«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 5 febbraio 2008

“Il Capo dei Capi” tra fiction e realtà. Sospette omissioni ed evidenti falsificazioni.



di Enzo Guidotto
(Presidente dell’“Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”)



La fiction? Dal punto di vista tecnico un buon prodotto piaciuto a tanti, ma a Michele Placido, che nel settore ha maturato un’esperienza singolare, è sembrata «un film di Rosi fatto da falsari napoletani perché né Rai né Mediaset possono permettere che si vada in profondità».

Da un canto, infatti, è mancato qualsiasi riferimento ai referenti politici dei Corleonesi agli albòri della “Seconda Repubblica” e non c’è stata alcuna allusione al “sistema eversivo” che, secondo consistenti ipotesi, avrebbe operato dietro le quinte in occasione delle stragi in Sicilia e degli attentati nel Centronord; dall’altro, l’immaginazione è sfociata in autentica falsificazione di persone e fatti con Massimo Venturiello nei panni del commissario Angelo Mangano che cattura Luciano Liggio prima a Corleone e poi a Milano: in realtà i due arresti li fecero, a distanza di dieci anni, un ufficiale dei Carabinieri, Ignazio Milillo, ed uno della Guardia di Finanza, Giovanni Vissicchio. Eppure, il produttore Pietro Valsecchi ed il regista Enzo Monteleone avevano presentato “Il capo dei capi” come «una storia vera» basata su «fatti di cronaca, documenti ed atti processuali».

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«“Il capo dei capi”? Is not a fiction, it’s a real story» ha dichiarato il produttore Pietro Valsecchi all’“Herald Tribune”: non è una fiction, è una storia vera.

Basata su cosa? «Su fatti di cronaca, documenti ed atti processuali» aveva già avuto modo di precisare il regista Enzo Monteleone.

Si deve a questo il suo successo? «L’Italia è sempre stata affascinata dalla Mafia per la sua personificazione del male» è stato il parere, riportato sullo stesso quotidiano, di Attilio Bolzoni, autore dell’omonimo libro scritto con Giuseppe D’Avanzo. Ma le cose stanno proprio così?

«Sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani»

In realtà, i giudizi sulla realizzazione di “Taodue” sono stati piuttosto controversi. Si è trattato di un «buon prodotto» ha detto in un’intervista a “La Repubblica” Michele Placido, che nel settore ha ormai maturato una lunga e lusinghiera esperienza.

«Però – ha obiettato - sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani, perché né Rai né Mediaset possono permettere che si vada in profondità».

Sul tema è forse migliore il cinema? «Una volta la tv si arrangiava con i mezzi e il cinema aveva più soldi. Oggi è il contrario. Siamo in una stagione d’oro: la mafia viene usata come fonte di sicuro successo. Prima la tv era più casereccia, con “La piovra” si rompe qualcosa: comincia una stagione televisiva che punta sulla qualità. La prima Piovra porta con sé una forte carica di denuncia», ma «dalla terza serie in poi viene addomesticata».

Come mai? «I politici intervengono per impedire che si parli di connessioni tra politica e mafia».

Ed è assai probabile che il pressing si sia verificato anche recentemente e che continuerà a verificarsi anche in futuro.

«Paolo Sorrentino che fa un film su Andreotti – ha osservato l’attore-regista – andrà incontro a qualche rischio perché rivelerà cose che un prodotto televisivo non avrà mai il coraggio di rivelare perché sarebbe censurato. Ecco la differenza. Forse c’è una strategia politico-culturale dei vertici televisivi apparentemente coraggiosa ma che in realtà resta in superficie. Il prodotto tv non avrà mai la funzione critica che avevano film come “Salvatore Giuliano” o “Cadaveri eccellenti”». Insomma, «la tv non è libera, fa buoni film ma addomesticati».

Errori ed omissioni

Anche “Il capo dei capi” ha risentito di certi condizionamenti? A “botta fredda”, le riflessioni sulle sei puntate hanno portato tanti osservatori alla conclusione che gli attori, bravissimi, sono stati … “esecutori materiali” di “mandanti palesi” che nella preparazione del copione non hanno potuto o voluto utilizzare la documentazione, assai conosciuta, su alcuni contesti e situazioni di rilevante importanza che nella fiction sono risultati malamente falsificati o totalmente ignorati: tra i primi, più antichi, gli arresti, nel 1964 e nel 1974, di Luciano Liggio, il vero “capo dei capi”, sui quali sarà opportuno soffermarsi adeguatamente essendo ormai caduti nel dimenticatoio della memoria collettiva; tra i secondi, più recenti, la mancata rappresentazione di ciò che c’è stato dietro le quinte, al di là e, soprattutto, al di sopra della bramosia di ricchezza dei boss nell’imminenza di grandi delitti, inaudite stragi e “significativi” attentati.

La fiction è fiction?

«La fiction è fiction» hanno sostenuto in tanti. E’ vero. Ma è altrettanto vero che ci sono fiction e fiction: ci sono cioè quelle in cui prevale la verità, integrate a volte con personaggi, scene ed episodi di fantasia per rendere più suggestiva la trama e ci sono quelle in cui prevale invece la fantasia che, per dare un po’ di realismo alla stessa, vengono arricchite da fatti e situazioni che rispondono a verità.

“Il capo dei capi” rientra nella prima categoria relativamente alla barbara escalation dei Corleonesi e ai loro rapporti con “vecchi” politici della “Prima Repubblica”; degenera malamente nella seconda quando da un canto si assiste ad avvenimenti del tutto inventati o talmente alterati da suscitare dure reazioni con probabili riflessi giudiziari, mentre dall’altro ci si accorge che è assente una sia pur vaga allusione ai rapporti dei boss con personaggi “nuovi” che, già affermati nel mondo economico, entrano nella competizione politica nazionale nei primi anni Novanta.

Stando alle trasmissioni lanciate da “Taodue”, infatti, dagli anni Cinquanta in poi, i rapporti con i politici ed il conseguente pilotaggio di voti nei congressi di partito e nelle competizioni elettorali da parte di Cosa Nostra si sarebbero esauriti con la fine della Democrazia Cristiana, rappresentata da Vito Ciancimino e dai cugini Nino e Ignazio Salvo legati da un patto di ferro con Salvo Lima, proconsole siciliano di Giulio Andreotti, del quale è stata peraltro “dimenticata” la partecipazione ai vertici con i boss fino al 1980. E il feeling con socialisti e radicali nella seconda metà degli anni Ottanta? Nemmeno a parlarne.

Come mai Claudio Fava …?

Interrogativo d’obbligo: siamo proprio sicuri che Claudio Fava che ha sempre detto e scritto tanto su certe cose abbia partecipato davvero alla preparazione della sceneggiatura della fiction?

Il fatto è – ha osservato giustamente Marco Travaglio – che in televisione «si racconta la lotta fra Stato e Antistato come in un film western: un lungo combattimento tra due eserciti contrapposti, ciascuno con i suoi caduti. Alla fine poliziotti e giudici da una parte, mafiosi dall’altra, appaiono come eroi, positivi o negativi, ma comunque eroi. Come i cow-boy e gli indiani. I buoni troppo buoni e i cattivi troppo cattivi rischiano di polarizzare l’attenzione, facendo perdere di vista il fondale su cui si muovono: un fondale complesso e tridimensionale, come tridimensionali sono lo Stato e l’Antistato. Che, nella realtà, non sono mondi nettamente separati, ma mescolati e intrecciati in mille complicità, opacità, zone grigie sul terreno del potere. Nelle ultime fiction, ma non nella vecchia e gloriosa “Piovra”, le liaisons fra la mafia e chi dovrebbe combatterla – politici, imprenditori, forse dell’ordine, qualche giudice – non esistono. O non si vedono. O appaiono sfuocate».

“Buchi neri” inesplorati

Nella citata intervista al quotidiano in lingua inglese diffuso in più di centottanta paesi, Pietro Valsecchi ha però insistito nel sostenere che “Il capo dei capi” è «una narrazione piena, con tutte le sue implicazioni» perchè «parla di cinquant’anni di storia italiana», fa «nomi e cognomi» e «sbatte la mafia in faccia» agli italiani che «non leggono i giornali» e si limitano a dare «semplicemente uno sguardo ai titoli»: gli avvenimenti che ruotano attorno a Totò Riina – ha precisato – hanno quindi consentito di far capire come l’evoluzione di Cosa Nostra si sia verificata «grazie alle collusioni di forze politiche ed economiche a vari livelli della società italiana».

