«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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martedì 22 giugno 2010

La giustizia penale italiana, tra obbligatorietà dell’azione penale e processi arbitrari.



di Nicola Saracino
(Magistrato)



Tra i sistemi ad azione penale obbligatoria, come il nostro, e quelli ad azione penale discrezionale vi sono una fondamentale analogia ed una basilare differenza.

L’analogia sta nel fatto che nessuno dei due sistemi garantisce l’effettiva punizione di tutti i reati scoperti.

La differenza sta nell’accettazione laica di questo insuccesso dove vige la discrezionalità e la fustigazione etica che invece consegue alla declaratoria di prescrizione del reato nei sistemi ad azione penale obbligatoria.

Alla scelta discrezionale “a monte” su quali reati perseguire e quali no, l’obbligatorietà dell’azione penale preferisce la via necessitata della prescrizione di una rilevante percentuale dei reati condotti a processo. La selezione, cioè, avviene “a valle” come risultato quasi automatico dell’incapacità della macchina giudiziaria di trattare l’enorme materiale che vi viene immesso senza sostanziale vaglio, per così dire, all’origine.

Col corollario che il processo ed i suoi costi sono in larga parte impiegati infruttuosamente, lusso che i sistemi ad azione discrezionale evitano, riservando il processo solo ad una selezionatissima platea di delitti.

L’inadattabilità della discrezionalità dell’azione penale al sistema costituzionale italiano è argomentata tradizionalmente ricordandone il conflitto coi principi di uguaglianza e di legalità: tutti gli autori dei reati, di ogni reato, in linea di principio devono essere perseguiti. Se si ammettesse l’opzione preventiva di punirne solo alcuni verrebbero messi discussione proprio quei principi.

Ed allora si reputa maggiormente accettabile l’inefficienza "casuale" del sistema italiano, nel quale è la sorte a stabilire chi scampa il rischio penale usufruendo della prescrizione, piuttosto che la scelta discrezionale che esclude ex ante la processabilità di alcuni fatti. Anche perché, si aggiunge, una simile opzione comporta una responsabilità di carattere politico che mal si addice ad una magistratura professionale e non elettiva.

In questo guado le vie d’uscita si riducono notevolmente.

Se, infatti, si esclude di rendere discrezionale l’esercizio dell’azione penale nelle varie forme in cui ciò è realizzabile (lasciando la scelta ai prosecutors oppure rimettendola al Ministro o al Parlamento) non resta che limitare il danno di efficienza insito nell’obbligatorietà dell’azione penale che impone il processo per tutti i reati, sebbene si conosca in anticipo che non sarà possibile condurli a compimento.

Un esempio matematico aiuterà la comprensione del problema.

Con le risorse disponibili, su 100 processi il sistema è in grado di portarne a termine (cioè alla sentenza di assoluzione o di condanna) soltanto 60. Gli altri sono destinati a sfociare nel classico non liquet, vale a dire nella declaratoria di prescrizione del reato per decorso del tempo.

Quindi si spendono ingenti risorse per costruire e portare avanti 40 processi inutili, se si è d’accordo che lo scopo pratico del processo penale è quello di assolvere l’innocente o di condannare il colpevole.

Occorre, allora agire su quei 40 processi per recuperare risorse ed efficienza.

E lo si può fare senza neppure lambire i massimi sistemi e quindi senza mettere in discussione l’obbligo del pubblico ministero di esercitare l’azione penale.

Sempre che si sia d’accordo che l’obbligatorietà dell’azione penale non implichi che al suo servizio siano posti degli automi esentati dalla gestione responsabile delle (limitate) risorse disponibili.

In una certa percentuale di ipotesi è, infatti, possibile pronosticare in netto anticipo che un reato è destinato alla prescrizione. Ciò nonostante non esiste alcuna norma che consenta di evitare la celebrazione di quel processo, col risultato che si sprecano energie che potrebbero essere spese per accelerare i processi che hanno maggiori chances di pervenire ad una sentenza di merito (assoluzione/condanna) anziché di prescrizione.


