«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 2 marzo 2010

La colpa di chi fa le leggi per se stesso






di Gustavo Zagrebelsky
(Professore di Diritto Costituzionale, ex Presidente della Corte Costituzionale)




da La Repubblica dell’1 marzo 2010


“Un dio o un uomo, presso di voi, è ritenuto autore delle leggi?” chiede l’Ateniese ai suoi ospiti venuti da Creta e da Sparta. “Un dio, ospite, un Dio! – così come è perfettamente giusto”.

Queste parole aprono il grande trattato che Platone dedica alle Leggi, i Nòmoi.

Il problema dei problemi – perché si dovrebbe obbedire alle leggi – è in tal modo risolto in partenza: per il timor degli Dei. Le leggi sono sacre.

Chi le viola è sacrilego. Tra la religione e la legge non c’è divisione. I giudici sono sacerdoti e i sacerdoti sono giudici, al medesimo titolo.

Oggi non è più così. Per quanto si sia suggestionati dalla parola che viene dal profondo della sapienza antica, possiamo dire: non è più così, per nostra fortuna.

Abbiamo conosciuto a sufficienza l’intolleranza e la violenza insite nella legge, quando il legislatore pretende di parlare in nome di Dio.

Ma, da quella scissione, nasce la difficoltà. Se la legge ha perduto il suo fondamento mistico perché non viene (più) da un Dio, ma è fatta da uomini, perché dovremmo prestarle obbedienza? Perché uomini devono obbedire ad altri uomini?

Domande semplici e risposte difficili.

Forse perché abbiamo paura di chi comanda con forza di legge? Paura delle pene, dei giudici, dei carabinieri, delle prigioni?

Se così fosse, dovremmo concludere che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e sono indegni della libertà.

In parte, tuttavia, può essere così. In parte soltanto però, perché nessuno è mai abbastanza forte da essere in ogni circostanza padrone della volontà altrui, se non riesce a trasformare la propria volontà in diritto e l’ubbidienza in dovere.

Ma dov’anche regnasse la pura forza, dove regna il terrore, dove il terrorismo è legge dello Stato, anche in questo caso ci dovrà pur essere qualcuno che, in ultima istanza, applica la legge senza essere costretto dalla minaccia della pena, perché è lui stesso l’amministratore delle pene.

In breve, molti possono essere costretti a obbedire alla legge: molti, ma non tutti.

Ci dovranno necessariamente essere dei costrittori che costringono senza essere costretti.

Ci dovrà essere qualcuno, pochi o tanti a seconda del carattere più o meno chiuso della società, per il quale la legge vale per adesione e non per costrizione.

In una società democratica, questo “qualcuno” dovrebbe essere il “maggior numero possibile”.

Che cosa è, dove sta, da che cosa dipende quest’adesione?

Qui, ciascuno di noi, in una società libera, è interpellato direttamente, uno per uno.

Se non sappiamo dare una risposta, allora dobbiamo ammettere che seguiamo la legge solo per forza, come degli schiavi, solo perché la forza fa paura.

Ma, appena esistono le condizioni per violare la legge impunemente o appena si sia riusciti a impadronirsi e a controllare le procedure legislative e si possa fare della legge quel che ci piace e così legalizzare quel che ci pare, come Semiramìs, che “a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta” (Inferno, V), allora della legge e di coloro che ancora l’invocano ci si farà beffe.

Possiamo dire, allora, che la forza della legge, se non si basa – sia permesso il banale gioco di parole – sulla legge della forza, si basa sull’interesse? Quale interesse?

La moralità della legge come tale, indipendentemente da ciò che prescrive, dovrebbe stare nell’uguaglianza di tutti, nel fatto che ciascuno di noi può rispecchiarvisi come uguale all’altro.

“La legge è uguale per tutti” non è soltanto un ovvio imperativo, per così dire, di “giustizia distributiva del diritto”. È anche la condizione prima della nostra dignità d’esseri umani.

Io rispetto la legge comune perché anche tu la rispetterai e così saremo entrambi sul medesimo piano di fronte alla legge e ciascuno di noi di fronte all’altro.

Ci potremo guardare reciprocamente con lealtà, diritto negli occhi, perché non ci sarà il forte e il debole, il furbo e l’ingenuo, il serpente e la colomba, ma ci saranno leali concittadini nella repubblica delle leggi.

Questa risposta alla domanda circa la forza della legge è destinata, per lo più, ad apparire una pia illusione che solo le “anime belle”, quelle che credono a cose come la dignità, possono coltivare.