Invece è proprio su questi due versanti – quello economico e quello politico – che tanti “buchi neri” sono rimasti inesplorati: è mancato, ad esempio, qualsiasi riferimento ai flussi di denaro che ai “bei tempi” boss – sia vincenti che perdenti – imboscavano, a Milano, a seconda dei casi, nella Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona, nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nella Banca Rasini o in certe società finanziarie ed immobiliari di via Chiaravalle; non c’è stata alcuna allusione a quel “sistema eversivo” che secondo consistenti ipotesi avrebbe dato un contributo alle stragi del 1992 attraverso i cosiddetti “mandanti occulti”; al ruolo che hanno avuto nelle stesse oscuri agenti dei servizi; alle ambiguità di Bruno Contrada, alto funzionario del Sisde condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

E’ ipotizzabile che ci sia stata – viene da chiedersi – una certa sintonia tra questa “disattenzione” e la recente richiesta di grazia che a tanti è apparsa una specie di tentativo escogitato e suggerito da ambienti “insospettabili” per gratificare il suo silenzio su tante verità?

E’ solo un caso che l’avvocato dell’ex 007, Giuseppe Lipera, sia stato uno dei fondatori di “Sicilia Libera” a Catania?

Chi vivrà vedrà

Fonti attendibili sostengono però che da certi atti risulterebbe che un suo “precedente” difensore, uomo di loggia, era stato al corrente della presenza, nel Palermitano, di Michele Sindona all’epoca in cui furono uccisi uno dopo l’altro Giorgio Ambrosoli, Boris Giuliano, Cesare Terranova e Lenin Mancuso. Il 6 gennaio dell’anno dopo toccò a Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia.

Ma nella sceneggiatura della fiction non c’era nulla di tutto questo: per gli autori, i Corleonesi avrebbero agito da soli.

Un assente eccellente: Marcello Dell’Utri

Altra “assenza eccellente”, quella di Marcello Dell’Utri. Eppure nella sentenza che lo ha condannato in primo grado per lo stesso reato, si legge che ha «voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa» fornendo «consapevole contributo a Cosa Nostra, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento»; rapporto che è rimasto immutato «nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a Cosa Nostra».

Possibile che nella lettura di cronache giornalistiche, documenti ed atti giudiziari gli autori della fiction non si siano accorti di questo ruolo svolto dal braccio destro di Silvio Berlusconi? In quale pianeta vivevano qualche anno fa, quando sono state note le motivazioni di quel verdetto?

Quali, dunque, i motivi della colossale lacuna? La risposta potrebbe trovarsi nella parte della sentenza in cui si fa riferimento ai settori nei quali il senatore che ama paragonarsi a Socrate collaborava con i boss: il settore economico prima e quello politico poi, gli stessi ai quali faceva esplicito riferimento Pietro Valsecchi.

«Si connota negativamente la disponibilità» di Marcello Dell’Utri «verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica – hanno rilevato i giudici – in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello».

Stragi e politica

Una disponibilità che in concreto – secondo quanto emerso nel processo – si era manifestata quando Cosa Nostra elaborava la «politica delle alleanze» imperniata sulla «possibilità di altri terminali verso i quali canalizzare il voto mafioso per tutelare gli interessi dell’organizzazione». In questo contesto, Dell’Utri aveva dedicato attenzione alla creazione di “Sicilia Libera”, il movimento indipendentista voluto da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Graviano, componenti dell’ala stragista, in contatto con logge massoniche coperte. Poi però preferì promuovere la formazione di Forza Italia che segnò la discesa in campo di Sivio Berlusconi.

«Guarda caso – aveva detto in proposito il pm Antonio Ingroia durante la requisitoria – mentre Cosa Nostra cerca nuovi referenti, Dell’Utri imbraccia una carriera per lui inedita: la politica. Si interessa un po’ a “Sicilia Libera”, poi si convince che non funzionerà e commissiona un nuovo partito. In teoria Cosa Nostra avrebbe dovuto scegliere Bagarella, Brusca, i Graviano a occhi chiusi. Invece li scarica e sceglie Dell’Utri, dopo una consultazione tra i boss: una sorta di “primarie” interne». E voti controllati dai boss confluiscono in Forza Italia.

Altri “perché?”

«Perché nella fiction – ha osservato Marco Travaglio – non si fa notare che, appena nata Forza Italia, Cosa Nostra smise di attaccare lo Stato dopo aver messo a ferro e fuoco Milano, Firenze, Roma? Perché non si spiega cosa intendeva Riina dicendo “facciamo la guerra per fare la pace”» dal momento in cui «la pax mafiosa dura tutt’oggi e sappiamo a che prezzo? Perché non si fa nemmeno un cenno alla trattativa che, secondo diversi mafiosi pentiti e una sentenza del Tribunale di Palermo, si svolse sullo scorcio del ‘93 fra Dell’Utri e Provenzano, tramite l’ex “stalliere” Mangano che faceva la spola tra Palermo e gli uffici di don Marcello a Publitalia dove stava nascendo Forza Italia?».

La spiegazione di Marco Travaglio collima con quella di Michele Placido. «Una fiction così completa – precisa infatti il giornalista – difficilmente andrebbe in onda su Canale 5: sarebbe come parlare di stalle in casa dello stalliere. Ma c’è pure il “servizio pubblico”, almeno così dicono. Se mostrasse il lato oscuro del potere che rende indistinguibile Stato e Antistato, nessuna fiction farebbe danni ai bambini, agli adulti, ai giudici. Tutti saprebbero qual è lo sfondo su cui si muovono i personaggi. Invece manca il nesso tra i fatti che, anche quando fanno capolino, restano isolati, avulsi dal contesto. E nessuno sa o ricorda più nulla».

Tenuto conto delle tante verità occultate o offuscate, alle quali vanno aggiunte quelle riguardanti le contraddizioni sulla mancata perquisizione della casa di Totò Riina «una bella fiction dal titolo “Il covo dei covi”, o “Lo stalliere degli stallieri”, farebbe bene a tutti. Anche a certi giudici e giornalisti, smemorati o disinformati».

«Ha ragione Mastella a parlare di spettacolo “diseducativo”» aveva sostenuto il giornalista dopo la seconda puntata. «Ma la soluzione non è quella da lui proposta: cioè sospendere la fiction su Riina». Alle fiction, piuttosto, «bisognerebbe aggiungere, non togliere. Perché ne “Il capo dei capi” non si mostrano gli incontri consacrati da fior di sentenze, fra i boss e Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri?».

«Il “Capo dei capi” di Cologno Monzese»

La mancata risposta ai tanti perché da parte di quanti, in un modo o nell’altro, hanno contribuito a realizzare la fiction, fa venire in mente la famosa frase di Giulio Andreotti: «A pensar male degli altri si fa peccato, ma quasi sempre si indovina».

Il principio – che, ovviamente, vale anche nei suoi confronti – nel nostro caso sembra trovare una specie di conferma in un articolo apparso su “Libero” del 27 novembre a firma di Alessandra Manzani: «Gioisce sì, non nasconde la propria soddisfazione, ma senza strombazzare i risultati con dichiarazioni pompose e comunicati stampa festaioli il “Capo dei capi” di Cologno Monzese».

Chi è questo personaggio al quale la giornalista osa affibbiare il “titolo” riservato a “Zù Totò?”? Nessun mistero: «il vicepresidente di Mediaset, dottor Piersilvio Berlusconi» del fu presidente del Consiglio cavalier Silvio, a sua volta capo di Forza Italia.

«In televisione la qualità è l’attenzione ai dettagli, la cura del prodotto, la capacità di innovare programmi già affermati» ha dichiarato Piersilvio. «Non esiste la qualità assoluta: ogni cosa può piacere o non piacere, dipende dai gusti personali». Di conseguenza, secondo lui, non è un buongustaio chi in tema di mafia non apprezza le fiction con gravi errori ed omissioni. «In questa stagione – ha aggiunto – Mediaset dimostra che questa capacità fa parte del suo Dna».

