«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)
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mercoledì 27 maggio 2009

I diritti e la dignità dell’uomo




di Giovanni Maria Flick
(Professore di Diritto Penale, ex Presidente della Corte Costituzionale, ex Ministro della Giustizia)



Veniamo da un passato nel quale il riconoscimento e la tutela dei diritti umani erano affidati agli Stati nazionali.

Eppure le violazioni di quei diritti sono state reiterate, macroscopiche e devastanti, fino a culminare nella Seconda guerra mondiale: le armi di distruzione di massa; il coinvolgimento generalizzato dei civili; soprattutto, la Shoah.

Per questo, da quel “crogiolo ardente” (come lo definì uno dei padri costituenti, Giuseppe Dossetti) nacquero l’internazionalizzazione del diritto costituzionale, il riconoscimento della persona sulla scena internazionale, la tutela giudiziaria sovranazionale dei diritti umani, l’ingerenza umanitaria.

Soprattutto, nacque l’esigenza di affermare la dignità della persona, nelle dichiarazioni sovranazionali e nelle costituzioni nazionali.

Viviamo un presente nel quale l’aggressione alla dignità umana - sotto forme nuove, ma sempre uguali - è incombente.

Basta guardare alla crisi globale, ai suoi effetti sui livelli di povertà, individuali e collettivi, e sul diritto-dovere al lavoro, premessa della dignità secondo la nostra Costituzione.

Basta guardare ai crescenti assalti all’Europa, “fortezza del benessere”, da parte di una immigrazione di massa in fuga dalla fame, la sete, la guerra.

Nel Mediterraneo rischia di naufragare, con i migranti, le loro speranze e la loro dignità, anche la tradizione europea di accoglienza e sensibilità per i diritti umani.

Andiamo verso un futuro di insidie per la dignità, non meno preoccupanti di quelle tradizionali e sempre presenti, come il razzismo e l’intolleranza: penso agli abusi nella gestione delle informazioni sensibili, e agli eccessi della tecnologia medica.

Il terrorismo globale minaccia di essere sempre più coinvolgente e fanatico; ma, in nome della sicurezza e del contrasto al terrorismo, anche la soglia di rispetto dei diritti fondamentali della persona si abbassa sempre più.

Leggere il passato, il presente e il futuro attraverso le lenti della dignità, regala margini di speranza, perché consente di coglierne la perenne attualità e la stabilità del suo nucleo fondamentale; ma anche di riflettere sulla moltiplicazione degli ambiti in cui ne viene richiamato il rispetto; di trarre dalla lezione della storia, indicazioni per affrontare le nuove istanze di aggressione e di tutela.

La Dichiarazione universale ci ricorda che «tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti»; ma all’uguaglianza si affiancano le differenze oggettive e ineliminabili di cui ciascuno è portatore.

Queste ultime contribuiscono a formare la sua identità; esprimono il pluralismo e il personalismo: valori non meno importanti dell’eguaglianza.

L’apparente contraddizione tra eguaglianza e diversità si risolve nel riconoscimento della pari dignità, come nell’articolo 3 della nostra Costituzione: le differenze non possono rappresentare ostacoli insuperabili, o giustificare condizioni di inferiorità, sopraffazione, discriminazione.

Gli ostacoli vanno affrontati e rimossi per consentire la libertà e l’eguaglianza di ciascuno (non solo dei cittadini: delle persone) e il pieno sviluppo della persona umana: per realizzare la pari dignità sociale.

In tal modo la dignità fa giustizia della pretesa - troppo frequente - di utilizzarla come pretesto per imporre comportamenti e conformismi generalizzati; per non rispettare il diritto di ciascuno alla diversità e al dissenso, alla sua identità e libertà.

Sempre che, beninteso, la libertà si esprima nel rispetto dell’altrui dignità e dei “valori condivisi” (quelli della Costituzione) posti a presidio della civile convivenza.

La stretta connessione fra gli articoli 2 e 3 della Costituzione evidenzia un ulteriore aspetto della pari dignità: l’essere un ponte fra i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

L’azione di contrasto agli ostacoli che impediscono la concretezza e l’effettività della pari dignità sociale, si realizza solo mobilitando il valore costituzionale della solidarietà, altrettanto essenziale.

Assieme alla reciprocità fra diritti e doveri, la solidarietà esprime il bisogno di coesione nella comunità, che trova soddisfazione nell’apporto reciproco, nella socialità, nella solidarietà.

La pari dignità lega i molteplici diritti umani e rappresenta il parametro per attribuire contenuto specifico e concreto a ciascuno di tali diritti.

In modo esplicito - per evidenti ragioni di storia e coscienza collettiva, dopo la Shoah - la Costituzione tedesca pone la dignità umana in apertura, come valore generale e premessa di tutti i diritti.

La Costituzione italiana, invece, pone la dignità come indice di concretezza dell’eguaglianza; la richiama esplicitamente come parametro della retribuzione e come limite alla libertà di iniziativa economica; lo fa in modo implicito a proposito della libertà personale, della responsabilità penale, del diritto all’autodeterminazione sanitaria.

Il diverso approccio costituzionale alla dignità, non si traduce in una diversa gerarchia di apprezzamento: anche nella Costituzione italiana la dignità esprime la saldatura fra eguaglianza, libertà e solidarietà; riassume e concretizza gli altri valori costituzionali e coglie il legame fra i diritti fondamentali, sottolineandone l’universalità, l’indivisibilità, l’effettività.

Infine, l’impegno ad attuare i diritti fondamentali non riguarda soltanto la dimensione statale e sovranazionale, come finora è avvenuto: deve coinvolgere anche, e prima ancora, la dimensione locale.

L’effettività dei diritti deve fare i conti soprattutto con il territorio, quindi con il principio di prossimità, che a sua volta si realizza nella cosiddetta sussidiarietà orizzontale.

La pari dignità sociale, insomma, si ricollega esplicitamente alla sussidiarietà orizzontale (quella della società civile e del c.d. terzo settore), ribadita dall’art. 118 della Costituzione riformato nel 2001, dov’è collocata a fianco della sussidiarietà verticale (quella istituzionale).

Riflettere, in tempo di crisi, sulla pari dignità è un’occasione per reagire e per superare le paure che ci turbano: ad esempio, per tenerne conto al momento di definire nuovi modelli e regole di comportamento - guardando anche al privato-sociale e all’impresa sociale - nel rapporto tra imprese e consumatori, tra finanza e investitori, tra credito e risparmio.

E’ un’occasione per superare le contrapposizioni tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, che hanno “giustificato” lacune e dimenticanze di ciascuno di questi mondi in tema di diritti fondamentali.

E’, infine, un’occasione per rafforzare gli spazi di intervento sul territorio, utilizzando come una leva il mix di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Il coinvolgimento del territorio nell’attuazione dei diritti è il modo migliore per radicarli, perché vengano assimilati anche sul piano culturale e del consenso sociale, anziché essere percepiti come forme di assistenzialismo o, peggio, come sprechi da sottoporre a tagli e riduzioni.

Anche in tema di diritti, l’impegno e il controllo (da parte) del territorio accrescono la sicurezza.

Perfino i meno sensibili alle questioni dei diritti umani dovrebbero trame buone ragioni per investire sulla dignità.




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