«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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venerdì 16 luglio 2010

Nomine e missioni proibite venti toghe a disposizione della “loggia”





di Maria Elena Vincenzi ed Emanuele Lauria
(Giornalisti)




da Repubblica.it del 16 luglio 2010


ROMA - “Prendono parte alle riunioni nelle quali vengono impostate le operazioni e paiono fornire il proprio contributo alle attività di interferenza”.

Venti nomi che scottano.

Quelli delle toghe coinvolte nell’inchiesta sull’eolico e sulla nuova loggia “P3”.

Il rapporto dei Carabinieri non lascia adito a equivoci. Era fitta la rete di giudici e procuratori attraverso la quale la banda Carboni portava avanti i suoi piani di “interferenza” sulle istituzioni.

Tutto ruotava intorno al ruolo di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori del ministero della Giutsizia), Giacomo Caliendo (sottosegretario alla Giustizia) e Antonio Martone (ex avvocato generale in Cassazione). Loro gli incaricati di costruire la ragnatela da stendere sui magistrati.

Qualcuno aveva un ruolo di primissimo piano nell’attività dell’associazione segreta, altri davano informazioni preziose. Altri ancora erano semplicemente oggetto di tentativi di avvicinamento da parte della combriccola che – per perseguire i propri obiettivi illeciti – si avvaleva della copertura offerta dal centro studi “Diritti e libertà”.

Sono sempre Miller, Caliendo e Martone i commensali del famoso pranzo a casa Verdini del 23 settembre scorso in cui sarebbe stato pianificato il condizionamento della Consulta per far approvare il Lodo Alfano.

Martone era stato invitato senza giri da parole da Lombardi all’incontro a piazza dell’Aracoeli: “Noi ci dobbiamo vedere all’una meno un quarto”. “Ma io sono impegnato con il procuratore ...”.

“Mandalo affanc. che chisto non porta voti e vieni da noi ...”, insiste Lombardi mostrando una certa confidenza.

Caliendo poi è presente in tutte le manovre. Dopo il pranzo a casa Verdini, Lombardi raccomanda al sottosegretario di fare la conta dei giudici costituzionali a favore e contro il Lodo: “Ci dobbiamo vedere ogni giorno, ogni settimana, capire dove sta o’ buono e dove o’ malamente: vuagliò, ti hai la strada spianata per fare il ministro”.

Le carte raccontano che Caliendo, su pressione di Lombardi, ha sollecitato al vicepresidente del Csm Mancino la nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d’Appello di Milano.

Nomina che si è rivelata poco decisiva: Caliendo infatti è poi intervenuto, senza fortuna, con lo stesso Marra per far accogliere il ricorso di Formigoni contro l’esclusione della sua lista nelle elezioni regionali lombarde.

Successivamente, davanti alle pressioni dello stesso Lombardi per far inviare gli ispettori alla Procura di Milano, il sottosegretario ammetterà: “L’ho chiesto trenta volte al ministro!”.

Della stessa vicenda è protagonista anche Miller, chiamato confidenzialmente Arci dai membri della banda, che in una telefonata del 5 marzo suggerisce ad Arcangelo Martino cosa fare per ottenere l’ispezione: “Ci vorrebbe un esposto ...”.

Un magistrato vicino a Lombardi, Angelo Gargani, compare frequentemente nell’inchiesta: con il tributarista, dopo il pranzo a casa Verdini, parla della vicenda del Lodo e gli fornisce il numero di un ex presidente della Consulta da contattare, Cesare Mirabelli (che respingerà la “corte” del disinvolto faccendiere napoletano).

Lombardi attiva di continuo la sua rete di contatti con i magistrati. Lo fa all’occorrenza e soprattutto in occasione dell’elezione di Marra che – secondo i carabinieri – è avvenuta proprio grazie all’interferenza della banda. Il tributarista ne parla il 21 ottobre con Celestina Tinelli, componente del Csm. Alla quale chiede informazioni anche sulle chances di altri due “amici” in corsa per incarichi di rilievo: Gianfranco Izzo per la Procura di Nocera e Paolo Albano per Isernia.

