«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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lunedì 25 agosto 2008

Cosa pensava veramente Giovanni Falcone



A fronte del tentativo – bisogna dirlo, veramente molto deplorevole – di un politico (il Presidente del Consiglio) di strumentalizzare Giovanni Falcone per non lodevoli interessi personali, riportiamo il testo di una relazione tenuta da Giovanni Falcone il 5 novembre 1988.

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La professionalità e le professionalità


di Giovanni Falcone


da Antimafiaduemila


Relazione letta a Milano il 5 novembre 1988. Per gentile concessione della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”.

Siamo corporativisti e poco professionali. Duro monito del giudice palermitano al Consiglio Superiore della Magistratura e ai magistrati carrieristi e irresponsabili. Sono necessarie “maggiore competenza tecnica e più serietà operativa”.

In un documento del 13 luglio 1988, la giunta esecutiva nazionale di Unicost, nel riconoscere che l’esercizio della giurisdizione attraversa nel Paese un periodo di straordinaria difficoltà, afferma che il solco profondo creatosi tra magistratura e società civile ha determinato le condizioni per l’esito del referendum sulla responsabilità del giudice, in cui gli elettori, “indipendentemente dalle diverse intenzioni dei promotori”, hanno trovato l’occasione per esprimere la loro protesta per il pessimo funzionamento del servizio-giustizia.

Viene ribadita in quel documento, dunque, la tesi che, attraverso il referendum, alcuni settori politici hanno strumentalizzato lo stato di insoddisfazione esistente nel Paese, per far apparire la magistratura come unica responsabile delle disfunzioni della giustizia.

Se ci si sforza, però, di analizzare la questione con obiettività, e se si abbandona per un attimo quello stato d’animo che ha indotto non pochi ad affermare che la magistratura è afflitta da una “sindrome permanente da stato di assedio”, non può non riconoscersi che il referendum, a prescindere da qualsiasi sua strumentalizzazione, ha consentito di accertare, senza margini di equivoco, un dato estremamente significativo: e cioè che la stragrande maggioranza dell’elettorato ritiene che la funzione giurisdizionale non sia svolta attualmente con la necessaria professionalità, e che bisogna porre rimedio alla sostanziale irresponsabilità dei magistrati.

Ora, non vi è dubbio che le cause profonde della crisi della giurisdizione sono molteplici e, in buona parte, non addebitabili alla magistratura, investendo lo stesso modello di sviluppo politico e l’assetto complessivo dei pubblici poteri in Italia; ma ciò non sembra una buona ragione per non tenere conto del chiarissimo risultato referendario, eludendo ulteriormente i problemi e continuando ad addossare al potere politico tutte le responsabilità della crisi, senza nemmeno tentare di individuare e di fronteggiare quelle che sono direttamente riferibili alla magistratura.

Occorre, dunque, interrogarsi sul ruolo del giudice nella società attuale con animo sgombro da vecchi preconcetti ed evitando, soprattutto, di crearne nuovi.

E frutto di un nuovo preconcetto mi sembra l’affermazione di un collega che io stimo moltissimo (Elvio Fassone), secondo cui “le nuove spiagge – professionalità, terzietà – lasciano egualmente scontenti; quella, la professionalità, si è logorata prima di venire chiarita (al di là delle connotazioni più ovvie, che non vanno oltre alla competenza tecnica e alla serietà operativa ...); la seconda, la terzietà, ha insegnato che essere Tertius è bello quando Primus e Secundus giocano alla pari, non quando uno stritola l’altro”.

A me sembra, invece, che per evitare che il valore della professionalità possa essere ritenuto ormai logorato prima ancora di essere chiarito, sia necessario un fecondo dibattito per individuare quei contenuti che una società civile, sempre più allarmata dalle disfunzioni della giurisdizione, giustamente pretende.

E, in proposito, si potrebbe cominciare dal rilievo che le connotazioni ovvie del concetto di professionalità – e cioè la competenza tecnica e la serietà operativa – sono appunto quelle di cui, secondo un convincimento largamente diffuso nella società, la magistratura non è attualmente dotata in misura adeguata.

E’ vero che, prima, i giudici non sbagliavano meno di adesso e che, per converso, la gravità e complessità dei compiti di cui attualmente è investita la magistratura è incomparabilmente maggiore del passato.

Ma ciò significa non altro se non che proprio la professionalità in senso tecnico del giudice è quella di cui la società più acutamente avverte l’insufficienza.

Bisogna riconoscere responsabilmente, in altri termini, che la competenza professionale della magistratura è attualmente assicurata in modo soddisfacente; il che riguarda direttamente gli attuali criteri di reclutamento e quelli riguardanti la progressione nella cosiddetta carriera, l’aggiornamento professionale ed i relativi controlli, la stessa organizzazione degli uffici e la nomina dei dirigenti.

Una seria riflessione sui motivi dei queste disfunzioni – che tendono ad allontanare sempre più dalla magistratura il consenso sociale, favorendo così certe manovre dirette al depotenziamento del controllo della legalità – non può che partire dalla constatazione che si sono attutite quelle spinte ideali che, un tempo, avevano reso l’azione della magistratura centro di propulsione essenziale per l’effettiva applicazione dei valori solidaristici indicati dalla Costituzione.

Nei tempi, ormai non più recenti, in cui l’Associazione nazionale dei magistrati conduceva indimenticabili battaglie per eliminare dall’ordinamento giudiziario forme di progressione in carriera, che si risolvevano in un pesante condizionamento, autoritario e verticistico, dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, era ben chiaro a tutti che la lotta non era diretta a creare inammissibili privilegi, ma a consentire l’attuazione nell’ordinamento dei valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione.

Se questo panorama è radicalmente mutato e se i valori costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l’Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell’ordinamento democratico.

E la crisi profonda dell’associazionismo dei magistrati ha pesantemente influito sulla stessa funzionalità delle istituzioni; le correnti dell’Associazione nazionale magistrati – anche se, per fortuna, non tutte in egual misura – si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura, e quella occupazione delle istituzioni da parte di partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata anche in seno all’organo di governo autonomo della magistratura; con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica.

La caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute, in alcune correnti più delle altre, le attività più significative della vita associativa e, al di là di mere declamazioni di principio, nei fatti il dibattito ideologico è scaduto a livelli intollerabili.

Le conseguenze sono state di enorme portata ed hanno investito direttamente la stessa professionalità del giudice.