Una precisazione, quest’ultima, che fa capire bene la principale ragione di certe scelte. “Buon sangue non mente”, dunque: quel che più importa alla “Berlusconi dinasty” non è il culto della verità ma l’ incessante ricerca – come hanno dimostrato inchieste e processi – del guadagno a tutti i costi accompagnata dalla pretesa di non rendere conto a nessuno.

Non a caso il 29 novembre, lo stesso giorno in cui è stata trasmessa l’ultima puntata della serie, sul sito di TGCOM si legge la seguente notizia: «Accordo in casa Mediaset per una joint-venture in cui confluiranno Medusa Film e Taodue – fondata da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbitt – che ha iniziato a produrre fiction alla fine degli anni ‘90 e conta tra le sue produzioni “La uno bianca”, “Ultimo”, “Distretto di polizia”, “Paolo Borsellino”, “Karol, un uomo diventato Papa”, “Nassirya”, “Maria Montessori”, nonché il discussimo (sic!, nda) “Il capo dei capi”. Il binomio Medusa Film e Taodue garantirà a Mediaset una vasta copertura sia per quanto riguarda l’area cinematografica che quella della fiction televisiva. Medusa Film, infatti, è ai vertici della produzione e della distribuzione di film italiani ed internazionali, nella gestione di sale cinematografiche e nell’home entertainment».

“Business is business”, dunque: il principio dominante della filosofia del “capo dei capi”.

«In fondo – ha detto una volta Mario Puzo, che di certe cose se ne intende – la mafia è un business come un altro: con la differenza che ogni tanto spara».

Il poliziotto immaginario e i “pivelli”

Fin qui le possibili motivazioni delle gravi omissioni. E quelle riguardanti la falsificazione di fatti che – in realtà o all’apparenza – non hanno avuto a che fare con la politica?

Qualche esempio rende chiara l’idea.

Uno è quello del rapimento del figlio del poliziotto Biagio Schirò per impedire che il Tribunale per le misure di prevenzione assegnasse a Ninetta Bagarella – che nella fiction dà l’input che porta al sequestro – il soggiorno obbligato in una località lontana dalla Sicilia.

L’interessata si è già rivolta agli avvocati. Non avrebbe potuto fare la stessa cosa se avessimo visto la raccolta di firme per evitare quel provvedimento promossa da monsignor Emanuele Catarinicchia, all’epoca sacerdote, diventato poi, malgrado tutto, vescovo, prima di Cefalù e poi di Mazara del Vallo.

Non meno inopportuno il ruolo conferito a Daniele Liotti del siciliano che, rendendosi conto degli errori commessi da ragazzo, cambia strada, lotta in prima linea contro la mafia al servizio dello Stato e, «pur avendo subìto ingiustizie – come ha rilevato Claudio Gioè, il bravissimo interprete di Totò Riina – ha scelto di perseguire il bene».

Non si può negare che sia stata questa la percezione dei telespettatori. Ma il poliziotto Biagio Schirò, mai esistito, è stato presentato come memoria storica unica della saga dei Corleonesi e, in quanto tale, protagonista dell’azione di contrasto del male ed elemento ispiratore e trainante – se si fa eccezione del generale-prefetto Carlo Albero dalla Chiesa che dimostra di sapere il fatto suo – di investigatori e magistrati, da Boris Giuliano a Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, da Cesare Terranova e Gaetano Costa a Rocco Chinnici, e Borsellino e Falcone, fatti passare tutti quasi per pivelli

Il vero Boris Giuliano

Ma la realtà è stata ben diversa. «Mio marito non aveva bisogno, come appare nel lavoro televisivo, di un inesistente Schirò che lo spronasse a combattere la mafia» ha dichiarato Ines Maria Leotta, vedova del commissario Boris Giuliano ottenendo il plauso dei parenti di tanti altri servitori dello Stato assassinati proprio perché le loro indagini avevano imboccato le piste giuste.

«Pur apprezzando il risalto dato alla figura di mio marito» – ha aggiunto – non posso fare a meno di rilevare che Boris era «molto diverso sin dai caratteri esteriori. Emerge dalla fiction un personaggio che segue lo stereotipo del siciliano: scuro, con folti baffi neri, che parla in dialetto e che usa il turpiloquio, un uomo dal temperamento passivo. Mio marito non era per nulla così. Non era un uomo di mezza età, era un uomo giovane, non parlava in dialetto stretto: non ci sarebbe stato nulla di male, ma semplicemente non era così. Inoltre non usava abitualmente il turpiloquio e non fumava. Ben altro, se si fosse voluto rendere giustizia alla sua figura, poteva essere raccontato nella fiction: si poteva fare riferimento all’isolamento in cui fu lasciato, o ai rapporti che presentava e che restavano lettera morta nei cassetti della Procura».

«Anche se si tratta di una fiction e pertanto non necessariamente fedele alla realtà – ha concluso la signora Giuliano – penso che nel trattare un argomento così delicato andrebbe fatta una scelta: o utilizzare nomi e situazioni di pura fantasia, oppure, se si decidesse di riferirsi a personaggi realmente esistiti usando il loro nome – e che, come in questo caso, hanno perduto la vita per lo Stato – ci si dovrebbe attenere alla realtà dei fatti sottoponendo la sceneggiatura ai familiari».

Il colmo dei colmi: la figura di Angelo Mangano

In questo senso il colmo dei colmi dell’immaginazione che sfocia nella spudorata falsificazione di persone e fatti è stato raggiunto con la figura del commissario di pubblica sicurezza Angelo Mangano – quello con baffi e pizzetto, sempre in stretto contatto con Biagio Schirò – paradossalmente “accreditato” come l’autore della duplice cattura di Luciano Liggio, il capo degli altri capi: Totò Riina e Bernardo Provenzano.

«Torno in tv per vestire i panni del commissario Angelo Mangano che arrestò la “primula rossa” Liggio» aveva infatti dichiarato in primavera l’attore Massimo Venturiello, dopo aver letto il copione.

E se di questo si è convinto l’interprete del personaggio figuriamoci quale libertà di pensiero e di giudizio abbiano potuto avere i telespettatori che hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto – o mai conosciuto correttamente – quelle vicende.

Perché? Semplice: il commissario Angelo Mangano, non ebbe alcun merito nelle due operazioni: l’unico Liggio che riuscì ad arrestare non fu Luciano ma un suo fratello, menomato psichico.

Camilleri: è un problema di fonti

Quale il “peccato originale” che ha portato alla gravissima gaffe, se di semplice gaffe si tratta? Quello della scelta delle fonti da utilizzare.

E in questo campo Andrea Camilleri, criticato perché non si è allineato con i conformisti, ha ragione da vendere.

«Io – ha scritto in un articolo su “La Stampa” – personalmente ritengo che l’unica letteratura che tratti di mafia debba essere quella dei verbali di polizia e carabinieri e dei dispositivi di sentenze della magistratura. A parte i saggi degli studiosi, naturalmente».

Ma anche – è doveroso aggiungere – libri scritti da giornalisti scupolosi che, oltre a quei documenti, hanno utilizzato i risultati dell’accurata inchiesta svolta al riguardo dalla Commissione parlamentare antimafia, dai quali le due operazioni emergono con estrema chiarezza e dovizia di particolari: il primo arresto di Luciano Liggio, avvenuto nel ‘64 a Corleone, fu eseguito dai carabinieri agli ordini del tenente colonnello Ignazio Milillo, divenuto poi generale; il secondo, a Milano nel ‘74, dalla Guardia di Finanza al comando del tenente colonnello Giovanni Vissicchio. Basta pensare, ma solo per fare qualche esempio, a “Mafia” di Gàbor Gellért (Rubbettino, 1978), a “Nel segno della mafia” di Marco Nese (Rizzoli, 1975), o al più recente “O mia bedda madonnina” di Goffredo Buccini e Peter Gomez (Rizzoli, 1993).

«La figura di Angelo Mangano – hanno rilevato molto opportunamente questi ultimi a pagina 90 – è molto discussa. La Commissione parlamentare antimafia nelle sue relazioni, sia di maggioranza che di minoranza, è estremamente critica nei suoi confronti e lo accusa di “completo fallimento in tutte le operazioni” condotte».

