«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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giovedì 4 giugno 2009

Contro il relativismo etico ed epistemico

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di “Menici60d15





Traggo spunto dal dibattito svoltosi in calce al post “Il relativismo etico fa “spudorata” la politica”.

Ringrazio Felice Lima per le parole di stima, che ricambio, per gli insegnamenti, e per l’accoglienza che generosamente offre col suo sito a chi come me pensa, con Orazio, “Non ho voluto giurare sulle parole di nessun maestro / dove la tempesta mi porta lì sarò ospite”.

Luigi Morsello, che mi ha anche scritto un’email burbera ma cortese, nella quale si lamenta, come altri hanno già fatto sul blog, di una mia cripticità e misteriosità, ha ragione a diffidare.

Il suo fiuto non l’ha ingannato: sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione” (Luca, 12,51).

Non prendo certo la penna per fare i complimenti al potere costituito.

D’altro canto, Morsello, che, leggo nel suo profilo utente, oltre che essere siciliano è stato un alto dirigente dell’amministrazione penitenziaria, dovrebbe capire che il potere può imporre anche carceri senza sbarre, che obbligano ad assumere, contro la propria volontà, determinati comportamenti; che visti dall’esterno appaiono anomali.

Il carcere invisibile ha dinamiche diverse da quello materiale.

Come la lotta con un avversario invisibile: di recente ho sentito a una conferenza pubblica un intervento fuori programma di Gironda, portavoce di Gladio e responsabile della guerra psicologica, che ha fatto l’esempio di due che fanno a pugni, dei quali uno è invisibile.

Ai passanti, quello visibile sembra un matto che sferra pugni in aria, o schiva come se gli stessero dando un pugno.

Se però, per evitare di passare per matto, stesse fermo e facesse la persona distinta, ho pensato, prenderebbe un sacco di botte.

E’ una situazione nella quale il soggetto viene messo a dover scegliere tra due possibilità entrambe spiacevoli. I colleghi – o i superiori – anglosassoni di Gironda la chiamerebbero una “Morton’s fork”.

Gli “ospiti” di Morsello soffrivano in una maniera che non è paragonabile al disagio torpido di chi viene privato della libertà senza essere costretto fisicamente in una cella; ma la loro condizione e il loro lamento erano chiari.

Nessuno diceva che non erano carcerati ma erano invece affetti da una grave forma di agorafobia, che li portava a starsene inspiegabilmente rintanati in una cella invece di uscire dal carcere e andarsene per i fatti loro, sordi ai pressanti inviti in questo senso del direttore e degli agenti di custodia.

Se invece c’è una forma nascosta e non dichiarata di reclusione, con le sue punizioni, che, quando non l’impedisce del tutto condiziona, sia distorcendola, sia obbligandola ad adottare alcuni espedienti, la comunicazione con l’esterno, il messaggio suonerà strano ai più.

Oltre a ciò, come se non bastasse, anche se si è liberi, a mano a mano che si cerca di approfondire un problema spesso i concetti diventano più difficili, contrari al senso comune, e confusi; perché inseguono una realtà che è intrinsecamente difficile e a volte caotica; e i limiti di chi scrive appaiono più evidenti; questo è uno dei motivi per i quali la rivista medica Lancet riconosce, nelle istruzioni agli autori, che occorre coraggio per rendere pubblica una propria ipotesi. Coraggio o sventatezza.

Risolvere un problema significa sciogliere i suoi nodi, ma a volte la procedura per sciogliere un nodo che si è trovata non è più facile del nodo stesso.

Soprattutto se quel problema è per di più “blindato”, perché riguarda grandi interessi.

Luigi Morsello di certo sa bene come l’autorità provveda a sbarrare tutte le molteplici vie di passaggio tra ciò che deve restare chiuso e l’esterno.

Queste misure sono prese non solo a livello materiale, ma anche a livello ideologico.

Per quanto mi riguarda, quel poco che scrivo appartiene al genere dei testi scritti in situazioni di privazione della libertà personale a scopo censorio.

Un genere onorevole, che comprende ben altre opere di ben altri autori; e ciò che non ho scritto dal 1997, anno della mia ultima pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, e anno della discesa del trattamento da parte dello Stato al di sotto della soglia minima di libertà, appartiene al genere dei testi censurati con la privazione della libertà personale.

Ritengo pertanto di essere nel mio diritto adottando alcune misure precauzionali come l’uso di uno pseudonimo (non sono anonimo al webmaster), del resto lecite su internet; contrarie alle mie preferenze, e da addebitarsi alle situazioni create dalle istituzioni corrotte.

Questo per la “misteriosità”; l’altra critica di Morsello, per la quale i concetti che propongo non sarebbero sufficientemente chiari, e sarebbero chiari solo ad alcuni lettori più ferrati, mi preoccupa di più, perché la ricerca della chiarezza è un obbligo primario per chi propone idee.

Su impulso del Direttore Morsello, che deve aver ricevuto in passato prodotti di artigianato carcerario, presento il seguente commento, nel quale cerco di chiarire meglio quanto penso sul relativismo etico ed epistemico, e di rendere quindi più comprensibile ciò che ho scritto in proposito.

Mostro anche un’applicazione della critica al relativismo epistemico, considerando la discussione in corso sul testamento biologico.

* * *

L’appello al relativismo etico è un artificio ideologico per sottrarsi all’etica, o alla ricerca di un’etica comune.

Sul piano teorico, il relativismo etico gioca sull’equivoco tra il culturale e l’etico, e tra il descrittivo e il prescrittivo.

E’ vero che c’è di fatto un pluralismo culturale, che determina un pluralismo di scale di valori; e conseguentemente c’è un relativismo culturale, e una forte tendenza a etiche “domestiche”.

E’ anche vero che il pluralismo culturale di per sé va rispettato.

Ma l’etica è prescrittiva; e tende proprio a questo, a unificare sotto regole universali visioni diverse; a impedire che ciascuno si faccia la sua legge.

Deve tenere conto del relativismo culturale, ma sempre andando nella direzione di cercare di ridurre tale relativismo riguardo alle convenzioni sui rapporti con gli altri.

L’etica è in certa misura intrinsecamente opposta al relativismo culturale, in quanto opposta alle concezioni particolari, siano esse del singolo o del gruppo.

L’etica è ricerca pratica, per impedire, a costo di sacrificare gusti, preferenze o tradizioni, che ci facciamo del male tra noi.

Ed è ricerca dell’universale, perché il suo ruolo è sistemico, essendo quello di fare in modo che tutte le varie componenti della macchina sociale interagiscano senza danneggiarsi.

L’etica non è un semplice attributo culturale tra i tanti che caratterizzano un gruppo.

E’ la grammatica comune che oltre a valere all’interno del gruppo deve, soprattutto oggi, consentire ai diversi gruppi di avere relazioni non distruttive.

L’etica per essere efficace dev’essere come una lingua franca.

Non si deve andare in giro per il mondo a fare i crociati per imporre ad altri popoli le nostre regole; ma ovunque vi è una comunità culturalmente eterogenea chi è interno alla comunità dovrebbe auspicare che vi sia un’unica etica condivisa, per quanto possibile.

Si può obiettare che ciò costringe a passare da un’etica spontanea a forme imposte di etica.

In parte è vero, ed è un problema; ma è anche vero che le etiche spontanee hanno in loro i semi di tale imposizione, ad aggiustamenti che comunque non sono catastrofici, visto che esiste una base morale naturale condivisa.

La cultura (parola che viene da “coltivare”) è crescita, ma l’etica è limitazione: è quella parte della cultura che nega sé stessa.

L’etica trascende il piano culturale nel quale affonda le sue radici.

In un certo senso, l’etica, che è censura di determinati comportamenti, non è essa stessa “buona”.

E’ necessaria e salvavita ma non particolarmente piacevole.

L’etica strozza il relativismo per evitare che ci strozziamo tra noi; un’etica relativistica è una contraddizione in termini.

L’attuale multiculturalismo dovrebbe essere un ulteriore motivo per impegnarsi nell’evitare il relativismo etico.

Propugnare l’abbattimento delle barriere tra i popoli, la convivenza delle religioni, e insieme il mantenimento di etiche diverse mi pare un’altra contraddizione che svela il carattere strumentale della globalizzazione.

In una società multietnica e multiconfessionale l’etica, questo superego pubblico arcigno e insensibile, liquidando entro un’unica popolazione comune le varie “unità etiche”, senza annullarne le rispettive altre componenti culturali, può essere un mezzo di affratellamento. Naturalmente così il problema si sposta su quale etica comune si adotta.

Ma il relativismo non è una soluzione.

L’etica è coercizione, è obbedienza a regole superiori. Ma non ai “guardiani” o ai “sacerdoti” delle regole: la Chiesa contrappone al relativismo etico un assolutismo dittatoriale, nel quale è lei, come viceré di un Re che non si vede, che legifera e giudica.

Un’attività di potere che a volte pratica il relativismo etico, o il relativismo epistemico, per esempio restringendo la definizione degli omicidi che ricadono sotto il Quinto comandamento.

Clero e Dio sono due entità ben distinte, e la seconda è in realtà molto meno problematica della prima.

E’ vero che i principi etici e il senso del loro rispetto ci vengono dalla religione.

Ma siamo diventati adulti, o vecchi, e Dio è morto. Dio è morto, ma dobbiamo venerarne le memoria, onorando ciò che ci ha lasciato, princìpi etici elevati.

Sul piano umano, un’etica assoluta non toglie la possibilità di dissenso, né toglie vera libertà. Impedisce di discutere se l’omicidio vada “sdoganato”, ma invita a discutere se è lecito derubricare da omicidio doloso alcuni atti volontari egoistici che provocano i morti sul lavoro, o la morte dei pazienti.

L’etica non è in sé piacevolissima, e reprime, ma può conferire un senso di nobiltà, che proviene, per chi lo prova, dal collocare i principi etici sul piano religioso, il piano superiore all’umano che l’uomo si dà, del quale la fede in una religione confessionale è solo uno dei possibili occupanti; l’etica diviene così una sottomissione spontanea che nobilita.

Penso che rifiutare l’idea, più patetica che presuntuosa, di essere “signori e padroni”, ma considerarsi sempre sottoposti a qualcosa di più grande, conferisca dignità, sicurezza e stabilità; e porti a rifiutare di sottomettersi alla prepotenza dei propri simili.

Questo qualcosa dev’essere però un’entità veramente grande, che indiscutibilmente sovrasti, come dei principi etici immutabili.

Il relativismo etico sminuisce l’importanza di tale piano religioso, inducendo a considerare l’etica come una variabile culturale come un’altra, facendone quasi una questione amministrativa: tu hai questi codici, ma l’altro ne avrà altri, diversi ma di pari dignità.

Ciò spinge a cercare degli assoluti altrove; e a rimanere preda di illusioni peggiori di quella, costruttiva, dell’esistenza di principi etici assoluti.

L’altro ideologismo, il relativismo epistemico, ha le sue pezze d’appoggio teoriche nella consapevolezza che la conoscenza poggia “non su solida roccia ma su palafitte”, come disse Popper a proposito della conoscenza scientifica. Medawar ha osservato che alcuni hanno un gusto perverso nel sottolineare la fragilità della nostra conoscenza.

E’ scorretto trasporre i rovelli filosofici sulla conoscenza in sede pratica.

Uno dei primi casi famosi di tale intellettualizzazione fuori luogo fu quello di Pilato quando chiese “cos’è la verità?”.

Un giudice che dicesse questo in aula sarebbe come Totò chirurgo, che durante una laparotomia si ferma, contempla ed esclama: “che cos’è la macchina umana!”.

Dal teoretico al furfantesco il passo non è lungo: dietro la scusa che non sappiano bene cos’è la verità si può manipolarla, sopprimerla, capovolgerla in mille maniere.

Ciò può essere ottenuto alterando la percezione dei fatti, alterando l’interpretazione, o indirettamente, agendo sui metodi di raccolta dei fatti e di interpretazione.

E’ importante osservare che anche la richiesta di standard eccessivamente rigorosi può essere usata per censurare.

Oggi le tecniche di manipolazione dell’informazione e le tecnologie permettono ai potenti di plasmarsi – con l’inganno ma anche con la violenza – un verità su misura.

Esistono decine di definizioni filosofiche della verità, e infiniti artifici per alterarla o sopprimerla del tutto.

Ma la vecchia verità per corrispondenza, “adequatio rei et intellectus”, resta il “gold standard” insuperato.

Entrambi i relativismi hanno preso piede, con cronologie diverse, negli ultimi decenni del Novecento.

Ed entrambi appaiono riflettere le esigenze del capitalismo e della sua evoluzione storica.

Il relativismo etico, propagandato al grande pubblico, serve a sciogliere le pastoie etiche che ostacolano la ricerca del profitto sulla quale il sistema si basa. Castoriadis ha osservato che il capitalismo ha consumato l’eredità storica che comprende “l’onestà, l’integrità, la responsabilità, la cura del lavoro, le attenzioni dovute agli altri”.

Il relativismo etico ha un ruolo attivo in tale degrado.

Pochi giorni fa ho sentito in tarda serata su Canale 5 una conduttrice di punta, un modello per le giovani generazioni, spiegare che all’inizio della carriera si concedeva per interesse, perché non voleva mangiare panini ma preferiva i ristoranti di lusso; presentando tale scelta come una possibilità lecita tra le varie opzioni possibili.

“Questa relativista”, ho pensato “sta istigando le giovani al relativismo”.

D’altra parte l’industria alimentare e quella della medicina estetica potranno attendersi un incremento del volume d’affari, se il messaggio passerà.

Speriamo che le giovani ascoltino il commento fatto in studio da un ospite, che con questo sistema ora le ragazze devono concedersi per avere il panino: il “relativismo” non è un buon affare.

Il relativismo etico consente inoltre di formare dei segmenti di mercato, che ottimizzano l’applicazione di scelte politiche senza creare eccessivi traumi.

Esempio la recente richiesta di applicare il relativismo etico al testamento biologico, cioè a una questione di vita e di morte.

C’è qualcosa che non va se si considera come una questione di relatività culturale la liceità di affrettare su larga scala la morte mediante la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione.

L’accorciamento della vita è una questione di preferenze personali, come per un qualsiasi prodotto?

“Sparatevi Breda” ha scritto Marcello Marchesi, umorista e pubblicitario, che aveva visto giusto.

Il relativismo epistemico, maggiormente rivolto alle elites, ha un suo nucleo nell’ammorbidimento dei criteri epistemologici di scientificità, da parte di autori come Quine, con l’avvento del consumismo: la tecnologia e l’innovazione industriale, mentre usurpano il nome e quindi il prestigio della scienza, hanno bisogno di una scienza servizievole e asservita, docile garante del lancio continuo di nuovi prodotti, e non ostacolo, con la sua capacità di evidenziarne l’inefficacia, l’inefficienza o la dannosità.

Una scienza che sulla scena figura come regina, e nella realtà dietro le quinte è la serva della compagnia.

Di recente Giannuli, nel suo “L’abuso pubblico della storia – come e perché il potere politico falsifica il passato” (2009) ha trattato dell’aggiustamento dei metodi e dei fatti in campo storiografico.

Il relativismo epistemico serpeggia nella cultura comune, rappresentato ad esempio dall’uso di citare il celebre film “Rashomon” per sostenere che la verità non è unica, ma è soggettiva.

Un altro segno del relativismo epistemico è lo spaccare la verità in “verità giudiziaria” e “verità storica” riguardo a fatti e reati estremamente concreti, come una bomba in una piazza o in altri luoghi pubblici.

Flores d’Arcais di recente ha giustamente osservato come in Italia sia ormai inveterata la prassi mediatica di degradare le verità di fatto scomode ad opinioni personali di chi le presenta, passo che Arendt considera un indice di totalitarismo in agguato.

Ormai le parti del ragionamento vengono trattate, anche da chi ha ruoli intellettuali, con l’arbitrarietà con la quale Humpty Dumpty usava le parole.

Il relativismo epistemico confluisce in quello culturale: conta il valore culturale, la coloritura emotiva, dei concetti, non la loro corrispondenza al reale.

Un caso importante di ciò è dato dalla discussione, o meglio dal lancio, del testamento biologico, nel quale ha avuto un ruolo di punta, senza dubbio in buona fede, lo stesso Flores d’Arcais.

La discussione si è basata innanzitutto su una rigorosa censura della dimensione economica del problema e degli interessi in gioco (bisognerebbe onorare anche quell’altro morto, Marx, salvandone la parte valida dell’opera, cioè il tema dell’importanza dei fattori economici nel determinare le sovrastrutture sociali); e ha poi considerato casi reali ma particolari, ignorando la gran massa dei casi pertinenti, commettendo una fallacia di generalizzazione, considerando ciò che è valido solo secundum quid come valido simpliciter.

Il problema è stato infatti identificato coi casi di Welby e Englaro, la persona senza corpo e il corpo senza persona, che sembrano scelti da un’agenzia di pubblicità o da uno sceneggiatore di Hollywood.

Welby, l’artista ancora giovane, intelligente e sensibile, inchiodato in un letto, o nel suo stesso corpo; e la bella e fresca Eluana, addormentata senza possibilità di risveglio, rappresentano casi reali, ma sia rari che particolari: la probabilità di un fine vita del genere è inferiore all’1%.

Non solo, ma i casi in sé, quello dello stato vegetativo che si protrae per anni, e degli esiti finali della distrofia muscolare, presentano problematiche che non sono quelle delle morti comuni; dove solo in una minoranza di casi è conservata la piena lucidità di Welby, o ci sono prospettive di sopravvivenza fisica indefinite di anni e anni come per Eluana.

I casi di Welby ed Englaro hanno assunto il significato simbolico, esistenziale, che si prestavano ad assumere. E culturalmente sono divenuti il simbolo del morire.

