domenica 20 aprile 2008

Gli uomini, il desiderio e la crisi della politica


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di Marco Deriu
(Sociologo, Università di Parma)



da Pedagogika

Quando si parla di crisi della politica o della partecipazione, nella stragrande maggioranza dei casi si fa riferimento alla crisi dello stato, delle istituzioni, dei partiti, dei sindacati, o in generale delle arene in cui la gente potrebbe imparare ad esprimersi e a confrontarsi.

Si fa riferimento cioè alla crisi delle forme, delle strutture, delle organizzazioni o, al limite, alla scomparsa di soggetti politici definiti, di grandi narrazioni capaci di unire e trascinare le persone.

Di conseguenza si propongono riforme, interventi, operazioni d’ingegneria politica, nuove aggregazioni politiche nella speranza di colmare il vuoto e di rispondere agli elementi di crisi.

Nessuna di queste operazioni tuttavia sembra veramente in grado, di per sé, di rinnovare la scena o di invertire il segno depressivo che ha investito lo spazio politico.

Anzi, l’investimento simbolico assai diffuso sulla politica come spazio della decisione, del potere o addirittura del comando, contrasta singolarmente con la tendenza all’omogeneizzazione degli schieramenti, degli immaginari e perfino delle scelte strategiche oggi così manifesta e con la natura conservativa del sistema politico.

Ho sempre trovato stimolante – per comprendere le basi di questa ripetitività della politica – la critica femminista del dualismo pubblico/privato su cui si è strutturata la società e le relazioni tra i sessi. Attraverso questa contrapposizione fondamentale, infatti, come ha notato Jessica Benjamin, “un intero ambito di attività umane, specificatamente la nutrizione, la riproduzione, l’amore e le cure, che nella storia della società moderna divennero destino delle donne, furono con ciò escluse dalla considerazione morale e politica e confinate nel regno di natura” (Benjamin, 1991, pp. 211-212).

In altre parole tutto il sapere, le sensibilità e l’intelligenza legati all’esperienza delle relazioni fondamentali non trova generalmente eco nello spazio politico.

Questo naturalmente ha avuto delle conseguenze importanti sul piano della vita politica.

La relazione, la dipendenza, la mediazione sono il fondamento stesso della vita.

Riconoscere la centralità delle relazioni nella polis, non porterebbe solamente a valorizzare saperi e competenze tradizionalmente femminili ma permetterebbe anche di arrivare a concepire più facilmente un tipo di azione politica basata sull’idea e sulla pratica della mediazione nelle relazioni piuttosto che sul potere e su un agire strumentale.

La concezione strumentale dell’azione politica, tipica della cultura politica maschile, tende a reificare i valori e i desideri di cambiamento sociale, trasformandoli in qualcosa di esterno, di oggettivo, di quantificabile.

La struttura dell’azione strumentale è infatti tipica dei rapporti tra persona e cosa, persona e oggetto, ovvero di quell’agire produttivo che come ha notato Hannah Arendt (1993), rimanda alla concezione e all’esperienza dell’homo faber.

Le persone, in questo tipico modo di agire finalistico, divengono mezzi, strumenti, materia da plasmare per realizzare i nostri progetti razionali.

Viceversa, nell’idea di Hannah Arendt l’azione politica riposa sulla pluralità, sul rapporto diretto tra persona e persona.

In questa idea di azione politica la relazione non è soltanto un mezzo ma è ciò che da il senso e l’orientamento.

È nei fatti la vera fonte della trasformazione perché attraverso l’interazione può dar luogo a qualcosa di nuovo, d’imprevisto, d’inatteso.

Il nostro desiderio di trasformazione sociale non è più predefinito ma si va costruendo attraverso la relazione con altre persone.

In altre parole, l’obiettivo della nostra azione non è più ricercato all’esterno delle nostre relazioni e delle modalità stesse con cui agiamo quotidianamente, ma al contrario nell’attualità del nostro entrare in relazione ed agire insieme ad altri.

Riconoscere questo fatto è difficile soprattutto per gli uomini.

Come ha notato Victor J. Seidler, “come uomini, possiamo scoprire di essere più concentrati nelle nostre attività che nelle nostre relazioni, visto che troviamo più facile applicare nel nostro comportamento regole e principi universali, piuttosto che rispondere in modo individualmente attento ai bisogni degli altri. È come se il prezzo che siamo stati costretti a pagare per il potere che abbiamo nella società, fosse quello della cecità e dell’insensibilità nei nostri rapporti personali” (Seidler, 1992, p. 58).

Il dualismo pubblico/privato vela dunque un’altra opposizione ben più profonda e radicata nella tradizione politica occidentale, quella tra sé e il mondo.

Nell’arena politica si affacciano soggetti “neutri” e razionali che si attribuiscono il compito di dirigere o trasformare il mondo.