Era inevitabile, infatti, che correlativamente al progressivo affievolirsi del dibattito culturale ed ideologico, tendesse a prevalere, rispetto alla figura del magistrato-professionista, quella del magistrato-impiegato; e cioè del magistrato-burocrate, il quale, intimidito dagli attacchi esterni alla sua indipendenza ed indifeso per la sostanziale inerzia dei propri organismi rappresentativi si rifugia nelle comode e tranquillanti certezze di una carriera ispirata al criterio dell’anzianità senza demerito.

Bisogna riconoscere che, in presenza di una situazione di sfascio della giustizia, è certamente comodo delegare ad altri le responsabilità derivanti da scelte impegnative, poiché, prima o poi, se si saranno sapute evitare le “grane” derivanti da casi giudiziari perigliosi, si riceverà il “premio” di un posto semidirettivo e, alla fine, probabilmente, anche del tanto sospirato incarico direttivo.

Il magistrato, attualmente, viene ammesso in carriera sulla base di un bagaglio culturale meramente nozionistico, e ai criteri passati di accertamento della professionalità, certamente censurabili, ne sono stati sostituiti altri del tutto insoddisfacenti.

I criteri di accertamento negativo della professionalità non hanno funzionato, se non in casi insignificanti, e l’affinamento delle qualità professionali, in definitiva, è affidato esclusivamente al senso di responsabilità ed alla buona volontà del singolo.

Si aggiunga che i trasferimenti, le assegnazioni di funzioni e le nomine ai posti direttivi sono effettuati con riferimento assolutamente prevalente alle aspettative del magistrato, e solo in minima parte tengono conto delle sue specifiche attitudini e della sua esperienza professionale; non c’è da sorprendersi, quindi, se l’organizzazione degli uffici e le esigenze di razionalizzazione del lavoro restano affidate, in modo del tutto casuale, alla buona volontà ed alle eventuali capacità organizzative del dirigente dell’ufficio, che, ovviamente, non necessariamente coincidono con la sua preparazione professionale.

Ai deprecati fenomeni della carriera e del carrierismo sono subentrate carriere di altro tipo, in funzione di controllo dell’elettorato, con la conseguenza che, anziché privilegiare le qualità professionali e l’attitudine specifica a svolgere determinate funzioni, si tende a preferire chi assicura una migliore resa in termini elettorali.

Non c’è da meravigliasi, dunque, se la “legittimazione consensuale” della magistratura da parte del corpo sociale sia venuta progressivamente meno, in presenza di atti e comportamenti che appaiono segno inequivoco di quella “separatezza” della magistratura che, isolandola, l’ha esposta sempre più ad attacchi diretti ad indebolirne l’autonomia e l’indipendenza.

Valori questo, che vengono sempre più interpretati dalla società come inammissibili privilegi di natura corporativa.

In questo clima, la delega di rappresentatività a coloro, sempre gli stessi, che saranno in grado di assicurare queste prospettive rassicuranti, è un passaggio obbligato e naturale; e, di più, è favorito in tutti i modi da quei settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente considerazione il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque.

Questa analisi comincia a farsi strada in sede associativa.

Nel richiamato documento del 13 luglio 88, la corrente di Unità per la Costituzione afferma: “Le correnti dell’Associazione devono saper superare le logiche di schieramento incrementando il confronto di opinioni ideali e culturali, non trasformandosi in apparati di potere che soffocano le voci dissenzienti, trasformano le assemblee in rituali formali e inutili, concentrano quasi tutto il loro impegno nei momenti elettorali, per condizionare totalmente la composizione degli organi rappresentativi, e utilizzano l’arma del clientelismo”.

Che fare, allora, per porre rimedio a questa situazione che, oltre a mortificare la professionalità, isterilisce l’azione della magistratura e la rende non all’altezza dei gravosi compiti che la competono?

Mi sembra da condividere la tesi che la crisi della giurisdizione sia direttamente collegabile alla attuale crisi della politica, e cioè alla incapacità della stessa di dominare una realtà sociale complessa, contraddittoria ed in continua e spesso tumultuosa trasformazione.

Ciò determina inevitabilmente, come è stato autorevolmente osservato, la crisi del diritto, e cioè dello stesso concetto di norma giuridica come espressione fondamentale dell’azione statale, e la sua trasformazione in strumento provvisorio ed incompleto di soluzione dei conflitti, che dovranno poi trovare adeguata e concreta soluzione in sede applicativa.

La scomparsa di una domanda di giustizia omogenea e compatta e la sua trasformazione in una serie di istanze, spesso contraddittorie e confliggenti e, tuttavia, parimenti tutelate dalla Costituzione (ad esempio, tutela dello sviluppo economico e tutela dell’ambiente; tutela dei lavoratori e tutela della libertà di circolazione), determina necessariamente la trasformazione del ruolo del giudice in garante, puntuale e rigoroso, dei valori solidaristici ed emancipatori della Costituzione.

In questa fedeltà alla Costituzione consiste, a mio avviso, al di là delle specifiche professionalità del giudice la vera essenza della professionalità; professionalità che presuppone e si avvale della competenza tecnica, ma che non si esaurisce in essa, e che comporta un continuo e faticoso controllo della legalità, alla luce dei principi costituzionali.

L’affermazione ricorrente di taluni settori della politica, circa la ormai completa attuazione della Costituzione, deve essere, dunque, nettamente respinta, i valori costituzionali sono quotidianamente posti in discussione, e non è senza significato che queste affermazioni di segno opposto siano divenute più insistenti in un periodo storico in cui è più acuta l’insofferenza di certi settori dell’economia e della politica avverso il controllo di legalità, che, pur tra mille contraddizioni ed inesperienze, è portato avanti dalla asfittica macchina giudiziaria.

Se tutto ciò è vero, l’azione puramente difensiva dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, che corre il rischio di scadere in una difesa di privilegi inammissibili per uno Stato democratico, va trasformata in attività propulsiva e dinamica, per riaffermare in concreto il suo valore di strumento indispensabile per la tutela della legalità.

E la professionalità del giudice in questa ottica, costituisce problema fondamentale.

Occorre rendersi conto, infatti, che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura – come è dimostrato da quanto sta accadendo in questi giorni – rischia di essere gravemente compromessa se l’azione dei giudici non è assicurata da una robusta e responsabile professionalità al servizio del cittadino.

Ora, certi automatismi di carriera e la pretesa inconfessata di considerare il magistrato – solo perché ha vinto il concorso di ammissione in carriera – come idoneo a svolgere qualsiasi funzione (una sorta di superuomo infallibile e incensurabile) sono causa non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura.

La inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Consiglio superiore della magistratura ed i Consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento dei valori della professionalità dei magistrati verso il basso.