Lombardi parla in quel periodo con diversi magistrati.

Fra i voti da conquistare (e poi conquistati) per l’elezione di Marra, c’è quello di Vincenzo Carbone, primo presidente di Cassazione: il 22 ottobre Lombardi invita Caliendo a “lavorarselo per bene”, e gli comunica di avere già prospettato un aumento dell’età pensionabile da 75 a 78 anni. Una modifica della legge che proprio in quei giorni il governo proporrà con un emendamento. Lo stesso Carbone, un mese prima, aveva chiesto a Lombardi: “Che faccio dopo la pensione?”.

Un altro giudice, Francesco Castellano, il 31 gennaio conferma all’attivissimo Lombardi di avere segnalato alla Tinelli il nome di Marra.

Ma intanto Lombardi aveva già parlato del caso Marra a Beppe (“verosimilmente il giudice Giuseppe Grechi”, scrivono i carabinieri). Anzi, è quest’ultimo il 16 novembre a chiedere a Lombardi qual è l’intenzione del “comune amico” Carbone in vista del voto: “Tienilo sotto che lo tengo sotto anch’io”, dice il tributarista.

Il 19 gennaio Lombardi parla con Gaetano Santamaria della candidatura di tale “Nicola” per la Procura di Milano.

A Cosimo Ferri, altro componente del Csm, arriva a chiedere il rinvio di quella nomina. Ferri, in realtà, si ritrae imbarazzato.

A Lombardi sta a cuore, in quel periodo, anche la candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Regione Campania.

Vede due volte il procuratore di Napoli Giambattista Lepore per chiedergli informazione sulla situazione giudiziaria di Cosentino, indagato per rapporti con la camorra.

Dopo l’incontro del 20 ottobre, Lombardi riferirà, violando tutte le procedure, ad Arcangelo Martino che le prospettive per il sottosegretario (appena dimessosi) non sono buone: “Negativo al 90 per cento”.

Agli atti anche una telefonata fra Lombardi e il magistrato Giovanni Fargnoli: parlano del ricorso in Cassazione contro la richiesta di arresto a carico di Cosentino: Fargnoli assicura a Lombardi che gli farà sapere perché il ricorso è stato rigettato.

Una conferma, l’ennesima, della rete che lega i componenti della combriccola, i politici e i magistrati: il 14 ottobre Ugo Cappellacci, presidente della Sardegna, chiama Martino per avere il numero di telefono di Cosimo Ferri: vuole evitare il trasferimento di Leonardo Bonsignore, presidente del tribunale di Cagliari, ad altra sede: “Perderemmo un amico carissimo e una persona valida”.

Martino si attiva subito e parla con la segretaria di Ferri.

Secondo i carabinieri proprio per questo motivo Martino “poteva ritenersi creditore nei confronti di Cappellacci”.



10 commenti:

Besugo ha detto...

Se questi incredibili personaggi erano in condizione di confortare le alte carica dello STATO, è comprensibile (ma solo in parte) il comportamenbto di quell'ottuagenario che con l'indice alzato, ha redarguito in piazza, quel povero cittadino che si era permesso di chiedergli di non firmare un provvedimento che egli, come tanti altri, ritenava ingiusto e iniquo in quanto favoriva criminali e danneggiava gli onesti"

Anonimo ha detto...