Queste persone immaginano probabilmente di trovarsi di fronte ad un mondo esterno, una specie di brutta scenografia che esiste “là fuori” e su cui credono di poter intervenire, cambiandola e modificandola in base ai propri giudizi e calcoli.

Invano si cercherebbe nei discorsi degli uomini politici uno sprazzo di consapevolezza riflessiva che riconosca il legame tra sé e il mondo, tra la propria esistenza e l’esistenza di altri esseri.

Così come invano si cercherebbe di leggere un volto o un atteggiamento che riveli in filigrana il riflesso di un’autentica ricerca esistenziale.

Al contrario, l’inclinazione a voler cambiare il mondo corrisponde il più delle volte alla monoliticità dell’essere, all’indisponibilità del lavoro su di sé, alla mancanza di una visione relazionale e di un movimento profondo che procede trasformando in un flusso continuo il rapporto tra sé, gli altri, i contesti in cui si vive, la realtà più ampia cui in qualche modo si partecipa.

La tensione verso la trasformazione sociale in connessione con una rigidità e una chiusura dell’essere crea dunque continuamente scacchi e contraddizioni e, in generale, l’impossibilità di realizzare mutamenti profondi.

Non è solo una questione di resistenza o di attrito, ma anche della povertà di un progetto politico razionalistico che non si nutre continuamente del patrimonio di relazioni, esperienze, storie, vissuti, sensibilità, competenze, desideri diffusi e socializzati.

La ricerca esistenziale e relazionale sta in effetti alla politica come l’acqua sta alla terra: è necessaria per rendere fertile il terreno e per far nascere ogni forma di vita.

“Vivere pienamente, verso l’esterno come verso l’interno – diceva Etty Hillesum –, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa” (Hillesum, 1987, p.45).

Non si tratta solamente di un compito per l’individuo ma di una necessità della politica. Una politica viva affonda le radici nella ricerca, si nutre dell’esperienza, fa tesoro delle relazioni, scommette sull’arricchimento che può venire dal mettersi in discussione.

In altre parole quello che ci manca più di ogni altra cosa non è un nuovo progetto politico, un nuovo soggetto o una nuova formazione.

Ci manca invece una politica che sia il riflesso di un desiderio autentico e radicale di vivere, di vivere insieme con gli altri.

Da questo punto di vista, oltre al dualismo tra pubblico e privato e all’opposizione tra sé e mondo, la politica maschile si fonda su un’opposizione tra politica e passioni esistenziali.

In un libro intitolato “Che cosa vuole una donna?” Alessandra Bocchetti scriveva significativamente: “Ciascuno deve far politica per sé e a partire da sé, mettendo in gioco quel poco o tanto di saggezza, di esperienza di cui è capace. Certo un politico di sinistra si sente un po’ smarrito di fronte ad un’idea del genere, perché ha sempre avuto l’idea di fare politica per gli altri, per gli oppressi, per i senza parola. E nella sua testa in un certo senso la politica, alla fine, è una conseguenza della sofferenza. Invece la politica sarebbe necessaria anche se tutti fossero felici. Perché la politica è una qualità della condizione umana” (Bocchetti, 1995, p. 108).
Effettivamente la rinuncia alla ricerca e all’esperienza esistenziale delle persone si riflette nella povertà della politica.

La professionalizzazione della politica e il suo appiattimento in tecnica di gestione e amministrazione, per un verso nasconde le effettive emozioni che circolano tra i politici – il godimento del potere, il piacere che deriva dal disporre degli altri, dal riconoscimento, dalla deferenza, il narcisismo, la gloria, il sentimento di onnipotenza e d’immortalità – e per un altro verso impedisce di portare nella politica una complessità emotiva ed esistenziale che invece potrebbe contribuire a migliorare la qualità della vita collettiva.

Non c’è un tentativo di dar spazio a ciò che si porta dentro di sé di vivente e non c’è un tentativo di mettere in relazione il proprio desiderio di fare esperienza della vita con il desiderio di fare esperienza del mondo e di contribuire ad una trasformazione sociale in senso più umano.

Il fatto è che i desideri sono dappertutto eppure non c’è desiderio autentico.

Certo, la società in cui viviamo è potente proprio perché fa leva sui desideri. L’intera nostra economia si basa sui desideri. Siamo continuamente sollecitati ed indotti ad individuare sempre nuovi desideri perché solo in questo modo si può sostenere la crescita continua e quindi la nostra società di crescita.

Allo stesso modo, nell’ambito politico, si ricerca e si costruisce un sostegno con la promessa di una generale soddisfazione dei desideri e attraverso la loro manipolazione. In entrambi i casi ci viene chiesto comunque di desiderare qualcosa che c’è già (i prodotti esposti negli scaffali dell’ipermercato) o qualcosa di conforme alla realtà esistente (gli articoli disponibili sul mercato politico).