Non si dice che, così come gli USA non sono abitati se non in piccola parte da cow boys, nella maggior parte dei casi non si va verso la morte in questo modo.

E’ vero che nella piccola minoranza di casi come Welby o Englaro si pongono effettivamente problemi come quelli discussi.

E che in altri rari casi si pone addirittura il problema dell’eutanasia (argomento che per il momento in Italia si tiene da parte, per non spaventare).

Ma il testamento biologico in molte situazioni comuni non dovrebbe essere necessario, e comporta dei rischi per il paziente.

La sospensione di alimentazione e acqua ha tre valenze, che possono essere variamente innestate in sequenza:

a) Fattore nocivo che provoca la morte in un individuo che altrimenti, adeguatamente trattato, sarebbe sopravvissuto. Distinto in due sottocategorie:

a1) su soggetti sani. Es. il conte Ugolino e i suoi figli.

a2) su soggetti già malati o debilitati, ma recuperabili. Es. il bunker dalla fame ad Auschwitz, Massimiliano Kolbe e i suoi compagni.

b) Fattore che affretta la morte in uno stato irreversibile di malattia mortale. Distinto in due sottocategorie:

b1) come fattore aggiunto; es. su un paziente con un cancro in stadio avanzato, defedato, che non è in agonia, ma può entrarvi.

b2) come interruzione di un’alimentazione e idratazione che si erano già interrotte per malattia, ed erano state vicariate con mezzi artificiali. Es. Eluana.

c) Misura palliativa nell’agonia.

Va notato che in ambito medico la serie si autoalimenta e si autogiustifica: ogni stadio causa biologicamente il successivo, nel quale la misura risulta moralmente più giustificata che nel precedente.

E’ un sistema a doppia spirale: si aggravano le condizioni cliniche e si rafforza la motivazione morale a proseguire.

Le “spirali”, i circuiti a feedback positivo, sono frequenti in fisiopatologia: la sospensione di idratazione e alimentazione è una misura classificata come compassionevole che ha i meccanismi di una malattia e mima una malattia.

Questa scala, che può essere rifinita o rivista, mostra come un intero asse di valutazione sia stato ignorato, oltre alle altre variabili già dette.

Un altro compito dei vari esperti e delle varie istituzioni sarebbe dovuto essere quello di identificare e sbrogliare le combinazioni lecite e illecite di questa scala nelle varie circostanze.

Si sarebbe dovuto inoltre tenere presente la possibilità offerta da questa scala, per le sue caratteristiche di spirale doppia, di essere risalita confondendo le varie situazioni e scambiando la causa con l’effetto.

Tale “escalation retrograda” può spiegare l’insistenza, un poco sospetta, su questa particolare misura: consente di poter adottare con bassi rischi legali e d’immagine forme pilotate di decesso.

Un’insistenza che ha trovato la contrarietà di un tecnico ben accreditato, il prof. Ranieri, direttore della Rianimazione alle Molinette.

Questo rianimatore, non credente, sostenitore della “desistenza terapeutica”, ha affermato che lui sarebbe stato d’accordo a non praticare ad Eluana trasfusioni in caso di emorragia, e non somministrarle antibiotici in caso di polmonite; ma che “non avrebbe dormito la notte” se le avesse tolto alimentazione e liquidi (“Non le toglierei mai l’alimentazione” la Stampa, 21 gen 2009).

Sarebbe interessante approfondire le sue posizioni.

Invece con Eluana si è battuto molto sulla sospensione di cibo e acqua, nella forma “b2+c”; su soggetto giovane, con decorso della malattia di base particolarmente lento e quindi doloroso per i familiari.

Per valutare gli effetti di questa liberatoria, anzi questo trasferimento a terzi della podestà sul proprio corpo, che corrisponde alla richiesta di sospendere cibo e idratazione a giudizio dei medici, si dovrebbero considerare altri scenari.

Un caso diverso, e molto più comune di quello di Welby o Eluana è lo “c” puro: la sospensione dell’alimentazione e idratazione nello stato irreversibile e conclamato di agonia per una comune malattia dell’età anziana, una misura palliativa per il morente che è lecita e non è una novità.

Ma col testamento biologico potrebbe dare luogo ad abusi, incoraggiando il “portarsi avanti col lavoro” cioè anticipando la morte con l’anticipare la misura palliativa, se conviene; divenendo così un “b2+c” o un “b1+c”.

Un altro scenario, che diverrà tristemente comune, tanto da assumere dimensioni generazionali, è quello che sotto mentite spoglie percorre l’intera serie, “a2+b+c”: quello dell’anziano, in una casa di riposo, la cui demenza senile, e quindi la non autosufficienza, si aggravano. Qui il testamento biologico può essere la firma della propria condanna.

All’anziano che sta andando verso le forme più avanzate della demenza senile, che non sa più vestirsi, non parla e non comprende, è incontinente, va controllato perché assume comportamenti pericolosi, bisognerebbe aumentare l’assistenza infermieristica, con una riduzione dei profitti per la casa di cura, e con l’effetto clinico di doverla aumentare ulteriormente in futuro.

Invece di aumentare l’assistenza, se non ci sono motivi per essere prudenti, come una supervisione assidua e competente di parenti reattivi e forti, l’amministratore, che vuole conservare il suo posto e anzi fare carriera, può lasciare invariata l’assistenza infermieristica, o meglio ancora ridurla un po’, e lasciare così che insorgano complicazioni, stato di denutrizione, scompensi metabolici, piaghe da decubito, infezioni.

In questo modo si metterà lentamente in moto una spirale patogenetica, che va verso il decesso, e le condizioni del paziente peggioreranno.

Invece di fermare la spirale, la si fa progredire. Poco dopo che le condizioni sono rappresentabili come sufficientemente gravi da non dover temere accuse penali, si considera il paziente morente, e si aggiunge la spirale della sospensione della alimentazione e idratazione: avendo in cartella il modulo “testamento biologico” firmato lo si lascia morire di fame e sete, con un decorso che richiede in genere dai 3 ai 15 giorni.

Giorni nei quali la persona muore di sete e di fame letteralmente. Si dice che il paziente comunque in questo stato non soffra; io ho visto che, soprattutto se trascurato, e negli ospedali vengono trascurati anche quelli che hanno voce ed escono vivi, può invece andare incontro a una morte lenta e terribile.

Alla porta della casa di riposo fanno la fila altri anziani, meno gravi e quindi più redditizi. Avanti il prossimo.

“Ho saputo che hai seppellito tua moglie” “Per forza. Era morta”.

Questa battuta viene riportata come esempio di humor inglese, e in effetti non è che faccia scompisciare.

Serve però a ricordare che certi atti sono leciti solo sotto determinate condizioni.

Non varrebbe la pena discutere di questi rischi di omicidio nascosto che il testamento biologico, e gli interessi economici che lo stanno promuovendo, comportano? Ma la gente davvero crede che ci sia tutta questa ansia di farli vivere ad ogni costo? Lo sa cosa sta firmando, firmando quei moduletti del testamento biologico?

Dopo l’aborto, dopo gli espianti di organi, non pensano bioeticisti, giuristi, legislatori, opinione pubblica, che vi sia una terza situazione che impone di definire legalmente e in termini precisi lo stato vitale, in questo caso quand’è che si entra nella fase terminale, entro la quale possono essere prese misure che altrimenti configurano gravi reati?

Se le cose devono andare così, se la vita non gode di particolari privilegi, se è tutta una questione di soldi; ma anche se, indipendentemente dal motivo economico, la soluzione praticabile fosse solo questa, non sarebbe doveroso ammetterlo apertamente e fare in modo che il decesso pilotato sia chiamato col suo nome e sia un affare il meno sporco possibile?

E, davanti allo spettro dell’eutanasia di routine, non si dovrebbe tornare indietro, fino a esaminare anche l’altro capo del problema, la medicalizzazione esasperata, l’imbocco del percorso che porta a queste situazioni?

Che la morte è un evento naturale e da accettare ci viene ricordato solo quando, seguendo il corso voluto dagli interessi commerciali, non è più utile all’industria medica illuderci sulle fantastiche capacità della medicina di darci la vita eterna.

Nessun uomo è un’isola, e la morte dell’individuo non è un problema esclusivamente privato come affermano i sostenitori del testamento biologico, ma di fatto attira l’attenzione degli altri.

Ed è giusto che sia così, e che quindi la modalità della morte dell’individuo rimanga entro forme accettabili per la società.

Sono proprio i sostenitori del testamento biologico a dimostrare questa valenza sociale della morte, propugnando un sistema di controllo del fine vita tutto sommato ipocrita, un lavarsene le mani che salva le apparenze ma che nel caso concreto può divenire una barbarie mascherata, alla quale può essere preferibile l’eutanasia.

Forse l’eutanasia di massa sarà introdotta in uno stadio successivo; e a quel punto sarà effettivamente un miglioramento, relativo.

Come ho già scritto in precedenza, non ho soluzioni certe; ma penso che per avere le migliori soluzioni possibili il primo passo, la prima laicità vera, sia di guardare in faccia la realtà e definire il problema nei suoi termini reali, rifiutando le sirene del relativismo epistemico.

Considerando quindi non solo in astratto i pazienti, i medici e la Chiesa, ma anche gli interessi economici e politici “laici”, le condizioni cliniche e psicologiche specifiche del malato, l’epidemiologia dei decessi e le relative caratteristiche delle varie tipologie, l’informazione, o la disinformazione, date al pubblico.

Considerando non solo il “chi decide” ma anche il “cui prodest” e quindi il “chi decide, in realtà”.

Anche il clero ha adottato il relativismo epistemico: i preti questa semplice circostanza del secundum quid, che conoscono fin troppo bene, e che costituirebbe un argomento forte per le tesi che dicono di sostenere, non l’hanno presentata ma l’hanno lasciata nell’ombra; e invece hanno retto il gioco agitando regole da incubo sull’obbligatorietà del sondino nasogastrico e degli altri tubi delle vie non orali, sul “proibito morire”, sulla vegetazione a oltranza; in modo da terrorizzare e spingere nelle braccia del partito del testamento biologico.

Come se non fossero anche loro avveduti manager dell’industria della sanità, che nelle loro tante strutture non buttano i soldi dalla finestra ma fanno quadrare i bilanci e sorridere gli investitori.

La discussione sul testamento biologico è anche un rito col quale viene confermata l’immagine che preferiamo della morte, questa realtà inaccettabile.

E il testamento biologico, una nuova resa al mercato, è stato presentato come un atto dove sensibilità e intelletto uniscono le forze contro la morte, per la dignità umana: non le permettiamo di torturarci, siamo noi che decidiamo.

In realtà, si è affondata la testa sotto la sabbia, si sono applicati all’etica e al razionale le colorate categorie del culturale. I fatti sono stati messi da parte.

Esiste da decenni un filone di estetizzazione della malattia, che tende ad avvicinarla ad una merce, ad un prodotto che può essere venduto al meglio impaccandolo e presentandolo opportunamente.

Coi casi Welby ed Englaro nell’immaginario collettivo la morte è stata ipostatizzata, in una forma terribile ma definita, e quindi contrastabile.

Si riafferma l’immagine della morte come si deve, col ghigno e la falce fienaia, la morte-persona contro la quale si può fare qualcosa.

Si esce dalla vita in maniera romantica, andando in coma dopo una gran zuccata, o ghermiti da una carogna come una delle malattie neurologiche degenerative che colpiscono i giovani; e dicendo: “basta”.

Ci sarebbero voluti dei biostatistici onesti per spiegare che nella maggior parte dei casi si muore secondo modalità meno letterarie; oppure dei poeti, come Eliot, a dire che quando il mondo finisce, spesso finisce “Not with a bang but a whimper”.


81 commenti:

Luigi Morsello ha detto...

Mi astengo da qualsiasi commento, ora e in futuro.
Il giudice Lima non mi faccia il torto di chiedermi se articoli come questo non debbano essere pubblicati, perchè sa bene che la risposta è sì, debbono essere pubblicati.
Ciò che però non si può chiedermi è di commentarli senza capirli, per cui siccome non li capisco non li leggerò affatto, considerato che la fonte mi fa capire che non li capirò perchè non sono culturalmente attrezzato per capirli.

Felice Lima ha detto...

Per il dr Morsello.

Gentile dr Morsello,

nessuno ha detto che Lei non sarebbe culturalmente attrezzato per capire questo o quest'altro.

E' stato anche detto chiaramente - da me - qual'è la questione: ognuno - per fortuna - ha i propri gusti e i propri interessi.

Non c'è motivo di individuare un lettore "tipo" e bandire dal blog tutto quello che non piace all'ipotetico lettore tipo.

Mi è capitato diverse volte di pubblicare post che non mi piacevano e scoprire che ricuotevano grandissimo consenso.

E viceversa, di pubblicare cose che credevo estremamente interessanti e notare che nessuno le leggeva (GoogleAnalytics consente di verificare quanti lettori leggono ciascun articolo del blog).

Ci dobbiamo allenare a una maggiore spensieratezza e tolleranza.

In questi giorni ci sono arrivati commenti particolarmente bizzarri e a volte decisamente offensivi da parte di "troll".

E' bello che, dopo un iniziale disorientamento, abbiamo "accettato" anche quelli.

Il modo con cui lavora la nostra mente fa sì che istintivamente tendiamo a scegliere sempre solo ciò che ci è affine.

Questo alla fine ci "chiude".

Finiamo con il frequentare solo gente che la pensa come noi, leggere solo cose che condividiamo, eccetera.

E' bello, specialmente quando non costa nulla e non ci impegna per la vita, scoprire anche altri modi di pensare e di essere.

In fondo questo è solo un blog.

E, se posso dirlo, trae le sue migliori qualità proprio dal fatto che, nonostante i "troll" che ho appena citato non riescano neppure a immaginarlo, questo blog è fatto da persone veramente diverse che pensano cose veramente diverse.

E quando mi riferisco a chi "fa" il blog, mi riferisco a tutti: scrittori e lettore. Tutti ugualmente indispensabili.

Ancora grazie dr Morsello per la pazienza che vorrà avere e per la Sua amicizia che è ricambiata di cuore.

Felice Lima

Felice Lima

siu ha detto...

Per poter comprendere, grosso modo, se ha ragione Luigi Morsello, nel dire:

"(...siccome non li capisco non li leggerò affatto,) considerato che la fonte mi fa capire che non li capirò perchè non sono culturalmente attrezzato per capirli."

oppure Felice Lima, quando scrive:


"Gentile dr Morsello,

nessuno ha detto che Lei non sarebbe culturalmente attrezzato per capire questo o quest'altro.",

penso di aver bisogno che qualcuno mi spieghi il significato, in questo post di “Menici60d15”, dell'inciso:

"(Su impulso del Direttore Morsello,) che deve aver ricevuto in passato prodotti di artigianato carcerario, (presento il seguente commento,)".

Le parentesi sono mie.

Con l'occasione saluto e ringrazio tutti; in particolare, e con ricambiata simpatia, Stefano-Besugo (per le sue parole sotto un altro post).

Besugo ha detto...

...sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione” (Luca, 12,51).

La missione rivoluzionria di Gesù


Gesù rivolge insegnamenti ai discepoli e alle folle
(Lc 12,49.54).

Verso i primi sintetizza la sua missione con tre immagini: egli porta il fuoco, riceve un battesimo, causa divisione. Il fuoco che riscalda, brucia, purifica assume nella Bibbia più significati, dal giudizio alla conversione. Qui, alla luce del contesto lucano, esprime il profondo desiderio di Gesù che la missione («sono venuto») di salvezza affidatagli dal Padre produca i suoi effetti; esso induce i ben disposti a un radicale cambiamento di vita e apre per i ribelli, attraverso una dolorosa purificazione, una strada che conduce alla fede. Gesù appare impaziente e senza pace finchè la sua persona non raggiunge tutti e li pone davanti a una decisione salvifica: le proposte di Gesù sono incendiarie e rivoluzionarie. Il battesimo riguarda Gesù stesso, la modalità onerosa della missione che comporta rinunce e sacrifici fino alla morte: battesimo equivale a immersione nel suo sangue. Egli sente l’angoscia, lo spavento, il terrore del Golgota e contemporaneamente aumenta il desiderio di giungervi, finché tutto sia compiuto. Sofferenza di uomo e desiderio di figlio di fare la volontà del Padre si scontrano e aumentano nel contrapporsi. Il parlare e agire di Gesù provoca reazioni a catena e coinvolge le persone e l’ambiente di chi ha aderito alla sua parola, secondo la profezia di Simeone a Maria: «Gesù è segno di contraddizione, per la rovina e la risurrezione di molti» (Lc 2,34). Questa verità è illustrata attraverso un testo del profeta Michea (7,6) che descrive l’aggravarsi della corruzione sociale con la rivolta piena di odio dei figli contro i genitori. Lo sconvolgimento dei rapporti affettivi segno della più grande trasformazione, costituisce per Gesù il primo passo verso una loro ricomposizione sull’amore a Gesù, nel quale tutto ritrova una più elevata valorizzazione. Chi trasmette un’autentica parola di Gesù non si stupisce dinanzi a qualche reazione violenta, come d’altra parte di fronte all’indifferenza il discepolo deve chiedersi se non abbia comunicato solo una parola umana o venduto sale scipito. La radicalità della scelta fatta da Gesù esige una risposta altrettanto piena e assoluta. È quanto si ritrova nell’atteggiamento di Geremia (1a lettura) imprigionato per aver aperto gli occhi sulla tragica situazione della città di Gerusalemme e nell’esortazione della lettera agli Ebrei a non perdersi d’animo nelle difficoltà e «a resistere fino al sangue nella lotta contro il peccato» (12,3-4). Il breve discorso alle folle (vv.54-59) è un atto di fiducia di Gesù nell’intelligenza umana capace di discernere lo sviluppo degli eventi. L’uomo si rivela abile nel prevedere l’evoluzione meteorologica (pioggia o caldo): cerchi anche di capire quei segni dello sviluppo del regno di Dio nella storia, quel momento favorevole (kairós) per l’incontro con Dio e «giudichi personalmente ciò che è giusto» (v.57): questo versetto che chiude il brano liturgico, più probabilmente è da unire ai seguenti che invitano i litiganti a mettersi d’accordo, anziché rivolgersi ai giudici, meno capaci, talvolta, a chiarire la verità dei fatti rispetto a chi li vive.