Sono d'accordo che siano cose da pazzi. Ciò che mi fa sorridere un po' è però la falsa meraviglia che sempre circonda queste periodiche "scoperte". Ma quando mai la nomina di un magistrato ad un incarico direttivo è stata guidata solo dalla sua professionalità? Ma quando mai qualunque imputato che abbia un minimo di relazioni sociali non ha provato a capire se e in che misura si poteva intervenire sul magistrato? Ma quando mai la politica ha rinunciato a condizionare, o tentare di condizionare, la magistratura? Ma quando mai qualcuno, almeno tra gli addetti ai lavori, è stato davvero convinto che tutte, dico tutte, le decisioni della Corte Costituzionale fossero, o siano state, improntate esclusivamente a rigorosi criteri di pura costituzionalità formale?
Si potrebbero fare molti esempi, antichi e più recenti. Dalle indagini sulla Banca d'Italia "colpevole" di voler silurare Michele Sindona, a quelle sullo scandalo Lockeed, sullo scandalo dei petroli, sulle stragi dell'eversione nera, sul golpe Borghese, sul piano Solo, sulla Rosa dei Venti, su Gladio, passando per la nomina, respinta, di Giovanni Falcone alla procura nazionale antimafia, per finire con la gestione di alcuni filoni della cosiddetta tangentopoli.
E più in generale, quando mai è stato nominato un primario, un professore universitario, un dirigente della pubblica amministrazione, un responsabile di un ufficio legislativo di un ministero, e ancora un direttore di giornale, un caporedattore Rai, un manager di una grande azienda, un capolista alle elezioni, un assessore o un presidente di commissione consiliare senza che fosse tenuta in considerazione la sua "provenienza" e le sue amicizie indipendentemente, almeno in parte - nella migliore delle ipotesi - dalle sue capacità professionali?
E' un fenomeno italiano? Mica tanto: se parli con uno spagnolo, un francese, un colombiano, un argentino, un cileno, li troverai alle prese con le stesse considerazioni.
Forse sarà per questo che i popoli anglosassoni, con coerenza tipica dei protestanti, hanno istituzionalizzato la lobby. E non mi si venga a dire che l'attività delle lobby è meno pervasiva o subdola: ci fanno perfino i film polizieschi e di spionaggio! La verità è che hanno cambiato la forma, ma la sostanza è rimasta la stessa. Questo però è uno di quei casi in cui la forma diventa sostanza e offrire una forma accettabile significa, a grandi linee, far digerire anche la sostanza.
E' come quando ai bambini dai l'antibiotico al sapore di pesca invece di quello di un tempo, che aveva un saporaccio. Sempre antibiotico è!
Una cosa non ho detto: ancora una volta si discute degli effetti e non delle cause. Qual è la causa? Non è tanto il comportamento in sé, che come dicevo, è fisiologicamente rituale. Quanto la sua ricorrenza frequente. E perché ora ricorre più frequentemente? Eccola la causa di cui si dovrebbe discutere e sulla quale si dovrebbe riflettere. Forse perché abbiamo deciso di affidare il Paese a chi ritiene che questi espedienti non siano UNO dei modi di gestione del consenso, ma IL modo?
Una vecchia pubblicità della birra, che aveva l'amico Renzo Arbore come testimonial, così concludeva: meditate gente. Meditate...
ROBERTO ORMANNI

Gabriele Di Maio ha detto...

Quello che si intravede dalle intercettazioni è uno scenario disastroso e, purtroppo, non nuovo.
Se si pensa poi che le intercettazioni per loro natura fotografano semplici frammenti della realtà, quest'ultima non può non destare preoccupazioni al massimo livello.
Il Capo dello Stato, che in altri momenti non ha esitato ad esternare le sue, ancora non mi sembra abbia preso una posizione, probabilmente auspicabile, sugli ultimi avvenimenti.
Alcune prese di posizione che invece vi sono state hanno posto l'accento sulla responsabilità dei singoli e la necessità di accertarle nei modi propri.
Non pongo in dubbio che ciò debba avvenire, voglio sperare con la stessa rapidità mostrata in passato per altre vicende: ma, al di là dei singoli e delle specifiche vicende, vi è un discorso generale che va affrontato seriamente e con comportamenti concreti sugli interventi da effettuare per spezzare questo fenomeno così vasto di contiguità e cointeressenze a dir poco equivoche.
E' un compito che spetta ai magistrati titolari dell'autogoverno e del loro associazionismo, i quali però nella stragrande maggioranza continuano in silenzio a sostenere il sistema correntizio che ha creato l'humus sul quale quanto è accaduto si è sviluppato.
Personalmente, provo vergogna.

Luigi Morsello ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Anonimo ha detto...

Ma vi siete chiesti perché qualcuno dovrebbe avere interesse a piazzare il "proprio uomo" a capo di un ufficio giudiziario?