La statistica giudiziaria fornirebbe affidabili criteri per stabilire quando sia opportuno “mollare la presa” e quindi accantonare, abbandonare i processi già morti, in attesa del tempo necessario a certificare formalmente il “decesso” del reato.

Le energie così recuperate potrebbero impiegarsi per accelerare i restanti processi e migliorare la performance riducendo dal 40% al 20% del totale il numero delle prescrizioni, così rendendo un effettivo servizio al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, da molti difeso solo retoricamente.

Ad oggi, però, non esiste alcuna norma di legge, né circolare del CSM, che metta al riparo da conseguenze negative il magistrato che ambisca a governare il processo penale anziché esserne supinamente soggiogato.


12 commenti:

Anonimo ha detto...

Per impedire la prescrizione sei reati basterebbe renderli imprescrivibili dal momento in cui inizia il procedimento di primo grado. Come già avviene in molti paesi europei.
Mi sembra un po' ipocrita e tipicamente "disinformatore "il discorso tenuto da Nicola Saracino...

La Redazione ha detto...

Pubblico la sua critica benché maleducata, oltreché anonima.

Lo faccio perché l'ipotesi cui lei fa riferimento viene insospettabilmente sostenuta anche da alcuni tecnici.

Per me è semplicemente impraticabile in Italia perché darebbe luogo all'"ergastolo processuale" dato che il cittadino non avrebbe alcuno strumento per uscire dall'ingranaggio e resterebbe imputato a vita .

In ogni caso glielo auguro di cuore.

Nicola Saracino

Anonimo ha detto...

Trovo interessante l'analisi e l'ipotesi formulata dal Dott. Saracino che colloco comunque nel novero di coloro che profondono impegno civile e senso di responsabilità per cercare di migliorare la giustizia italiana;

non condivido tuttavia, almeno finchè parliamo di sistema con azione penale obbligatoria, l'idea di immolare sull'altare dell'"efficienza" il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Cristallizzare i criteri da adottare per individuare "in tempo utile" e non celebrare più determinati processi prendendo come riferimento le statistiche, a mio avviso, sarebbe come considerare l'attuale sistema non perfettibile.

Ritengo che la regola non vada individuata in base all'esperienza ma che quest'ultima debba invece formarsi secondo la regola.

Bisogna lavorare per rimuovere le cause che impediscono di portare a compimento tutti i processi in tempi ragionevoli o almeno tendere a questo.

Concludo infine riflettendo sul fatto che anche le indagini preliminari assorbono risorse al sistema nel suo insieme: a questo punto allora meglio la non obbligatorietà'.

Con la Sua ipotesi ravvedo sia "l’accettazione laica dell'insuccesso (se consideriamo i processi da scartare ex ante in base a determinati criteri)sia la fustigazione etica" (se consideriamo che comunque non siamo al riparo da altre prescrizioni "accidentali" che potrebbero sopraggiungere in itinere).

Fabrizio Cufino

Besugo ha detto...

ìn càuda venènum

La "critica benché maleducata, oltreché anonima". Sembra provenire da insospettabile tecnico.

La frase: "In ogni caso glielo auguro di cuore"

Interpretandola forse in modo errato, ardisco, molto sommessamente, di sentirla poco consona alla consueta, severa, ma cortese prosa di questa stimatissima Redazione.

Con rinnovata stima ed affetto

Stefano
Genova

La Redazione ha detto...

Per Fabrizio delle 23,42.

Un processo che conduce alla prescrizione produce lo stesso risultato di un processo non fatto; ma anche costi insostenibili.

Se un abuso d'ufficio venisse scoperto a distanza di 7 anni dal fatto, vi è certezza che l'esito sarà la prescrizione.

Lo stesso discorso può farsi per molte contravvenzioni che o vengono scoperte subito o è velleitario perseguire.

