«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 14 febbraio 2008

Il Movimento per la Giustizia fra passato e presente


di Uguale per Tutti

Stefano Racheli si è dimesso dal Movimento per la Giustizia, del quale era, fino a poche settimane prima delle dimissioni, responsabile per il Distretto di Roma.

Delle sue dimissioni abbiamo detto in altro post a questo link.

Le ragioni fondanti del Movimento per la Giustizia sono illustrate in uno scritto che riportiamo qui, traendolo dal sito internet del Movimento.

Lo riportiamo perché il caso è emblematico e dovrebbe far riflettere tutti i colleghi progressisti e non solo quelli del Movimento per la Giustizia: si tratta di prendere atto che, a distanza di 20 anni dalla nascita di un gruppo che intendeva essere “rivoluzionario”, la situazione dell’A.N.M. è assolutamente identica a quella che indusse alcuni a fondare il Movimento. Anzi, molto più grave per tante ragioni, fra le quali gli effetti di altri vent’anni di immobilismo, autoreferenzialità e prassi deplorevoli.

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«Nella seconda metà degli anni ‘80 un piccolo gruppo di magistrati che militavano in Unicost [Unità per la Costituzione] si oppose alla logica che riduceva l’A.N.M. a mero contenitore di decisioni prese dalle correnti, conformemente a una logica che minava l’effettività dell’unità associativa rendendola formale e vuota di contenuti.

L’A.N.M. non era una sede aperta di riflessione e confronto sulla “politica” giudiziaria, bensì luogo dove le correnti depositavano i propri deliberati interni.

E il fatto che “ci si contava” veniva scambiato per esercizio di democrazia.

L’occasione sorse in relazione alla nomina del presidente dell’A.N.M..

Nessuno contestava che la carica spettasse a Unicost, corrente di maggioranza relativa. Ma il candidato, Giacomo Caliendo, era discusso per un comportamento tenuto, tempo prima, quand’era componente del C.S.M., in una vicenda che toccava la P2.

Soprattutto allora (le liste di Gelli erano state scoperte nel 1981) l’atteggiamento verso la massoneria piduista non poteva non rappresentare un discrimine.

Chi non aveva compreso il significato della vicenda (anche la magistratura era risultata pesantemente infiltrata dalla presenza massonico-gelliana) poteva forse rappresentare la magistratura?

Nessuno, si badi, addebitava a Caliendo compromissioni con la P2. Ma aveva accettato di effettuare un intervento sui magistrati di Milano, chiestogli dal noto Zilletti in favore del banchiere Calvi, uomo di Gelli.

Era evidente l’inopportunità in quel frangente di scegliere lui a presidente dell’A.N.M..

Il disagio esisteva. Nessuno, però, se ne faceva portavoce, nessuno lo manifestava, secondo il tipico stile di mormorare nei corridoi, ma non assumersi la responsabilità di ciò che si mormora.

Tacevano per lo più i rappresentanti di altre correnti, succubi della falsa idea della non-interferenza negli affari interni di una corrente diversa dalla loro; tacevano i rappresentanti di Unicost pervasi dalla logica di campanile.

Unicost era, in fin dei conti, l’eterno correntone reduce di una mal digerita fusione tra impegno Costituzionale e Terzo potere. E “doveva” dare dimostrazione di forza.

In questo contesto pochissime persone (Mario Almerighi, Vito D’Ambrosio, Enrico Di Nicola, Ubaldo Nannucci, Memmo Nataloni, Giovanni Tamburino, Vladimiro Zagrebelsky e pochi altri) non tacquero. Fu una presa di posizione impopolare (eravamo tutti di Unicost) e difficile anche umanamente perché nulla di personale ci opponeva a Caliendo.

Esponemmo le nostre ragioni in un drammatico dibattito in seno al comitato di coordinamento di Unicost. E le scrivemmo in un manifesto che rappresentò l’atto di nascita di un dissenso di metodo e sostanza. L’atto di nascita di quello che sarebbe diventato il “Movimento per la Giustizia”.

Casualmente tale manifesto fu stampato su carta verde. Da ciò il nome di “verdi” che, all’inizio, venne usato per designare anche con una punta spregiativa il piccolo gruppo di persone che avevano rotto la regola imperante della lottizzazione correntizia per riaffermare un dibattito aperto.

Come accade, gli “eretici” avevano posto un problema reale.

Presidente dell’A.N.M. venne eletto Sandro Criscuolo, un collega di Unicost da tutti stimato e che, in tempi anche allora durissimi (chi dimentica i quotidiani, ignobili attacchi contro la magistratura dello strapotente presidente del Consiglio dei ministri Craxi?), diede prova di grande dignità e capacità.