Besugo ha detto...

Per dotarsi di strumenti idonei alla decifrazione dei messaggi del dott. Menici60d15, la rete aiuta i comuni mortali a dotarsi di alcuni attrezzi necessari. Occorre tempo e pazienza.

Molto modestamente segnalo questo articolo:
La Psicoanalisi relazionale e l'epistemologia



Il BLOG UGUALE PER TUTTI è veramente impagabile.

Cordiali saluti

Anonimo ha detto...

Senza offesa per nessuno, mi dispiace che capitino queste incomprensioni ed è giusto chiarirle, ma a me sembra una specie di "bega" (nel senso che non se ne va fuori) di ben poca importanza rispetto al tema di fondo su cui il post (e quello da cui questo scaturisce) volevano farci riflettere.
Io sto ancora aspettando notizie dei famosi referendum "relativisti".
Comunque penso non abbia più tanta importanza, tanto pare che a nessuno interessi.

E' che partendo da quelli scaturirebbe secondo me un discorso inerente anche con gli scritti di menici.

Ad ogni modo pazienza.
Come giustamente dice il giudice Lima a volte pensiamo che un argomento sia stupido e suscita un sacco di interesse, altre volte al contrario restiamo senza confronti perché agli altri non interessa un granché ciò di cui vorremmo discutere noi.

Anche nel post "il corpo delle donne" pensavo ci sarebbero state più reazioni. Io lo sento spesso quel problema, sulla mia pelle. Ma forse in tempi difficili come quelli che viviamo oggi sembra un problema minore.

Silvia.

Luigi Morsello ha detto...

Francamente dr. Lima sono piuttosto sconcertato.
Lei è bravissimo a piegare le parole alla dimostrazione del suo assunto (nel 1991 era invece molto incazzato).
Vorrei mettere un punto fermo.
1) non sono un troll, termine che mi suona anche odioso (disturbatore sarebbe meglio);
2) nessuno ha mai scritto che non sono culturalmente attrezzato per ... se fosse accaduto sarebbe partita una bella querela;
sono stato io a dichiarare, con molta umiltà, di non essere all'altezza di leggere quegli articoli e, per fortuna, non esiste il reato di autodiffamazione;
3)non ho nemmeno detto mai e a nessuno che quegli articoli non debbono essere pubblicato o letti, ho solo detto oggi che io non li leggerò, lo ribadisco, perchè non li capisco; non so nè voglio sapere cosa significa 'epistemologia', sarebbe facile fare una ricerca ma non mi interessa e sa perché ? Perchè a 72 anni posso fare solo ciò che mi piace e dire, senza offendere nessuno, ciò che penso senza condizionamenti e anche, perchè no, "chiudermi" non essendo capace di seguire tutti gli stimoli che raccolgo, di leggere tutto ciò che vorrei leggere: ci vorrebbero molte vite.
Caro Besugo, anche il suo profilo è piuttosto scarno. Mi permetta di non raccogliere il suo invito col commento delle ore 10,58.
Ringrazio "siu" per avere estrapolato un inciso che evidentemente ha infastidito anche lei, io l'avevo lasciato perdere, posto che ho deciso, io e solo io, di non leggere Menici60d15.
Cosa significhi è stato ipotizzato in un altro post, io ne ho tratto questa interpretazione "4 nemici" che impediscono all'interessato di farsi conoscere in chiaro.
Spero che questa defatigante discussione abbia termine qui.
Faccio notare che io ci metto anche la faccia.

Anonimo ha detto...

Gent.mo Dott. Menici,

la definizione "sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione" è magnifica e denota - credo - un'umiltà non comune per un uomo della sua levatura intellettuale.
Il fatto che alcune sue espressioni siano porte spalancate, appaiano criptiche, anziché essere un limite mi sembra un grande pregio della sua prosa, poichè offre più chiavi di lettura di una realtà multiforme, in continuo divenire, complessa. La verità non si può esprimere altrimenti che con il silenzio oppure il linguaggio scelto dei misteri eleusini, incomprensibile per la stessa natura di quella verità ineffabile che cerca di tramandare.
Il linguaggio contemporaneo sovente, con la sua pretesa semplificatrice di delimitare con la squadra e la livella mondi che sono invece per loro natura infiniti, risulta violento e riduttivo. Penso agli antichi Greci, per i quali la pluralità di significati, sovente antitetici, di un termine, l'ambiguità, il contrasto fra luce e ombra erano una ricchezza, non un limite. Noi moderni non siamo più abituati ad ascoltare quel linguaggio antico, veicolo di un più profondo sapere. Continui a deliziarci con i suoi ragionamenti raffinati, l'eleganza della sua prosa, la sua cultura.

Con simpatia e vivo apprezzamento,


Irene

menici60d15 ha detto...

Psicoanalisi e budella

Caro “Besugo”, sull’enigmistica sul mio nick e sulla mia persona (“nemici”, “micine” “4 nemici che obbligano il signore in questione all’anonimato”) mi riservo di rispondere; non ho capito bene cosa c’entra la psicoanalisi con la ricerca razionale del vero e del buono. Poche ore prima un iscritto al blog mi ha mandato un’email per farmi sapere che, lui se ne intende, sono letteralmente un delinquente da galera; meglio allora parlare di psicoanalisi, che tanto si può sempre sostenere che c’entra. Solo, bisogna vedere come.

Per esempio, pur rispettando questa disciplina, non condivido una delle sue applicazioni di maggior successo: la cosiddetta “alleanza terapeutica”, alla quale secondo la vulgata si deve ispirare la relazione medico-paziente nella medicina clinica. L’alleanza terapeutica è un concetto introdotto in psicoanalisi da Zetzel nel 1956 (Current concepts of transference. International journal of psychoanalysis, 37; 369-76). Riguarda in pratica la relazione di transfert tra il terapeuta e il paziente. Il transfert è quella relazione psicologica che può servire a curare le nevrosi, ma che quando è affettuosa permette di sfruttare in modi anche gravi il forte ascendente che lo psicoanalista esercita così sul paziente.

Penso che la relazione medico-paziente, per ciò che riguarda le malattie organiche, dovrebbe invece essere una relazione non ispirata a relazioni di tipo psicologico; il modello dovrebbe essere quello tra “agente e principale”, descritto in economia; il modello tra cliente e professionista. Qualsiasi relazione di dipendenza psicologica, che viene istintivamente ricercata, e incoraggiata, fino ad assumere forme profonde di autentica “alleanza terapeutica”, è oltremodo rischiosa, nella medicina commerciale odierna. E’ vero che si ha un bisogno di affidarsi ad un guaritore, bisogno che è alla base della medicina; se ci si affida al medico o al chirurgo come a una figura genitoriale si alleviano le proprie ansie, che è già un risultato terapeutico (“Il medico è la prima medicina” secondo il medico psicoanalista Balint); ma si rischia così di accettare terapie che sono nell’interesse dell’offerta anziché nell’interesse della domanda. Evitare l’alleanza terapeutica aiuta anche a non cadere nell’eccesso opposto, o apparentemente opposto, la “libertà di cura”; ma di questa parlerò in qualche altra occasione, se sarà possibile.

Si tratta di casi dove il “relativismo gnoseologico sussunto a pulsioni tranferiali può essere esiziale”; esiziale per le Vostre budella: avete presente, stomaco, polmoni, vescica, fegato, cuore, colon, reni etc. Io queste cose le vorrei dire; solo farle presenti, solo lasciarle scritte da qualche parte, sottoposte al libero giudizio del lettore, senza cercare di vendere nulla; se non si condividono o non interessano, basta ignorarle; molto sinceramente, non mi strapperò i capelli per questo; oppure si può discutere nel merito.

Ma non ha senso parlare di questi argomenti venendo insultati al volo ogni volta che si apre bocca, tra battutine, o accuse e insinuazioni che per essere respinte richiederebbero di presentare il certificato del casellario giudiziario (non ho mai ricevuto accuse penali formali, anche se attiro l’attenzione incessante delle tante varietà di poliziotti; che nella mia esperienza quotidiana hanno, contrariamente a quel che si dice, benzina e tempo da vendere). Se dò tanta noia non mi costa nulla occuparmi d’altro; fate un po’ come vi pare. Se volete che parli lasciatemi parlare in condizioni di decenza, almeno nella “blogosfera”; per farmi desistere ci sono già fior di galantuomini pagati per questo nella vita reale.

Annalisa ha detto...

Cara Silvia,

i post a cui tu fai riferimento, hanno suscitato anche in me un grande interesse. E ci sono un sacco di cose che avrei voluto dire. Solo che in questo periodo non ho un secondo di tempo per farlo.
Ad esempio, secondo me l'articolo "Il relativismo etico fa “spudorata” la politica" è di una disonestà intellettuale spaventosa, per una serie di motivi che adesso non ho il tempo di esporre.

Ce ne sarà occasione... spero...

Questo solo per dire che, molte volte, lasciamo andare le cose per mancanza di tempo, non di interesse o di idee. E' un vero peccato ma è così.

Com'era... il lavoro nobilita l'uomo....

siu ha detto...

Secondo me quella che Silvia definisce una specie di "bega" di ben poca importanza è invece da non trascurare, perchè nella comunicazione è utile e a volte indispensabile distanziare lo sguardo dai contenuti specifici, per allargarlo all'osservazione del contesto e delle sue caratteristiche - al solo ma essenziale scopo di valutare meglio la loro adeguatezza rispetto all'efficacia della comunicazione stessa.
E credo non vi sia dubbio sul fatto che tra le caratteristiche fondamentali da considerare, in quest'ottica, vi siano proprio il grado di complessità concettuale degli enunciati, e il registro di lingua nel quale vengono espressi.
Restando nell'ambito degli esempi più recenti penso che questo valga, in qualche modo agli opposti, tanto per gli scritti del o dei "troll", quanto per quelli di “Menici60d15”.
Riguardo a quest'ultimo, viste le perplessità che si sono manifestate, sarebbe forse utile sapere quanto i suoi post sono graditi ai fruitori del blog nel loro complesso: potrebbero anche risultare, dico per dire, molto amati da 4 o 5 di loro, e detestati da molti altri, ai quali magari generano fastidio e senso di frustrazione per la loro inaccessibilità. Se questo, sempre per pura ipotesi, fosse il caso, potrebbe essere valutata ad esempio l'opportunità che all'interno di questo blog vengano solo segnalati, insieme al sito in cui reperirli, ma non riportati per intero. Se invece sono graditi ad un buon numero di frequentatori del blog resta ovviamente indiscusso il loro più che buon diritto di continuare a farne parte.
Per quanto mi riguarda ne apprezzo i contenuti ma devo confessare che, la mia inclinazione all'edonismo essendosi dimostrata direttamente proporzionale all'aumentare dei capelli bianchi, è sempre più raro che io abbia voglia di faticare come se dovessi dare un esame, uno di quelli ostici, all'università... preso naturalmente e da sempre atto che mie rotelle sono quelle che sono, ovvero piuttosto limitate, e per fortuna potenzialmente infinite le occasioni per tenerle in esercizio senza che la fatica sia così dura.
Coming out di questo tipo penso siano auspicabili e utili su qualsiasi tema inerente sia la quantità e qualità (nel senso di tipologia) della comunicazione, sia l'effettivo scambio, che nell'ambito di questo nostro amatissimo blog vorremmo sentire sempre fluire, credo, e possibilmente mai incepparsi...
Grazie, sempre e a tutti, per l'attenzione.

salvatore d'urso ha detto...

Carino l'articolo...

Fa riflettere... ma come già dissi in un mio predente post su questo caso... le verità in merito sono tante... e nessuno sempre sui casi di Eluana o Welby può dire di avere la verità assoluta in tasca...

Neanche la stessa Eluana, se avrebbe avuto la possibilità di scegliere coscientemente, avrebbe avuto in tasca la verità assoluta... ma qualsiasi sarebbe stata la sua scelta... quella sua verità ha di sicuro molto più valore di quelle di tanta altra brava o cattiva gente...

Se si vogliono fare buone norme... si faranno buone norme... se si vogliono fare cattive norme... si faranno cattive norme...

Tutto lascia pensare che quanto meno sono interessati a tutelare i diritti e le volontà del cittadino... testamento o non testamento... in qualsiasi caso al momento pare che chi ha il compito di legiferare non possiede invece quella saggezza e quella onestà per farlo in modo corretto.

Besugo ha detto...

Egregio dott. Luigi Morsello, mi permetto di rivolgermi direttamente a Lei, poiché solo tre anni ci separano, quale anzianità temporale. Il vissuto di entrambi ha attraversato gli stessi eventi seppure lungo percorsi esistenziali diversi.

Ciò che è stato, è stato e non possiamo rimediare, adesso, alle cose fatte o non fatte.
Come la maggior parte delle persone anziane. e parlo soprattutto per quanto mi riguarda, sento il bisogno, quando possibile, di esporre situazioni e circostanze conosciute, per fornire elementi di riflessione a chi sta proseguendo il viaggio. Il mio volge al termine e nessun psicologo porterebbe giovamento a quel che resta del senso della mia esistenza.

Ho avuto la sensazione che nei suoi confronti ci sia stato un “garbato” tentativo di psicanalisi applicata alla sua prosa.

A tal proposito mi permetto di rilevare che la psicologia è la disciplina che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali.

Tale studio riguarda le dinamiche interne dell'individuo, i rapporti che intercorrono tra quest'ultimo e l'ambiente, il comportamento umano ed i processi mentali che intercorrono tra gli stimoli sensoriali e le relative risposte.

Attualmente la psicologia è una disciplina composita, i cui metodi di ricerca vanno da strettamente sperimentali (di laboratorio o sul campo) a etnograficamente orientati (ad esempio: alcuni approcci della psicologia culturale); da strettamente individuali (ad esempio: studi di psicofisica, psicoterapia individuale) a metodi con una maggiore attenzione all'aspetto sociale e di gruppo (ad esempio: la psicologia del lavoro che impiega i cosiddetti "gruppi focali").

Queste diversità di approccio hanno causato un proliferare di discipline psicologiche e di matrici culturali che tendono a sostenere punti di vista diversi.

La psicologia si differenzia dalla psichiatria in quanto quest'ultima è una disciplina medica, focalizzata su un paziente e dei disturbi: lo psichiatra, a differenza dello psicologo, è infatti un laureato in medicina.

Non dimentichiamo infine che oltre alla guerra Atomica, Batteriologica e Chimica, esiste anche la guerra Psicologica.

La psicologia quindi è anche arma potente per offendere e distruggere, perciò... a buon intenditor poche parole.

Con affezione a tutti i partecipanti al BLOG.

Stefano
Genova

Felice Lima ha detto...

Per il dr Morsello (commento delle 13.46) e per tutti.

Dr Morsello, sembrava evidente che parlando del o dei "troll" non mi riferivo minimanente a Lei, ma ad alcuni anonimi che in questi giorni hanno agito da Troll sul blog.

Approfitto di questo mio intervento per invitare tutti a una riflessione molto semplice.

Questo blog pubblica cose varie e diverse.

Ciascuno è libero di frequentare o no il blog e di scegliere cosa leggere e cosa no.

Solo io e Nicola Saracino siamo costretti a leggere tutto e, credetemi, è un impegno di non poco momento.

Così come tutti sono liberi di scegliere cosa leggere e cosa no credo che noi dobbiamo potere avere la libertà di scegliere cosa pubblicare e cosa no.

Trovo francamente preoccupante che si manifesti intolleranza per questo o quell'articolo, questa o quella persona, questa o quella idea.

Ho fatto l'esempio dei "troll" proprio come esempio limite.

Per dire che a me non danno fastidio neppure i "troll", tanto che ho pubblicato anche i loro inutili e sgraziati interventi, figuriamoci se potrebbe infastidirmi chi espone le sue idee. Belle o brutte che siano, condivisibili o no che siano.

Se ci piacessero i posti dove tutti sono d'accordo e dove si scrive e si dice solo ciò che piace a tutti o alla maggiornaza, non ci saremmo avventurati in questa immane fatica che è il blog.

Invito, pertanto, tutti a riflettere su quale sia il proprio grado di tolleranza verso gli altri.

Dopo di che chi si sente abbastanza tollerante da "sopportare" :-( chi non la pensa come lui avrà piacere di restare con noi. Chi trova eccessivo lo sforzo di "sopportare" gli altri, troverà certamente un sito e anche molti di più nel quale tutti la pensano nello stesso modo e si passa il tempo a fare i complimenti.

Rispettiamo tutti m non obblighiamo nessuno a restare con noi.

In ogni caso, questo di quanto siamo tolleranti davvero è un tema da non trascurare, se alcuni si irritano anche solo per il modo come gli altri si esprimono o per il fatto che preferiscono questo o quel registro di comunicazione.

Felice Lima

Luigi Morsello ha detto...