Spesso il giudice di primo grado pronuncia condanna quando mancano pochi mesi al compimento del termine massimo di prescrizione che verrà ineluttabilmente dichiarata in appello.

Fare quei processi significa non poterne fare altri.

Se non si prende coscienza che le risosre non sono illimitate, si continuerà a sprecarle.

La finalità della proposta è proprio quello di tendere a far prescrivere il minor numero di reati, cosa che mi sembra maggiormente coerente con gli scopi dell'obbligatorietà dell'azione penale.

E ciò può ottenersi a quadro costituzionale inalterato perché non è necessario liberare il PM dall'obbligo di formulare l'imputazione.

Nè, peraltro, può trascurarsi che già oggi molti reati vengono dichiarati prescritti prima del processo, con decreto di archiviazione.

Il sistema è perfettibile proprio attraverso un attento impiego delle risorse. Maggiore efficienza di solito vuol dire migliori risultati.

Anonimo ha detto...

La sua proposta mi affascina perchè è essenziale e ineccepibile.

Pur nutrendo grande stima e rispetto del Sistema Giudiziario che considero l'ultimo baluardo di legalità ed etica in una società le cui principali componenti, senza alcuna speranza di redenzione, sono indistintamente avvezze al "compromesso", non posso tuttavia non pensare che le attuali lungaggini siano, anche se magari in minima parte, dovute a "inefficienza" e non solo a "indisponibilità" di risorse.

E' per questo che ancora una volta, ma forse un pò troppo da sognatore, individuerei prima in quella direzione la soluzione.

Fabrizio Cufino

Anonimo ha detto...

Per far funzionare la giustizia penale, di questa state parlando, ci vogliono due cose.

Primo.
Gente che lavora con passione, sacrificio, abnegazione senza pensare alle vacanze, allo stipendio, agli extra, alla ristrutturazione della villa a mare, alle conferenze, ai blog, ai turni, ecc. ecc.
E per gente intendo magistrati, cancellieri, assistenti, personale della polizia giudiziaria e commessi.

Secondo.
Devono terminare con la richiesta di rinvio a giudizio (e similaria) solo i procedimenti con una base accusatoria consistente, come se l'ufficio del p.m. fosse già un giudice (non avviene già!).
Preciso che dove ho lavorato io la giustizia funzionava molto bene, quasi perfettamente.

Anonimissimo.

Anonimo ha detto...

Mi permetto di segnalare che in un processo esistono anche le vittime e tutte hanno il diritto di vedere tutelati i propri interessi di qualsiasi natura essi siano.....
Ritengo pertanto che se si vuol contiunuare a ritenere la "legge uguale per tutti" l'ipotesi in discussione sia poco praticabile....
Aghi

Anonimo ha detto...

La mia modesta esperienza mi ha consentito di maturare la convinzione che i procedimenti che "nascono morti" cioe' condannati alla prescrizione siano pochi.

Ancora meno sono i procedimenti che non si riesce a concludere in tempo per evitare che maturi la prescrizione.

Mi e' sembrato invece piu' volte di percepire come la scadenza del termine di prescrizione del reato sia frutto di una scelta del pubblico ministero e, piu' raramente, del giudice e che questa scelta sia dettata dalla volonta' di non richiedere un'archiviazione, che possa apparire inopportuna oppure di non pronunciare una sentenza "antipatica".

Ho peraltro sempre visto i processi concludersi inesorabilmente con una sentenza definitiva quasi tutte le volte, in cui una parte privata aveva mirato alla prescrizione. Trattasi di cosa in ogni caso non facile, tenuto conto delle norme processuali che neutralizzano ogni rinvio richiesto dall'imputato ai fini del computo del termine e non considerano il tempo per la decisione della cassazione, nel caso in cui il ricorso sia dichiarato inammissibile (cosa che avviene spesso, volentieri e con preoccupante disinvoltura).-

Cio' premesso, senza dimenticare certe archiviazioni dalle motivazioni quanto meno singolari (una rapina archiviata perche' il rapinatore era stato gentile e una concussione perche' il concusso era stato disobbediente alle pretese del pubblico amministratore) non penso sarebbe azzardato ipotizzare che non ci sia poi tanta differenza fra obbligatorieta' e discrezionalita' dell'azione penale.