È pieno di anime che belle non sono, che si credono al di sopra della legge – basta guardarsi intorno, anche solo molto vicino a noi – e che proprio dall’esistenza di leggi che valgono per tutti (tutti gli altri), traggono motivo e strumenti supplementari per le proprie fortune, economiche e politiche.

Sono questi gli approfittatori della legge, free riders, particolarmente odiosi perché approfittano (della debolezza o della virtù civica) degli altri: per loro, “le leggi sono simili alle ragnatele; se vi cade dentro qualcosa di leggero e debole, lo trattengono; ma se è più pesante, le strappa e scappa via” (parole di Solone; in versione popolare: “La legge è come la ragnatela; trattiene la mosca, ma il moscone ci fa un bucone”).

Anche per loro c’è interesse alla legalità, ma la legalità degli altri.

Poiché gli altri pagano le tasse, io, che posso, le evado. Poiché gli altri rispettano le procedure per gli appalti, io che ho le giuste conoscenze, vinco la gara a dispetto di chi rispetta le regole; io, che ho agganci, approfitto del fatto che gli altri devono attendere il loro turno, per passare per primo alla visita medica che, forse, salva la mia vita, ma condanna quella d’un altro; io, che posso manovrare un concorso pubblico, faccio assumere mio figlio, al posto del figlio di nessuno che, poveretto, è però più bravo del mio; io, che ho il macchinone, per far gli affari miei sulla strada, approfitto dei divieti che chi ha la macchinina rispetta; io, che posso farmi le leggi su misura, preparo la mia impunità nei casi in cui, altrui, vale la responsabilità.

L’ultimo episodio della vita di Socrate, alle soglie dell’autoesecuzione (la cicuta) della sentenza dell’Areopago che l’aveva condannato a morte, è l’incontro con Le Leggi.

Le Leggi gli parlano. Qual è il loro argomento? Sei nato e hai condotto la tua vita con noi, sotto la nostra protezione nella città. Noi ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo cresciuto, nutrito ed educato, noi ti abbiamo permesso d’avere moglie e figli che cresceranno come te con noi. Tutto questo con tua soddisfazione. Infatti, non te ne sei andato altrove, come ben avresti potuto.

E ora, vorresti ucciderci, violandoci, quando non ti fa più comodo? Così romperesti il patto che ci ha unito e questo sarebbe l’inizio della rovina della città, le cui leggi sarebbero messe nel nulla proprio da coloro che ne sono stati beneficiati.

Le Leggi platoniche, parlando così, chiedono ubbidienza a Socrate in nome non della paura né dell’interesse, ma per un terzo motivo, la riconoscenza.

Il loro discorso, però, ha un presupposto: noi siamo state leggi benigne con te.

Ma se Le Leggi fossero state maligne? Se avessero permesso o promosso l’iniquità e non avessero impedito la sopraffazione, avrebbero potuto parlare così?

Il caso non poteva porsi in quel tempo, quando le leggi – l’abbiamo visto all’inizio – erano opera degli Dei. Oggi, sono opera degli uomini.

Dagli uomini esse dipendono e dagli uomini dipende quindi se possano o non possano chiedere ubbidienza in nome della riconoscenza.

Certo: abbiamo visto che l’esistenza delle leggi non esclude che vi sia chi le sfrutta e viola per il proprio interesse, a danno degli altri.

Ma il compito della legge, per poter pretendere obbedienza, è di contrastare l’arroganza di chi le infrange impunemente e di chi, quando non gli riesce, se ne fa una per se stesso.

Se la legge non contrasta quest’arroganza o, peggio, la favorisce, allora non può più pretendere né riconoscenza né ubbidienza.

Il disprezzo delle leggi da parte dei potenti giustifica analogo disprezzo da parte di tutti gli altri.

L’illegalità, anche se all’inizio circoscritta, è diffusiva di se stessa e distruttiva della vita della città.

Tollerarla nell’interesse di qualcuno non significa metterla come in una parentesi sperando così che resti un’eccezione, ma significa farne l’inizio di un’infezione che si diffonde tra tutti.

Qui è la grande responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono coloro che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni, pretendono impunità.

Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o, come si dice oggi, “giustizialismo”, ma è semplicemente legittima difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare.


14 commenti:

Anonimo ha detto...