E qui non si tratta di auspicare il ritorno di anacronistici criteri elitari per la formazione professionale della magistratura, ma, molto più semplicemente ed umilmente, riconoscere che, attualmente, nel nostro Paese, in uno dei più difficili mestieri, quello del giudice, la formazione professionale è regolamentata in modo tale da non assicurare in modo efficiente il servizio-giustizia.

In qualsiasi azienda è un criterio addirittura elementare quello secondo cui il personale va adeguatamente selezionato, formato professionalmente e, quindi, destinato a quegli impieghi in cui le sue specifiche attitudini e professionalità possono essere maggiormente utili.

Per quanto concerne il servizio-giustizia, invece, questi concetti spesso non vengono tenuti in adeguata considerazione; eppure, se vige anche nella materia il principio della adeguatezza dei mezzi rispetto ai fini perseguiti, non si riesce a comprendere come si possa prescindere dalla idoneità professionale del personale, che è chiamato in concreto ad assicurare il controllo di legalità, nel modo più efficiente e, nel contempo, più rispettoso dei diritti del cittadino.

Al riguardo, un severissimo banco di prova sarà l’introduzione di quella autentica conquista di civiltà che è il nuovo codice di procedura penale.

Si afferma, infatti, fondatamente, che la riforma avrà esito positivo se, oltre alle indispensabili strutture materiali,vi sarà il necessario adeguamento delle “strutture mentali” di coloro, principalmente magistrati ed avvocati, che sono chiamati a rendere realtà viva ed operante un modello di processo che appare coerente e convincente soprattutto sotto il profilo della tutela delle libertà del singolo, ma che rappresenta una svolta radicale rispetto ai principi ed alle prassi precedenti della giustizia penale.

Per quanto concerne la magistratura, si respira il clima di preoccupazione e, nello stesso tempo, di eccitazione e di tensione morale caratteristico dei momenti più importanti della nostra giovane democrazia.

Segno, questo, che, nonostante i guasti provocati dalla degenerazione della vita associativa e dagli attacchi indiscriminati contro di essa, la magistratura è ancora un corpo sano e autenticamente democratico.

E sono sicuro che i magistrati faranno per intero il loro dovere per consentire alla riforma di avere completa e rapida attuazione.

Ma ciò non deve valere a sottovalutare che le strutture organizzative e la stessa formazione professionale dei magistrati necessitano urgentemente di un ripensamento e di una rielaborazione per renderle adeguate alla riforma.

E, soprattutto, va tenuto ben presente che la nuova struttura del processo penale, di tipo dispositivo, imporrà sostanziali modifiche nella formazione professionale del pubblico ministero rispetto a quella del giudice.

Si ha un bel dire quando si afferma che il nuovo processo penale italiano è un tertium genus rispetto ai modelli di tipo accusatorio ed inquisitorio, e che il nuovo pubblico ministero dovrà, comunque, ispirarsi alla deontologia e alle strutture mentali del magistrato.

Se non si terrà conto, infatti, che la connotazione come parte del pubblico ministero e la sua maggiore incisività nella ricerca e nella formazione della prova richiedono inesorabilmente una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice (di cui correlativamente è stata accentuata la terzietà), si correrà il rischio concreto di formare dei pubblici ministeri professionalmente poco idonei e, quindi, di non assicurare un efficace funzionamento della giustizia penale.

Non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pubblico ministero dipendente dall’esecutivo o per carriere separate all’interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee.

Si tratta, invece, di prendere atto responsabilmente che le attitudini ed i compiti specifici del pubblico ministero, richiesti dal nuovo modello di processo penale, comportano una sua specifica formazione professionale, che coincide solo in parte con quella del giudice e che anzi, in punti qualificanti, ne diverge nettamente.

Una prima significativa indicazione in questo ordine di idee è data dal nuovo testo dell’art. 190 dell’ordinamento giudiziario introdotto dal D.P.R. 22 settembre 1988 n. 449, che, pur ribadendo la unificazione della magistratura nel concorso di ammissione, nel tirocinio e nel ruolo di anzianità, ne stabilisce la distinzione relativamente alle funzioni giudicanti e requirenti, e prevede che, per il passaggio di funzioni, occorre che il Consiglio superiore della magistratura, previo parere del Consiglio giudiziario, abbia accertatola sussistenza di attitudini alle nuove funzioni.

Forse sarebbe stato meglio, a mio avviso, prevedere, fin dall’inizio, anche mantenendo ferma l’unicità del tirocinio, un meccanismo idoneo, nella scelta della sede, ad assicurare la copertura dei posti senza automatismi e sulla base delle accertate attitudini dei neomagistrati alle specifiche funzioni; ma, probabilmente, l’introduzione di una siffatta normativa avrebbe ecceduto i limiti della delega.

E non si può negare che, attualmente, può essere problematico, in determinati casi, l’accertamento delle attitudini alle diverse funzioni.

Ma è importante che finalmente si cominci a comprendere che il concetto di professionalità non è un criterio astratto, ma un principio che va verificato ed applicato in concreto, sulla base delle specifiche attitudini ed esperienze professionali del magistrato.

Qualcosa, dunque, comincia a muoversi nella direzione di una maggiore razionalità dell’organizzazione del servizio-giustizia e, com’era facile prevedere, data la situazione di stallo in cui versa la magistratura associata, l’iniziativa del potere politico non è stata affiancata da un’adeguata ed attenta elaborazione in sede associativa.

Non ho notizia circa soddisfacenti ed adeguati dibattiti ed elaborazioni in sede associativa dei problemi della professionalità del giudice; ed è singolare che ciò avvenga in un momento in cui in sede legislativa si moltiplicano le iniziative che incidono in modo determinante sulla professionalità.

E, al riguardo, mi sembra grave che l’Associazione nazionale magistrati si stia muovendo con notevole ritardo in ordine ad un disegno di legge, già approvato in sede referente dalla Camera dei deputati, con cui si introducono nuove norme sui consigli giudiziari, sulla temporaneità degli uffici direttivi e monocratici e sulla reversibilità delle funzioni; su ognuno di questi temi di estremo interesse per l’assetto e per la funzionalità della magistratura, sono state adottate soluzioni di notevole portata, che non hanno ancora ricevuto, per quanto è a mia conoscenza, una presa di posizione ufficiale dell’Associazione nazionale magistrati, né, tanto meno, sono state adeguatamente vagliate in sede associativa.

Pur essendo impossibile, in questa sede, un esame ex professo del disegno di legge in questione, mi sembra doveroso richiamare l’attenzione, anzitutto, sulla introduzione nei Consigli giudiziari dei membri laici e, cioè, di avvocati eletti dal foro di appartenenza, e sulla notevole espansione delle attribuzioni di questi organismi.