Caro Stefano, chi conosce la legge penitenziaria sa che il direttore di un carcere presiede il Gruppo di Osservazione Trattamento, un gruppo multidisciplinare del quale fanno parte, fra gli altri, anche gli esperti (psicologi o criminologi), quindi so qual'è il lavoro di uno psicologo, anche se ho apprezzato le sue spiegazioni, per le quali la ringrazio.
Giudice Lima, guardi come lei è presente nel mio blog:
http://ilgiornalieri.blogspot.com/search/label/FELICE%20LIMA
C'è anche un altro post, che richiama il suo lavoro nel 1991 quale 'giudice ragazzino' peraltro molto combattivo, in una assemblea di P.M. siciliani rimasta famosa, lo troverò (è sotto altra etichetta) e ne farò invio personale.
Questa sta a significare l'ammirazione che ho per lei e mi reputo fortunato di avere conosciuto il suo blog, che io continuerò a frequentare, cercando di smussare qualche spigolosità del mio carattere, quanto meno farò del mio meglio.
So quanto è faticoso il suo lavoro e del collega che l'affianca e mi spiace di averlo aggravato con i miei commenti.
La prego, se resterà silente capirò che mi ha capito.

candido ha detto...

per il Sig.Luigi Morsello
sono un assiduo lettore di questo blog e mi permetto di chiederle una cortesia per la mia vista piuttosto malandata.
tolga il grassetto quando scrive i suoi post.
li leggero' in modo piu' agevole.
grazie.

candido balucca

per il dott.Lima.
sono perfettamente d'accordo che si debba pubblicare tutto cio' che e' lecito.
si puo' sempre trovare un pensiero, una riflessione che aiuta a salire gli scalini della conoscenza.
con rinnovata stima.

candido balucca

salvatore d'urso ha detto...

X menici60d15...

Scusa però il tono usato nel post... che è di lettura pubblica... mentre l'email non lo è... nei confronti di Morsello... è piuttosto di cattivo gusto... credo poteva essere tagliata... e si... genera divisione... divisione piuttosto stupida...

Riguardo al contenuto dell'articolo invece non ho nulla da eccepire... anche se ho già dato le mie brevi conclusioni...

X Morsello...

Ti do del tu... se permetti...

E' comprensbile che in un blog si possa arrivare qualche volta ad avere delle divirgenze... ma evitiamo che tali divergenze diventino altro...

X Felice...

Hai ragione... soprattutto sulla tolleranza... xò se posso dire la mia... in tutta libertà e spero che alla fine nessuno se la prenda... evitiamo che negli articoli principali che vengono pubblicati che ci siano riferimenti di cattivo gusto nei confronti di altri utenti... riferimenti di cortesia invece credo che vadano più che bene... soprattutto se rivolti a me...







SCHERZO...

Vi abbraccio tutti...

Luigi Morsello ha detto...

Sig. Candido, sono spiacente, ma io uso il grassetto non per sottolineare il "verbo", ma perchè ho una vista malandata e in sede di anteprima colgo meglio gli errori di digitazione commessi.

Luigi Morsello ha detto...

Salvatore D'Urso, io ho un figlio di 38 anni, sposato con un figlio, che mi dà del tu.
Tu sei sicuramente più giovane di mio figlio e, quindi, ancor più è legittimo il tono confidenziale, che non è mai unilaterale.
Quanto alle divergenze, premesso che un rapporto dialettico è cosa altra, ma con te non ne ho mai avuto: dunque?
Mi piace ciò che tu dici al dr. Lima, al quale io dò e continuerò a dare rigorosamente del lei, segno che ti è chiaro il senso della mia unica rimostranza, che non desidero essere oggetto di un articolo specifico, cosa che non era mai accaduta su questo blog.

menici60d15 ha detto...

La fagocitosi dell’opposizione

Ritengo di essere stato oggetto di dileggio e di insinuazioni calunniose gratuiti sul blog. Non credo che sia tolleranza dare spazio a tesi che vanno contro grandi interessi e contro il senso comune, se dall’altro lato si permettono attacchi ad hominem secondo i quali in base all’esperienza professionale di un direttore di carceri si dovrebbe diffidare di me; che avrei” 4 nemici” (?) che mi obbligano all’anonimato; o bisognerebbe usare il mio pseudonimo come passatempo per svelare i miei inconfessabili retroscena; e il mio è latinorum da analizzare con la psicoanalisi.

Questo è tiro al piccione, è buttarla in caciara. Un blog, anche se tenuto da magistrati, non è altro che una specie di speaker’s corner, uno sfogatoio dove uno può dire ciò che vuole e gli altri sono liberi di rispondergli qualunque cosa? E’ “La corrida”, con libertà di diffamazione e calunnia? Io credo che la libera discussione non possa tollerare attacchi ad personam gratuiti, da parte di gente che parla di querele e che dice cose come se per lei il codice penale fosse un fantoccio che si può eludere con qualche accortezza.

A me ha fatto molto piacere ricevere l’approvazione di Felice Lima, e vedere un commento pubblicato come post; comprendo e non invidio la sua delicata posizione, e mi dispiace che le cose abbiano preso questa piega; anche perché questo mio piccolo caso ripete una situazione generale che rattrista entrambi: poca giurisdizione, tanta sorveglianza. La democrazia carceraria.

Però non è che se uno riceve una medaglia poi è un ingrato se si lamenta perché dopo gli dipingono la faccia di blu. Credo che tale conto sia un esempio del costume della “contabilità etica creativa”, dell’ “etica algebrica”. In questo modo si hanno simulazioni malate di democrazia: tu puoi esprimere dei concetti, e io posso commentare che tu sei un delinquente e un soggetto da psicoanalisi. E’ davvero uguaglianza? Questo è il modo migliore per girare a vuoto.

Sono esattamente queste situazioni doppie, di matrice cattolica, che permettono la cronicizzazione dei mali del Paese; dove la presenza di forme di discussione consente la delegittimazione dell’avversario; l’antimafia delle istituzioni, l’appoggio istituzionale alla mafia; le elezioni, l’omicidio politico; le indagini pluridecennali sulle stragi, l’impunità quasi totale sulle stragi. Il “buono” che rende presentabile il “cattivo”; tutti e due a braccetto. Quando si induce a perdonare gli eversori impuniti, “purché si inginocchino”, sono i funerali della democrazia quelli che piangendo si stanno celebrando. Proprio questo manca nella litigiosa Italia, la divisione: è tartufesco unire ciò che dovrebbe essere separato. Invece creare una continuità con la critica è una delle prime regole; si chiama dialogo, ci si illude che sia dialogo, ma è fagocitosi.

Quanto al non rispondere pubblicamente alla prosecuzione dietro le scene di attacchi pubblici, come Morsello, che mi ha scritto che sarei un trafficante di cocaina, no, questi sono lussi da persone alle quali non sono stati tolti i diritti fondamentali; un Morsello al giorno per 16 anni non fa ridere. Sono in condizioni di pressione continua da parte di gente che differisce dai delinquenti comuni per il vestire abiti istituzionali e per usare i mezzi delle istituzioni. E’ il principale pensiero della mia vita; e ritengo di avere il diritto di difendermi. Il diritto del prigioniero a rispondere ai suoi aguzzini. Dopo il 1943 c’è stato un generale dell’esercito che a Regina Coeli rispose a pernacchie ai suoi torturatori. Lo fucilarono, ma almeno non ebbero la faccia tosta di dirgli che era scorretto.

Felice Lima ha detto...

IMPORTANTI INFORMAZIONI

Credo sia necessario dare alcune importanti informazioni a tutti.

Per potere discutere e confrontarsi è indispensabile non essere egocentrici e non essere permalosi.

Per stare con gli altri è necessaria un certa dose di adattamento e di disponibilità.

Questo è un blog per persone adulte.

Chi si sente in grado di discutere con gli altri serenamente senza sentirsi offeso da ogni cosa e senza offendere continui a frequentarci.

Chi ha un'idea di sé talmente alta da non tollerare alcun vulnus neppure minimo e chi pretende che gli altri si comportino così o cosà, per favore smetta di frequentarci.

Faccio un lavoro pr il quale ricevo quotidianamente ogni genere di insulti e a volte anche minacce.

Non me la prendo e vivo sereno (le cose che mi dispiacciono sono altre).

Il 23 anni di magistratura non ho mai denunciato nessuno per oltraggio né querelato nessuno per diffamazione.

Gestire questo blog è molto faticoso.

Dovere affrontare un sovrappiù di fatica per smussare ogni commento e ogni discorso perchè questo o quello mette il broncio è per me inaccettabile.

Con riferimento a questa discussione che si è svolta qui, chiunque abbia da presentare istanze formali alla Redazione ("non voglio questo", "non mi piace questo", "non ho gradito questo"), lo faccia per favore, scrivendo alla Redazione. L'indirizzo è ricavabile dalla sidebar di destra.

Sarà accontantato immediatamente.

Dopo di che, cortesemente, prenda atto che questo blog non è un posto degno della sua altissima opinione di sé ed eviti di frequentarlo ancora così io non sarò costretto a fare la maestra che gestisce le liti degli alunni.

Fino a questo commento mi sono speso in cortesie con questo e con quello, ma nessuno è sembrato rendersi conto di questo impegno.

Dunque, smetto immediatamente di essere cortese.

Ripeto, chi ha istanze da avanzare lo faccia e sarà accontentato.

Dopo di che si cerchi un altro posto dove discutere.

E' del tutto inaccettabile che persone mature abbiano un io tanto ipersensibile.

Per "Menici60d15". Menici, quando ho parlato di "tolleranza", mi appariva evidente che con ciò non intendevo riferirmi a un sinonimo di "sopportare".

Era solo un invito a riflettere su una virtù.

Non intendo più ritornare su questi temi.

Ripeto in maniera più chiara quello che ho già detto molte volte ed evidentemente non è stato compreso: non obblighiamo nessuno a frequentre questo blog.

Chi vuole venga. Chi non vuole vada.

Ognuno tragga le proprie conclusioni da tutto questo.

Chi ha proteste da avanzare scriva alla Redazione.

Non pubblicherò altri commenti polemici.

Felice Lima

Anonimo ha detto...

trovo molto interessante la rissa verbale che si è scatenata (si fa per dire ),sul blog. E' sconcertante il fatto che il linguaggio di Menici 60d15 sia considerato così "criptico":qualsiasi testo giuridico ,o filosofico non è meno "criptico"del linguaggio di Menici. Il vero problema è altrove ,il furore che in alcuni scatena riguarda i contenuti e l'analisi della realtà che è svolta da questo signore.Ritornerò volentieri sull'argomento appena ne avrò la possibilità. Maria Cristina

PsicoTrickster ha detto...

un ottimo lavoro.
un abbraccio complice

Luigi Morsello ha detto...

Di miei commenti dr. Lima non ne pubblicherà più oltre questo, forse, perchè io esco di scena profondamente deluso da lei e dal suo modo (o della sua redazione) di moderare i commenti.

Anonimo ha detto...

Ho letto e ho riletto sia questo post, sia quelli precedenti.

Non ho rinvenuto alcuna logica spiegazione per il diverbio tra Felice Lima e il dr Morsello.

Nessuna.

Sarà che non sono siciliano, ma francamente mi sembra una querelle senza causa, o la cui causa risiede forse nel carattere non facile di entrambi i disputanti, ancorché filtrato, ma forse non a sufficienza, da grande cultura e apparente tolleranza.

Ad ogni modo, la mia opinione è la seguente: al di là dell'interrogativo su chi sia "menici", della qual cosa poco mi interessa, essendo noi liberi di mantenere l'anonimato, i suoi interventi sono tipici di una persona sufficientemente colta ma alquanto prevenuta, specie nei confronti della Chiesa, identificata semplicisticamente nei soliti stereotipi laicistico-massonici tanto in voga ai giorni nostri. Poco importa che siano ripresi anche da chi "freemason" non è: la fonte resta sempre quella.

Ricordo, tuttavia, che la vera cultura e la vera intelligenza di uno scrittore sta nel render semplice anche ciò che per sua natura è complesso, così come Liebman riusciva a render semplice la non semplice procedura civile.

In quest'ultimo senso, il pur colto "menici" non ha superato l'esame.

Anonimo ha detto...

Buona sera a tutti. Sono una studentessa della facoltà di Scienze del servizio sociale. Seguo da qualche tempo il vostro sito (mi sono permessa di segnalarlo anche al mio professore di Istituzioni di Diritto Pubblico A.V) e vi trovo spesso discussioni interessanti. L'approccio all'ultimo post, quello del dott.Menici (presumo sia un magistrato, di notevole preparazione culturale tra l'altro [beato lui])mi ha spaventata all'inizio, intendo riferirmi alla non immediata comprensibilità, poi però ho deciso di cimentarmi nella lettura e l'ho trovato interessante. In particolare ho individuato degli spunti che potrei sfruttare in sede d'esame (devo sostenere l'esame di Etica Sociale):la questione del relativismo etico, sono d'accordo orientativamente, forse l'unica strada da perseguire è prevedere una rigida regolamentazione, rigidi protocolli, rigidità.. ma forse si compirebbero obbrobbri anche perseguendo questa strada.. insomma non so quale sia la cosa giusta da fare! Però è così tremendamente interessante attingere alle vostre discussioni che mi viene solo voglia di ringraziarvi! Io sarò una assistente sociale, leggervi mi arricchisce intellettualmente. Saluti.
P.S Scappo, devo andare a votare.

MariaLudovica

francesco Grasso ha detto...

Questo è un Blog eminentemente culturale a finalità oltremodo rilevanti!!!!Ciscuno di noi, indipendentemente dalle nostre opinioni, deve AMPIA GRADITUDINE a chi lo regge in quanto strumento, forse unico, per assicurare una minima parvenza di civiltà costituzionale al nostro amato Paese.Il lavoro necessario PER CONDURLO è notevole e notevoli sono i sacrifici necessari,basta pensare al poco tempo a disposizione di persone molto impegnate che ivi impiegano.La vivacità di discussione è un segno positivo di vitalità.Nel caso in questione emergono alcuni elementi propri della nostra Società moderna,ovvero la fretta anche nel pensare e soprattutto l'intolleranza alla libertà di pensiero che è la madre della scienza del diritto delle giuste decisioni DELLA LIBERTA.Personalmente anche io non condivido tutto,cioè un certo sbilanciamento a favore della categoria dei magistrati,ma non ritengo giusto lamentarmene in quanto lo credo in buona fede e soprattutto legittimo, oltrecchè segno di positiva genuinità. Spetta a noi,SOPRATTUTTO IN OSSERVANZA DEL DOVUTO MINIMO RISPETTO DI OSPITALITA' CHE E' AMPIA E APPREZZABILE CONTOBILANCIARE.

francesco Grasso ha detto...

Chiedo scusa per gli errori di battuta e le mancanze di virgole.In questo periodo scrivo direttamente, senza rileggere.

Anonimo ha detto...

Credo sinceramente che nei confronti di Menici si sia esagerando, muovendo la critica non alle sue idee, espresse sempre con prosa elegante e garbo garbo, bensì alla sua persona. Trovo che sia legittimo che se la sia presa e vorrei esprimergli tutta la mia solidarietà, pregandolo di rimanere ancora a farci compagnia. Apprezzo anche lo sforzo di moderazione del dott. Lima, che con gentilezza e grande equilibrio ha cercato di farci riflettere su quanto in realtà siamo tolleranti, al di là dell'opinione che abbiamo di noi stessi, nei confronti di chi la pensa diversamente da noi.

Irene

Besugo ha detto...

Repubblica — 10 giugno 1992 pagina 3

Anna Bonardi ha detto...

sui commenti che spiegano come dovrebbe essere gestito il blog curato da altri non mi soffermo, ha già scritto abbastanza e bene uno dei diretti interessati.
vorrei solo aggiungere tre considerazioni:

1- ciò che ha fatto scaturire questa discussione tra i commenti al post è stata la presunta complessità di un testo scritto da un anonimo.
a parte che a me il testo è piaciuto molto (soprattutto per come è scritto, ma anche per la maggior parte dei contenuti), mi stupisce che sia stato considerato incomprensibile.
poi secondo me toccava temi importanti, su cui sarebbe stato molto interessante dibattere, ma la discussione ha subito preso una brutta piega: "se dici che il testo ti piace offendi chi non è nemmeno riuscito a leggerlo".
infine l’anonimato dell’autore... avrà i suoi motivi, perché bisogna subito pensare che siano motivi vili e sordidi?
è la forma che vince sui contenuti? …l'apparire invece dell'essere?

2- commento dell'anonimo del 7 giugno ore 15.35: gli interventi di menici "sono tipici di una persona sufficientemente colta ma alquanto prevenuta, specie nei confronti della Chiesa, identificata semplicisticamente nei soliti stereotipi laicistico-massonici tanto in voga ai giorni nostri". a mio avviso, una delle parti migliori dello scritto di menici60d15 era proprio la descrizione del relativismo epistemico utilizzato dalla chiesa... perché non capisco come si possa negare che la chiesa cattolica abbia due facce ben distinte, quella pubblica tutta virtù e quella nascosta, ben ricca di vizi. piuttosto si ricorre al solito complotto (qui rappresentato dallo stereotipo laicistico-massonico) che salva ormai tutti dalle verità scomode...

3- sempre lo stesso commento "Ricordo, tuttavia, che la vera cultura e la vera intelligenza di uno scrittore sta nel render semplice anche ciò che per sua natura è complesso".
ma chi l'ha detto? ci sono fior di scrittori/poeti che risultano meravigliosi per alcuni, mentre non dicono nulla ad altri semplicemente perché esiste sintonia, feeling, solo con alcuni e non con altri. concordanza nel sentire... chi deve "render semplice anche ciò che per sua natura è complesso" è chi scrive i bigini per gli studenti pigri! molte delle cose che ci circondano sono complesse, a furia di semplificare si rischia di non capire più nulla.

un saluto a tutti, A.

Anonimo ha detto...

