martedì 23 giugno 2020

Caro popolo italiano, ti scrivo…

di Anna Maria Torchia - Magistrato



L'indipendenza della magistratura è un valore posto a garanzia non dei magistrati ma dei cittadini. Senza l’interessamento e il coinvolgimento di costoro la magistratura non potrà uscire dalla gravissima crisi in cui si trova.

Questo ci ricorda la lettera che una collega ha voluto indirizzare idealmente al popolo italiano e che pubblichiamo oggi.

La redazione

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Caro popolo italiano, ti scrivo…

Mi permetto di darti del “tu” non per sminuirti, ma confidenzialmente, sia perché faccio parte “di te”, sia perché “con te” trascorro molto tempo: da magistrato in ogni sentenza scrivo il tuo nome.

Noi giudici pronunciamo le sentenze “in nome del popolo italiano”, si trova questa scritta in ogni sentenza, subito sotto il simbolo della Repubblica.

Non si tratta di un’espressione vuota e retorica. La magistratura, non solo in Italia e non solo in questo periodo storico, esiste per un’unica e sola ragione: soddisfare un’esigenza del popolo, l’esigenza di giustizia, che è connaturata a qualsiasi organizzazione umana e, dunque, alla società.

So che da un anno a questa parte, leggendo di intercettazioni in alberghi romani alla presenza di membri del Consiglio superiore della magistratura e di esponenti politici mentre discorrono di nomine “politiche”, leggendo di appartenenza alle correnti abusata e usata per fini diversi da quello per cui sono nate, ti senti tradito e smarrito, tradito proprio da quel potere dello Stato che vedi come soggetto cui ricorrere nel momento dell’ingiustizia e che ora invece ti appare impelagato in un sistema anomalo, almeno nel momento delle nomine dei “capi”.

Caro popolo italiano, mi sento di assicurarti che la stragrande maggioranza dei tuoi magistrati lavora in scienza e coscienza, al chiuso del suo studio, e ha sempre presente che dietro ogni fascicolo c’è la vita di qualcuno e che quel fascicolo per quel qualcuno è il fascicolo più importante di tutti quelli presenti negli uffici giudiziari del Paese.

Vorrei dirti però pure che i privilegi e le tutele della magistratura di cui senti parlare, tutti collegati all’autonomia e all’indipendenza, non sono concetti campati in aria, non interpretarli come privilegi di una casta che sta abusando del suo ruolo, perché non sono nati e non esistono e non hanno ragion d’essere se non per te. Così come la magistratura stessa.

La giustizia deve essere amministrata nel nome del popolo, i giudici devono essere soggetti soltanto alla legge e devono essere autonomi e indipendenti da qualsiasi altro potere.

Tutto ruota intorno a te, parte da te e ritorna a te: tu eleggi il Parlamento, il quale esercita il potere legislativo e dunque fa le leggi, i giudici devono essere soggetti soltanto a queste leggi mentre amministrano la giustizia, la quale deve essere amministrata in tuo nome, da magistrati indipendenti.

In tutto ciò non c’è spazio per carrierismo, non c’è spazio per personalismo, non c’è spazio per protagonismo. Noi siamo a tuo servizio e per garantire al meglio questo servizio dobbiamo essere e apparire autonomi e indipendenti. L’autonomia e l’indipendenza non sono privilegi concepiti per noi, per meriti nostri, per tornaconto nostro, per darci visibilità, si tratta di privilegi pensati per te, caro popolo italiano.

La politica in senso proprio e in senso lato non deve sconfinare nel perimetro del potere giudiziario, ed è nostro dovere impedire ciò.

Qualcuno disse che, quando la politica entra per la porta della magistratura, la giustizia esce dalla finestra. Il problema è quello della separazione dei poteri, che si può sintetizzare così: “ognuno si occupi di garantire al meglio al popolo il servizio che gli compete, senza intromettersi in quello che compete ad altri, altrimenti la libertà del popolo è in pericolo, perché i poteri che dovrebbero vicendevolmente controllarsi e limitarsi finiscono sconfinando per accordarsi e creare commistioni, e negli accordi tra poteri, per il sol fatto che non sono rimasti separati, c’è un solo sconfitto: il popolo in nome del quale invece dovrebbero tutti agire”.

E’ innegabile, quindi, che siamo di fronte a fatti assai pericolosi se la nomina di un presidente di tribunale o di sezione, di un procuratore della Repubblica o di un procuratore aggiunto viene “decisa” in un posto diverso dal C.S.M., alla presenza di soggetti estranei e pure politici con interessi personali a quella nomina o, in ogni caso, se certe nomine vengono decise in base all’appartenenza a questa o a quella corrente, anche quando la scelta ricada comunque su persone meritevolissime.

A fronte di una situazione grave, vengono proposte delle modifiche normative che, pure agli occhi di un profano, non possono che rivelarsi meramente apparenti o comunque poco efficaci e ciò è sconfortante, perché si rischia di non scongiurare davvero queste derive e queste commistioni tra poteri.