Chiedo scusa per l'anonimato ma la pubblicazione del mio nome potrebbe ledere diritti di terzi.

Vico Spiano ha detto...

L'italiano ha uno strano rapporto con le leggi, la polizia e la magistratura.
Questo rapporto non amichevole rende l'amministrazione della giustizia molto problematica sia qualunque forma si adotti.
Probabilmente il cittadino predilige la discrezionalità e la nomina politica del PM.Sia mai di commettere un reato si può fare affidamento sul politico locale per metterci la buona parola.

Se non riscopriamo il senso della civile convivenza tutti i discorsi sono vani.

Obbligatorietà e prescrizione a 30 anni per tutti i reati è realizzabilissima.Basterebbe la volontà politica che non c'è.

RISORSE.
Quante sono destinate alla giustizia e quante alle sagre paesane, agli enti inutili ed alle cattedrali nel deserto?

DEPENALIZZAZIONI.
Veramente per tutti i reati occorre un giudice?

PRETORE.
Il vecchio pretore, per reati lievi può essere riscoperto?

APPELLO.
E' proprio necessario l'Appello?

CASELLARIO ED ARCHIVIO GIUDIZIARIO.E' giusto che la recidività non conti nulla?

CERTEZZA DELLA PENA.
Una pronta risposta e la certezza della pena induce a delinquere di meno?

ISTRUZIONE (questa merita il primo posto).
Abolire con l'educazione il termine spia favorisce la giustizia?

Vico Spiano

La Redazione ha detto...

In replica agli ultimi interventi.

Sulle impugnazioni abbiamo già scritto qui:

http://toghe.blogspot.com/2010/04/abbreviare-il-processo-concentrare-le.html

Il pretore è stato sostanzialmente sostituito dal Giudice di Pace, ma forse i reati restano troppi.

Le persone offese o danneggiate non traggono alcun vantaggio da un sistema che partorisce prescrizioni. Solo se la prescrizione è dichiarata nell'impugnazione, infatti, è prevista una pronuncia sul risarcimento. In ogni caso resta aperta la via del giudizio civile che spesso è più celere di quello penale. Nè va trascurato che nel processo accusatorio puro la parte civile non è contemplata.
Ma noi italici siamo notoriamente superiori ed a chiacchiere facciamo tutto.

Mi sembra che si continui a trascurare che l'applicazione pratica dell'accantonamento dei processi "zombie" ridurebbe drasticamente la percentuale delle prescrizioni.

L'ipocrisia non sta forse nel promettere di fare tutto e poi tradire quella promessa, ben sapendo di non poterla mantenere?

Infine, all'anonimo che teme di ledere diritti di terzi spendendo il proprio nome: lo ha forse in comproprietà con altri? :-)

La Redazione ha detto...

Dice l'anonimo delle 18,42:

" ...non penso sarebbe azzardato ipotizzare che non ci sia poi tanta differenza fra obbligatorieta' e discrezionalita' dell'azione penale.".

Sul piano dell'efficienza la differenza c'è perché laddove l'azione è discrezionale il processo non si fa e difficilmente si arriva a dichiarae una prescrizione.

Ma è sul piano politico che la differenza è ancor maggiore:
come accennato nell'articolo al criterio "politico" di selzione dei fatti perseguibili il sistema ad azione obbligatoria contrappone un criterio "casuale", per così dire da sfiancamento del sistema le cui risosrse sono sovraimpegnate.

Il criterio di selezione secondo il principio di efficienza - quindi non casuale ma neppure di di "valore" - non può che essere amministrato da tecnici e non da politici ed è l'unico a risultare compatibile con l'azione penale obbligatoria.