Forse i nostri tempi (specialmente in Italia) sono davvero malati di semplicismo. Ma resta indubbio che di per sé la chiarezza espositiva è un valore. Specialmente nella prosa giuridica è così. Lo diceva anche uno che di diritto ne capiva qualcosa, come Guido Capozzi.
Semplificazioni banalizzanti e tecnicismo incomprensibile (direi immangiabile) sono veramente due facce della stessa medaglia. La medaglia della modernità: tecnocrazia e telecrazia. Il più urgente compito dell'intellettuale oggi (ammesso che "intellettuale" non sia un insulto... cfr. Roy Bradbury, Fahrenheit 451) è quello di indagare la complessità e svelarne le motivazioni che sono "quasi sempre semplici" (Sciascia).

Ciò premesso, non spetta a me postillare menici60d15, anzi, me ne voglio guardare bene. Posso dire, tutt'al più, che certe volte la sua prosa mi ha incuriosito, e mi ha fatto riflettere (bellissimo - dico sul serio - quell'inciso sulle intellettualizzazioni fuori luogo, con il riferimento al napoletano Totò e a Ponzio Pilato; non so se sia contenuto in uno dei suoi post su questo blog o altrove, e me ne scuso). Ma l'amara verità è che anche "Ugualepertutti" doveva avere il suo Noemigate, la sua arma di distrazione di massa. La nostra Noemi si chiama menici60d15! Sommessamente, suggerirei di procedere oltre.

Ultima citazione della giornata: diceva Montanelli che in Italia quando si usa il registro ironico, ci vorrebbe un inchiostro speciale, di un altro colore...
Ernesto Anastasio

Anonimo ha detto...

Mi viene in mente la risposta di Jung a un'intervistatrice, che gli rimproverava gli innumerevoli e complessi scritti, l'evoluzione ( avvertita come contraddittorietà) del pensiero nel corso degli anni, la voluta cripticità della sua prosa, caratteristiche, queste, indigeste per buona parte del pubblico, che avrebbe preferito scritti riassuntivi del suo pensiero.
Ebbene, Jung rispose di non essere un ruminante, che non era suo compito digerire e semplificare per il vasto pubblico problemi assai complessi che richiedevano necessariamente vastità di argomentazioni e linguaggio adeguati.

Irene

Anonimo ha detto...

Non so la gentile signora Bonardi sapesse a cosa mi riferivo quando parlavo di "render semplici le cose difficili", ma per chi non ne fosse a conoscenza ci tengo a precisare che il "Manuale di Diritto Processuale Civile" di Enrico Tullio Liebman è tutto, fuorché un "bigino"!

Del resto, è pur vero che i manuali di cinquanta-sessanta anni fa sono dei giardini di chiarezza e linearità di esposizione, laddove i sovrabbondanti manuali del giorno d'oggi, salvo rare eccezioni, sono per la loro maggior parte semplicemente scritti con i piedi!

L'arte dello scrittore è proprio quella di render chiaro quello che chiaro non è. E questo vale anche per i trattati scientifici, non solo per le opere letterarie o giuridiche.

Ma, visto il numero strabordante di docenti che grazie alle lottizzazioni hanno preso "il posto" nelle università italiane, mentre i pochi italiani veramente capaci insegnano per la maggior parte all'estero, la cosa non meraviglia troppo.

La situazione è analoga a quelli che si ammantano di "cultura" per l'esser andati a teatro, vale a dire in un posto dove possono esser ben visti, laddove nel privato ben raramente leggono un libro, salvo qualche "best-seller" da ipermercato.

Diverse considerazioni possono e debbono esser fatte riguardo alla poesia, ove il gusto personale la fa da padrone, ma non era di opere poetiche che stavamo parlando.

Felice Lima ha detto...

Reintervengo su questo martoriato tema, incoraggiato dalle considerazioni svolte sul merito dell’articolo da Anna Bonardi (commento delle 14.13).

Come ho già scritto tante volte su questo blog, io sono convintamente cattolico e la mia formazione culturale affonda tutte le sue radici nella filosofia aristotelico/tomista (per questo mi sono letteralmente commosso per il passo dell’articolo di “Menici”, che, citando San Tommaso, dice che «la vecchia verità per corrispondenza, “adequatio rei et intellectus”, resta il “gold standard” insuperato»).

E, d’altra parte, del cattolicesimo di alcuni di noi ci sono ampie tracce in questo blog. Così come ci sono ampie tracce della non condivisione di queste idee da parte di altri (insomma, siamo un blog multiculturale).

Ripeto questo adesso per dire che mi dispiacerebbe che la pubblicazione dello scritto di “Menici” venisse interpretata come un contributo a una battaglia iconoclasta e ideologicamente “anticattolica”.

Per l’ennesima volta mi trovo a dovere invitare tutti a evitare di “schierarsi” e di “schierare” etichettando.

Mi rendo conto che “schierarsi” e “schierare” rende tutto molto più semplice.

Allevia la fatica di studiare, di pensare, di cercare di capire e riduce tutto a un “o con noi o contro di noi”.

Io amo la Chiesa e mi sono formato in ambienti di rigida ortodossia.

Ma credo anche che non ci si possa sottrarre a un confronto serio sulla differenza che c’è fra la Chiesa come “Corpo Mistico di Cristo” (per chi crede) e la Chiesa come “queste persone qua che le diamo vita qui e ora”.

Ho scritto altre volte che le etichette sono falsificanti.

A seconda dei contesti, definiamo cattolici sia Madre Teresa di Calcutta che Rocco Buttiglione; sia Padre Massimiliano Kolbe che don Baget Bozzo.

Nelle enormi differenze fra queste persone c’è un enorme ambito di riflessione e di confronto.

Che deve potersi svolgere senza preconcetti e senza intolleranze.

Dunque, non mi sento offeso dalle considerazioni fortemente critiche nei confronti della Chiesa, proposte da “Menici”, ma stimolato a riflettere sulle sue acute osservazioni.

(continua)

Felice Lima ha detto...

(continua dal commento precedente)

L’articolo di “Menici”, poi, è bellissimo (a mio modesto parere) anche per altre ragioni (alcune delle quali, sempre secondo il mio modesto parere, stanno alla radice del fastidio manifestato da alcuni): smonta alcuni luoghi comuni.

Il più rilevante dei quali è questa idea preconcetta e superficiale che il “relativismo etico” e quello epistemico siano un valore e che essi vengano avversati solo per ragioni clerical/religiose.

In realtà il problema del rapporto degli uomini con la verità non è un problema religioso. E’ un problema universale. Anzi, è “IL” problema, perchè la verità è il fondamento di tutto, essendo ovvio che ciò che si fonda sul “non vero” è infondato e, dunque, non solo apparente, ma addirittura ingannevole.

Appena troverò il tempo per farlo, spero di sottoporre ai lettori del blog il mio modesto punto di vista sulle questioni poste da “Menici”. Un punto di vista di sostanziale sintonia, provando magari a illustrare la stessa cosa da un angolo visuale diverso.

“Menici” poi indirizza il nostro sguardo sulle ricadute politiche, culturali e sociali di questo falso valore del relativismo etico ed epistemico.

E’ bizzarro constatare come la c.d. “sinistra” non si renda conto di quanto, culturalmente parlando, il berlusconismo sia figlio naturale di una cultura adottata come propria dalla “sinistra” e fondata proprio sul relativismo etico ed epistemico.

Tanti piagnucolano per la capacità di Berlusconi di negare l’evidenza, facendo accettare agli italiani un intero sistema fondato sulla menzogna, ma non si rendono conto di come questo sia l’esito inevitabile dell’idealismo (inteso come corrente di pensiero filosofico) degenerato del secolo scorso.

Non è un caso, secondo me, che fra i berlusconiani più “devoti” ci siano tanti ex “comunisti” a suo tempo altrettanto “devoti”.

E’ proprio su questo crinale delle questioni filosofiche e morali che radica la sostanziale affinità fra la c.d. “destra” e la c.d. “sinistra” del nostro Paese e la mistificatorietà di una divisione di tutto (solo) in “di destra” e “di sinistra”.

Insomma, secondo il mio modesto parere, “Menici” mette in campo temi davvero centrali e di estremo interesse, che meriterebbero contributi di merito e non esclusivamente di metodo.

Quanto al fatto che il linguaggio di “Menici” sia difficile, osservo due cose.

La prima è che ognuno si esprime come sa e come può. Poiché – per fortuna – questo blog non è un campo di gara fra scrittori, nella scelta fra perdere i contenuti perché non ci piace la forma e tenerci i contenuti a costo di fare qualche sacrificio sulle forme, a me sembra preferibile la seconda che ho detto.

La seconda osservazione è che a me pare che la più grande difficoltà del discorso di “Menici” stia nel fatto che esso non solo è fuori dai luoghi comuni dati per scontati da tutti, ma addirittura li contraddice.

E non c’è nulla che più di questo induca i lettori al sospetto e attiri antipatie su chi scrive.

Benché sarebbe superfluo dirlo (apparendomi ovvio) ci tengo a lasciare chiaro che le opinioni che ho espresso sull’articolo di “Menici” non vogliono impedire ad alcuno di sottoporlo alle critiche più “dure”, se lo si ritenga, con l’unica preghiera di criticare le idee senza trascendere nella inutile e ingiusta denigrazione delle persone.

Concludo segnalando (per i dietrologi che non mancano mai) che non conosco “Menici” se non per averne letto alcuni scritti qui e che, dunque, i miei giudizi sui suoi scritti sono del tutto disinteressati.

Un caro saluto a tutti.

Felice Lima

Anonimo ha detto...

Le osservazioni e le analisi condotte da Menici60d15 mettono semplicemente in luce il manifestarsi di nuove forme camuffate di "nazismo" del potere politico-economico,mai del tutto debellate e oggi pronte a scatenersi secondo modalità inedite ma ben comprese dall'autore del post.Maria Cristina

salvatore d'urso ha detto...

Grazie Felice per la tua ultima risposta dove condvido in pieno i contenuti e gli esempi...

Tornando all'articolo di Menici... proverò quindi a dire ciò che penso in modo più dettagliato del suo articolo.

Sulla prima parte del suo intervento... descrittiva su cosa sia il relativismo etico e il relativismo epistemico... non posso che essere daccordo sulla sua analisi.

Ed aggiungo però che una società civile e moderna deve fondarsi su un determinato codice etico e di valori condivisi da rispettare... altrimenti è l'anarchia e la barbarie a prendere il sopravvento.

E quindi per introdurmi nella seconda parte dell'articolo di menici che invece non condivido alcune sue parti proverò ad effettuare questo passaggio graduale con un esempio.

Premetto di non essere cattolico... di credere nei valori che Cristo ci ha voluto trasmettere, ed il fatto che sia esistito o meno, per quanto mi riguarda, non fa alcuna differenza. Credo che sia più importante per ogni uomo meditare sui messaggi che ci ha lasciato in dono che andare alla ricerca della sua esistenza. Ma sulla vita di Cristo possiamo dire che si è costruito un relativismo epistemico al pari degli esempi fatti da Menici nel suo articolo? Dove io credo che per ragioni di potere... la stessa chiesa a seconda dei tempi e delle circostanze abbia costruito o trasformato delle verità fittizie e che col passare del tempo sempre queste verità venivano rimodellate sempre ad uso e costume del potere che in nome di Dio possedeva la verità. Ma sempre un detto latino Veritas filia temporis... la verità è figlia del tempo... prima o poi ogni menzogna, soprattutto se protratta nel tempo, dovrà cedere il passo alla verità... e colui che l'ha vezzeggiata finirà per pagarne le conseguenze... Poichè secondo me chi crede ad un bugiardo, quando si è convinti che lo sia, non può essere altro che un fesso.

E da qui passo alla seconda parte dell'articolo che invece non condivido... o almeno non condivido l'esempio così com'è stato impostato e così come credo di averlo inteso.

Se si vuol ragionare secondo codici etici o libertari in senso assoluto... ebbene sia sul caso welby che sul caso englaro... credo sia difficile che ognuno di noi possa dire cosa sia giusto o sbagliato fare... ma che spetta alla persona scegliere... ma che questa decisione non possa essere alibi di eventuali suicidi o omicidi... è certamente da normare... mettere dei limiti oltre i quali è il malato terminale a scegliere...

E dico questo perchè secondo gli esempi fatti da Menici a mio avviso contengono anch'essi un certo relativismo epistemico... ad esempio verso la fine dell'articolo dove si arriva alle conclusioni sulla morte e sul tipo di uso mediatico che si è fatto dei casi Welby ed Englaro e del testamento biologico.

Capisco che per alcuni possa essere tragico il fatto che un uomo possa affrontare la propria morte in modo diretto e partecipativo... anzichè attenderne la morte naturale o accidentale quando essa si decida ad arrivare... ed in realtà lo è anche per me... se di questo, magari diritto, si rischia come a ragione diceva menici se ne faccia poi un'abuso... ma la paura dell'abuso non può rappresentare la fine o l'esclusione di un diritto... poichè arrivati ad un certo punto e in determinate circostanze molto particolari... la possibilità di scegliere come morire... cioè porre fine alla propria esistenza in modo dignitoso... possa essere un diritto inalienabile come quello del vivere in modo dignitoso...

(continua...)

salvatore d'urso ha detto...

(...)

A mia moglie ho detto che se mi dovessi trovare nelle condizioni di Eluana Englaro, avrei preferito che mi si staccasse la spina, l'eutanasia in casi del genere sarebbe un gran passo avanti anzichè essere lasciati a dover morire di fame e sete... sarebbe più dignitoso... mia moglie purtroppo però ha già confermato che non farà nulla di tutto ciò... che sceglierà lei per me... e che la sua scelta sarà quella di tenermi in vita a qualunque costo... io ho semplicemente detto di non essere daccordo... e lei m'ha risposto sempre semplicemente che non gliene frega nulla... e così gli altri che sono in piena salute... e il governo... decidono per te... della tua dignità e della tua vita... e della tua morte... non lo trovo tanto giusto... soprattutto se colui che soffre è colui che dovrebbe infine decidere...

Anche perchè credo che tutto ciò fa già parte del codice etico della nostra società... solo che a quanlcuno forse fa un pò paura.............

Grazie anche a Menici che ci ha dato la possibilità di affrontare quest'argomento che è sia molto delicato che increscioso da trattare.

Però è giusto sempre parlarne e confrontarsi... ognuno con le sue idee ognuno con le sue opinioni...

Besugo ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Besugo ha detto...

Dove va la nouvelle théologie? Essa ritorna al modernismo. Poiché non ha accettato la proposta che le è stata fatta. Quella di sostituire la definizione tradizonale di verità: adequatio rei et intellectus, come se fosse chimerica, con la definizione soggettiva: adequatio realis mentis et vitae.

In parole povere: o la verità cristiana è costituita da leggi immutabili e oggettive alle quali bisogna aderire perché vengono da Dio, o l'esperienza umana e la storia umana hanno un ruolo ineludibile nella comprensione della verità cristiana.

menici60d15 ha detto...

Ringrazio ancora Felice Lima, che rappresenta l’interlocutore ideale al quale sono rivolti i miei interventi sul blog, e che abita la “terra madre” spirituale che ho lasciato da molti anni.

Faccio presente agli amici del blog che ho un approccio teorico, di ricerca di princìpi generali applicabili a più campi, ma avendo come scopo l’identificazione e la soluzione di problemi di tipo pratico che ci toccano direttamente: es. la distinzione tra le decisioni sullo “staccare la spina” per evitare sofferenze che lo stato di natura ci avrebbe risparmiato, e le decisioni che in realtà sono sul taglio dell’acqua e dei viveri perché si è divenuti “morosi” rispetto al sistema economico.

Anonimo ha detto...

Mi fa piacere vedere che finalmente sembra se ne stia uscendo (da quella che per me era una "bega" non nel senso di ritenerla poco importante, quanto perché appariva fine a se stessa e senza via d'uscita), e francamente mi fa un po' angoscia che perfino qui, nel blog più ammirevole del mondo per quanto riguarda il confronto dialettico, ad opera anche di persone che si sono distinte altre volte per essere riuscite a sedare inutili nervosismi a vantaggio del confronto onesto e aperto (anche Morsello e Menici stessi, che si sono entrambi offesi e sentiti offesi a vicenda) si sia giunti a questi livelli. Penso che l'imbarbarimento della nostra società si sia visto in questo periodo in questo blog con una violenza inaudita (che non mi aspettavo).
Pur facendomi un'idea sui rispettivi modi di porsi, sul merito e sulla forma, ho volutamente evitato di intervenire, c'era già troppa carne al fuoco.
Ora mi piacerebbe poter dire la mia sul merito, augurandomi comunque che i principali contendenti tornino a leggere e scrivere qui, arricchendoci tutti (ciascuno a suo modo) tralasciando le provocazioni e al tempo stesso accettando qualche critica.