LEGUM SERVI SUMUS UT LIBERI ESSE POSSIMUS. Non lo dimenticherò mai...Cordialmente Gianluca

clementina forleo ha detto...

Il grande Zagrebelski, ospitato da "La Repubblica", ci dà una bella lezione di diritto e di etica.
La legge è uguale per tutti, e contrastare (anche) i potenti che la violano non è giustizialismo, ma è legittima difesa di tutti noi...
Bene.
Il problema - che ben conosce l'esimio giurista in questione come i padroni del giornale che lo ospita - è che tutti i potenti, come tutti gli umani, dovrebbero essere trattati ugualmente da chi la legge è tenuto ad applicare.
Se la legittima difesa scatta solo per i potenti "nemici" e non anche per i potenti "amici" - per salvare i quali si fanno illecite acrobazie e si distribuiscono menzogne finendo per cacciare i giudici liberi (che hanno osato dire che il re è nudo) dalla loro sede naturale spacciandoli per "pazzi" - lo Stato di diritto avrà definitivamente perso e la colpa non potrà poi che essere attribuita a tutti coloro che - anche con i loro silenzi - avranno partecipato al suo massacro.

Clementina Forleo
magistrato

Rosa Grazia Arcifa ha detto...

Sono d'accordissimo con la dott.ssa Forleo.
La storia della nostra Repubblica ha conosciuto un primo grosso scossone quando le coscienze tutte, anche quelle dei magistrati, si sono ribellate agli ennesimi sacrifici di due rappresentati della legalià oltre che della legge: Falcone e Borsellino. E finalmente, quando qualcuno cerca di frantumare la maschera, di far capire che la Legge può davvero essere uguale per tutti, nasce un putiferio.
In nome di uno spirito di "autoconservazione, lo Stato,naturalmente quello dei politici, chiede che si tenga conto delle attenuanti costituite dal sistema(?)e urla che non si può andare allo sfascio solo per "fare giustizia". Così vengono cacciati i giudici e i funzionari liberi che hanno cercato di far ridefinire le regole in un sistema "democratico" che aveva perso la possibilità di capire il vero senso della parola democrazia.
Così i cantieri di coltura della corruzione e della concussione continuano a restare aperti e ad incidere sulla vita del Paese ed in modo particolare sulla struttura politico-economica:un sistema che vive sulla morte di chi nobilita il nostro Paese. Qui torna attuale la discussione socratica del primo libro della "Repubblica" di Platone, incentrata proprio sulla definizione della Giustizia.
La Giustizia vera deve essere indirizzata a fare il bene di tutti, e tutti uguali di fronte alla Legge.
Lasciamo dunque che la Giustizia faccia il suo corso, che i magistrati e i funzionari tributari operino secondo coscienza, senza interpretare ogni loro intervento come una prevaricazione di ruoli: l'improbo e massacrante lavoro cui si sottopongono ha un unico fine, chiaro agli occhi di chi crede nella legge come fondamento del vivere civile: ripristinare la giustizia e l'equità fiscale in uno Stato che si sta abituando sempre più alla corruzione, al clientalismo, alla concussione e al peculato.
Rosa Grazia Arcifa
funzionaria dell'Agenzia delle entrate della Lombardia licenziata il 16 febbraio 2010 per aver servito lo Stato con onore e dignità (art. 54 Cost.).

Anonimo ha detto...

A proposito di chi fa le leggi per se stesso.
In vista della prossima udienza del 26 marzo stanno sfornando in tutta fretta l'ennesima legge "per se stesso" in ausilio al parlamentare difensore dell'imputato, il legittimo impedimento.
Ora mi chiedo, a sommi capi sapevo che il "tempus regit actum" , che erano retroattive le illegittimità accertate dalla Corte Costituzionale, e poi c'è il favor rei, ma questa ulteriore jus superveniens come va inquadrata?
Alessandra

Anonimo ha detto...

Dott.ssa Forleo la invito a leggere l'altro post "libera mafia in libero Stato" a firma del dott. Tinti per capire meglio, qualora lei nn lo avesse già fatto sulla sua pelle (cosa che ovviamente escludo), come i problemi non siano solo politici, ma siano interni alla stessa magistratura! Il dott. Tinti assolve i Magistrati e condanna gli avvocati con un ragionamento che francamente puzza di corporativismo! Non riesco ancora a comprendere, sinceramente, come una persona libera possa oggi svolgere serenamente la sua professione. Cordialmente Gianluca.

La Redazione ha detto...