Quali, invece, le fonti di Stefano Bises, Domenico Starnone, e Claudio Fava, autori della sceneggiatura?

Il libro dall’omonimo titolo (Mondadori,1993) di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, giornalisti de “La Repubblica” e, presumibilmente, quello di Pippo Fava, “Da Giuliano a Dalla Chiesa” pubblicato nel 1983 dalla cooperativa “Siciliani Editori” e ristampato l’anno dopo da “Editori Riuniti”.

Nel primo, a pagina 66, c’è scritto infatti che Liggio fu beccato quando nella stanza nella quale si nascondeva «fece irruzione il commissario Angelo Mangano»; nel secondo, a pagina 68, si legge che «dopo tre anni spesi con implacabile pazienza a seguirne le mosse, il commissario Mangano riuscì ad arrestare Luciano Liggio».

Ma questa è la vecchia favola che lo stesso Mangano andò raccontando a destra e a manca, riportata da chi non ha voluto o non è stato in grado o non ha avuto il tempo di verificarne la veridicità.

1964: Milillo, non Mangano, cattura Liggio

In verità Mangano giunse a Corleone nel novembre del ‘63, solo dopo che nel Palermitano Milillo aveva fatto terra bruciata attorno al superlatitante, sfuggito per un soffio alla cattura appena due mesi prima. Liggio si sente braccato ma, invece di allontanarsi il più possibile dalla zona per scampare all’incombente “pericolo” di finire nella rete tesa dai carabinieri, si trasferisce – guarda caso – proprio a Corleone, in un’abitazione poco distante dal Commissariato di Pubblica Sicurezza dove alloggiava il “superdetective” Mangano.

Sulla vicenda esiste anche una breve ma lucidissima testimonianza di Pio La Torre che taglia la testa al toro.

In occasione dell’arresto di Liggio – scrisse in un articolo pubblicato su “Quaderni Siciliani”, n. 5-6 del 1974, quando cioè era membro della Commissione parlamentare antimafia – «emerge il ruolo del dottor Angelo Mangano, allora Commissario di PS spedito a Corleone dal capo della Polizia Angelo Vicari il 15 novembre 1963 per “arrestare” Liggio».

E qui, le virgolette che fiancheggiano il verbo usato all’infinito esprimono, per dirla con Ungaretti, un’ironia che “illumina d’immenso”.

«Sta di fatto – precisò La Torre - che Liggio, che prima aveva vagato da Partinico a Palermo, soggiornando anche in varie cliniche sotto falso nome, decide di abitare stabilmente a Corleone e qui viene arrestato soltanto nel maggio 1964 dai Carabinieri agli ordini dell’allora colonnello Milillo il quale solo all’ultimo momento avverte il commissario Mangano.

Questi, però, tenta di attribuirsi il merito dell’operazione, provocando tra l’altro una querela del colonnello Milillo, che si è conclusa nei giorni scorsi, dinanzi al Tribunale di Milano. Il generale Milillo ha ritirato la querela dopo che il dr. Mangano, ponendo fine alle sue fanfaronate, ha dato atto che l’operazione che condusse all’arresto di Liggio fu promossa dai carabinieri agli ordini di Milillo».

Quando in Commissione antimafia Pio La Torre parlava di queste cose – mi confidò una volta Giuseppe Niccolai, altro membro della stessa – citava la cronaca de “L’Unità” dell’epoca.

«Luciano Liggio è stato finalmente arrestato» aveva scritto Giorgio Frasca Polara sul quotidiano il 15 maggio 1964. «Il feroce bandito che per 19 anni ha seminato impunemente morte e terrore nel Palermitano è stato scovato in un’abitazione al centro di Corleone, dove aveva trovato compiacente ospitalità. Il clamore che la cattura di Liggio susciterà è paragonabile soltanto a quello che caratterizzò la fase finale delle operazioni contro la banda Giuliano. L’operazione è scattata alle 21,30; la casa nella quale Liggio si nascondeva è stata circondata da pattuglie di carabinieri armati sino ai denti. Alla porta ha bussato il tenente colonnello Milillo; alle sue spalle c’erano il capitano Ricci e il capitano Carlino, comandante della Tenenza di Corleone. Qualche istante dopo una donna ha aperto la porta. Quando ha visto i carabinieri è sbiancata in viso, ma prima che potesse riprendersi l’irruzione nella casa era avvenuta. In una stanza semibuia, disteso sul letto e ingrossato dal busto di gesso che lo difende dal morbo di Pott, c’era Luciano Liggio».

Le fasi della cattura

Quale, dunque, il vero ruolo di Angelo Mangano? Le fasi dettagliate del blitz e le prime battute tra Milillo e Liggio, raccolte dai testimoni oculari, le ricostruì anche Guido Gerosa per il settimanale “Epoca”: «Verso le 21,30 del 14 maggio 1964 l’abitazione è completamente circondata. Milillo ordina al riluttante Mangano di perquisire la cucina mentre lui irrompe al piano di sopra».

Liggio è disteso su un lettino addossato al muro. Milillo non ha armi in pugno e, non potendo escludere che Liggio possa reagire sparando, cerca la pistola, ma il boss gli dice subito che è nel cassetto del comodino aggiungendo: «Colonnello, non era il caso che si preoccupasse: la pistola sempre a Lei l’avrei ceduta perché mi aveva combattuto con onore, ed era giusto che con onore vincesse».

«In quella – precisò Gerosa – entra Mangano. Sbuffava per essere rimasto in cucina e quando ha visto che tutti i carabinieri si stavano precipitando con slancio quasi festoso verso la camera al primo piano, è entrato anche lui. Liggio, che sta finendo la sua frase sull’onore, vedendo Mangano ha un guizzo feroce nello sguardo e gli sibila in viso “ … mentre quel buffone, pagliaccio era solamente capace di poter catturare deficienti come mio fratello”. E conclude con una frase sibillina: “E gli è finita la missione in Sicilia!”».

Pallido in volto, Mangano taglia la corda e si ferma sul pianerottolo situato tra la porta d’ingresso e la scala esterna. Giungono i militari con Liggio portato a spalla.

Con una mossa fulminea, il commissario – scrive Marco Nese nel suo libro – «toglie la mano sinistra di Liggio dalla spalla di un maresciallo e la poggia sulla sua».

Improvvisamente, appare un fotografo. «Ed ecco il flash lampeggiare sul gigante barbuto che sorregge il criminale d’eccezione. Diffusa attraverso l’agenzia Ansa, tra poche ore l’immagine campeggerà su tutti i giornali innestando la leggenda del titanico 007, catturatore di Liggio» alla quale hanno continuato ad abboccare in tanti anche se lo stesso “capo dei capi”, subito dopo essere finito in cella ed in altre occasioni non esitò a raccontare senza mezzi termini la verità.

Interessanti, al riguardo, le risposte alle domande dei giornalisti dei quotidiani “Il Giornale d’Italia” e “L’Avvenire”, publicate il 21 maggio 1976: «Da chi fu arrestato?». «Da Milillo. A Mangano, anziché fargli fare il funzionario di polizia dovevano portarlo in un ospedale ambulante» . «E’ vero che Mangano spostò un carabiniere per farsi fotografare al suo fianco?». «Si». «Quindi la fotografia non dimostra niente?». «Dimostra che voleva farsi fotografare».

D’altra parte, gli accertamenti avevano già portato alla conclusione che a chiamare il paparazzo di giornata era stato proprio il diretto interessato: il commissario Angelo Mangano.

«Io – spiegherà in seguito Milillo alla Commissione antimafia – quando vidi che il fotografo era già pronto mi ritirai» perché «avevamo disposizioni di evitare qualsiasi esibizionismo, di evitare fotografie, di evitare qualsiasi scalpore sulla stampa». E poi – preciserà in seguito - «mostrarsi in una foto mentre si aiutava Liggio a scendere sarebbe stato indecoroso per un ufficiale dei carabinieri». Mangano, invece, «si mise in posa accanto a Liggio, a colui, cioè, che poco tempo prima l’aveva offeso».

L’altro imbroglio di Angelo Mangano

Nel maggio del 1964, l’equivoco fu però provocato anche dal fatto che, Mangano, attuata l’operazione che servì ad ingannare l’opinione pubblica, ebbe il coraggio di perseverare nell’imbroglio presentando alla Questura di Palermo una “relazione di servizio” con la quale si attribuì l’esclusivo merito dell’operazione.