Nel merito, dunque. Anche se pure io ho fatto fatica a seguire gli scritti di Menici, perciò spero si capisca il mio ragionamento.
Che è per altro in sintonia con Salvatore d'Urso: d'accordo con l'analisi culturale sul relativismo ma preoccupata per questa indicazione di pericolosità nei confronti di una legge che mira a proteggere un diritto (a mio personale parere) inalienabile: l'autodeterminazione.
Vero che occorre prevedere e bloccare sul nascere eventuali soprusi, ma ogni legge può essere storpiata negli effetti ad opera di abusi (che per definizione sono contro la legge stessa), che facciamo? Eliminiamo le leggi perché non si possano utilizzare per abusarne? Somiglia un po' all'eliminazione del reato di falso in bilancio da parte di Berlusconi.
E' pur vero tuttavia che più facile sarebbe se smettessimo con questa ipocrisia, doppiezza, falsità che si traduce poi in relativismo e parlassimo direttamente e onestamente di eutanasia.
Nonostante non abbia ancora ricevuto risposta nel post originario (il relativismo etico fa spudorata la politica) mi permetto di immaginare che i due referndum di cui lì si trattava fossero quello sull'aborto e quello sul divorzio.
Tuttavia quei temi, così come questo del "fine vita", non possono giustificare imposizioni per il semplice fatto che vengono arbitrariamente definiti "relativisti". Qui si cade nello stesso rischio che il giudice Lima sottolineava a proposito della querelle tra Morsello e Menici, o in occasione delle risposte ai vari troll: la classificazione del questo contro quello.
L'autodeterminazione è il poter auto definirsi, auto determinarsi, poter dire ciò che si è. Poter porsi nei confronti del mondo secondo la propria coscienza e natura. E tutto ciò passa anche attraverso le sensazioni che si hanno di sè, della propria personalità, del proprio corpo (per capirlo forse è utile pensare a cos'è l'autodeterminazione per un gay, una lesbica, un trans: in perenne ricerca di sè attraverso il proprio essere più intimo e pure attraverso il proprio corpo)
In che modo posso determinarmi io se non mi riconosco nel mio essere, spirito e corpo? Questo va ben oltre l'idea del tanto sbandierato "decido io della mia vita", che è comodo da usare proprio per far passare per "relativista" un'azione che rispecchia un diritto primario.

(continua)

Anonimo ha detto...

(continua)

Vero che anche il suicidio è in questo senso un diritto primario, e nonostante questo una società civile dovrebbe fare di tutto per impedirlo. Nessuno si sogna di legittimarlo nero su bianco. Però è il solito discorso: facciamo di tutto per impedirlo nel senso che leghiamo mani e piedi lo sventurato per impedirgli di farsi del male o nel senso che cerchiamo di conoscerlo, capirlo e fornirgli gli strumenti per autodeterminarsi in senso positivo? E questo va fatto con l'assistente sociale che cerca di recuperarlo in extremis o costruendo una società che non porti le persone ad alienarsi e a scontrarsi con la parte peggiore della vita, in modo da farle vivere bene da subito e per tutto il tempo?
E a questo punto, quando a qualcuno non è concesso più nulla di tutto questo, quando ogni aiuto umano, civile, sociale è inutile ai fini del bene-essere psicologico e fisico di un disgraziato che lotta con una malattia debilitante che non lo fa più "riconoscersi", quando la società non può nulla per rendere la voglia di vivere ad un uomo cosa facciamo? Lo leghiamo mani e piedi per impedirgli di farsi male? Gli attacchiamo sondini ovunque per impedirgli di lasciarsi morire?

Per me è un discorso molto più complesso della semplice classificazione "buoni" contro "cattivi", "relativisti" contro "moralisti", che fa tanto "fascisti" contro "comunisti".

Silvia.

Besugo ha detto...

LA DISPUTA TRA REALISTI ED ANTIREALISTI HA RADICI ANTICHE QUANTO LA STORIA DELLA FILOSOFIA

Besugo ha detto...

Grazie Silvia, per la chiara e garbata esposizione del suo pensiero, nonchè per l'efficace logica dialettica.
Con le sue parole, ho recuperato il conforto e la serenità che questo BLOG induce nella quotidiana ricerca di verità, molo, molto minuscole, che aiutano un besugo come il sottoscritto.

***

Analisi quantitativa.

L'elaborato si compone di 787 parole, 4887 caratteri (spazi compresi), 20 paragrafi e 68 righe, contenute in 2 paginette, formato A4.

Cordiali saluti

Stefano

Vittorio Ferraro ha detto...

"...ho un approccio teorico di ricerca di principi generali applicabili a più campi... avendo come scopo l'identificazione e la soluzione di problemi di tipo pratico che ci toccano direttamente..."

Il campo di ricerca di "menici" è interessantissimo.

...a proposito di "nodi" da sciogliere: una rivista che si occupa di filosofia, nel suo ultimo numero, ha dedicato alcuni articoli a "saggezze antiche, problemi moderni".
Costruendo così un ponte ideale tra la filosofia antica e la vita di oggi.

In uno di questi articoli Pierre Hadot - richiamato dall'autore - sosteneva che uno dei tratti distintivi dello stoicismo e della maggior parte delle filosofie antiche è quello di concepire la filosofia non soltanto come sistema teorico ma come modo di vita.
"La folosofia non è semplicemente un discorso teorico ma una pratica, una askesis e una trasformazione dell'io."

In una società così complessa ritengo che il ruolo della filosofia - così come quello delle religioni - sia molto importante per una lettura della realtà.

Anche per questo trovo molto interessanti i suoi scritti.

salvatore d'urso ha detto...

(ANSA)- COMO, 4 GIU- Sequestrati alla dogana di Chiasso 259 titoli di credito Usa per un valore di 134 miliardi di dollari, pari a oltre 96 miliardi. I valori erano nel bagaglio di due giapponesi scesi alla stazione di Chiasso da un treno diretto in Svizzera e che hanno detto di non avere nulla da dichiarare. Ma sul fondo di una valigia c'erano 249 bond della Federal Reserve americana e 10 bond Kennedy, oltre a cospicua documentazione bancaria in originale. Tutto il materiale e' stato sequestrato.

salvatore d'urso ha detto...

Milano, 4 giu. (Adnkronos)
Duecentoquarantanove bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, piu' 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, occultati nel doppio fondo di una valigia, per un totale di ben 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro.

E' quanto hanno sequestrato alla stazione ferroviaria internazionale di Chiasso, al confine tra Svizzera e Italia, funzionari della Sezione Operativa Territoriale di Chiasso, in collaborazione con i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Ponte Chiasso, nel corso dei controlli volti al contrasto del traffico illecito di capitali.

I valori erano posseduti da due cinquantenni giapponesi scesi alla stazione ferroviaria di Chiasso da un treno proveniente dall'Italia che, al momento del controllo doganale, hanno sostenuto di non avere nulla da dichiarare.

Un'accurata verifica dei bagagli ha consentito invece di trovare i titoli Usa, occultati sul fondo di una valigia, in uno scomparto chiuso e separato da quello contenente gli indumenti personali.

Oltre ai titoli, i due giapponesi trasportavano una cospicua documentazione bancaria in originale.

Per i bond e la documentazione che li accompagnava, anch'essa sottoposta a sequestro, sono in corso indagini volte a stabilirne autenticita' e provenienza. Qualora i titoli risultassero autentici, in base alla vigente normativa, la sanzione amministrativa applicabile ai possessori potrebbe raggiungere i 38 miliardi di euro, pari al 40% della somma eccedente la franchigia ammessa di 10mila euro.

salvatore d'urso ha detto...

Roma, 15:36

INTERCETTAZIONI: ALFANO, ACCORDO SU TESTO OGGI FIDUCIA
"Il testo e' quello dell'accordo di maggioranza". Cosi' il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, risponde ai cronisti, al termine della riunione sul ddl intercettazioni cui hanno preso parte il ministro dell'Interno Roberto Maroni, il ministro della semplificazione legislativa Roberto Calderoli, il ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito, la presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno, i capigruppo della Lega e del Pdl Cota e Cicchitto e Niccolo' Ghedini. Alle 16 il Governo porra' la questione di fiducia sul testo uscito dalla Commissione Giustizia, al quale e' stato apportato, ha detto ancora Alfano "solo un aggiustamento tecnico che ho proposto".

Sokrates ha detto...

"Spòsati: se trovi una buona moglie sarai felice; se ne trovi una cattiva, diventerai filosofo".

Anonimo ha detto...

Felice,io sono,felice

Anonimo ha detto...

ho letto (quasi) tutto, anche se velocemente. A mio avviso sono state scritte un pò troppe parole...
Per me il nodo centrale è questo:

"C’è qualcosa che non va se si considera come una questione di relatività culturale la liceità di affrettare su larga scala la morte mediante la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione."

Possibile che in tutto questo fiume di parole nessuno si ponga il problema di cosa siano "alimentazione" e "idratazione"? Ha senso spaccare il capello sull' "etica come ricerca pratica", se non è poi così chiaro di quale "pratica" stiamo parlando?
In generale (non solo nei casi senza speranza), qualcuno sa vedere la differenza tra la somministrazione di una flebo di antibiotico oppure di una flebo di zuccheri ad un paziente in terapia intensiva? Ha senso dire sospendo una ma non l'altra quando la speranza di recupero è stata dichiarata nulla?
E cosa vuol dire poi "larga scala"? In un testamento ognuno dispone dei SUOI beni.

"L’accorciamento della vita è una questione di preferenze personali, come per un qualsiasi prodotto?"

SI, proprio perchè la vita NON è un prodotto. Perchè io adesso potrei alzarmi da questo tavolo e buttarmi da quella finestra (6° piano) e nessuno potrebbe fermarmi. Perchè se condsidero la mia vita indegna di essere vissuta posso chiuderla quando voglio. E vorrei mantenere questa MIA libertà fino all'ultimo istante! senza impedire a chi la pensa in modo diverso di comportarsi diversamente con SE STESSO.

il pavone

Libertà o Licenza ? ha detto...

Il motivo per cui il suicidio non è sanzionato penalmente dovrebbe essere ovvio a tutti: perché non si condannano i morti! Solo per quello.

E' invece sanzionato con pene edittali gravissime l'istigazione o l'aiuto al suicidio, così come l'omicidio del consenziente.

francesco Grasso ha detto...

Una cosa è la libertà dell'individuo, che deve restare libero di poter rifiutare qualunque azione estranea operata sul suo corpo,altra cosa è l'intervento di terzi su persone incapaci di intendere e volere, con la pretesa di conoscere ciò che il soggetto in quel momento vuole.Personalmente nella lunghissima esperienza di medico,come oncologo, ho dovuto accompagnare all'ultima dimora molte persone.Giovani,vecchi,ricchi,poveri ,potenti,onnipotenti,religiosi atei, ecc.Quando si arriva a quel punto, NESSUNO E'PIU' QUELLO CHE ERA PRIMA!!!In nessuna delle sue caratteristiche. In tutta la mia vita, MAI NESSUNO MI HA MANIFESTATO LA MINIMA INTENZIONE DI ESSERE SOPPRESSO!!! Tutto sta nel come si accudisce il paziente.Infatti si inizia una nuova vita ed il medico deve farne parte in modo incisivo. E' QUESTO CHE, gli .. non so come definre, NON VOGLIONO CAPIRE.Nel caso della Englaro, l'attività su essa espletata non è ammessa nemmeno sui condannati a morte, in quanto nella incapacità di intendere e di volere del condannato, DEVE ESSERE SOSPESA L'ESECUZIONE CAPITALE! Infine DEVE ESSERE CHIARO UNA VOLTA PER TUTTE, che ai medici è assolutamente vietata qualsiasi attività che contrastra co la sacralità della vita.

Anonimo ha detto...

A "Libertà o Licenza" vorrei far presente che, se non è possibile punire il suicidio consumato, è però teoricamente possibile punire il suicidio tentato, così come si punisce il tentato omicidio (è appena il caso di aggiungere che in Italia il tentato suicidio, in sé considerato, non è punito dalla legge).
Al problema della punizione del tentato suicidio dedica un paragrafo il Beccaria.
Ernesto Anastasio

Pierluigi Fauzia ha detto...

Per Libertà o Licenza?

Il suicidio non è punito neanche nella forma del tentativo.

Consiglio di Stato N.2806/2008

...omissis...

10. La prima consiste nel fatto che nell’ordinamento vigente nessuna autorità, né giurisdizionale, né amministrativa, può formulare un giudizio di rimprovero nei confronti di chi tenti il suicidio: il fatto di per sé non costituisce né un reato, né un illecito amministrativo, neppure nell’ambito dell’ordinamento militare.

Fino al Settecento, le varie legislazioni punivano il suicidio, per lo più con la confisca dei beni o con il vilipendio del cadavere, e il tentato suicidio [come già fu disposto dal rescritto dell'imperatore Adriano (richiamato in D. 49, 16, fr. 6, § 7) e fu ancora riaffermato nella Constitutio criminalis carolina del 1532 (§ 135), nelle leggi venete del 7 febbraio 1631, nelle Costituzioni piemontesi del 1770 (IV, 16) e nelle Costituzioni modenesi del 1771 (V, 4)].

Dapprima con la Riforma della legislazione criminale del Granduca Pietro Leopoldo di Toscana (nel 1786) e poi con le altre legislazioni preunitarie, il suicidio e il tentato suicidio non sono stati considerati come fatti illeciti (a differenza di quanto ha previsto per il diritto canonico il Codice Benedettino del 1917, can. 985, 1240, 1241, 2350, prima della sua sostituzione col Codice del 1983).

Il tentativo di suicidio non è stato punito dai codici penali unitari del 1889 e del 1930 e neppure dal codice penale per l’esercito (art. 174) e dal vigente codice penale militare di pace (artt. 157 e 47), che ha punito la diversa fattispecie della inabilità artificiosamente procurata.

Ciò comporta che nessuna norma consente, in sede giurisdizionale o amministrativa, di disporre una sanzione o di formulare un giudizio di esecrazione, di biasimo o di rimprovero nei confronti di chi abbia tentato il suicidio.

...omissis...

il testo integrale qui:

http://abcdiritto.it/il-tentato-suicidio-del-militare-non-da-luogo-a-sanzione-disciplinare/


P.F.

Anonimo ha detto...

@Libertà o Licenza ?: quindi siamo passati dall' "etica" alla "legge"...
una legge che non distingue, mi pare, tra l'omicidio di un consenziente che non ha il coraggio di compiere l'estremo gesto e l'omicidio di un soggetto incapace di intendere e volere.

e qui si arriva a quanto dice il dott. Grasso. Lungi da me fare dell'ironia, ma come si fa a parlare di "persone incapaci di intendere e volere" e poi di "pretesa di conoscere ciò che il soggetto in quel momento vuole"??
secondo me una persona incapace di intendere o volere, non per definizione giuridica, ma per condizione fisica, non vuole proprio Nulla, dott. Grasso.
Per spiegarmi meglio, posso dirvi che ciò che mi sconvolge maggirmente nell'affrontare questo argomento è il fatto di saper ora e adesso, nella piena disponibilità delle mie capacità mentali, che il giorno che mi trovassi nelle condizioni di Eluana, i miei cari non potrebbero agire nel senso che ho a loro manifestato di preferire ora e adesso, ovvero come ha agito il sig. Englaro.
Questa per me è una violenza che subisco ora e adesso. Di quando sarò incapace di intendenre, volere, sentire e capire non me ne frega niente!
ma una legge che compie una violenza per il solo fatto di essere stata approvata è "etica"?
il disobbediente in questi casi quale tipo di condanna merita?

il pavone

Anonimo ha detto...

E' in parte un "obiter dictum", ma, proprio perché trae lo spunto dalla tematica del suicidio, prego vivamente la Redazione di non cancellarlo, per favore.

Al gentile medico oncologo, del quale condivido appieno gli assunti sul suicidio, vorrei pertanto chiedere, proprio perché mi sembra una persona sensibile, cosa ne pensa dei "favolosi successi" della chemioterapia, che assicura mediamente, al giorno d'oggi, il 2% (due per cento!) di sopravvivenza in più rispetto a chi non la fa del tutto, vivendo questi ultimi soggetti molto, ma MOLTO meglio, lo stesso tempo che resta loro da vivere, rispetto a coloro che muoiono molto spesso precocemente, letteralmente "avvelenati" dalla distruzione di TUTTE le cellule, blastiche e sane, del loro organismo, con i gravissimi sintomi che Lei, purtroppo, ben conosce.

In realtà, se esiste una sopravvivenza, questa è dovuta ancora essenzialmente alla chirurgia e in misura minore alla radioterapia o ai rarissimi (ma documentati) casi di remissione spontanea o non proliferazione del tumore.

Il sospetto che la chemioterapia giovi esclusivamente alle potentissime multinazionali farmaceutiche è più che fondato, visto anche l'accanimento quasi "scientifico" con il quale si è cercato di distruggere del tutto, non riuscendovi, il lavoro del povero Prof. Di Bella, che ha avuto il torto di prescrivere GRATIS, non facendosi pagare le visite, medicamenti galenici, ovvero NON COPERTI DA DIRITTI, realizzabili da chiunque avesse un minimo di conoscenza della chimica, le sostanze e un piccolo laboratorio attrezzato.

Caso strano, da un anno a questa parte, come certamente saprà, lo stesso Prof. Veronesi pare abbia scelto un approccio diverso alla materia, nel quale si riscontrano molte analogie con le tesi del Prof. Di Bella, che non aveva mai proclamato di avere "la soluzione", come avevano invece detto tanti ciarlatani, ma soltanto di curare più efficacemente i malati.

Ricorderà, del resto, come morì Ignazio Semmelweiss e quanto tempo fu necessario perché le sue tesi fossero accettate.

Niente di nuovo, a quanto pare.

P.S. - La spesa media per la chemioterapia di un paziente oncologico, a carico dello Stato, si aggira attorno ai 300 MILA Euro. E per molto meno tante persone non solo rischierebbero la loro vita, non solo venderebbero loro anima, ma anche la loro mamma!

Felice Lima ha detto...

Il prof. Grasso (commento delle 17.28) pone delle questioni molto serie (e ne approfitto per ringraziarLo della Sua presenza fra noi), che sembrano sfuggire completamente all'approccio un po' "semplificato" di "pavone".

L'ordinamento individua, infatti, molti beni che considera "preziosi" e dei quali non consente la disposizone in alcuni casi mai e a nessuna condizione, in altri casi solo a certe condizioni.

Elenco alcuni esempi concreti, fra i tantissimi.