Gentile Gianluca,

prima di sentenziare accuse di corporativismo vorrebbe essere così cortese dal proporre una sua soluzione del problema?

Si tratta, in soldoni, di arrivare a sentenza entro termini strettissimi e di sentire un sacco di testimoni.

Dipendiamo dalle sue parole ...

clementina forleo ha detto...

Signor Gianluca, nel dire che la legge va applicata per tutti (e anche per i potenti tra loro) nello stesso modo, ho evidentemente voluto riferirmi alle malefatte di alcuni esponenti della mia categoria, che hanno voluto creare una sorta di diritto penale del "nemico".
Si vedano ad esempio le illecite acrobazie compiute il 29.7.2008 per salvare i "compagni" da un'iscrizione dovuta (solo Carlo Vulpio ne ha parlato) e alle risibili argomentazioni giuridiche con cui sempre i giudici di Milano hanno cercato di postdatare la prescrizione del reato attribuito a Mills.
E' proprio per questo doppopesismo che rimarremo infangati ed era questo il senso del mio intervento.
La ringrazio per l'attenzione.

Anonimo ha detto...

Gentile redazione io non sentenzio perché non sono un magistrato. Ho sottolineato come l'articolo in commento sembri addossare la responsabilità di una eventuale scarcerazione di pericolosi boss ad una pletora di avvocati quasi quasi compiacenti e forse forse un pò fannulloni; mentre un magistrato barese, sotto procedimento disciplinare, deve essere mandato assolto sulla parola del dott. Tinti. Queste posizioni camaleontiche obiettivamente lasciano trasparire una difesa corporativa perché il problema di un processo che si deve celebrare a tutti i costi (anche stracciando un pò il dodice)non lo hanno creato certo gli avvocati di Nola! Quindi il mio intervento era diretto ad evidenziare la necessità di esaminare sempre tutte le ragioni che sono alla base delle rispettive posizioni, pena, in difetto, il corporativismo! P.S. Voi non dipendete dalle mie parole, ma dalla legge che, come voi ben sapete, è...deve essere...speriamo che sia...uguale per tutti! Cordialmente Gianluca

Anonimo ha detto...

Per la dott.ssa Forleo:
sono sinceramente lusingato di aver meritato la sua attenzione e credo che i sentimenti di profonda giustizia (non solo quella fredda e tecnica) da lei espressi siano molto diffusi nella nostra società checché se ne possa pensare! Io odio ogni forma di ipocrisia per questo ho voluto scrivererle quelle poche righe riferendomi all'articolo del dott. Tinti e confidando nella sua capacità di saper cogliere tutti gli aspetti delle vicende, non solamente quelli di comodo! E, come credevo, lei l'ha saputo fare. La ringrazio di cuore . Cordialmente Gianluca

Simone Savergnini ha detto...

Ecco come i tg Mediaset danno la notizia della mancata concessione del legittimo impedimento a Berlusconi, Ridicoli!! In realtà il tribunale di Milano non ha negato che il Consiglio dei ministri non sia legittimo impedimento
http://lapillolarossa.ilcannocchiale.it/2010/03/03/il_legittimo_impedimento_visto.html

Anonimo ha detto...

Non possiedo certo la capacità di contraddire al Professore, né è mia intenzione farlo.

Vorrei però rilevare che questa "Legge" è un prodotto degli uomini. Di pochi uomini. In concreto, di novecento e rotte persone, la stragrande maggioranza delle quali eletta non per merito personale, ma per capacità di attrarre consensi o, meglio, di attrarre "clientes".

Recentemente eletti, per giunta, soltanto grazie alla nomina diretta, e ad una verifica preventiva e informale della loro capacità di acquistare (è il termine esatto) consensi.

Ora, quale "sacralità" può avere siffatta Legge?

Rispondetemi voi, se potete.

La legge è solo uno strumento. Se fatta da queste persone, un pessimo strumento.

Non che "dall'altra parte" si vedano cose migliori: si brancola nel più profondo relativismo, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, in professioni di fede ad altri, diversi, "padroni".

In tutti i casi, come la pubblicità, così le varie leggi proposte e/o approvate non mirano all'interesse generale, ma soltanto ad attrarre consensi, ricercandoli in ogni nuova "istanza sociale", che si traduce, per loro, in meri calcoli matematici sul numero dei potenziali nuovi elettori.

Più che a Socrate, sarebbe allora il caso di usare maggior riguardo a Platone e alla sua "Repubblica", dove parla di demagogia. Che oggi, in Italia, regna sovrana.