In proposito, mi sembra doveroso di esprimere la mia convinta adesione a questa apertura ai contributi di una categoria, quella degli avvocati, che per la sua specifica professione è posta in grado di valutare, forse meglio di altri, i problemi locali della giustizia e di verificare la laboriosità e la capacità professionale dei giudici.

Mi sembra, invece, che si debba nettamente dissentire dalle soluzioni adottate in tema di temporaneità degli incarichi semidirettivi e direttivi e di reversibilità delle funzioni.

Apparentemente, si è dato ingresso al principio della temporaneità degli incarichi direttivi, con ciò esaudendo istanze associative che, per vero, non mi sembra che siano state coltivate con eccessivo impegno né, tanto meno, adeguatamente elaborate.

Senonché, il tipo di soluzione scelta, a mio avviso, costituisce l’ennesima conferma che nel nostro Paese nulla è più definitivo del provvisorio.

E’ previsto, infatti (art. 20), che i titolari di incarichi direttivi durino in carica cinque anni, con la previsione del conferimento di un ulteriore incarico direttivo in sedi giudiziarie del medesimo o di altro distretto di Corte di appello; sono previste, inoltre, unzioni di collaborazione direttiva (gli attuali incarichi semidirettivi), conferite anch’esse per un termine quinquennale e parimenti rinnovabili per un ulteriore quinquennio (artt. 26 e 27).

E così, fra incarichi di collaborazione direttiva ed incarichi direttivi veri e propri, il magistrato potrebbe svolgere funzioni, lato sensu, direttive, per un ventennio; considerato, pertanto, che ben difficilmente - dati gli attuali criteri adottati dal Consiglio superiore della magistratura - un magistrato può aspirare ad un incarico del genere prima dei cinquant’anni, non mi sembra che la situazione sia granché diversa rispetto a quella attuale.

Anzi, credo che le cose potrebbero ulteriormente aggravarsi: poiché, infatti, il disegno di legge non introduce alcun elemento di novità sulla valutazione delle attitudini all’esercizio di tali funzioni, ancora una volta potrebbero prevalere nel conferimento di tali incarichi criteri scarsamente riguardosi delle attitudini e, cioè, della specifica professionalità del candidato rispetto all’incarico da ricoprire.

Se si ritiene veramente che la temporaneità degli incarichi direttivi sia una scelta idonea per indurre spinte corporative ed assicurare una migliore funzionalità del servizio-giustizia, occorre che le scelte siano coerenti rispetto al fine e non perpetuino gli inconvenienti lamentati; e ciò, a mio avviso, è esattamente l’opposto di quanto avverrebbe sulla base della soluzione legislativa proposta.

Sconcertante, poi, mi sembra l’art. 29 del disegno di legge. Secondo tale articolo, il magistrato può chiedere l’assegnazione a diverse funzioni o il trasferimento ad altra sede, dopo un biennio dall’effettivo esercizio delle precedenti funzioni e, decorso un ulteriore quinquennio, il Consiglio superiore della magistratura, entro 180 giorni, deve assegnarlo ad altra funzione nella stessa sede e, ove ciò non sia possibile, trasferirlo ad altra sede. Non si discute che vi siano casi – meno infrequenti di quanto si possa pensare – di magistrati che trascorrono l’intera carriera, o comunque lunghissimi periodi, nella medesima sede, senza che possa farsi praticamente nulla per ovviare a situazioni che, spesso, producono conseguenze sgradevoli per la stessa immagine della amministrazione della giustizia.

E non è parimenti discutibile, a mio avviso, che un ripensamento della inamovibilità dei giudici, al fine di garantire una più efficace e razionale utilizzazione del personale della magistratura, ormai si imponga.

Ma la soluzione che si vuole introdurre è assolutamente in contrasto con qualsiasi esigenza di razionalizzazione del lavoro, mortifica la professionalità, costituisce grave gesto di sfiducia nella magistratura nel suo complesso ed è in contrasto con la norma, sopra richiamata, di cui all’art. 190 dell’ordinamento giudiziario.

Ancora una volta, si sceglie l’adozione di misure automatiche, che penalizzano l’attività della stragrande maggioranza dei magistrati che svolgono il loro difficile lavoro con correttezza e con impegno, per non adottare misure coraggiose che, nel concreto, pongano fine a situazioni inaccettabili o servano ad una migliore funzionalità della giustizia.

Mi sembra incredibile che una norma come quella di cui sopra non abbia ancora provocato la forte reazione della magistratura associata e che non siano stati ancora posti in luce, col necessario risalto, i gravissimi pericoli, specie in vista dell’applicazione del nuovo codice di rito penale, per l’aggravamento delle disfunzioni della giustizia.

Con una norma siffatta – che, per quanto mi risulta, sarebbe unica nel suo genere per gli impiegati civili dello Stato – ogni seria programmazione del lavoro giudiziario verrebbe compromessa; e verrebbero definitivamente mortificate quelle esigenze di specifica professionalità che, a parole, tutti affermano di volere perseguire.

Il Consiglio superiore della magistratura non sarebbe certamente in grado di far altro che occuparsi dei trasferimenti e delle assegnazioni di funzioni, e le spinte corporative troverebbero ulteriore linfa cui attingere.

Ecco, a mio giudizio, un chiarissimo esempio di come certe riforme, in nome di principi astrattamente condivisibili, se non adeguatamente vagliate, possono produrre danni gravissimi; ed ecco, altresì, la conferma della scarsa incisività dell’Associazione dei magistrati che, ripiegata su se stessa, non riesce ad elaborare idee e progetti concreti su cui confrontarsi in vista di riforme che rischiano di essere compiute nel peggiore dei modi.

Occorre, dunque, che, partendo dal principio-guida che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura sono il necessario presupposto per una amministrazione della giustizia efficiente, ci si misuri, nel concreto, coi problemi esistenti, abbandonando sterili ed astratte posizioni di principio e, per converso, pretendendo il rispetto effettivo dell’indipendenza e dell’autonomia.

Bisogna abbandonare principi irreali, come quello della onniscienza del giudice, e rendersi conto che, in una realtà complessa come quella attuale, solo la specializzazione del giudice può consentire di comprenderla e dominarla.

Negare la specificità delle conoscenze e delle attitudini richieste per le varie funzioni del giudice, significa favorire la permanenza di situazioni di insoddisfacente professionalità che si risolvono nella attuale scarsa resa del servizio-giustizia.