La Questura – in buona o in malafede – preparò quindi un rapporto contenente gli elogi per il commissario e lo consegnò al Prefetto che, prendendolo per veritiero, lo firmò e lo inoltrò al Ministero dell’Interno.

Ma, una volta chiariti i fatti, fu lo stesso ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani a consegnare a Milillo la taglia per l’operazione, mentre il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat gli conferì l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, uno dei tanti attestati di benemerenza ricevuti sia prima che dopo la vicenda e persino in epoca successiva al pensionamento.

Ma perché subito dopo l’arresto Liggio aveva chiamato Mangano «buffone, pagliaccio» e gli aveva rivolto altri epiteti offensivi?

Sulla base dell’audizione di Milillo – del quale vennero riconosciuti sempre e da tutti il comportamento ineccepibile e l’assoluta credibilità – la Commissione antimafia rilevò che il boss lo aveva ingiuriato «non solo perché il funzionario aveva arrestato in paese un suo fratello deficiente, “ma un po’ perché sembrava deluso da certi atteggiamenti che si attendeva dal Mangano”».

E fu da questa consapevolezza, suffragata da ulteriori ambiguità manifestate da Angelo Mangano, che nell’organismo parlamentare e nella pubblicistica dell’epoca si fece strada l’impressione che commissario fosse stato mandato in Sicilia non per arrestare Liggio ma, in qualche modo, per proteggerlo in quanto notoriamente potente portavoti della Democrazia Cristiana, in combutta con Vito Ciancimino. E Ciancimino, si sa, aveva referenti a Roma - in Parlamento e al Governo – con i quali curava i rapporti direttamente o tramite Salvo Lima e Giovanni Gioia, nomi che, guarda caso, compaiono anche in occasione del secondo arresto della “primula rossa”.

Le conclusioni dell’Antimafia

«Certo è, comunque e in ogni caso – furono nel ‘76 le conclusioni della Commissione antimafia della sesta legislatura della quale fece parte anche Cesare Terranova – che Mangano non ha agito si sua iniziativa, ma ha obbedito a ordini ricevuti»: si mosse «sempre operando agli ordini diretti del Capo della Polizia Vicari che continuò ad affidargli incarichi nella lotta contro la mafia nonostante gli insuccessi registrati».

Più che legittima, dunque, davanti alla falsificazione dei fatti della fiction, la reazione di Giangranco Milillo, generale dei Carabinieri in congedo, figlio del generale Ignazio: nella lettera che si riporta integralmente, indirizzata al produttore de “Il capo dei capi” Pietro Valsecchi, reclama il «trionfo della verità» e fa presente che «i soldi e il successo da una fiction si ottengono anche dicendo la verità».

Una verità, forse scomoda in certi ambienti, che di tanto in tanto viene messa in discussione attraverso “rivelazioni” che, a distanza di più di quarant’anni, fanno pensare a tentativi – tanto subdoli quanto inutili – di “depistaggio” a scoppio ritardato in funzione di chissà quale “giusta causa”.

Tanto più che sono somministrati col contagocce da soggetti che non hanno il coraggio di venire allo scoperto con nome e cognome.

Che siano degli “incappucciati” capaci di agire soltanto dietro le quinte? Chi lo sa!

Oppure si tratta di una manovra analoga a quella diretta alla “rivalutazione” – anche da parte dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – di Bruno Contrada anche dopo il verdetto della Cassasione le cui motivazioni sono state espresse nei giorni scorsi?

1974: Vissicchio, non Mangano, cattura Liggio

E non è detto che le polemiche finiscano qua, perché anche la narrazione del secondo arresto di Luciano Liggio, avvenuto dieci anni dopo a Milano, è stata falsificata di sana pianta. Nella fiction, Mangano piomba in un albergo e lo trova in compagnia di una bella bionda. In realtà la cattura del superboss avvenne in un appartamento di via Ripamonti, condiviso con la compagna e il figlio.
All’epoca, Mangano operava in tutt’altri lidi: a mettergli le manette fu il colonnello della Guardia di Finanza Giovanni Vissicchio, arrivato al dunque – a quanto pare a seguito di una soffiata alla quale non sarebbero stati estranei boss avversari – nel corso di indagini sui sequestri di persona attuati al Nord da “uomini del disonore” pilotati dai Corleonesi.

Qualche tempo dopo, l’ufficiale ebbe un incontro a Roma con il comandante generale del Corpo, Raffaele Giudice, che nel 1981 risulterà iscritto alla P2.

In seguito, Vissicchio, nel corso di un processo, ebbe modo di riferire di quel colloquio nel corso di un processo: «“Lei, mi disse, è il colonnello che ha arrestato Liggio? Ebbene, pensi a fare il finanziere e non il carabiniere”. Questa frase mi colpì molto. Mi aspettavo delle congratulazioni. Invece …».

Interessanti si rivelarono anche i particolari sulla nomina di Giudice al vertice della Guardia di Finanza. «So per certo – disse Vissicchio – che negli ambienti militari da tempo il nome di Giudice era sulla bocca di tutti: seppi che i suoi sostenitori erano Salvo Lima e Giovanni Gioia», notoriamente legati a Vito Ciancimino e sicuramente al corrente dei suoi già documentati rapporti con i Corleonesi. Io, invece, a Milano ero guardato in un certo modo perché «mi davo troppo da fare».

Vissicchio troppo zelante? Trasferito!

Due anni dopo, nel 1976, Vissicchio fu trasferito senza alcun giustificabile motivo dal Nucleo di Polizia tributaria del capoluogo lombardo a quello di Venezia.

Quale era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso? «Stavo svolgendo – spiegò il colonnello ai magistrati – indagini su alcuni conti bancari in Svizzera con la polizia elvetica che mi mise a disposizione un elenco di personaggi importanti. Tra di essi c’era anche la signora Giudice che fu pedinata a Lugano mentre entrava in un istituto di credito. Lavoravamo in stretto contatto con il giudice di Milano Giuliano Turone. Sta di fatto che fui rimosso dall’incarico e trasferito».

Poi un’altra inquietante affermazione: «Sa, signor giudice, io e il mio gruppo eravamo riusciti a ricollegare le trame della mafia dei colletti bianchi all’estero, attraverso le loro finanziarie e società fittizie. A quel tempo, infatti il giudice Turone mi aveva incaricato di interessarmi del riciclaggio del denaro sporco proveniente dai sequestri di persona che a quel tempo nel nostro Paese erano facili come rubare una bicicletta. Comunque, anche quelle indagini furono interrotte».

Per fortuna, il colonnello, grazie a quelle indagini era già riuscito a far finire in galera Luciano Liggio, che ci rimase fino alla morte.

Il tesoro del generale Raffaele Giudice

Un passo indietro: l’anno dopo alla cattura di Liggio, la moglie del generale Raffaele Giudice deposita presso l’Unione Banche Svizzere ben centotrentamila dollari, acquista a Lampedusa un terreno sul quale fa costruire una villa e compra obbligazioni per ottanta milioni. Nei successivi quattro anni il patrimonio familiare si arricchisce di un cabinato a motore di sei metri e mezzo, di una decina di libretti al portatore per somme tra i venti e i venticinque milioni, di una notevole quantità di argenteria e preziosi tenuti nascosti in cassette di sicurezza, di cinquanta milioni in Bot, di un terreno, due ville e due appartamenti a Palermo e di sei appartamenti in pieno centro a Roma.

Quando nel 1982 il generale viene condannato a sette anni di reclusione, lo stipendio medio di un ufficiale del suo livello è di circa trenta milioni l’anno.

Ma anche su questo gli autori della fiction hanno seguito il motto “nènti sàcciu, nènti dìcu e nènti vògghiu sapìri”.

E niente hanno potuto vedere, sentire e sapere i telespettatori che non hanno mai conosciuto i fatti o li hanno dimenticati. Per loro ha fatto tutto il commissario col pizzetto, in collaborazione con Biagio Schirò.

