«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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venerdì 19 marzo 2010

Galli, l’umanità dietro la toga





di Stefano Caselli
(Giornalista)




da Il Fatto Quotidiano del 19 marzo 2010


“E’ automatico. Penso sempre che sia la volta buona. Invece …”. Fa un certo effetto vedere Armando Spataro piangere. Eppure capita, ogni volta che ricorda “Guido”.

Guido è Guido Galli, giudice istruttore ucciso da Prima Linea nei corridoi dell’Università Statale di Milano esattamente 30 anni fa, alle 16.45 del 19 marzo 1980, a 47 anni: “Conservo tutti i suoi scritti – ricorda Spataro – anche un appunto sulla sua agenda: ‘Se mi succede qualcosa, chiamate Armando Spataro’. E seguiva il mio numero di telefono”.

Tra le decine di persone che si accalcano quel giorno al secondo piano della Statale – tra cui Alessandra Galli, allora studentessa, che riconoscerà il corpo del padre – accorre anche l’attuale procuratore aggiunto di Milano: “Guido era steso a terra – ricorda – aveva il codice in mano”. Un’immagine scolpita nella memoria della Milano che non dimentica.

Oggi a mezzogiorno i colleghi dell’Anm ricorderanno Guido Galli nell’aula magna del Palazzo di Giustizia.

Subito dopo, verrà presentato in anteprima “Il codice tra le mani. Storia di Guido Galli”, documentario prodotto dalla Sgi di Torino per “La Storia Siamo Noi” di Giovanni Minoli.

Il pomeriggio del 19 marzo 1980 Galli è atteso in università per la consueta lezione di Criminologia. Poco lontano dall’aula, che oggi porta il suo nome, è appostato il commando di Prima Linea: quattro persone guidate da Sergio Segio, lo stesso che poco più di un anno prima uccide in viale Umbria Emilio Alessandrini, collega e amico di Guido Galli.

Tutt’altro che una coincidenza; entrambi gli omicidi, infatti, saranno rivendicati con parole tragicamente simili. Tutti e due muoiono semplicemente perché bravi.

Alessandrini per aver dato credibilità allo Stato svelando le trame nere dietro la strage di piazza Fontana, Galli perché “apparteneva alla frazione riformista e garantista della magistratura “ colpevole di aver ricostruito “l’Ufficio Istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente”.

Oggi – c’è da scommettere – qualcuno le chiamerebbe “toghe rosse”.

Allora erano solo i nemici numero uno di chi, unilateralmente, aveva dichiarato una folle guerra civile: “I sedicenti rivoluzionari – ricorda Gian Carlo Caselli, in quegli anni giudice istruttore a Torino – non possono sopportare uno stato credibile, perché il messaggio di ribellione passa più difficilmente”.

Guido Galli, affiancato dal pm Armando Spataro, aveva da poco terminato l’istruttoria contro il gruppo di Corrado Alunni, la madre di tutte le inchieste sull’eversione di sinistra a Milano. Svelerà i rapporti tra l’autonomia milanese e organizzazioni armate come Prima Linea, Formazioni comuniste combattenti, Brigata XXVIII marzo (che nel marzo 1980 ucciderà il giornalista Walter Tobagi).

Intrecci che si rincorrono negli ultimi giorni di vita del giudice Galli: pochi giorni prima dell’omicidio – come sveleranno le inchieste dell’Ufficio istruzione di Torino – Marco Barbone (leader della XXVIII marzo) e Sergio Segio si incrociano sotto casa Galli, in corso Plebisciti 3.

Il loro obiettivo è lo stesso, il che allarma Prima Linea che accelera le operazioni, anche perché Guido Galli è un bersaglio “facile”. Come Alessandrini, è senza scorta, al punto che il gruppo di fuoco di PL lo segue per due giorni tra corso Plebisciti e la Statale: “Noi magistrati di Torino che ci occupavamo degli stessi settori di lavoro di Galli e Alessandrini – ricorda ancora Caselli – eravamo scortati. Molte volte abbiamo pensato che sono morti anche al posto nostro”.

La morte di un uomo giusto più che mai attuale, anche a 30 anni di distanza, come ricorda Armando Spataro: “Al di là dell’emozione che ancora suscita – racconta – l’assassinio di Guido mi provoca rabbia, quando sento oggi i cosiddetti esperti di antiterrorismo dire che nessuno può pensare di combattere il terrorismo rispettando le regole. Guido è morto col codice in mano, per il codice, e non solo lui ovviamente, sono stati in tanti. E quindi, mi chiedo se queste persone sappiano qualcosa della storia d’Italia”.

Rabbia che si unisce alla malinconia per una morte giunta al crepuscolo della follia armata degli anni ‘70. Proprio in quei giorni, a Torino, Patrizio Peci, capo colonna delle Brigate Rosse, comincia a collaborare. Indicherà il nome di Roberto Sandalo, e anche per Prima Linea sarà l’inizio della fine.

Sorprende – e non appaia retorica – il ricordo pieno di dolcezza e umanità che amici e colleghi conservano oggi di Guido Galli. Un’umanità che traspare, verrebbe da dire trasuda, dalla sua famiglia.

Bianca e Guido Galli hanno avuto quattro figli: Alessandra, Carla (entrambe in magistratura), Giuseppe e Paolo, più Riccardo, figlio di una sorella di Bianca, adottato nel 1972: “Bianca – ricorda Vittorio Grevi, amico di Guido Galli – ha cresciuto cinque figli di grande livello anche etico e morale, che era quello che Guido sperava: ‘Devo dare ai miei figli un modello – diceva – perché si incanalino su una gerarchia di valori’. E devo dire che da questo punto di vista è stato soddisfatto”.




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