliorare, ma la vita non è matematica e l'evoluzione non è un'operazione esponenziale di un benessere assoluto e progressivo, purtroppo.
C'è da dire però che, se la storia fa da riferimento, in qualsiasi epoca andiamo ad esplorare coloro che combattono, quelli che si ribellano e fanno della propria vita una testimonianza per il cambiamento, sono sempre in una desolante minoranza, ma forse è proprio questa condizione minoritaria a dar loro maggiore forza interiore. La consapevolezza di essere pochi è quella condizione che non lascia spazio allo scoraggiamento. Nel libro "Quando accade l'impossibile", lo psichiatra d'origine ceca Stanislav Grof racconta di un uomo di nome Kurt che quand'era senza problemi e avversari da combattere si sentiva infelice. Le difficoltà gli davano la carica, e se non c'erano ne sentiva la mancanza. Siamo forse tutti noi dei piccoli Kurt?!

Vincenzo Scavello ha detto...

Egregio Dott. Racheli,

Tutto fila liscio come l'olio, l'immanente, l'adesso, non si poteva descriverlo meglio.

Colgo, tuttavia, l'occasione di specificare meglio il suo pensiero o meglio traslarlo su un bersaglio ben più sofferente.

Lei scrive "Che ne è adesso, hic et nunc, della “machiavellicità” di quelle posizioni? Non sono forse, quelle posizioni realistiche, ruinate? Non sono ruinati i grandi menagers, infallibili strateghi, che davano lezioni, a noi poveri utopisti, a ogni pie’ sospinto?"

Mi permetta, sono sicuro che concorderà con me, di effettuare quella traslazione di cui parlavo.

La "ruina" non ha colpito i Managers o quanti profetizzavano la bontà del pensiero globale. Quello era il grande agguato che i grandi gruppi bancari, attraverso i loro "Bravi", stavano preparando alle masse ignare. A "ruinare" sono stati, dunque, milioni di persone che si trovano, adesso, nella disperazione più totale. I Managers americani restituiscono l'ultimo maltolto, quello avvenuto dopo il sostegno alle Banche, mentre i profitti dell'anno scorso, di due, tre, quattro anni fa, dove sono?

No, non sono caduti in rovina, quella vera, i profeti del liberalismo globale; loro hanno forzieri stracolmi nei paradisi fiscali e vivrebbero da nababbi, anche se campassero 10.000 anni.

Un'auspicata "ruina", per loro, sarebbe quella di vederli sul lastrico o, semplicemente, farli vivere con soli 1000 Euro al mese.

Sono certo concorderà con me.

Con infinita stima.

Angelo ha detto...

(...) Perché la virtú partorisce quiete, la quiete ozio, l’ozio disordine, il disordine rovina, e similmente dalla rovina nasce l’ordine, dall’ordine virtú, da questa gloria e buona fortuna.
Onde si è dai prudenti osservato come le lettere vengono drieto alle armi, e che nelle provincie e nelle città prima i capitani che i filosofi nascono (...)
N. Machiavelli, Istorie fiorentine, V, cap. I

francesco siciliano ha detto...

Pregiatissimo (in senso specifico e non di missiva) dott. Racheli,
nel mio piccolo mondo: presente

Luciana ha detto...

Bellissimo post che sottoscrivo in pieno. :)

L'ho sempre detto che il nostro "adesso" viene da parecchio lontano e che i vizi italici viaggiavano spediti già con le bighe di Cesare. O_o

Ricambio in anticipo gli auguri per una Pasqua serena, senza cucù nè fischi alla pecorara per richiamare l'attenzione dell'ospite illustre (con grave disappunto della Regina...) ma solo con tante uova di cioccolato fondente! :D

Luciana

PS
Scusate se non mi faccio sentire ma sono in un periodo incasinato.

salvatore d'urso ha detto...

Diciamola tutta 10 - I cittadini non contano

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=11469

salvatore d'urso ha detto...

Radio Mafiopoli 25 - Il negazionismo certificato e l'antimafia pregiudicata

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=11462

Anonimo ha detto...

Gentile Dott.Racheli,
ricambio, innanzitutto, con sincero affetto i suoi auguri.
Sono giorni, che tornando alla Sua riflessione, non riesco a tramutare in parole i pensieri che mi suscita.
Lei scrive: "Se il male è "di sempre" perchè a noi fa tanto male l'adesso? Solo perchè colpisce noi?"
Penso che colpisca "noi" perchè siamo "noi" qui vivi in questo tempo, perchè da sempre quando si avverte il male intorno a noi la nostra coscienza viene interpellata, perchè ognuno di noi quando avverte il male si interroga anche segretamente, ma si interroga.
E questo male che oggi investe l'intera società organizzata che si è data regole, istituzioni, riconoscimenti, investiture per perseguire ordine e giustizia, da cosa è scaturito? Chi ha interrotto la catena di equilibri? chi ha barato, chi ha abbandonato il dovere e la responsabilità?
chi ha tradito l'esempio?
E' quel "noi" al "plurale" che mi pesa addosso. Mi pesa sul piatto della bilancia dei sacrifici e della responsabilità individuale rispetto a quello delle istituzioni, della magistratura, degli intellettuali,di tutta l'intellighenzia.
Mi pesa tanto ad ogni ulteriore sacrificio personale a salvaguardia della propria dignità non ripagato dalle risposte di efficienza, scrupolo, sensibilità del potere "democratico" come si vuol far chiamare.
Mi pesa l'impotenza di cittadina il cui sacrificio non riesce a guarire questa democrazia malata.
Confido, per continuare a sperare e non soccombere alla sconfitta,ad una resurrezione della responsabilità di tutti, solo così quel "noi" al plurale sarà meno pesante.
Mi scusi lo sfogo.
E di nuovo auguri, di Buona Pasqua, a Lei, e a tutti del Blog di UGUALE PER TUTTI.
Alessandra

Anonimo ha detto...

Un affettuoso augurio di Buona Pasqua a Lei, dott. Lima, al dott. Racheli, al dott. Saracino e a tutti coloro che con la loro partecipazione animano questo bel blog.

Irene