«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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venerdì 16 novembre 2007

Le libertà e la crisi dello stato di diritto


Questo scritto di Giorgio Galli è tratto dall’archivio di “Golem, l’Indispensabile”, una rubrica di cultura del sito del Sole 24 Ore.

In esso si fa riferimento a un articolo di Gherardo Colombo che si può leggere su questo blog
a questo indirizzo.

La homepage di Golem è
a questo indirizzo.

I due articoli sono agli indirizzi seguenti:
articolo di Gherardo Colombo; articolo di Giorgio Galli.

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di Giorgio Galli

Lo scritto di Gherardo Colombo mette in evidenza come sia oggi difficile definire il concetto e il significato di "libertà"; o, meglio, della libertà.

Il termine è nato come rivendicazione in società semplici, nelle quali l'ottanta per cento del reddito derivava dall'agricoltura, mentre le classi sociali erano poche e chiaramente definibili. Ora i sociologi parlano di società "complesse" o addirittura "liquide", nelle quali flessibilità e mobilità, in termini di redditi e di classi, sono molto accentuate.

In queste condizioni, è quasi un miracolo che, per la sua grande pregnanza, la libertà abbia continuato a rimanere un valore, così come è quasi un miracolo che si sia sviluppata, lungo tre secoli, in Occidente e in situazioni tanto diverse, una democrazia rappresentativa basata sul consenso (da cui, in termini politologici, i sistemi politici che vengono definiti "liberaldemocratici": nel senso che libertà e democrazia nascono e si sviluppano contemporaneamente, o in parallelo).

Tra le molte considerazioni importanti dello scritto ne colgo due: la prima è che le limitazioni alla libertà è "riduttivo" attribuirle all'«onnipotenza del profitto, che qualche volta si è indotti a ritenere come la nuova divinità a cui tutto si piega». La seconda è che una di queste pericolose limitazioni, cioè la «pervasività» telematica con «l'acquisizione e l'accumulo di dati» su di noi «potrebbe apparire innocuo quando si vive in uno stato di diritto».

Sul primo punto occorre risalire a Marx, che vedeva «il passaggio dal regno della necessità al regno della libertà» come caratteristica di un socialismo che metteva fine all'onnipotenza del profitto. Marx era e rimane un grande pensatore, ma su questo punto la sua visione può essere effettivamente ritenuta riduttiva.

Quella che il politologo Maurice Duverger definisce «la rivoluzione culturale borghese» ha all'origine l'esaltazione del profitto (ma non la sua «onnipotenza»); ma è un fenomeno più complesso di quanto possa essere definito dal riduttivismo economistico.

E', appunto, questa rivoluzione, un prodotto "culturale", alle cui componenti occorre risalire: appunto per vedere se e quali limiti ne derivino alle "libertà" (soprattutto in rapporto alle culture "altre", non "borghesi", presenti nello stesso Occidente e in diverse aree culturali non "occidentali").

Il secondo punto è relativo alla sicurezza (per le libertà) che ci viene garantita dallo stato di diritto, nel quale si concreta la democrazia rappresentativa.

Questa garanzia è in difficoltà, a partire dal paese, gli Stati Uniti, che ne è stato garante lungo il drammatico XX secolo. Faccio un solo esempio: per la prima volta nella sua storia, nelle elezioni dello scorso novembre, il "New York Times" ha appoggiato candidati di un solo partito (quello democratico) e non di entrambi a seconda delle loro qualità personali, con la motivazione che «queste elezioni sono un referendum su Bush. Per noi il punto di rottura si è avuto col tentativo dei repubblicani di minare il sistema fondamentale di separazione dei poteri che ha tutelato la democrazia americana sin dalla sua nascita».

In questo caso mi pare sia riduttivo parlare di Bush e dei repubblicani. E' un problema di tutte le democrazie rappresentative, che dal punto di vista politico potenziano il ruolo del potere esecutivo e dei suoi controlli pervasivi a scapito degli altri due (legislativo e giudiziario) e non riescono più a controllare i "poteri forti" dell'economia finanziaria globalizzata, mentre nello scorso secolo avevano tentato di farlo con due grandi liberali, Keynes – con l'intervento pubblico in economia – e Beveridge – con il welfare, che garantiva i ceti deboli «dalla culla alla tomba».

Questi i due temi da approfondire: il "riduttivismo" economicista da un lato, e la difficoltà dello stato di diritto dall'altro.

E credo sia utile pensare della libertà ciò che un altro politologo, Robert Dahl, dice della democrazia: quella dei nostri successori non sarà quella dei nostri predecessori; o si amplierà, o si restringerà.


3 commenti:

spenser_cs ha detto...

Grazie per quello che fate,grazie per le informaziomi pulite e trasparenti,grazie anche per gli indirizzi dei siti,altrimenti introvabili.Ciao. Carmela Salvaggio - Palermo

"Uguale per tutti" ha detto...

Grazie di cuore a Lei, Carmela, per l'attenzione che ci presta e per l'incoraggiamento che ci da.

Un caro saluto.

La Redazione

Anonimo ha detto...

Potrebbe anche restare la stessa.

La stessa pseudo-libertà alla quale siamo ormai quasi tutti abituati.

Ogni epoca ha i suoi "idola".