L'unica ragione plausibile è che costui, da quella posizione, posssa in qualche modo favorire, interferendo sull'attività giurisdizionale, il proprio sponsor e gli amici degli amici.

Ma la costituzione non dice che i magistrati devono distinguersi solo per funzioni?

Invece, è proprio l'assetto gerarchico ancora vigente a far sì che ci si "ingolosisca" per far nominare questo o quello a capo degli uffici giudiziari.

Allora, un rimedio alle situazioni di cui parlano i giornali sarebbe quello di togliere "potere" ai dirigenti degli uffici giudiziari.

I magistrati debbono essere messi in condizione di non guardare in faccia a nessuno e di poterlo fare senza timori.

Perché non :

1. abolire tabelle e progetti organizzativi? prepari il CSM moduli organizzativi (ovviamente diversi a seconda delle dimensioni dell'ufficio) validi per tutti!

3. tornare alla funzione inquirente come "potere diffuso" - abolire le disposizioni che attribuiscono ai soli procuratori la titolarità dell'azione penale e prevedono visti dei procuratori della repubblica per le richieste cautelari?

4. devolvere le indagini e i giudizi disciplinari alle procure generali e alle corti d'appello individuate ex art. 11 c.p.p.?

5. abolire rapporti informativi e pareri di professionalità, affidando le valutazioni di professionalità ad una campionatura di provvedimenti?

Pumpkin

Anonimo ha detto...

Ciò che sostengo da sempre è l'evidente stato di sofferenza interna della giustizia,tutti additano gli altri o si nascondono dietro le carte dicendo che se loro potessero operare in migliori condizioni tante cose, "sarebbero sempre li" hehehe....rido sempre più quando vedo questo scenario che fa comodo a tutti i partecipanti. Meritocrazia!!! Che parolone per le carriere interne.Poi concludendo voglio dire , è possibile operare in un contesto dove colleghi non sanno mai niente? Io nutro molti dubbi.Il nostro male principale è il rispetto delle regole (servono ad ogni buona società)

Anonimo ha detto...

1. abolire tabelle e progetti organizzativi? prepari il CSM moduli organizzativi (ovviamente diversi a seconda delle dimensioni dell'ufficio) validi per tutti!
Sarebbe il caso di ricordare che le tabelle e i progetti organizzativi sono stati introdotti nel 1985, su insistente proposta di Magistratura Democratica, dopo diverse indagini che dimostravano come la discrezionalità nell'assegnazione degli affari giudiziari potesse comportare - e avesse comportato - favoritismi e abusi.
Se il Csm preparasse moduli organizzativi diversificati ciascun modulo sarebbe inevitabilmente destinato a preordinare la trattazione degli affari. Dunque chi volesse condizionare il giudice saprebbe già prima quale giudice dovrebbe essere condizionato.
A questo proposito basterebbe sapere - o ricordare - che da sempre la politica ha tentato di condizionare la giustizia, e non soltanto quando si trattava di inchieste di portata storica.
Nel 1973, in seguito alla prima inchiesta nella storia della Repubblica che fece ricorso alle intercettazioni telefoniche, una novità tecnologica dell'epoca, la procura della Repubblica di Napoli arrestò alcuni colonnelli dell'Ospedale militare che si vendevano gli esoneri dal servizio di leva. Un'addetta alla segreteria confessò e il pubblico ministero (che all'epoca poteva arrestare senza chiedere niente a nessuno: la procedura distingueva tra ordine di cattura, del pm, e mandato di cattura, del giudice istruttore) arrestò i colonnelli. Alcuni giorni dopo gli arresti, intorno alle 21, a casa di quel pubblico ministero arrivò una telefonata. Andò a rispondere il figlio: "buonasera - disse un uomo al telefono - sono il ministro Bosco. C'è il dottore?". Il ragazzo andò a chiamare il padre: "Papà, c'è il ministro Bosco al telefono". "Che c... vuole a quest'ora?" borbottò il genitore, e andò a rispondere. Dopo alcuni minuti si sentì quel pubblico ministero alzare la voce e dire: "Ministro! un'altra parola soltanto e domani mattina l'arresto per favoreggiamento". La telefonata si concluse lì. L'inchiesta portò ad un processo dove, 15 anni dopo, tutti vennero condannati.
Il punto allora non è - o almeno non è solo - come si comporta la politica, ma come si comportano i cittadini, qualunque funzione e ruolo abbiano.
(CONTINUA)
ROBERTO ORMANNI

Anonimo ha detto...