1. Quest'estate mia moglie non può fare un viaggio con me e io, allora, penso bene di offrire al mio datore di lavoro una mia rinuncia alle ferie in cambio di una certa somma di denaro. In sostanza, mi accordo con il mio datore di lavoro e con un atto scritto concordiamo che io resto al lavoro (che tanto non posso comunque partire) e lui mi paga il doppio. Questo accordo è del tutto NULLO. La legge non mi permette in nessun modo di disporre delle ferie!

2. Io mi accordo con una persona che mi è cara e faccio testamento, decidendo che questo testamento è irrevocabile. Questa clausola di irrevocabilità è NULLA. SEMPRE. La legge non permette questa cosa.

3. Io voglio cambiare sesso. Sono un trans. La legge me lo permette solo se un Tribunale mi autorizza. Altrimenti E' VIETATO E BASTA.

4. Io mi sposo e, come prova d'amore verso mia moglie, voglio fare un accordo con il quale stabilisco che rinuncio alla possibilità di divorziare. Così mi impegno davvero "per sempre". Questo accordo E' NULLO. E BASTA. La legge non permette questa cosa in nessun caso.

5. Un padre vuole donare un rene al figlio che è molto malato e sta per morire. La legge lo permette solo se un Tribunale lo autorizza. Altrimenti E' VIETATO. E BASTA. Senza se e senza ma.

Le ragioni di questi divieti sono molteplici e tutte molto sensate.

La legge, peraltro, in moltissimi casi nega qualunque valore a volontà manifestate in un tempo e in condizioni diverse da quelle in presenza delle quali quella volontà dovrebbe operare.

Chi dice "Io oggi decido che, se sarò così o cosà vorrò essere lasciato morire" non sa proprio come ci si sente e cosa si pensa quando poi ci si trova effettivamente così o cosà.

Nel caso di Eluana, peraltro, la presunta volontà di Eluana è stata solo desunta presuntivamente da frasi dette da Eluana a certe persone care in contesti e situazioni nella quali Eluana non poteva pensare che quelle frasi potessero essere vincolanti.

E' come si io dicessi scherzosamente a qualcuno che se Valentino vince anche questo mondiale io gli regalerò casa mia (per la donazione, detto per inciso, sono necessari l'atto pubblico e il notaio: art. 782 c.c.).

Non intendo con ciò prendere posizioni definitive sul caso Englaro, proprio perchè, come fondatamente scritto da "Menici", si tratta di un caso montato ad arte in una deplorevole strategia di guerra fra bande. Intendo solo mettere in evidenza che chi ostenta arroganti certezze non ha studiato a fondo la complessità del problema. Complessità laica, giuridica, logica, filosofica.

Si tratta di materia che non si presta a dogmi.

Infine, il fatto che il tentativo di suicidio non sia punito (cosa del tutto opportuna) non significa assolutamente che esista un "diritto al suicidio".

Il suicidio, nel nostro ordinamento, non è sotto alcun profilo un "diritto", ma solo una "possibilità materiale".

Felice Lima

francesco Grasso ha detto...

Infatti! pochè non è possibile,allo stato,sapere cosa in quel momento il soggetto vuole,non è ammesso a terzi DECIDERE! Resiste,la preminenza del bene giuridico della salvaguardia della vita.Personalmente so,che nessuno,peraltro in assenza di elaborare a livello della corteccia le sofferenze, vorrebbe essere soppresso.RIPETO, PRATICHE SIMILI A VERE E PROPRIE ESCUZIONI CAPITALI SONO ASSOLUTAMENTE VIETATE, PER I MEDICI!

francesco Grasso ha detto...

In relazione alle richieste in ordine alle strategie terapeutiche contro il cancro, è molto difficile rispondere compiutamente perchè materia assai vasta e soprattutto posta in forma poco organica ,e prescindendo dai principi fondamentali della scienza medica. Posso dire che, personalmente nel 1982 non ho praticato la chemioterapia a mio padre, in quanto ritenni che il costo beneficio in termini di qualità e quantità di vita me lo sconsigliavano.Allo stato attuale vi sono tumori che guariscono completamente con la chemioterapia e le cure ad essa opportunamente associate.La cura Di Bella basata su criteri in contrasto con la scienza medica non può essere accettata. Nei casi da me osservati ho appurato risultati catastrofici! Per quanto riguarda gli interessi criminali in materia,quello è altro capitolo.

Anonimo ha detto...

La vita é sacra. E anche piena di mistero. La sacralità della vita comprende anche la sua cessazione. La morte. La vita e la morte non sono cose diverse. Sono le due facce della stessa medaglia. Forse veniamo da qualche parte e forse da qualche parte andremo.

Nessuno può fornire certezze coercitive agli altri. Mi fa orrore il pensiero che qualcuno possa disporre della vita di un’altra persona, contro la sua volontà. Mi fa lo stesso orrore l’idea che qualcuno possa disporre della sua morte ossia della sua vita nella sua durata terrena di ora (fine) e magari non terrena (quella che prosegue in altri modi, dopo la morte del corpo, sempre che prosegua).
Non é relativismo di nessun tipo. E’ un valore assoluto: il libero arbitrio, la libertà di scegliere per sé, che può essere limitata, e deve essere limitata, quando l’esercizio di questa libertà pregiudica gli altri.
Anche Dio ha rinunciato a costringere gli uomini alla necessità di doverlo riconoscere.
Per me questo é il valore primario, senza il quale nulla può avere valore.

Se “Cesare” si impossessasse di quello che nemmeno Dio ha voluto trattenere per sé allora io vi dico che questo Cesare mi farebbe solo, profondamente, orrore. Un “Cesare” (o una morale sociale o chiamiamola come meglio vi pare) che pretenderebbe di imporre all’uomo singolo, non una regola necessaria per la convivenza con gli altri uomini, ma la scelta arrogante di quello che é il suo bene, a prescindere da ciò che quell’uomo ritiene essere il suo bene. Sarebbe la dittatura più schifosa, quella che si impossessa della più profonda intimità del singolo.



Un abbraccio a tutti.

Nanni64

Anonimo ha detto...

Scusate ho spezzzato il commento ma é stato un tentativo perché son so se per la lunghezza, ma non riuscivo ad inviarlo.

Lo completo, forse con qualche ripetizione.

"E, andando fino in fondo al tema specifico dico pure che il rifiuto ideologico dell’eutanasia mi pare fortemente inquinato sia da una profonda ipocrisia sia da una profonda vigliaccheria (che risiede in una ritenuta differenza, secondo me falsa, tra l’agire e l’omettere): chi di noi non ha pregato, o sperato, per il proprio caro agonizzante andasse via il prima possibile? Che la sua sofferenza durasse il meno possibile?

Ma l’ipocrisia e la vigliaccheria regola forse molta parte della nostra vita. A cominciare dalla bistecca che mangiamo, nonostante il nostro orrore di fronte al macello di quell’animale.

E non so chi andrebbe valutato meglio da una Etica Assoluta tra quello che piange lacrime amare, lasciando il proprio caro agonizzante implorante pietà, senza averne, e quello che ne piange infinitamente di più, scegliendo di pagarne le ovvie conseguenze in carcere per un atto di carità.

Scusatemi. Ho scritto di getto. E con la mente persino presa da altri problemi (quale per esempio, magari, la “morte della giustizia”, che ci aspetta, salvo miracoli). Ma c’é qualcosa in questa questione, nel mettere in discussione certe premesse, che mi fa davvero orrore. Ma può darsi che io non sappia qual’é il mio bene e che quindi sia un bene che qualcuno decida per me. Meglio di me. Ma io, sinceramente, preferisco sbagliare. Con la mia testa. Ora che é capace di intendere e di volere (almeno credo) per allora (quando, e spero che non accada, dovessi perdere questa capacità).

Un abbraccio a tutti".

Nanni64

P.S. Felice: ma quanto dura di solito la tua latitanza?

Anonimo ha detto...

Approfitto ancora della gentilezza e dell'onestà intellettuale di Francesco Grasso per porgli due domande, alle quali non pretendo risponda, avendo approfittato anche troppo dell'ospitalità in questo sito: è sicuro, veramente sicuro, che la terapia del Prof. Di Bella sia "in contrasto con la scienza medica"? E dove sta il "contrasto"? A proposito, noto che non ha smentito la media del 2%di sopravvivenza in più riguardo alla costosissima chemioterapia, e di questo La ringrazio. A mio modesto avviso, la differenza fra la terapia apoptopica del Prof. Di Bella e le altre false "cure miracolose" non sta tanto nel fatto che non è mai stata spacciata come "rimedio assoluto e definitivo". Risiede, invece, nel fatto che la terapia Di Bella non ha arricchito nessuno, neppure momentaneamente e neppure quando era tanto "di moda". Non è una differenza di poco conto, mi creda! Basterebbe questo, e non solo i concreti risultati ottenuti, a far dubitare delle "sperimentazioni" ministeriali. In realtà, vede, l'orrore al pensiero che si possa ostacolare financo la ricerca medica qualora non corrisponda a rilevantissimi interessi economici è tale che induce chiunque non sia un mascalzone a rigettare codesta idea quasi con ribrezzo, essendo assai più consolatorio pensare all'errore di un povero vecchietto in buona fede. Eppure basterebbe pensare alla storia, anche recente, non solo al remoto passato, per comprendere che nefandezze di questo tipo sono sempre state commesse, per esser state poi rilevate e denunciate molto più tardi, guarda caso quando non si potevano più denunciare né perseguire gli eventuali colpevoli. Del resto, basta leggere i giornali per comprendere che si uccide e si rischia la vita per molto meno dei profitti di una multinazionale del farmaco. A fortiori ...

Besugo ha detto...

siamo arrivati a questo punto.

a fortiori, loc. avv.Locuzione latina che significa "a più forte ragione". Espressione usata spesso quando alla giustificazione di una affermazione, una proprietà, … basata sul fatto che essa è una conseguenza o un caso particolare di una più generale si aggiungono ulteriori argomentazioni specifiche.

Mi auguro che lo sfoggio di locuzioni latine non convenientemente illustrate ai "non capenti", supreri l'importanza dei contenuti e quindi la forma gergale,rischi di mandare alle ortiche il BLOG:

Con affezione
Stefano
Genova

Besugo ha detto...

Chiedo venia, "u Sciuppun de futta" che mi ha sopraffatto, ha inquinato l'esposizione scritta di getto, quindi con il V/ permesso la ripropongo.

Mi auguro che lo sfoggio di locuzioni latine non convenientemente illustrate (a noi besughi non capenti), non superi l'importanza dei contenuti. E quindi, la forma gergale, esponga noi tutti al rischio di mandare il BLOG alle ortiche.


Stefano
Genova


P.S.
sciuppun de futta, tradotto: moto di rabbia. Espressione genovase molto usata nelle commedie dialettali, dall'attore Gilberto Govi.

Vittorio Ferraro ha detto...

Prendo spunto dai commenti del dott. Grasso e di Felice Lima per una ulteriore riflessione.

Premetto che mi risulta difficile trovare soluzioni certe.

Parto da quelli che sono i principi di diritto affermati dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 21748/07.

"...senza il consenso informato l'intervento del medico è, al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità, sicuramente illecito, anche quando è nell'interesse del paziente... Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma... altresì di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale... Nel consentire al trattamento medico o nel dissentire dalla prosecuzione dello stesso sulla persona dell'incapace, la rappresentanza del tutore è sottoposta a un duplice ordine di vincoli: egli deve, innanzitutto, agire nell'esclusivo interesse dell'incapace; e, nella ricerca del 'best interest', deve decidere non 'al posto' dell'incapace nè 'per' l'incapace, ma 'con' l'incapace:quindi, ricostruendo la presunta volontà del paziente incosciente, già adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita della coscienza, ovvero inferendo quella volontà dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche".

Sulla base di questi principi, poi, la Corte di Appello di Milano ha valutato le circostanze di fatto e le prove raccolte ed ha deciso di sospendere "le cure".

I Giudici non potevano non dare una risposta ad un padre che gli chiedeva il riconoscimento di un diritto.

Ed infatti, riconosciuto l'interesse del papà di Eluana, hanno ricostruito la volontà della stessa sulla base delle prove raccolte nel processo: per lo più prove testimoniali...

A questo punto è lecito chiedersi: come deve essere riempito - e se deve essere riempito - quel vuoto legislativo?

Credo che i tempi siano ormai maturi per un proficuo dibattito parlamentare.
Ma, evidentemente, si preferisce non normare nello specifico ed indirizzare gli sforzi in altri campi (si legga intercettazioni telefoniche).

La domanda da far tremare è:
la vita è disponibile?

E poi: quando ci troviamo in quei momenti (che sappiamo essere anche atroci...)siamo in grado di decidere?

Ed ancora: quello che abbiamo detto, scritto, confessato quando eravamo forti e belli lo avremmo anche confermato al momento della nostra morte?

E se in quei momenti non siamo in grado di intendere e di volere?

E' fuor di dubbio che una legge ci vuole: una legge rispettosa degli art. 2, 3, 13 e 32 della Costituzione. Ma anche una legge che regolamenti senza imposizioni dogmatiche ed ideologiche.

Nel momento della morte siamo soli con noi stessi. Ed in quei momenti viene, certamente, fuori il nostro istinto di sopravvivenza. Ma è proprio in quei momenti che non deve mancare il conforto delle persone care e l'umanità dei medici.

Ogni caso, poi, è un caso a sè. Ci sono casi nei quali è consigliabile la chemioterapia, altri in cui è opportuna la radioterapia. Altri ancora nei quali non vi è più nulla da fare ed è solo opportuno alleviare il dolore con cure palliative.
In tutti questi casi - ripeto - non deve mancare mai il conforto dei cari e l'umanità dei medici.

Anonimo ha detto...

domanda:
la vita è disponibile?

risposta:
dipende! (non potremo dare una risposta assoluta fino a quando non sarà possibile sapere cosa avviene dopo l'istante chiamato "morte")

Ad esempio, per i cattolici la vita non è un bene disponibile. Per me sì.
La differenza sta nel fatto che io non impedirò mai ai cattolici di applicare il loro credo.

il pavone

Felice Lima ha detto...

Per "Il Pavone" (commento delle 14.12).

Gentile "Pavone",

il problema è che in Italia non ci siete solo Lei e i cattolici.

Dunque, quello che pensate Lei e i cattolici non è decisivo.

In Italia, in questo momento, sia la Costituzione che la legge ordinaria considerano la vita "assolutamente indisponibile".

E, come ho già scritto, considerano indisponibili anche un sacco di altre cose, dalle ferie al divorzio, dalla possibilità di revocare il testamento a mille altre cose.

Questo è lo stato dell'arte in questo momento.

Lei e i cattolici potete continuare a bisticciare liberamente, ma i problemi di cui stiamo parlando restano tutti e non possono essere risolti solo sulla base del "io la penso così e, siccome non impedisco ad altri di fare quello che vogliono, voglio poter fare quello che voglio io".

Non a caso Menici indicava il caso Englaro solo come uno dei tanti momenti di verifica di una crisi culturale che nella nostra società è molto profonda.

Se il Suo modo di ragionare, "Pavone", avesse un qualche fondamento, io potrei dire:

1. io mi voglio coltivare tutti gli OGM che voglio e siccome rispetto la vostra libertà di fare o non fare altrettanto, voi me lo dovete consentire;

2. io intendo alimentare casa mia con energia ottenuta dall'uranio e, poichè non impedisco a voi di fare o non fare altrettanto, me lo dovete consentire;

3. io voglio guidare la moto senza casco e, poiché non impedisco a voi di fare o non fare lo stesso, me lo dovete consentire;

4. io voglio andare nudo in Tribunale e poiché non impedisco a voi di fare o non fare lo stesso, me lo dovete consentire.

E potrei continuare molto molto a lungo.

La questione è che una "società di esseri umani" è una cosa del tutto diversa da un branco e il principio "ognuno deve poter fare quello che vuole" è la negazione stessa di una società.

In sostanza, gentile amico, si rassegni: la Sua chiave di lettura del problema non lo risolve in alcun modo, lo elude.

Un caro saluto.

Felice Lima

Anonimo ha detto...

Mi dispiace dover dissentire. Cercherò di essere il più schematica possibile.
Mi scuso per l'errore "suicidio"="diritto" ma non mi intendo molto di termini giuridici, pensavo che il termine "primario" e l'aggiunta "va ben oltre l'idea del tanto sbandierato "decido io della mia vita"" bastassero a chiarire la mia posizione.
Ad ogni modo il motivo per cui il tentato suicidio non è reato è che chi arriva a tanto va più aiutato che condannato perché evidentemente non sta bene, non per il fatto che comunque semmai non potrebbe farsi causa da solo. Ecco perché è contradditorio (a mio parere) che si critichi chi decide di lasciarsi morire, quando invece non lo si critica per un suicidio. E' ipocrisia.
Quanto alle leggi cui si riferisce il giudice Lima torniamo su un vecchio discorso: le leggi sono fatte dagli uomini che non sono infallibili. Se è giusto che esistano dei divieti imprescindibili non è giusto che tutti quelli che esistono siano "santificati". Ad esempio sul tema in questione non c'è solo il fatto di non compromettere salute o libertà altrui, ma c'è anche il diritto all'autodeterminazione personale che non va negato.
Nessuno si sognerebbe di approvare il diritto di tagliarsi le vene, ma rifiutare una cura è diverso rispetto a procurarsi del male.
Per qualcuno è anche un sentirsi più vicini a Dio e alla natura delle cose, dato che la medicina è un artificio degli uomini, e che è sempre in lotta per rubare agli dei tutti il segreto della vita o almeno dell'immortalità. Che è un'altra cosa che in linea generale siamo quasi tutti disposti a scartare ma con cui se andiamo avanti così dovremo seriamente confrontarci prima o poi.
Magari da vegetali in un letto d'ospedale.
Che diritto abbiamo noi (tutti, cittadini, persone care, malati, medici, politici) di decidere per gli altri? Possiamo sprecarci e fare tutto quanto in nostro potere per aiutare, quando l'aiuto è richiesto. Ma se non lo fosse fino a un'istante prima di divenire incapaci di intendere e di volere, proprio dando per assodato che in quel punto -di fronte alla realtà più dura- diventiamo persone diverse, che diritto abbiamo di imporlo il nostro aiuto? Che diritto di far prevalere l'ultima personalità, quella che senza circostanze eccezionali non sarebbe mai nata, su quella che ha caratterizzato tutta la vita? Se il malato rimanesse in grado di intendere e volere e cambiasse idea (vuoi per paura o altro) il problema non sussisterebbe comunque, perché va comunque ascoltata la sua ultima volontà. Ma se morisse, e lasciasse su un letto d'ospedale un estraneo incapace perché non dovremmo credere che egli è già morto?
Proprio i religiosi si sprecano poi in questo, dopo averci insegnato fin da piccoli che ciò che conta non è il corpo ma l'anima, e che un essere umano senz'anima è un simulacro vuoto, inesistente.