«La fiction è fiction» si sente ancora dire. Ma non è proprio così perché le omissioni sospette e le evidenti falsificazioni , se da un canto hanno compromesso il pieno successo di una realizzazione televisiva tecnicamente ben fatta, dall’altro hanno disinformato l’opinione pubblica ed arrecato un grave danno alla memoria di fedeli servitori dello Stato che – dopo aver fatto il loro dovere in prima con competenza e coraggio, agendo ad oltranza e senza guardare in faccia nessuno – non sono stati ancora difesi dagli alti vertici dei Corpi di appartenenza.

20 commenti:

Francesca ha detto...

E' fuori contesto, lo so, ma vorrei ricordare che oggi la I Commissione del CSM, di cui fa parte anche la arcinota prof.ssa Vacca, decidera' sulle sorti di Clementina Forleo.
Le vicende generali - oltre a portare nelle casse dei partiti tanti sodli di rimborsi elettorali, di cui nessuno parla - hanno avuto il vantaggio di imprimere una silenziatore alle vicende giudiziarie delle scalate ( e intanto si guadagna tempo prezioso) e di azzerare l'attenzione sul procedimento che riguarda i magistrati cattivi (di quelli davvero pescati con le mani nella marmellata dalle varie procure d'Italia nemmeno si parla...).

Vi prego, riaccendete l'attenzione : quello che era notizia clamorosa e' adesso relegata in un angolino, per chi proprio la vuole cercare.

E non si dica che ci sono problemi piu' gravi e che in fondo questi due qui hanno pure scocciato.....

Vincenzo Scavello ha detto...

Le "fiction", non sono mai una rappresentazione della realtà, pertanto nascondono, volutamente, fatti e documenti che non sono graditi al "committente".

Non ho visto "Il Capo dei Capi" e non vedrò mai un Film o Fiction sulla Mafia, prodotto dalle nostre TV (pubbliche e private), per le grandi omissioni che, deliberatamente, offendono la VERITA'.

Un esempio evidente è la Fiction su Borsellino prodotta da Mediaset. Ricordate "l'intervista sparita" di Palo Borsellino?
http://it.youtube.com/watch?v=MDMBxcgn5ts

Ricordate quando il Magistrato tira in ballo Berlusconi, Mangano e dell'Utri?

Vi sfido a trovare traccia di queste cose nella Fiction prodotta da Mediaset, ma anche di altre "finte" ricostruzioni.

Del resto, considerate le "frequenazioni telefoniche" tra vertici RAI e MEDIASET, mi sembra remota la possibilità di vedere, se non in modo parziale, rappresentata la verità ... a meno che non si decida di affidare la Regia a persone come Luttazzi, Travaglio e Santoro. Il problema, non di poco conto, sarebbe trovare i finanziatori e qualche rete televisiva suicida.

E il mio pensiero va, ogni qual volta si toccano questi temi, a Indro Montanelli ed Enzo Biagi, dei quali mi piacerebbe leggere un commento sulle Fiction prodotte "contro" la Mafia.

Un Abbraccio

Anonimo ha detto...

Questo editoriale conferma la mia istintiva ripulsa ad averne voluto vedere anche i titoli di questa fiction. Ritengo che la questione "stato" e "antistato" sia ben lungi dall'essere risolta.Anzi sono molto preoccupatain quanto ritengo prematuro "romanzare" certi fatti come se appartenessero alle tante storie di questo paese da "digerire"
e "metabolizzare".
Alessandra

Anonimo ha detto...

Gentile Enzo Guidotto,
bello il suo osservatorio veneto sul “semplicissimo” fenomeno mafioso siciliano.
Quello che emerge nelle lotte a tutte le mafie è che a pagare sono le persone oneste: politici, magistrati, generali, colonnelli; a beneficiare, invece, la maggioranza dei loro colleghi disonesti, quasi il 90% politici il restante 10% apparati investigativi.
L'esercito di indagati, a cui facilmente è applicabile il famigerato 416 bis, dei perfetti imbecilli costretti e contenti di esserlo.
bartolo iamonte

salvatore d'urso ha detto...

Io non ho visto la fiction, immaginavo che era solo finzione... cioè tutto finto... tutto falso... cioè che di vero c'era ben poco...

certo i fatti riportati in quest'articolo non li conoscevo ed è allucinante sapere che le strategie mafioso-democristiane siano partite dagli anni 60... consolidatesi negli anni 70-80 e preso il potere definitivo dagli anni 90 in poi...

ci sono documentari e articoli vari che parlano di mafia e politica... alcuni un pò timidamente, altri un pò più dettagliatamente ma che lasciano sempre qualche dubbio, non sono molto incisivi... altri ancora (spesso dimenticati) narrano storicamente i fatti per come sono avvenuti realmente.

La cosa assurda e che non riesco a capire è perchè nessuno riporta in tv, magari in più puntate tutti i dettagli storici che fanno riferimento alle collusioni tra mafia e politica prendendo spunto dalle relazioni parlamentari antimafia, dagli atti giudiziari e dai verbali delle forze dell'ordine... sarebbe un gran bel lavoro... ma sarebbe anche un grandissimo successo nello sconfiggere un sistema che ormai sembra quasi divenuto un cancro inguaribile... una malattia cronica.

Anonimo ha detto...

Con vera soddisfazione oggi ho sentito quanto dichiarato dalla Corte dei Conti per l'inaugurazione dell'anno giudiziario.Non ha tralasciato quasi niente. Il quasi niente per me sta che stridono le azioni contro Forleo e De Magistris che proprio su quegli scottanti fatti erano interessati e tutti sappiamo in quale accidentato percorso si potevano muovere.
Il braccio di ferro del CSM non è ancora esaurito.
Alessandra

Francesca ha detto...

Sempre fuori contesto.

Visto?

Altra incolpazione : "aver personalizzato la vicenda delle scalate".

Ma che vorra' dire, poi?

Siamo all'impensabile!

Ho ritrovato articolo molto datato di Travaglio sulla situazione potentina, con la notizia che era stato richiesto da tempo il trasferimento di Tufano, potente PG Unicost di Potenza - stesso ufficio che sta indagando sulle denunce della Forleo per le questioni riguardanti la sua famiglia - alto magistrato che e' ancora al suo posto, ad inaugurare anni giudiziari, rampognare pubblicamente i colleghi che hanno testimoniato dinanzi a De Magistris, senza che alcuno sollevi incompatibilita' ambientali di sorta.

Sara' che sono i piccoli ad essere incompatibili con i grandi...

Riparliamone......

Anonimo ha detto...

Dal Corriere della Sera 6.2.08
Nuove accuse dal CSM alla Forleo.
La contestazione: avrebbe ventilato la volontà di insabbiare le indagini.
Per me "avrebbe" è "condizionale" e le indagini "sono" state insabbiate è il triste "presente".
Alessandra

Anonimo ha detto...

Ho fatto bene a rifiutarmi di guardare la fiction su Riina, sapevo già che sarebbe stata una buffonata mandata in onda solo per nascondere la verità e per fare audience!Chi volutamente ha nascosto i veri fatti non merita la fiducia dei telespettatori, meglio un libro di Travaglio, quello sì che ti annovera i fatti così come stanno e riporta documenti inconfutabili.

Mimma ha detto...

Anch'io mi scuso di essere fuori tema..ma la situazione sta precipitando!
Vorrei attirare l'attenzione sulla questione della legge elettorale e sapere se si puo`, a questo punto, fare qualcosa:
http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6119
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1805&id_titoli_primo_piano=1
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1802&id_titoli_primo_piano=1
Grazie

ricciola89 ha detto...

nulla da dire riguardo la fiction..o x meglio dire..riguardo alle cose nn dette nella fiction!!!è stato già sufficientemente spiegato nell'articolo e le motivazioni per cui si è operato in questo senso sono tanto chiare quanto preoccupanti!!
il motivo di questo mio intervento è rivolgere un invito al magistrato lima!!!sn una studentessa di liceo e ho trovato molto interessante il suo intervento alla conferenza tenuta a catania in occasione della presentaziome del libro di marco travaglio "mani sporche" a cui ero presente!!!la sua analisi sulla situazione del diritto in italia,che sembra quasi retrocedere ad una fase prerivoluzionaria, mi è sembrata quanto mai attuale!!!poi ho sentito gli echi del dialogo degli ateniesi e dei medi di cui parla tucidide:una democrazia che si fonda sul diritto della "forza"..e non sul diritto dell'"idea" che spiegato in "termini" attuali significa applicare il diritto alla logica del consenso e quindi inevitabilmente...fine della legalità!!!per favore può offrire le sue riflessioni all'interno del blog su questo tema "scottante" che tanto potrebbe aiutare a comprendere la situazione dei giorni nostri!!!grazie... ne sarei tanto grata!!!ciao a tutti
clelia gorgone

Felice Lima ha detto...