Di tutto ciò non devi disinteressarti, caro popolo italiano, perché tu hai il diritto di avere un giudice terzo, imparziale, indipendente e anche un giudice che così appaia. Non basta che il tuo magistrato lavori senza condizionamenti e onorando il suo ufficio, ma deve anche comportarsi in maniera tale che neppure ti possa sorgere il dubbio che una sua decisione sia frutto di una commistione tra poteri, di un’appartenenza, di un’idea politica, di un intimo pensare.

Qui non c’è in gioco una lotta interna per le poltrone, come potrebbe sembrare, quasi come fosse la corsa ai ministeri cui periodicamente assistiamo, qui c’è in gioco la democrazia, i principi di diritto su cui si fonda la nostra Repubblica. Qui c’è in gioco la tua libertà, il tuo complesso di diritti, perché i tuoi diritti sono indeboliti se per la loro tutela non puoi rivolgerti a una magistratura che sia, ma anche appaia, autonoma e indipendente.

Il presidente del tribunale o il procuratore della Repubblica non è come un ministro, perché se è logico che un partito ambisca a quel ministero per portare avanti una certa politica in quel settore, non vale lo stesso per noi: noi dobbiamo amministrare la giustizia nel tuo nome, soggetti soltanto alla legge, non abbiamo - perché non dobbiamo avere - una visione politico-programmatica come invece legittimamente ha un ministro, appartenente a un altro potere, quello esecutivo.

Noi magistrati siamo chiamati a svolgere una funzione assai delicata, che non ci consente di comportarci come “gli altri”, non perché siamo esseri superiori, ma perché al contrario siamo a servizio, a servizio del popolo e in questo servizio dobbiamo impegnarci per difendere l’indipendenza della magistratura.

Lo dobbiamo a te, caro popolo italiano, in quanto per te solo esistiamo, non per la nostra vanità. Se vogliamo fare politica - e dunque esercitare un potere di natura diversa da quello giudiziario, l’unico che siamo legittimati a esercitare - possiamo farla, non ci è precluso, soltanto credo che dovremmo prima “spogliarci” della toga.

La toga non è per politici: è nera e uguale per tutti per spersonalizzare il magistrato, magistrato che come ogni uomo ha la sua testa, il suo cuore, le sue idee politiche e sociali, i suoi gusti, ma che quando esercita la giurisdizione è “solo e semplicemente” un magistrato dalla toga nera e pettorina bianca, che applica la legge in nome del popolo italiano.

Caro popolo italiano, sii consapevole della centralità del tuo ruolo anche nel sistema giudiziario e senti come tue, perché tue sono, quelle garanzie che la Costituzione ha previsto per noi, quindi non guardarci come un gruppo di privilegiati che ha brama di potere e non sentire lontane da te vicende che non devono assolutamente ripetersi.

Ciò non solo per onorare il lavoro serio che svolge la quasi totalità dei tuoi magistrati, “capi” inclusi, ma soprattutto per te, in nome del quale ogni giorno pronunciamo sentenze e a favore del quale soltanto i nostri privilegi sono previsti.


2 commenti:

francesco Grasso ha detto...

Quel qualcuno era Piero Calamandrei. Nell'ottobre del 1943 mio zio materno si trovava a Napoli per motivi di guerra, poiché aveva superato gli scritti del concorso per magistratura superiore a soli 23 anni(a quel tempo i concorsi erano due: uno per pretore e l'altro, molto più difficile, per giudice di tribunale) un generale alleato gli disse: nelle aule dei vostri tribunali c'è scritto che la legge è uguale per tutti: Se avete bisogno di scriverlo, ciò significa che da voi la legge non è affatto uguale per tutti. Da tempo Felice Lima si spella la lingua dicendo che senza l'aiuto del Popolo, i problemi della giustizia difficilmente si possono risolvere. Ma il popolo è assente, e chi se ne approfitta lo sa bene.

bartolo ha detto...

Cara dottoressa.
Il singolo cittadino è come la goccia del mare, singolarmente sono nulli; agglomerati tra le altre gocce, le une, e organizzati in forma unitaria, gli altri, acquisiscono potenza che va oltre ogni rispettabile Autorità. Lei, dall'alto della Sua, rivolgendosi al popolo appare un umile cittadino. I suoi colleghi, invece, organizzati in correnti sono dei piccoli mari. Così, anche altri cittadini, aggregati tra loro secondo l'organizzazione dello stato sono altrettanti piccoli mari. Ora dai mari le gocce, trasformate, si staccano consentendo il perpetuarsi del ciclo vitale; o mortale nei fenomeni estremi. Non succede lo stesso con i cittadini? Fin quando contribuiscono all'organizzazione che si sono dati esercitano le funzioni del ciclo vitale dell'umanità, quando debordano creano catastrofi. Ora, per quanto io sia un cittadino debordato, da solo, rimango pur sempre una nullità. Ed in quanto non fatta di idrogeno e ossigeno, sono da recuperare. Spero leggano anche queste lettere i tanti palamara, e ancora più, i tanti che invocano i roghi.