In verità, a me Socrate non è mai piaciuto. La sua morte, giunta in quella che allora era un'età veneranda, è stato il capolavoro della sua vita, estremo omaggio al culto di sé stesso.

E' impossibile sapere se Platone avrebbe scritto l'Apologia di Socrate se l'avessero processato vent'anni prima. Ritengo però probabile che, in quel caso, il filosofo avrebbe fatto, per la sua vita, un'offerta assai più sostanziosa ...

Dice il Professore: "Se così fosse, dovremmo concludere che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e sono indegni della libertà. In parte, tuttavia, può essere così".

Ecco, quella "parte", a mio avviso, è più vasta di quanto si creda, o si voglia credere !

Anonimo ha detto...

Hallo!

Grazie per un articolo molto interessante.

Leggi benigne e maligne -- dipende dal punto di vista.
Salvo quelle corrispondenti ai "Dieci Commandamenti", credo che per ogni altra legge si trovi qualcuno che le infrange per necessità o perchè le ritiene "ingiuste".

Sopratutto quando si tratta di cedere qualcosa (tasse, contributi), si troveranno sempre dei singoli casi dove rispettare la legge crea un danno personale (hai fatto un utile di 270 EUR e superato la soglia di 250? Paghi allora 300 EUR di tasse e contributi! Perdita: 30 EUR).

La cosa interessante della Legge, è che deve essere abbastanza astratta per essere "uguale per tutti", ma che allo stesso tempo deve considerare anche le circostanze individuali, caso per caso.


La domanda non è quindi se la singola (!) legge è giusta o meno, ma se l'insieme di leggi e regolamenti viene concepito come giusto.

Anche quando ero studente, pagavo il canone, nonostante potessi fare domanda. Sento tutto il giorno la radio pubblica? Allora pago il canone!



Saluti!

Ludwig

Anonimo ha detto...

L'importante questione posta da Clementina Forleo non a caso non riguarda solo e principalmente la "libertà e l'indipendenza dei giudici" ma la possibilità per i magistrati italiani di esercitare in modo davvero libero da condizionamenti politici la loro funzione. Napolitano dovrebbe sapere che mai in Italia dalle origini dello stato nazionale fino alla fine del fascismo ciò è stato possibile. Siamo convinte con Gaetano Salvemini che nell'Italia dell'800 le istituzioni giuridiche garantivano sulla carta le libertà personali ma erano minate nella pratica dai "poteri arbitrari che il prefetto aveva ereditato dai regimi dispotici "precedenti l'unità . Le leggi erano "qualcosa di fluttuante da usare o non usare come arma contro il suddito",l'habeas corpus valeva solo per i "benestanti" ,l'indipendenza della magistratura "era come l'araba fenice.Anzi, mentre dell'araba fenice tutti dicevano che ci fosse ma nessuno dove,in Italia nessuno era così ingenuo da credere che ci fosse, non appena interessi politici tagliassero la strada alla giustizia" . In questo contesto storico Giolitti fu per Mussolini quel che Giovanni il batezzatore fu per Cristo... : gli aprì la strada... Mussolini doveva burlarsi delle elezioni ,definendole "ludi cartacei..proprio Giolitti le aveva ridotte a questo.."
La grande scommessa dell'Italia di oggi si gioca nell'impedire la sconfitta dello Stato di diritto, conquistato a così caro prezzo dalle generazioni che ci hanno preceduto : ma per questo non servono tanto i maestri pontificatori ma la creazione di un nuovo blocco sociale,forte di una nuova capacità di conoscenza della realtà economica e storica e capace di stringersi attorno a pochi essenziali punti programmatici, tra i quali il primo è proprio quello di non far passare sotto silenzio gli attentati commessi contro lo Stato di diritto, principalmente da quelle oligarchie che si attribuscono ipocritamente la sua sua difesa. Maria Cristina

Besugo ha detto...

Quod licet Iovi non licet bovi.

Quello che è concesso a Giove, non è concesso al bue: agli dèi, o ai loro protetti, sono permesse tante cose che non lo sono agli uomini.

È un proverbio latino che può avere un doppio taglio: al bue, all'uomo senza qualità, sono permesse cose, comportamenti, azioni non permesse all'uomo di qualità, se non vuole perdere le caratteristiche che lo distinguono dalla massa.

Attualmente, i deputati ed i senatori, eletti dal popolo, possono essere considerati uomini di qualità?