3. devolvere le indagini e i giudizi disciplinari alle procure generali e alle corti d'appello individuate ex art. 11 c.p.p.?
Da sempre l'iniziativa dell'indagine e del giudizio disciplinare sui magistrati è affidata al procuratore generale della Corte d'appello che ha il potere di proporre valutazioni e giudizi al procuratore generale della Corte di Cassazione. Parallelamente, le indagini possono essere avviate, in autonomia, dal ministero della Giustizia su proposta dell'Ufficio ispettivo. Sia il ministro della Giustizia, sia il procuratore generale della Cassazione, hanno il potere di proporre al Consiglio superiore della magistratura l'azione disciplinare. Il procuratore generale della Cassazione, a sua volta, può ricevere la proposta dalle Corti d'appello.
Sarebbe impossibile affidare la proposta agli uffici individuati ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale (ossia agli uffici della corte d'appello di un altro distretto rispetto a quello al quale appartiene il magistrato da giudicare), perché questi uffici non possono essere a conoscenza delle eventuali scorrettezze commesse da magistrati di un altro distretto.
L'articolo 11 serve quando queste "scorrettezze", più o meno gravi, diventano reati. L'inchiesta e il possibile processo che ne deriva sono affidati ad un altro ufficio per evitare imbarazzi e possibili favoritismi (il cui rischio, come è ovvio, non potrà comunque mai essere del tutto eliminato).

4. abolire rapporti informativi e pareri di professionalità, affidando le valutazioni di professionalità ad una campionatura di provvedimenti?
I rapporti informativi e i pareri di professionalità SONO GIA' DA SEMPRE motivati basandosi sui provvedimenti emessi dai magistrati oggetto di valutazione.
Il punto non è come si arriva al parere, ma chi lo rilascia.
ROBERTO ORMANNI

Anonimo ha detto...

2. tornare alla funzione inquirente come "potere diffuso" - abolire le disposizioni che attribuiscono ai soli procuratori la titolarità dell'azione penale e prevedono visti dei procuratori della repubblica per le richieste cautelari?
Non è mai esistita una funzione inquirente come "potere diffuso": non significa niente. La funzione inquirente deve, per forza, in qualunque parte del mondo, essere affidata a un corpo, un'organizzazione, un ufficio, una persona, che svolga, appunto, la funzione inquirente. Se tutti facessero tutto sarebbe il modo migliore per garantirsi che nessuno faccia nulla.
In tutti i Paesi del mondo la funzione inquirente è affidata agli uffici giudiziari che rappresentano la pubblica accusa.
E' falso che la titolarità dell'azione penale spetti soltanto ai procuratori. Spetta invece, in autonomia a ciascuno, a tutti i componenti del'ufficio della Procura della Repubblica. I quali, per alcuni affari, che di volta in volta vengono stabiliti a discrezione del capo dell'ufficio, sottopongono al procuratore la documentazione per una controfirma. In particolare per le richieste di misure cautelari.
(CONTINUA)
ROBERTO ORMANNI

Anonimo ha detto...

@ Roberto Ormanni.

Forse mi sono espresso male.

Il senso del mio post era: eliminiamo (con le riforme ordinamentali che ho suggerito) le gerarchie e le possibilità di condizionamenti interni alla giurisdizione, così che nessuna lobby possa avere interesse a piazzare il proprio uomo a capo di un ufficio.

Dico questo perché dubito che i giudici in grado di chiudere il telefono in faccia al ministro, o al proprio capo, siano poi così numerosi.

tu ritieni che a livello normativo vada tutto bene così com'è?

pensi che il problema sia solo scoprire e sanzionare i lobbisti e i magistrati che "si prestano"?

saluti

pumpkin