In seguito, tra il 1987-88, quello che era il dissenso cominciò a strutturarsi. Nacque un gruppo che si staccò progressivamente da Unicost e nel quale confluirono altri colleghi, di diversa provenienza, in gran parte di M.I., che si riconoscevano nelle posizioni di Stefano Racheli e diedero vita a Proposta.

Le ragioni di questa evoluzione furono varie.

Anzitutto la constatazione che in Unicost prevaleva l’intolleranza verso il dissenso interno di chi si sforzava di porre all’attenzione della maggioranza temi che sarebbero divenuti cruciali di li a poco: questione morale, efficienza degli uffici, controllo di professionalità, giustizia come servizio.

Toccammo con mano, allora, che il decantato pluralismo di Unicost cedeva alla volontà di apparire gruppo egemone e compatto.

La scarsa sensibilità che incontrarono i richiami alla “questione morale”, che fin da allora mostrava la propria consistenza (il rapporto massoneria-magistratura, ma anche la questione degli arbitrati, il clientelismo, le prassi incoerenti nelle nomine dei direttivi, le crepe profonde che apparivano in certi uffici, ecc.), ci fece comprendere che le correnti tradizionali, tutte, seppure in misura diversa e per ragioni diverse, erano spesso imprigionate da meccanismi che impedivano di affrontare senza reticenze i temi più urgenti e difficili della magistratura.

In secondo luogo una profonda divergenza sull’importanza della professionalità ci portò a sostenere la candidatura di Giovanni Falcone all’incarico di dirigente dell’ufficio istruzione di Palermo, nella nota contrapposizione con il candidato – palesemente meno idoneo per quel posto – Antonino Meli.

Come noto, taluno, dall’interno del C.S.M., giunse a convincere Meli a revocare la più congeniale domanda per la presidenza di un Tribunale, al solo scopo di gettare la candidatura dell’allora anzianissimo magistrato contro quella di Falcone.

Fu l’atteggiamento assunto in questa sconvolgente vicenda dalla maggioranza degli esponenti di Unicost e di M.I. nel C.S.M. maggioranza decisiva nel far prevalere la candidatura Meli su quella di Falcone ciò che mostrò alla maggior parte di noi l’incompatibilità della permanenza nelle correnti di provenienza.

Di qui la nascita del Movimento per la Giustizia – Proposta ‘88, l’anno in cui i due gruppi diedero vita alla fusione.

A partire dal primo congresso, svoltosi quell’anno a Milano, le posizioni del gruppo sono diventate, in gran parte e in relativamente breve tempo, patrimonio diffuso nella magistratura, nonostante le iniziali fortissime resistenze, nonostante i tentativi, attuati persino con una precipitosa manipolazione della legge elettorale relativa al C.S.M. del 1990, di farci scomparire dalla scena della magistratura associata e dal C.S.M., e nonostante il distacco, che tuttora rimane, tra l’apparente condivisione delle parole d’ordine del “movimento” e le prassi che spesso le tradiscono».


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Fin qui il documento del Movimento.

Vent’anni dopo la situazione dell’A.N.M. è, come dicevamo, identica e, anzi, peggiore e il Movimento per la Giustizia, che, come accennato, avrebbe dovuto essere “movimento rivoluzionario” e non “corrente”, vale a dire realtà radicalmente diversa da ciò che intendeva combattere, è divenuto, invece, a pieno titolo una corrente fra le altre.

Ciò è tanto vero che, quando, nell’imminenza delle elezioni del novembre scorso per il rinnovo del Comitato Direttivo Centrale dell’A.N.M. si sono levate critiche che hanno descritto la situazione dell’A.N.M. negli stessi termini tratti dal documento testé riportato, molti dirigenti (paradossalmente anche appartenenti al Movimento) si sono indignati e hanno emarginato con durezza le voci critiche, definendole idee in contrasto con gli indirizzi dei gruppi.

Certo il Movimento ha meriti da non dimenticare. Da ultimo, un contributo decisivo alla stesura e approvazione della delibera sui magistrati fuori ruolo.

Il Movimento è stato certamente una ricchezza per la vita associativa dei magistrati, al pari di altre correnti e di altre esperienze.

Ma ormai è il sistema nel suo complesso a essere desueto e proprio la storia del Movimento (apposta ne abbiamo parlato) sta lì a dimostrare che ad accettare le regole di “questo” sistema si finisce per contribuire alle sue degenerazioni.

Le dimissioni di Stefano Racheli, dovrebbero, dunque, indurre tutti a chiedersi quale sia la strada di una vera rivoluzione.

E’ vera cecità politica pensare che la “moralità media” di un gruppo, in quanto superiore a quella degli altri gruppi (circostanza, s’intende, tutta da dimostrare), possa qualificare “politicamente” in modo positivo il detto gruppo.