E ciò determinerebbe l’allargamento ulteriore del solco fra la magistratura e la società; e il pericolo, sempre più immanente, di soluzioni inevitabilmente lesive dell’indipendenza e dell’autonomia del giudice.



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La foto è tratta da
Iovogliourlare

22 commenti:

Anonimo ha detto...

Finalmente conosco i motivi che hanno indotto i due più autorevoli membri del CSM di allora, Provenzano e Riina, a cominciare a preoccuparsi del dottor Falcone!

Anonimo ha detto...

mah, a parte che le parole di Falcone sono state usate più e più volte da moltissimi (anche magistrati) per - stiracchiandole - trovare conferma in proprie tesi spesso contrastanti, tre cose avrei da notare:

che non dice nulla che non sia stato già denunciato in questo blog, tra articoli dei redattori e commenti degli ospiti

che le stesse parole avrebbero potute essere scritte l'altroieri, e invece sono di vent'anni fa

che le due affermazioni precedenti dimostrano come in vent'anni NESSUNO ABBIA FATTO NULLA, se non sbrodolarsi ogni anno in occasione dell'anniversario della sua morte.

dava fastidio da vivo, appena morto ci si è dati un gran da fare per demolirne l'opera, e il ricordo viene utilizzato a mo' di clava o di fremente sdegno, ma sempre e soltanto per coprire interessi più e soprattutto meno confessabili, di politici come di magistrati.

che vergogna, verrebbe da dire, non fosse che la vergogna ci ha abbandonati da tempo: si vergogna di noi, forse.

baron litron

Anonimo ha detto...

1988 2008 venti anni.
Se almeno il 50% dei 10.000 magistrati avesse fatto propria questa lucida e attualissima analisi saremmo a questo punto?
Alessandra

Susy Specchi ha detto...

Siamo due artisti che creano mediante Second Life.
La madre di tutti i problemi della nostra Italia è come è sempre stata gestita l'informazione, secondo noi.
Abbiamo cercato di rappresentare questo problema realizzando questo video sull'informazione e la libertà in Italia.

"Virtual Information versus Real Information: speciale di TELE :-(" Il video è disponibile qui

(uno dei "commentatori":-) del TG di TELE:-( è Sabina Guzzanti)

SPECCHI E SECOND LIFE

Un caro saluto

Neupaul Palen aka Paolo Palmacci
&
Papper Papp aka paola Pandolfini

TELE :-(

Anonimo ha detto...

E' vero: Falcone ha posto sul tappeto vent'anni fa alcune delle questioni che contribuiscono ad offuscare l'immagine pubblica della Magistratura. Ma ciò non toglie che il riprendere le critiche è cosa di grande coraggio (mi ripeto: il pregio principale di questo blog è l'idea di criticare senza preconcetti e dall'interno la categoria cui si appartiene, in Italia - ricordiamolo - non lo fa nessuno). Però vorrei davvero capire: l'intervento di Falcone - si dice - è richiamato strumentalmente dalle forze di governo. Tuttavia a me pare - francamente - che molte delle posizioni a suo tempo assunte dal predetto Giudice non siano state richiamate a sproposito (sia pure con varietà di accenti, ad esempio, dal Ministro della giustizia e dal Deputato Bongiorno). Allora: lasciando perdere le intenzioni di chi propone - sempre ad esempio - la separazione delle carriere, non è meglio valutare oggettivamente quelli che saranno i disegni di legge? Verissimo: non è questo che renderà la giustizia più celere. Ma - almeno a quanto dicono - sono in cantiere anche alcune riforme procedurali che tenteranno di dare risposta al problema (sia in sede penale che civile). Insomma, e volendo sempre essere ottimisti: da quella autentica mostruosità che era il progetto di sospendere indiscriminatamente i processi pendenti ad una certa data si è passati ad una soluzione molto più ragionevole. Non può proprio sperarsi che avvenga nuovamente un fenomeno simile?
Saluti a tutti,
Pierfrancesco La Spina

Luciana ha detto...

Io sono ancora più pessimista di voi.

So perfettamente che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino venivano visti da mafiosi, politici e colleghi, diciamo così "affetti da invidia congenita", come il fumo agli occhi.
E so anche che le cose non sono cambiate da allora perchè i nomi che girano in politica e nella magistratura sono sempre quelli.
Nella mafia c'è più alternanza, visto che ogni tanto qualcuno ci lascia le penne o finisce in galera(anche se la seconda alternativa non pregiudica più di tanto la gestione dei propri interessi).

Per capirci qualcosa basta leggere il passaggio dell'articolo di Travaglio "L'allievo ripetente", dove dice:
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"Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone ... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”.
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Ecco, questi sono i personaggi che gravitano ai vertici della magistratura. Carnevale, Mancino, che "non ricorda" di aver incontrato Paolo Borsellino pochi giorni prima della morte.
Ora, con tutto il beneficio del dubbio possibile e immaginabile, voi ve lo sareste ricordato un incontro con Borsellino pochi girni prima che facesse la fine che ha fatto?
Io si.
Ma lui no...
E poi, ma voi ve lo immaginate Mancino "che non si ricorda" qualcosa?

Poi ci sono gli ex indagati, prosciolti da accuse infamanti.
Peccato che quando si dice che la legge li ha assolti non si dica anche "perchè" li ha assolti.
Mica per niente, ma perchè così uno si fa un'idea più precisa di come vanno le cose a casa nostra.
Sapete com'è, anche De Magistris "è stato condannato", ma se uno non va a vedere "perchè", non saprà mai da che parte si trovino la verità e la giustizia.

Invece i personaggi che gravitano ai vertici della politica...che ve lo dico a fare? Non trovo le parole. O_o


Quindi, alla fine di tutto il discorso, Vedo e prevedo che tra 20 anni le parole di Falcone saranno ancora attualissime...

Se nel frattempo un fungo atomico non ci avrà spazzati via.


Luciana

Pulicane ha detto...

Sulla strumentalizzazione del pensiero di Falcone, spesso da parte dei suoi ex nemici, ricordo un’intervista di Ilda Boccassini del 2002, che mi pare davvero attuale.

Si trova a questo link

Un florilegio degli attacchi indegni di cui parla la Boccassini (“giudice sceriffo”, malato di protagonismo, voglioso di instaurare la “repubblica dei giudici”, i giudici come nuova mafia ecc.) fu messa insieme dopo la sua morte dalla rivista “Avvenimenti”, 10 giugno 1992.

Anonimo ha detto...

Al Gentile Pierfrancesco La Spina:
incollo qui sotto un passaggio dell'articolo apparso oggi sul sito Voglio Scendere ad opera di Marco Travaglio (tratto dalla Rubrica "Ora d'aria" che lo stesso tiene sull'Unità).