Per Clelia - Ricciola89

Cara Clelia,

sul tema che Lei segnala sto già scrivendo un articolo che spero di finire nei prossimi giorni.

Grazie della Sua attenzione.

Un caro saluto.

Felice Lima

Anonimo ha detto...

effondere ignoranza, più qualche passaggio intermedio, permette di avere sotto "controllo" le masse... mi pare ovvio,

d'altronde lo stanno facendo da anni... "qualcuno" da secoli.. nulla di nuovo quindi.

l'ignorante
Onelio P.

Enzo Guidotto ha detto...

Enzo Guidotto : puntualizzazioni su vari commenti
Vincenzo Scavello
«Non ho visto "Il Capo dei Capi" e non vedrò mai un Film o Fiction sulla Mafia, prodotto dalle nostre TV (pubbliche e private), per le grandi omissioni che, deliberatamente, offendono la verità». ANONINO: «Questo editoriale conferma la mia istintiva ripulsa ad averne voluto vedere anche i titoli di questa fiction».
IO INVECE SEGUO CON ATTENZIONE GLI UNI E LE ALTRE RISERVANDOMI DI FORMULARE ANALISI CRITICHE.
Vincenzo Scavello
Con riferimento al punto precedente:«un esempio evidente è la Fiction su Borsellino prodotta da Mediaset. Ricordate "l'intervista sparita" di Paolo Borsellino? Ricordate quando il Magistrato tira in ballo Berlusconi, Mangano e dell'Utri?». CONDIVIDO E LE CONSIGLIO DI CONOSCERE ANCHE LA LEZIONE SUL TEMA “MAFIA, PROBLEMA NAZIONALE” TENUTA DA PAOLO BORSELLINO ASSIEME A ME A BASSANO NEL 1989 : LA PUO’ TROVARE SCRIVENDO SU GOOGLE “PAOLO BORSELLINO ENZO GUIDOTTO” OPPURE DIRETTAMENTE NEL SITO “ARCOIRIS” (INTEGRALE).


5 febbraio 2008 9.55
Anonimo : «Gentile Enzo Guidotto, bello il suo osservatorio veneto sul “semplicissimo” fenomeno mafioso siciliano». NON CAPISCO IL SENSO DEL TERMINE SCRITTO TRA VIRGOLETTE NE’ TANTO MENO QUELLO DELL’AGGETTIVO “SICILIANO” AGGIUNTO ALL’ESPRESSIONE “FENOMENO MAFIOSO”. IRONIA? RITENGO COMUNQUE DOVEROSO CHIARIRE.
La parola fenomeno deriva dal greco antico “phainòmenon”, che significa «ciò che appare» o «tutto ciò che appare» e che, di conseguenza, può essere osservato.
Per fenomeno si intende quindi l’insieme delle manifestazioni di eventi naturali, sociali, economici, politici che si sviluppano in un certo ambito, in un particolare momento, in un determinato periodo o in tempi molto lunghi.
L’espressione fenomeno mafioso indica pertanto tutto ciò che riguarda la mafia sia dal punto di vista soggettivo (affiliati, favoreggiatori, fiancheggiatori, complici, organizzazioni, gruppi, eccetera) sia dal punto di vista oggettivo (acquisizione, riciclaggio e investimento nell’economia legale di capitali di origine illegale; collegamenti con i pubblici poteri, indimidazioni, minacce e violenze).
La parola mafia – a sua volta - indica, in senso stretto, la mafia siciliana (Cosa Nostra, “Stiddra” e qualche altro gruppo meno importante); più in generale, il complesso delle organizzazioni simili alla stessa (compresa, ovviamente).
Il termine mafia - spiegò infatti Giovanni Falcone nell’autunno del 1992 in una conferenza tenuta presso il “Bundesriminallant” di Wiesbaden, in Germania - può essere utilizzato in senso ampio per indicare le più importanti organizzazioni criminali italiane. Esse, infatti, «possono essere definite in generale mafiose o di tipo mafioso in quanto operano secondo metodi che sono tipici della mafia (siciliana, nda)».
E’ utile ricordare in tal senso che la denominazione degli organismi che svolgono in modo specifico l’azione di contrasto delle varie organizzazioni è “Direzione Nazionale Antimafia”, “Direzione Distrettuale Antimafia”, “Direzione Investigativa Antimafia”.
Lo stesso termine mafia si può usare anche relativamente ad organizzazioni o gruppi stranieri caratterizzati dagli stessi modelli di comportamento.
D’altra parte, l’articolo 416 bis del Codice Penale che contempla l’associazione di tipo mafioso è applicabile nei confronti di qualsiasi organizzazione «comunque localmente denominata», costituita da cittadini italiani o stranieri che fanno leva sull’intimidazione derivante dal vincolo associativo che produce nei destinatari condizioni di assoggettamento e di omertà (reati mezzo) per il raggiungimento dei loro scopi criminosi (reati fine)



Salvatore D'Urso: «i fatti riportati in quest'articolo non li conoscevo ed è allucinante sapere che le strategie mafioso-democristiane siano partite dagli anni 60... consolidatesi negli anni 70-80 e preso il potere definitivo dagli anni 90 in poi... ». IN REALTA’ SONO “PARTITE” NEGLI ANNI 40, MA NON PERCHE’ I DEMOCRISTIANI AVESSERO UNA PREDISPOSIZIONE “INNATA” PER QUEI RAPPORTI RISPETTO AD ESPONENTI DI ALTRI PARTITI. IL TUTTO SI INQUADRA NEL BINOMIO “MAFIA E POTERE”.
NELLA RELAZIONE DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA DELLA SESTA LEGISLATURA (1972-1976) SI LEGGE CHE «SIN DALLE ORIGINI, LA CONNOTAZIONE SPECIFICA DELLA MAFIA E’ SEMPRE STATA COSTITUITA DALL’INCESSANTE RICERCA DI UN COLLEGAMENTO CON I PUBBLICI POTERI», SOPRATTUTTO CON IL POTERE POLITICO PARLAMENTARE GOVERNATIVO ATTRAVERSO IL VOTO DI SCAMBIO. “SIN DALLE ORIGINI” SIGNIFICA A PARTIRE DALLO SBARCO DEI MILLE A MARSALA. IL PRIMO ATTENTATO CONTRO UN MAGISTRATO CORAGGIOSO ED ONESTO RISALE ALL’AGOSTO DEL 1861: SI CHIAMAVA GIOVAMBATTISTA GUCCIONE, CONSIGLIERE DI CORTE D’APPELLO A PALERMO. NEGLI ANNI DELLA DESTRA (1861-1876) FU UCCISO ANCHE IL PRETORE DI CANICATTI’, IN PROVINCIA DI AGRIGENTO, LO STESSO COMUNE IN CUI NEGLI ANNI 9O DEL SECOLO SCORSO SONO STATI UCCISI ROSARIO LIVATINO E SALVATORE SAETTA. INOLTRE, E’ BENE SAPERE CHE L’ESISTENZA DEL “TERZO LIVELLO” DELLA MAFIA FU DENUNCIATO AL VOLGERE DELL’800 A CHIARE LETTERE ALLA CAMERA DALL’ 0N. GIUSEPPE DE FELICE GIUFFRIDA, DEPUTATO DI CATANIA. NEL “TERZO STRATO” – DICHIARO’ IL 23 NOVEMBRE 1899 - CI SONO «IL BORGHESE PREPOTENTE, IL MAFIOSO IN GUANTI GIALLI, LUOMO POLITICO».
HA RAGIONE QUANDO SOSTIENE CHE ”nessuno riporta in tv, magari in più puntate tutti i dettagli storici che fanno riferimento alle collusioni tra mafia e politica prendendo spunto dalle relazioni parlamentari antimafia… sarebbe un gran bel lavoro... ». A CHI LO DICE! SAREBBE ANCHE UN GRAN BENE CHE GLI STESSI MEMBRI DELLE COMMISSIONI CHE SI SONO SUCCEDUTE DAL 1962 IN POI CONOSCESSERO IL CONTENUTO DEGLI ATTI DELLE STESSE.