Si deve, infatti, osservare in proposito come oggi il parametro di riferimento, al fine di effettuare un giudizio politico, appaia essere, con tutta evidenza, la capacità e la volontà di uscire da un sistema che fa acqua da tutte le parti: non c’è dunque qualità personale “morale” che possa essere spacciata per qualità politica positiva se in definitiva questa moralità supporta una politica improntata all’hic manebimus optime,

Nessuna corrente ovviamente è disposta a mettere in discussione non tanto i singoli “abominevoli misfatti” che reciprocamente ognuna ascrive alle altre, ma lo schema logico che li consente tutti.

La deriva davvero più che preoccupante, presa dalle correnti – anche dalle “migliori” – e lo stato, decisamente non “sano”, della vita dell’A.N.M. e del circuito complessivo dell’autogoverno dovrebbero indurre a “fare qualcosa”: per prendere atto con franchezza di tutto questo e insieme per provare (almeno provare) a cambiare le logiche che allo stato frustrano il lodevole impegno di tanti, sacrificandolo a quella che viene presentata (e che in passato era) come una battaglia fra ideali, ma che si è ridotta ormai solo a una triste, dannoso e, purtroppo, suicida marchingegno spartitorio di potere.

Alcuni affermano che criticare l’attuale stato dell’autogoverno significhi “gettare fango” sul C.S.M..

Ma siffatta affermazione è falsa: è l’autogoverno a non amare se stesso, dato che l’unico modo di difendere l’autogoverno è che esso si renda “difendibile”, per evitare di essere travolto dagli eventi.

Non a caso, si parla sempre più spesso e sempre più a voce alta di:

- separazione della Sezione Disciplinare dal C.S.M.;

- nuova disciplina della responsabilità civile dei magistrati;

- controllo politico della “facoltatività di fatto” dell’azione penale;

- partecipazione di “estranei” ai Consigli Giudiziari;

e tanto altro.

E ciò non solo perchè “gli altri” sono “cattivi”, ma perché la magistratura nel suo insieme è ormai, così com’è e come si propone, davvero poco difendibile!

Continuare a dare sempre e solo la colpa “agli altri” e rifiutarsi con ostinazione di guardare autocriticamente al nostro interno è oggi, a mio modesto parere, un autentico suicidio politico del quale porteremo per sempre la gravissima responsabilità.

Per questo molti magistrati alle elezioni del C.D.C. di cui si è appena detto si sono astenuti per indurre tutti i nostri colleghi a riflettere sulla situazione dell’A.N.M..

In quelle elezioni, per la cronaca, il Movimento per la Giustizia, Articolo 3 e Magistratura Democratica (dalle quali provenivano gran parte degli astensionisti) hanno riportato il 24% in meno dei consensi ottenuti nelle precedenti elezioni del 2003.

Di questa sconfitta non c’è traccia di analisi alcuna né nel sito del Movimento per la Giustizia né in quello di Magistratura Democratica.

Né essa sembra avere indotto alcuna riflessione autocritica che possa innescare costruttivi cambiamenti sostanziali nella vita di quei gruppi e dell’A.N.M..

L’A.N.M. è oggi retta da una giunta “di minoranza” (opportunamente definita come un “ossimoro” da Sergio Palmieri in un articolo che può leggersi a questo link), che “sta in vita” grazie alla “non sfiducia” del Movimento per la Giustizia e di Magistratura Democratica, nella evidente e dichiarata attesa di una imminente ennesima “giunta unitaria”, che vanificherà del tutto, come ben spiegato sempre da Sergio Palmieri nel suo scritto testé citato, i risultati delle elezioni, rendendo anche formalmente “non democratica” una associazione già in forte crisi di democrazia (sul punto abbiamo pubblicato in questo blog uno scritto di Stefano Racheli dal significativo titolo "L'Associazione Nazionale Magistrati è gestita democraticamente o c'è aria di regime?")

Le argomentazioni che precedono non intendono ovviamente essere un atto di accusa nei confronti di nessuno, ma aspirano solo a stimolare in tutti e in ciascuno una profonda, personale riflessione critica.


1 commenti:

Anonimo ha detto...

Forza Magistrati, avete tutte le risorse necessarie a mettere in atto le riforme che riguardano il vostro Ordine. Non permettete che sia questa politica a intervenire sul mal funzionamento del sistema giudiziario. L'intervento di Napolitano ieri al CSM può essere assimilato ad un padre che dice ai due figli litiganti: combinate quello che volete purché non bisticciate tra voi. Da cittadino italiano, vittima dell'attuale giustizia, sono preoccupato.
bartolo iamonte