Non perché la sua parola sia il Verbo, anzi, dobbiamo sempre sentire quante più campane possibili, leggere tra le righe, non fidarci di nessuno e ragionare con la propria testa. Travaglio per ora ha dimostrato grande affidabilità professionale, ma non si può mai dire e occorre sempre mettere in discussione tutto nella vita.

Ma in questo caso parla dell'ovvio. Un bambino cieco e sordo di massimo 5 anni può arrivare alle stesse conclusioni senza leggere i suoi articoli.
Molti di noi -in buona fede- cercano sempre possibili giustificazioni per non lasciarsi andare al pessimismo. E tutto questo lo riferisco non alla totalità del suo intervento, che è ammirevole in quanto invoca comunque il dialogo senza preconcetti (per quanto ritengo che le differenze tra ciò che diceva Falcone e ciò che è stato detto in questi giorni siano piuttosto forti), ma al suo ultimo periodo.
Cordialmente, Silvia.

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Lo schema ormai è un classico. Al Tappone minaccia di impalare i magistrati. L'Anm insorge, il Pdl la accusa di essere al servizio della sinistra, il Pd invita Al Tappone a non compromettere il dialogo sulle riforme «ma anche» i magistrati a non arroccarsi su posizioni corporative. Poi arriva il Ghedini o l'Angelino Jolie di turno e dice che no, impalarli forse è troppo: si potrebbe garrotarli, come gesto di buona volontà. A quel punto saltano su i pontieri del Pd che elogiano le «aperture» dei «moderati» Ghedini o Angelino in vista di un sereno confronto sulla Giustizia.

È accaduto per il Lodo Alfano: Berlusconi blocca 100 mila processi, poi bontà sua si accontenta di bloccare i suoi e il Pd esulta per la grande «vittoria dell'opposizione». È riaccaduto l'altro giorno: Al Tappone, citando Falcone (che probabilmente gli è apparso in sogno), minaccia di abolire l'obbligatorietà dell'azione penale, separare le carriere e infilare qualche altro politico nel Csm. Poi Ghedini e la Bongiorno si accontentano di separare le carriere e politicizzare vieppiù il Csm. E subito dal Pd si levano voci per la riapertura del dialogo, mentre Latorre se la prende con l'Anm («esagera») e Violante addirittura propone di portare da 1 a 2 terzi i membri laici, cioè politici, del Csm (un terzo nominato dal Parlamento, un altro terzo designato dal capo dello Stato, che potrebbe presto essere Al Tappone: geniale). È l'eterna strategia rinunciataria e gregaria del «meno peggio» che - diceva Sylos Labini - prelude sempre a un peggio peggiore.
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Anonimo ha detto...

Nonostante l'intento lodevole degli estensori dei vari articoli, rimane un dubbio di fondo: se sia giustificabile tentare di ricostruire "ex post" il pensiero di un grande Uomo, senza che Lui in persona possa più dare alcuna interpretazione "autentica" al proprio pensiero.

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Anonimo delle 15.46.

Il problema che Lei pone è certamente interessante, ma, a oggi, non può che essere risolto con le due seguenti considerazioni, che a noi appaiono decisive e definitive:

1. "Ricostruire ex post il pensiero di uomini che non possono più darne una interpretazione autentica" è ciò che ha sempre fatto e fa la cultura di ogni tempo. Diversamente, non potremmo dire nulla di Platone, di Socrate (che addirittura non lasciò nulla di scritto), di Dante, di Cartesio, di Kennedy, di Gesù Cristo, di Teresa d'Avila, di ...

2. L'origine del dibattito odierno non sta nel tentativo di alcuni di ricostruire il pensiero di un grande uomo, ma nella sfacciataggine di un altro di approfittarsi della sua memoria per squallidi interessi personali.

La Redazione

Anonimo ha detto...

La Redazione dice il vero, ma il problema si pone riguardo ai punti controversi, che saranno sempre lasciati, in ultima analisi, alla Fede di ciascuno ... come è accaduto, e accade, riguardo al Pensiero di Nostro Signore !

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Anonimo delle 17.55.

No, gentile Amico, ci permetta di contraddirLa.

Lei incorre in una evidente confusione.

La "fede di ciascuno" riguarda la veridicità o meno, la fondatezza o meno, la condivisibilità o meno delle tesi del "grande uomo" che si studia.

La ricostruzione del suo pensiero, invece, non ha niente a che fare con la "fede". Si chiama storia, letteratura, esegesi e altre discipline che hanno proprie specifiche regole epistemologiche.

Non facciamo "ammuino"!

Va bene il "relativismo" dilagante :-) ma fino a prima dell'arrivo di Berlusconi ricostruire il pensiero di un uomo vissuto anni prima (pochi o moltissimi) non era attività relegata all'ambito della "fede", ma nobile ricerca scientifica.

Come detto, storia, letteratura eccetera.

Scienze "non esatte" nel senso galileiano della parola, ma scienze con proprie regole ben precise.

Nessuno si sogna di dire che la ricostruzione del pensiero di Stalin o di Hitler, o della vita e delle opere di San Tommaso, o del pensiero di Kennedy o di Martin Luther King sia "fede". Né, men che meno, che sia - come adombra Lei - attività dagli esiti del tutto incerti e vani.

Dunque, ferma restando la possibilità di ognuno di coltivare tutti i dubbi che vuole, sappia che quelli che prospetta Lei appaiono allo stato pretestuosi.

La Redazione

Anonimo ha detto...

Rispondo (in particolare ma non esclusivamente) a Silvia. Non nego che il dibattito interno al centrodestra sulle riforme in tema di giustizia possa ricordare il trito schema del poliziotto cattivo e di quello buono dei film americani. Rimane però un fatto: alcune delle questioni richiamate dalle attuali forze di governo sono reali e - vi dico la verità - m'importa assai poco delle intenzioni psicologiche di chi le pone (del resto saranno i Giudici ad interpretare ragionevolmente le nuove disposizioni che eventualmente verranno introdotte). Ad esempio: si creano due Consigli superiori della Magistratura, separando così definitivamente le carriere. E' così terribile? Il Pubblico Ministero verrà comunque autogovernato da Magistrati, non sottoposto all'Esecutivo (e a me pare francamente che il Giudice Falcone non paventasse neppure questa eventualità, pur trovandosi al cospetto di forze politiche che - rispetto all'attuale - erano migliori solo - e sottolineo solo - dal punto di vista formale). Si dice che ciò causerà un affievolimento della "cultura di garanzia" dell'Organo inquirente: ma non è nella "logica" del codice Vassalli avvicinare l'Organo dell'accusa ad una parte processuale? Capisco perfettamente: è insopportabile - sia dal punto di vista personale che dell'Istituzione che si rappresenta - essere continuamente oggetto di attacchi la cui volgarità non ha bisogno di essere ricordata. Ma - dico sempre volendo cercare di essere il meno pessimista possibile - quando si tratta di criticare testi di legge l'ottica deve necessariamente ancorarsi (appunto) al testo (anche se può essere difficilissimo dimenticare il contesto in cui il testo medesimo matura). Il mio "ultimo periodo" significa che - come si dice - oggi "questo ci attocca": ed il Giudice non è più (per fortuna) "bocca della legge", e potrà così far funzionare al meglio qualsiasi riforma che dovesse introdursi.
Cordiali saluti,
Pierfrancesco La Spina

Anonimo ha detto...