Scusate la rigidezza/schiettezza del ragionamento ma volevo occupare il meno spazio possibile, spero si sia capito.

Con affetto a tutti e rispetto per tutte le posizioni prese, anche se non condivido tutto,
Silvia.

ps: non è stato giudicato un diritto tempo fa quello di quella signora che non voleva farsi amputare il piede andato in cancrena?

Anonimo ha detto...

dott. Lima,
non so se il mio pensiero abbia qualche fondamento o meno, però le posso dire che siamo in tanti che la pensiamo così.

e sono perfettamente conscio del fatto che non ci siamo solo "noi" e i "cattolici", quelli da me proposti sono solo due possibili modi di vedere le cose.

Solo che in una società bisognerà in qualche modo trovare una sintesi.
Lei mi parla di Legge e Costituzione. Io che sono digiuno di Diritto provavo a ragionare prescindendo da esso, o meglio provando a ragionare basandomi su princìpi sui quali credo che le Leggi degli Stati dovrebbero tener conto.
Uno di questi è la Libertà.

Da questo punto di vista mi permetta di commentare i suoi esempi, perchè non li considero esempi di "siccome non impedisco ad altri di fare quello che vogliono, voglio poter fare quello che voglio io":

1. nulla da dire sul principio gnerale che ognuno a casa sua coltivi quello che vuole, se lo fa per suo esclusivo consumo. Ma se da questo consumo ne deriva un danno alla sua salute io ne sono colpito, perchè anch'io pago il servizio sanitario nazionale, quindi la sua libertà di coltivatore limita la mia di contribuente

2 l'uranio è pericoloso e genera scorie. La salute dei vicini è messa a rischio

3. come 1

4. il nudismo in luogo non appropriato può ovviamente offendere l'altrui sensibilità

Io lo so che quando stacco la MIA spina offendo la sensibilità del cattolico, ma è in gioco appunto la MIA vita contro la SUA sensibilità/coscienza.

Nei 4 esempi di cui sopra da una parte sta la libertà dell'individuo dall'altra l'interesse/benessere della collettività.

In buona sostanza, a me che non sono cattolico se mi si impone di considerare la vita come un bene non disponibile, mi si toglie quella che per me (e molti altri) è la base della Libertà.
Se a un cattolico si impone di considerare la vita come un bene disponibile a piacimento (quindi anche non disponibile) il "danno" appare inferiore.

Di conseguenza la sintesi che la società, attraverso la Legge (che guarda caso è simboleggiata da una bilancia) dovrebbe operare mi sembrerebbe ovvia.

E dicendo ciò non mi sembra di aver eluso il problema.

La saluto cordialmente

il pavone

salvatore d'urso ha detto...

Carissimo Nanni64,

Quoto pienamente il tuo commento.



X Felice Lima...

Caro Felice,

Io ho seguito attentamente il tuo ragionamento...

E sono arrivato a questa conclusione che diverge da quanto hai esposto...

Cioè gli esempi danno in pratica un giudizio... su cosa non va fatto da parte dell'intera società.

Ad esempio il fatto che non si può andare in tribunale nudi... è un giudizio negativo che una società civile da a tale azione e che difatti lo vieta. Poichè è la nostra cultura che ci impone ad osservare determinate regole e che in teoria ci rendono più civili di altre culture.

Ma il fatto di dover disporre della propria morte, è ovvio che non alludo al suicidio e fa bene a mio avviso una società civile a cercare di emarginare questo fenomeno e magari controllarlo affinchè la vita venga preservata e il presunto suicida aiutato con tutti i mezzi che uno Stato civile e democratico può offrirgli, in un paese civile e democratico deve essere un diritto inalienabile quando però le condizioni e la qualità della vita sono particolarmente disastrose e irreversibili e quindi possono provocare dolori continui e difficilmente sopportabili per il fisico e o per la mente dell'individuo malato.

E quindi faccio anche io tre esempi i primi due più banali e poi uno più attinente al tema sui diritti di un individuo.

1. La dieta mediterranea contraddisitngue l'alimentazione della nostra società italiana... ma nessuno mi vieta di cibarmi di cavallette o serpenti sempre che questi non facciano parte di specie protette o non importabili nel nostro paese.

2. La cultura italiana non accetta il fatto che un individuo possa prestare sessualmente il proprio corpo ma intanto tale fenomeno è abbastanza diffuso e il legislatore vuol provare a regolarizzarlo.

3. L'altro giorno in Francia la suprema corte ha stabilito che le leggi promulgate dal governo Sarcozy ledevano i diritti dell'uomo e quindi tale legge non aveva alcun valore e difatti è subito stata limitata senza più produrre alcun abuso.

Questo perchè una legge dello stato ma anche la sola cultura di un popolo non può comunque scavalcare alcuni principi fondamentali...

Poichè poco oltre 60 anni fa i bravi tedeschi avevano varato leggi e semitrasformato la loro cultura dicendo che un uomo è tale solo se ha i capelli biondi e gli occhi azzurri... se ha qualche imperfezione fisica non può avere gli stessi diritti di del biondino... e magari essere internato in qualche "centro di accoglienza"...

Cioè chi nasceva con qualche difetto psichico o mentale non poteva per legge, e rappresentando per giunta una vergogna per l'intera società, camminare liberamente per il centro cittadino del suo paese... e così poi si è passati agli ebrei...

E' la legge... è la cultura di un popolo... ed è per questo che esistono le convenzioni internazionali per garantire alcuni diritti fondamentali...

E tra questi io ci metto anche il diritto di poter scegliere se staccare la spina... se si è però ammalati davvero in modo particolare... come su ho descritto.

E cioè che la legge e la cultura di un popolo non può in ogni caso superare alcuni limiti nella libertà di ogni singolo individuo. E il paragone di nanni64 con il libero arbitrio di Dio e la coercizione incalzante dell'uomo su l'uomo è molto calzante.

Questo è ciò che penso... e devo dire che il dibattito si è fatto davvero ancora più interessante... più di quanto mi aspettassi.

Anonimo ha detto...

Ho letto di getto tutti i vs. commenti, compresa la polemica, ma quando si discute e, con passione, è regionevole che qualcuno possa sentirsi offeso, e altri risentiti da tali sentimenti.
Sull'argomento dell'eutanasia non riesco a dare un'opinione,perchè alterno pensieri e soluzioni opposte e anche repentine.
Ragionando da persona sana e senza ,grazie a Dio, persone care colpite da gravi malattie, sono portata a disapprovare qualsiasi repressione volontaria della vita propria e altrui.
Poichè decidere su una questione sulla base del proprio fortunato stato di vita porta ad analisi limitate e sbagliate, mi pongo nella condizione opposta di analisi.
Ma subito dopo ritengo che anche tale analisi è falsata proprio dallo stato d'animo che vivo.
E' forse una di quelle questioni, come quelle dell'aborto, dove una soluzione certa, esatta, giusta e sacrosanta non c'è mai.
Forse perchè le soluzioni sono molteplici, tutte diverse tra di loro come diverse sono le esperienze delle persone.
avv. giovanna bellizzi

Libertà o Licenza ? ha detto...

Da queste discussioni emerge un dato: che oggi ognuno crede di poter esser legislatore a sé stesso. Non che una volta non fosse così, ma almeno c'era maggior uniformità nei costumi. Oggi i costumi individuali variano moltissimo da famiglia a famiglia e da persona a persona. In più, c'è la presunzione di ciascuno di poter sapere tutto e di poter bastare a sé stesso. Libertà apparente. Oserei dire, invece: maggior comodità e maggior presunzione. In altre parole, maggior Licenza. Tranne quando si devono fare i conti con chi comanda veramente: il dio Denaro, diventato da mero elemento di scambio a unico valore assoluto di tante squallide vite, senza spirito e senza speranza.

francesco Grasso ha detto...

A quanti rivendicano il diritto di soppressione della vita che non merita di esere vissuta, ho già risposto,comunque ha integrato l'argomento,in forma tanto chiara ed oltremodo concreta,tale da non lasciare spazio ad ulteriori concrete repliche, il dott. Lima .In ordine al contrasto fra la "terapia Di Bella" e la Scienza medica,PRECISO che la "terapia Di Bella" definita in alternativa alle terapie tradizionali e segnatamente alla CHEMIOTERAPIA,in realtà conteneva nei propri protocolli proprio la CHEMIOTERAPIA però a bassi dosaggi. La chemioterapia a bassi dosaggi avvelena inutilmente l'organismo umano,non ha alcun effetto sulle cellule tumorali e SOPRATTUTTO crea nelle cellule tumorali resistenze alla chemioterapia PROTEGGENDO IL TUMORE IN MODO PERFETTO!!!(questo è il grave contrasto).

Anonimo ha detto...

Apprezzo anch'io il divenire interessantissima di questa discussione.

Mi permetto di far notare al dott. Grasso che sulla questione del diritto di soppressione della vita (che tra l'altro non è proprio un diritto di soppressione della vita, è più un diritto di morire posto a confronto con l'obbligo di vivere, anche se l'effetto è lo stesso) né lui né il dott. Lima hanno dato una risposta "tale da non lasciare spazio ad ulteriori concrete repliche". Tant'è che repliche ce ne sono state e pure argomentate. Si tratta semplicemente di posizioni diverse dovute a convinzioni diverse di cosa sia la libertà, il diritto, la coscienza, la morale, l'etica, ecc. Non penso che qualcuno su un argomento così personale, umano e divino insieme, possa permettersi di porre la parola "fine" alle discussioni (degli altri).

A Libertà o Licenza vorrei far notare che dire "che oggi ognuno crede di poter esser legislatore a sé stesso. Non che una volta non fosse così, ma almeno c'era maggior uniformità nei costumi", è -a mio avviso- al contempo una lucida analisi dell'effettivo relativismo imperante e ipocrisia malcelata: cosa vuol dire "ma almeno c'era maggior uniformità nei costumi"? Che se tutti fossero relativisti basterebbe che tutti lo fossero nella stessa direzione? Cioè se tutti volessero essere libertini sul sesso andrebbe bene, ma se alcuni lo volessero e altri preferissero la morigeratezza sotto le lenzuola ma fossero libertini nella gestione economica delle proprie ditte non andrebbe più bene perché è necessario il pensiero unico o per lo meno il più assimilato possibile?

Per me questo rivendicare "maggior uniformità" nei costumi è fastidioso quanto l'altra parte del suo commento che invece condivido pienamente: "c'è la presunzione di ciascuno di poter sapere tutto e di poter bastare a sé stesso. Libertà apparente. Oserei dire, invece: maggior comodità e maggior presunzione. In altre parole, maggior Licenza" a far ciò che si vuole senza rendere conto ad altri che al Dio denaro. Questa è una grande malattia della nostra società.

Ma francamente penso che il tema di "fine vita" sia molto più profondo, più complesso, più importante e più vicino ai principi fondamentali su cui si basa l'etica di un vivere civile del semplicistico modo in cui viene qui rappresentato: "decido io della mia vita".

Silvia.

Primum: non nocere ha detto...

Solo per precisazione al gentile oncologo: la quantità di ciclofosfamide presente nel Metodo Di Bella varia da UN CENTESIMO A UN DUECENTESIMO delle quantità somministrate in chemioterapia. Precisamente, la quantità somministrata giornalmente nel Metodo Di Bella varia da 50 a 100 MILLIGRAMMI, laddove in chemioterapia Lei sa bene che si può giungere sino a 10GRAMMI in un' unica somministrazione in vena.
Sostenere che l'intero organismo possa essere "avvelenato" da simili bassissime quantità di chemioterapico vorrebbe allora dire che le quantità sino a DUECENTO VOLTE SUPERIORI somministrate in chemioterapia equivalgono ad una iniezione letale, altro che "avvelenamento"! In realtà, a quei bassissimi livelli l'effetto del farmaco non è più distruttivo, ma meramente apoptopico. Certo, se preferisce fidarsi delle sperimentazioni "ufficiali", è una sua libera scelta, e credo alla Sua buona fede. Mi permetta, però, di non esser d'accordo e di rimanere scettico, anche riguardo alle sperimentazioni, soprattutto quando in gioco ci sono i MILIARDI DI MILIARDI delle multinazionali del farmaco. Mi lasci aggiungere questo: ha mai visto quanti farmaci vi sono in una farmacia militare? Li metta a confronto con la vergognosa replicazione dello stesso principio attivo in mille prodotti diversi, costosissimi, che sono in vendita nelle farmacie non militari e poi mi dica, sinceramente, quali sono gli interessi tutelati in Italia e nel mondo, se quelli dei pazienti o quelli delle case farmaceutiche! Anche senza tener conto di taluni "informatori", di taluni congressi "scientifici" nei mari del sud, di talune Mercedes et similia! La saluto cordialmente.

Libertà o Licenza ? ha detto...

Alla gentile Silvia:

Non è "fastidioso". E' viceversa un fatto che diversi anni addietro i costumi erano maggiormente uniformi. C'è chi ritiene sia un bene che oggi ognuno abbia le proprie regole di vita, spesso incompatibili con quelle degli altri. Personalmente, ritengo che, se esasperato, questo sia un male. Credo invece che la libertà di ciascuno di avere idee personali riguardo alla morale debba essere in ogni caso tutelata, ma non sino al punto di degenerare nel "fai da te" morale ovvero nell'ASSENZA di morale, che è il risultato pratico al quale i relativisti, spesso interessati, hanno portato questa decadentissima società, che di "societas" ha, ormai, quasi solo il nome.

pensiero libero ha detto...

X Libertà o Licenza?...

Forse non si è capito tanto bene il punto della situazione...

In tutti i commenti che ho letto fino ad ora non c'è un solo commento che estremizzi la cosa fino al punto di dire che il suicidio è cosa buona...

Qui mi pare che tutti i lettori del blog siano daccordo che il suicidio sia da evitare... e sia un male.

Qui tutti i lettori anche sull'eutanasia, applicata a chiunque, pare siano sempre non favorevoli.

E invece c'è disaccordo nell'affermare se è giusto o meno che un cittadino che vige in condizioni salutari disastrose... cioè la malattia è degenerativa in modo costante ed è irreversibile. E per esempio prendiamo il caso Englaro o il caso Welby citati da Menici nel suo articolo dove entrambi i casi risultano particolarissimi e comportano ciò che ho su descritto dove inoltre la volontà del paziente è quella di porre fine in maniera quanto più DIGNITOSA possibile la propria vita.

E' una sua scelta del tutto personale dovuta dal fatto di essere più che gravemente malato dove tale male porta sofferenze fisiche difficilissime da sopportare soprattutto perchè costanti o nel tempo tali sofferenze fisiche si aggravano addirittura e per Welby in particolare anche sofferenze intime al proprio animo dove quindi è anche la mente ha subire indirettamente le sofferenze dovute alla malattia.

Che ad un'altra persona, chiunque essa sia, è convinta che la vita di tale paziente non debba essere interrotta poichè in caso capiti a lui mai farebbe tale scelta... è un'opinione del tutto persona di questa persona che MAI dovrebbe essere imposta a chi la pensa diversamente da lui... quando i casi sono così drammatici.

Poichè se Welby stava bene o il suo male poteva essere curato e quindi col passare del tempo le sue condizioni di salute sarebbero migliorate mai avrebbe pensato di rinunciare a vivere. Così la penso anche in caso dovesse capitare a me. Se ci sono speranze e cure adatte mai mi sognerei di dover porre fine alla mia vita anche se la malattia che sto patendo al momento mi provoca sofferenze insopportabili.

Il punto è che in determinate situazioni ben specificate... è il paziente malato che deve poter fare la sua scelta... e visto che il nostro legislatore in merito non ha mai normato nulla... il testamento biologico potrebbe essere un piccolo ma doveroso passo in avanti... ovviamente, a mio avviso, prevedendo la conferma da parte del paziente se questo è ancora cosciente... e si può applicare solo in casi del tutto particolari come quelli su descritti... ad esempio Eluana che dopo anni di coma diagnosticato ormai irreversibile e dopo che lo stato mentale è degenerato ad un livello del tutto vegetativo... tale spina dovrebbe, se è il paziente a volerlo dopo averlo stabilito nel proprio testamento, staccata e meglio ancora sarebbe se fosse previsto in tali casi l'eutanasia attraverso appositi farmaci.

Portare la discussione ad altro... non serve... limitiamoci a discutere solo di questi casi particolari... e in tali casi se sia giusto o no far decidere al paziente se porre fine in modo dignotoso alla propria esistenza. Altrimenti la discussione rischia di perdere di significato.

menici60d15 ha detto...

Segnalo la lettera ai magistrati"Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico", postata sulla mia pagina web menici60d15.