Paolo Emilio ha detto...

Scusate, è solo uno sfogo, non fraintendetemi, ma vorrei veramente che per le regioni del Sud dove esistono:

1) Mafia
2) Camorra
3) 'Ndrangheta
4) Sacra Corona Unita

...Venisse nominato un erede morale del Prefetto Mori e che gli fossero assegnati pieni poteri, che cingesse d'assedio le città e mettesse alla fame la popolazione connivente, fino alla consegna dei mafiosi, che sarebbero costretti ad emigrare di nuovo negli Stati Uniti, da dove ritornarono dopo l'invasione della Sicilia del 1943 !

Direte: ma la mafia oggi è anche al Nord, dopo gli esodi della popolazione degli anni '50 e '60. Vero: e allora sarebbe bello che tale regime di polizia fosse esteso a tutta l'Italia !

Peccato che sia solo un sogno ad occhi aperti.

Anonimo ha detto...

Nessuna ironia, cercavo di dire che il fenomeno mafioso rappresenta una vera tragedia per il meridione d'Italia. Ma, allo stesso tempo, nessuna difficoltà osterebbe la risoluzione se solo lo Stato intendesse bonificare questo dannato territorio da essa. L'applicazione indiscriminata dell'art. 416 bis ad un esercito di individui è una terapia totalmente inefficace.
Grazie per l'attenzione, bartolo iamonte.

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Paolo Emilio.

Gentile Paolo Emilio,

intanto grazie di cuore per la Sua presenza qui e per le Sue osservazioni puntuali.

Con riferimento a questo Suo ultimo commento, ci permetta solo una precisazione.

A noi pare che il problema non sia che "ormai la mafia oggi è anche al Nord", ma che:

1. la mafia è dentro lo Stato, molto, troppo dentro lo Stato;

2. che lo Stato non considera la mafia una cosa da evitare e combattere.

Consideri sul punto che l'allora Presidente della Camera Pierferdinando Casini, non appena il Tribunale di Palermo si è ritirato in camera di consiglio per pronunciare la sentenza nei confronti del sen. Marcello Dell'Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, ha tenuto una conferenza stampa per far sapere a tutti di avere telefonato al Dell'Utri per dirgli la sua stima (!!??) e la sua solidarietà (!!??).

Pochi giorni dopo il Dell'Utri - ancora oggi senatore - è stato condannato a dieci anni di reclusione.

Lo stesso Casini insieme ad altri maggiorenti della politica, nei giorni scorsi, ha replicato quello show manifestando grande stima e solidarietà a Salvatore Cuffaro appena condannato per favoreggiamento in favore di persone mafiose.

Il Casini e gli altri hanno anche anticipato che intendono candidare il Cuffaro al Senato.

Frattanto c'è un senatore a vita (Andreotti) del quale anche la Cassazione ha detto avere concorso con la mafia fino agli anni '80, dichiarando il reato prescritto.

Così stando le cose, l'emulo del prefetto Mori non dovrebbero mandarlo in Sicilia, ma a Roma a Palazzo Madama e non solo.

Almeno dopo le stragi del 1992, noi ci eravamo illusi che la mafia fosse ormai riconosciuta per ciò che è e che ogni contiguità, complicità, concorso con la stessa venissero esecrati senza se e senza ma.

Ma era evidentemente appunto solo una pia illusione.

Ci avvilisce profondamento vedere con quanta spudoratezza si attestano stima e solidarietà a persone che hanno favorito una organizzazione assassina e stragista, che tanto negativamente ha inciso e incide su tutti gli aspetti fondamentali della vita sociale.

La Redazione

P.S. - Su questo tema, ci permettiamo di rinviare anche a un articolo che abbiamo pubblicato oggi a questo link.

Paolo Emilio ha detto...

Gentile Redazione,

Avete ragione: in effetti costoro sono "dentro" il sistema di potere.

Allora un altro "sogno": cingere d'assedio i Palazzi, e prenderli per fame ... peccato, poi, doversi svegliare !

Cordialità.

Anonimo ha detto...

Enzo Guidotto ha detto:
Puntualizzazioni su vari commenti:
"Io invece seguo con attenzione gli uni e le altre riservandomi di formulare analisi critiche".
Di solito seguo con attenzione un pò tutto, ma in questo caso non mi sono prestata a fare audience proprio perchè straconvinta dei "buchi neri inesplorati".E, mentre ho visto le fiction di Falcone e Borsellino, avento seguito negli anni le loro carriere, le loro inchieste, attraverso i loro personali interventi e interviste negli anni, "le analisi critiche delle sospette omissioni ed evidenti falsificazioni" erano più evidenti
anche per i non addetti alla materia. Ma in questo caso le "sospette omissioni" le conoscono soltanto gli addetti ai lavori.
Infatti le possiamo leggere soltanto qui.
Poteva essere interessante se la fiction fosse stata seguita magari dalla lettura di questo Editoriale di Enzo Guidotto: Una volta c'erano trasmissioni curate da Sergio Zavoli che spiegava meglio di una Fiction certe complessi temi.Secondo me è più utile pubblicizzare l'Editoriale che la fiction.
Cari saluti Alessandra

Enzo Guidotto ha detto...

Enzo Guidotto scrive
Sono onorato dei commenti ai miei commenti. Mi permetto di fare delle puntualizzazioni su quanto scritto da Anonimo e Jamonte su Cesare Mori e sulla esigenza di bonificare la Sicilia.
Dopo l’assedio di Ganci, Mori ricevette da Mussolini un telegramma contenente, oltre alle congratulazioni, un invito a colpire ulteriormente «in basso, aut in alto». Quando però il “prefettissimo” raggiunse una certa quota accertando collusioni inconfessabili si verificò il classico “promoveatur ut amoveatur”: fu nominato senatore e quindi allontanato dalla Sicilia. Stessa sorte toccò al Giampietro, che aveva assecondato la linea dura del prefetto.
«La mafia non carezzata dall’Autorità, anzi bersagliata da essa – scriverà Mori in seguito – è simile a una pianta priva di luce s’intristisce e muore». Lui bersagliò, ma, dopo la piena, il giunco si rialzò e riprese a crescere, anche se l’azione del Minculpop e della censura accreditò la versione della scomparsa del fenomeno. Tant’è che nello “Zingarelli”, edizione 1941, si legge: «Mafia:associazione di prepotenti e delinquenti un tempo infestante la Sicilia. Il regime fascista l’ha combattuta aspramente e sradicata». Ancor più grave si rivela però il fatto che l’edizione del 1957 del “Palazzi”, in coda al significato della parola, sottolinea : la mafia «era diffusa un tempo in Sicilia». Eppure l’anno prima, 1956, era scoppiata la tremenda “guerrra di mafia” che si sarebbe conclusa nel giugno del 1963 con la “Strage di Ciaculli” nella quale morirono ben sette militari.
A partire dal 1929, a Palazzo Madama, con i frequenti discorsi sulla necessità di bonificare la Sicilia attraverso un’efficace politica nel campo culturale, educativo, economico e sociale da affiancare all’azione repressiva, il senatore Mori divenne una spina nel fianco del Regime, che corse ai ripari offrendogli la possibilità di operare in prima linea nel settore a lui caro: lo nominò presidente di un ente di bonifica; ma non in Sicilia o nel Meridione: in Istria. E fu lì che l’ex prefetto ed ex senatore cominciò a scrivere il libro “Con la mafia ai ferri corti”.
Nel libro sono rimaste scolpite alcune sue massime che sembrano rivelarsi più attuali che mai: «Compiere rigidamente il proprio dovere equivale troppo spesso a lavorare in pura perdita»; «Procedere nella vita con criteri di lealtà e come marciare a suon di musica e a bandiere spiegate sul nemico in agguato»; «La misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura»; «L’uomo di valore può raggiungere l’unanimità di dissensi. L’unanimità di consensi è del fesso integrale cronico»; «Recriminare e mormorare è degli imbelli. Imprecare e minacciare è degli impotenti. Sperare e disperare, degli stolti. Tacere, non sperare, non disperare ed agire è dei forti».