La risposta che mi è stata riservata conferma ciò di cui ero già sicura. Si cerca il dialogo senza preconcetti.
Su questo (l'argomento in questione) mi dispiace ma non penso di poter intervenire, per cui questa discussione continuerò a leggerla ma non penso di portarla ancora avanti, poiché non ho né competenze tecniche né idee chiare in proposito.
Mi fa solo paura tutto. Perché ogni riforma può avere le migliori intenzioni e poi essere manipolata nell'esercizio pratico. Ciò che farei io è cercare di mettere gli interessati in condizione di essere costretti ad essere onesti, ma non so in concreto come si potrebbe fare, in campo di giustizia.

Il riferimento al suo ultimo periodo riguarda proprio l'ultimo periodo, non l'ultimo concetto espresso, cioè "Non può proprio sperarsi che avvenga nuovamente un fenomeno simile?".

Francamente sperare che attraverso il gioco del poliziotto buono e quello cattivo ci rifilino qualcosa che ci fa comunque male e di cui comunque non c'è bisogno (si trattava del Lodo Alfano) mi sembra masochistico.
E' vero che in situazioni di costrizione si guarda al meno peggio, ma qui non c'era nulla di costrizione. E' stato tutto gratuito e lo fanno passare per costrizione, così ci adattiamo a pensare che se non altro... quel che resta è il meno peggio.
In qualche caso ci vuole irremovibilità.

Certo che in quest'ultimo caso sarebbe bene parlare privi di preconcetti di riforme necessarie, senza bloccarsi sul "non si tocca la magistratura".
Ma da qui a stravolgere quel che Falcone pensava ne passa.
Non possiamo dire "eh no, avete stravolto tutto il suo pensiero per scopi personali" e quando torneranno un passo indietro aggiungere "beh dai, avete ritrattato bene, complimenti: l'avete stravolto solo un po'".
Dovremmo pretendere comunque che ne rispettino il pensiero, poi dicano pure le loro intenzioni e discutiamo dell'utilità quanto si vuole ma pretendiamo che le esprimano per quello che sono: personali, non riportate dal pensiero di chi non può più contraddire.

Con simpatia, Silvia.

Anonimo ha detto...

Invidio le Vostre certezze su questo mondo ! La matematica è per me l'unica certezza. Le altre sono solo opinioni, ciascuna con un suo determinato grado di probabilità e/o di fondatezza. Opinioni che è comunque legittimo formarsi, e per le quali, se rette da buona coscienza, è legittimo anche combattere.

Cordiali saluti.

P.S. - Riguardo a Stalin, sarei curioso di sapere la "ricostruzione" del suo pensiero, anche in Italia, PRIMA del congresso in cui Kruscev ebbe a "sputtanarlo" (concedetemi la licenza), e se DOPO è cambiato qualcosa o no ...

"Uguale per tutti" ha detto...

Per Anonimo delle 19.26.

Gentile Amico,

c’è una etica e una metafisica delle conversazioni.

Dunque, per potere parlare sono necessarie due cose:

1) una certa almeno minima onestà intellettuale;

2) riconoscere la fondatezza del principio di non contraddizione (Aristotele) e di quello di determinatezza dell’essere (sempre Aristotele).

Quanto al primo dei due presupposti, non è bello che Lei usi un espediente retorico consistente nell’affermare falsamente: “Invidio le Vostre certezze su questo mondo ! La matematica è per me l'unica certezza. Le altre sono solo opinioni, ciascuna con un suo determinato grado di probabilità e/o di fondatezza” nel mentre dimostra di avere un sacco di certezze su ciò che crede Le convenga (per esempio Stalin e Kruscev).

Quanto al secondo requisito, se davvero Lei non avesse alcuna certezza, come sostiene, allora parlare sarebbe completamente inutile e non si capisce cosa ci farebbe Lei qui.

Dice Aristotele che, perché si possa aprir bocca e parlare, bisogna credere alla verità di ciò che si afferma.

Insomma, chi pensa che nulla è certo e tutto è opinabile non potrà fare altro che stare zitto (Aristotele dice testualmente: “E’ una pianta e deve stare zitto”), perché dire qualunque cosa non avrebbe alcun senso, non avendo le cose affermate alcuna fondatezza oggettiva ed essendo, quindi, solo “flatus vocis”.

Ciò posto sull’etica delle conversazioni, rispondo alla Sua assurda domanda.

Lei mi chiede:
“Riguardo a Stalin, sarei curioso di sapere la "ricostruzione" del suo pensiero, anche in Italia, PRIMA del congresso in cui Kruscev ebbe a "sputtanarlo" (concedetemi la licenza), e se DOPO è cambiato qualcosa o no ...”

Per le ragioni che Le dirò, mi sembra una delle domande più assurde che si possano fare in questo contesto.

Le rispondo comunque come segue.

1) Io, quando Kruscev E’ MORTO, ero uno spensierato studente delle ELEMENTARI.

Dunque, NON AVEVO un pensiero su Stalin, del quale ignoravo anche l'esistenza.

2) Non sono e non sono mai stato comunista o marxista. Condivido le ragioni per le quali il pensiero cattolico ritiene il marxismo una dottrina immorale e non umana. Per motivi analoghi condivido le ragioni per le quali lo stesso pensiero cattolico trova immorale e disumano il liberalesimo.

3) Ma davvero - e questa mi pare la questione decisiva - non capisco proprio cosa c'entri tutto questo con ciò di cui si parla in questo blog.

La classe dirigente di questo Paese vuole che, se si scopre un Presidente di Regione intento a intascare milioni di euro in mazzette, non bisogna arrestarlo e bisogna anzi crocificcere i giudici che si sono permessi di scoprire la corruzione e il Suo problema è sapere cosa pensavo io di Stalin 45 anni fa??????????????????????????

Scusi, se viene un rapinatore a casa Sua e minaccia di svuotarLe la casa e violentarLe la moglie, lei per caso gli chiede se a suo tempo stesse per Coppi o per Bartali?

Fa una qualche differenza che chi si sta rubando lo Stato pensasse di Stalin o di Mussolini o di Babbo Natale una cosa o un’altra?

Se chi Le violenta la moglie le dice che ha sempre pensato male di Stalin, lei gliela lascia violentare?

Perché oggi, mentre questo Paese sprofonda in una deriva sudamericana di irrimediabile tragicità, dovrebbe avere una qualche importanza sapere cosa pensavano 45 anni fa di cose accadute cent’anni fa i protagonisti della tragedia di oggi?

La Redazione

Anonimo ha detto...

Suvvia, caro Dottor Lima (mi sembra Lei, dallo stile), Lei è peggio di me, quanto a pignoleria !

Finalmente ho trovato qualcuno che mi batte ... devo dirlo a mia moglie ! :)

Cosa dirLe di più, se non che avevo soltanto sottolineato quella che mi sembrava una reale difficoltà ?

E' vero, poi ho divagato parlando indebitamente di matematica e forzando un poco la mano alla retorica, ma l'ho fatto soltanto per rimarcare un mero invito alla prudenza.

Se ho esagerato, ne faccio ammenda.

Con simpatia.

P.S. Lo dico apertamente, giacché Lei mi ha preceduto: non sono idealmente un comunista (né, "a fortiori", un fascista o un nazista ...), ma neppure approvo il liberalismo. Forse siamo più vicini di quanto sembri.

P.S. II - Divagazione: Lo sapeva che Aristotele provò a pesare l'aria ? Sa come fece ? Mise una vescica su una bilancia e la pesò. Poi la gonfiò, soffiandoci, e la pesò ancora. Il peso era lo stesso. Dedusse quindi, formalmente in modo ineccepibile, che l'aria non avesse peso. E, in ragione della sua "auctoritas", fino a Torricelli l'aria non ebbe peso !

Felice Lima ha detto...

Per Anonimo delle 2.48.

Premetto che questo "seguito" al mio intervento precedente vuole essere solo un riscontro scherzoso all'ironia della Sua risposta.

Dunque, per favore, non lo prenda minimamente sul serio.

Ci metto anche le faccine, così si capisce meglio :-) :-) :-) :-)

Le dico le due cose che mi hanno fatto più divertire della Sua risposta.

La prima è la seguente:
"Lo dico apertamente, giacché Lei mi ha preceduto: non sono idealmente un comunista (né, "a fortiori", un fascista o un nazista ...), ma neppure approvo il liberalismo. Forse siamo più vicini di quanto sembri".

Scusi, ma allora, perchè era così importante sapere cosa pensavo io di Stalin prima e dopo il congresso di Kruscev?

Ammetta che era una domanda pazzesca! :-) :-)

E' come se io, mentre parliamo della opportunità o no di mettere una centrale nucleare sull'Argentario, Le chiedessi di sapere se il suo pensiero sulla pasta con le sarde è stato sempre lo stesso o è cambiato qualcosa dopo la svolta di Craxi all'Ergife. :-) :-)

E poi:
"Lo sapeva che Aristotele provò a pesare l'aria ? Sa come fece ? Mise una vescica su una bilancia e la pesò. Poi la gonfiò, soffiandoci, e la pesò ancora. Il peso era lo stesso. Dedusse quindi, formalmente in modo ineccepibile, che l'aria non avesse peso. E, in ragione della sua "auctoritas", fino a Torricelli l'aria non ebbe peso!"

Beh, almeno utilizzò un metodo! Sbagliato. Ma un metodo confutabile.

Pensi che di questi tempi c'è chi "dimostra" che Mangano è un eroe, Falcone un amico dei corrotti, Del Turco un perseguitato eccetera senza alcuno sforzo argomentativo neppure minimo, sulla sola base del "ve lo dico io", arricchito, al bisogno, dal "ve lo giuro sui miei figli".

Pensi quanto stiamo peggio.

In fondo "l'aria che non pesa" non uccide, come Mangano, e non saccheggia le finanze pubbliche come altri.

Un caro saluto.

Felice Lima

Gabriele Di Maio ha detto...

Ringrazio la redazione per avermi consentito di leggere questo scritto di Falcone, che mi aiuta molto a metterne a fuoco il pensiero.

Personalmente ritengo che si tratti di un'analisi corretta ed ancora attuale, e nella quale mi ritrovo pienamente.

Tra i tanti "mali" evidenziati, il problema non è nella separazione delle carriere (che credo possa servire a ben poco, e come tutte le riforme avere i suoi lati negativi), ma nella sempre più evidente incapacità della magistratura di autogovernarsi in via associata restando all'altezza dei valori costituzionali ricordati da Falcone.

Anonimo ha detto...

Caro Dottor Lima,

Non infierisca, La prego ! :)

Non era una domanda "pazzesca", era solo una domanda fuori luogo. E non era particolarmente indirizzata a Lei, il cui pensiero conosco per quanto me lo ha espresso.

Volevo soltanto rilevare la naturale mutevolezza o, se preferisce, la naturale "storicità" dei giudizi storici.

Riguardo, infine, a coloro che cercano di compiere quelle ardite "dimostrazioni" cui ha fatto ora cenno, sa bene che non possono contare sulla mia collaborazione !

Cari saluti.

Felice Lima ha detto...

Per Anonimo delle 15.36.

Lungi da me l'intenzione di infierire.

E' solo che mi era venuto in mente questo paragone della pasta con le sarde e non sono riuscito a rinunciare a scriverlo! :-)

Un caro saluto con la simpatia che sa.

Felice Lima

Vittorio Ferraro ha detto...

E' stato un confronto/dialogo interessante.

Si è parlato anche di verità, di umanità, di dialogo, di etica...

Un collegamento con il pensiero di Giovanni Falcone, in fondo, c'è.

Falcone è stato un uomo di grande temperamento e di profonda umanità in tempi che erano (e sono) davvero bui.

Quello che mi ha dato più fastidio è stato l'uso che della figura di Falcone - quale simbolo - si è fatto.

P.S. A proposito del senso dell'etica: un ottimo contributo è stato dato anche dalla fenomenologia: il realismo morale.
Partire si da Aristotele, ma passando anche attraverso Heidegger.

P.S. Complimenti per la qualità che si trova in questo blog.