Si tratta cioè – per usare l’espressione di René Girard – di desideri fortemente mimetici.

Si desidera quello che desiderano gli altri. Ciò che gli altri mostrano di avere e che a noi manca.

Quello che non è previsto è che intervengano invece dei desideri nati da una ricerca soggettiva ed autentica, dei desideri originali e difformi dalla norma.

Per mantenere intatto il sistema, “la limitazione qualitativa del desiderio, il suo addomesticamento, è necessario come la sua crescita quantitativa” (Volli, 2002, p. 11).

Dunque viviamo in una condizione di continua stimolazione e produzione di desideri eteronomi, un investimento continuo a breve termine che si fissa su oggetti o idee predefinite ed immediatamente disponibili.

Tutto questo produce naturalmente, dietro l’apparenza di cambiamento e di novità continua, una sostanziale immobilità.

Come suggerisce Ugo Volli, il cambiamento è limitato alla superficie delle cose ed è sostanzialmente conservatore.

Si tratta per la verità di una forma di intossicazione.

L’elemento conservatore è dato da una continua ed immediata alternanza tra evocazione di un desiderio predefinito, standardizzato e un appagamento immediato. Una continua produzione di senso di mancanza e una continua produzione di senso di piacere.

Ciò su cui val la pena riflettere, da questo punto di vista, è che la componente più forte del desiderio, quella che connette il desiderio ad una forza di trasformazione sociale, non coincide affatto con l’appagamento o con il semplice principio del piacere.

Tutto al contrario, come ha notato Camille Dumoulié, “se c’è qualcosa come un’utopia positiva del desiderio, cioè una forza rivoluzionaria che anima ogni vera politica del desiderio, è il suo rifiuto del principio del piacere” (Dumoulié, 2002, p. 301).

L’idea di ripensare la politica mettendo al centro il desiderio non è affatto corrispondente alla infinita promessa di appagamento prodotta dal mercato globale.

L’ideologia del supermercato globale infatti è fondata su due fantasie.

La prima riguarda un eccesso di fiducia nel volontarismo, nella forza di volontà come possibilità di autoplasmarsi e di autodeterminarsi.

In realtà per i processi di cambiamento non è importante che cosa possiamo conoscere o decidere razionalmente, quanto che qualcosa avvenga in noi, che qualcosa ci muova completamente, da un punto di vista della comprensione, della percezione, delle emozioni, dei sentimenti, del corpo, della mente.

La seconda fantasia è che ci sia possibile fare e diventare qualsiasi cosa. Ovvero una fantasia di onnipotenza.

In questo siamo il risultato di un’epoca che ha promosso l’idea di un individuo autonomo e imprenditore di sé, l’idea di felicità come un prodotto fra gli altri, raggiungibile al limite con l’aiuto di qualche pillola e di qualche manipolazione.

In passato la società e la cultura ci dicevano, in base alla classe sociale, alla religione, che cosa, chi dovevamo essere.

Questo ci forniva da un lato un certo senso di sicurezza e di tranquillità, dall’altro essendo qualcosa di costringente ci procurava anche delle nevrosi.

All’opposto oggi la cultura dominante ci illude reclamizzandoci continuamente una molteplicità infinita di rappresentazioni e possibilità.

Ci vuole convincere che possiamo sperimentare qualsiasi cosa, essere qualsiasi cosa, fare qualsiasi cosa.

Nell’epoca del mercato e dell’individualismo ogni desiderio sembra ugualmente possibile e desiderabile. Non ci sono limiti o tabù di sorta. Tutto è apparentemente realizzabile. Crediamo che basti allungare la mano e sforzarsi con la buona volontà.

Allo stesso tempo, poiché nessuno ci dice cosa essere o ci regala un’identità preconfezionata, noi diveniamo anche responsabili di chi siamo, di quello che diveniamo di fronte a noi, agli altri, alla società.

Essere noi stessi diventa un compito, un’impresa.

In realtà l’altra faccia di quest’idea di onnipotenza è la depressione.

Vogliamo cose che non riusciamo a raggiungere. Ci sentiamo insufficienti, impotenti, stanchi, andiamo in panne.

La nostra depressione – come suggerisce Alain Ehrenberg –, ci segna il limite tra il possibile e l’impossibile, traccia il confine dell’immanipolabile.

Non possiamo determinarci a nostro piacimento.

La depressione si affaccia quando scontiamo l’idea di una possibilità illimitata con la coscienza dei nostri limiti. Scopriamo che c’è un limite non padroneggiabile. C’è un margine di noi stessi che rimane immanipolabile.

Come dice Alain Ehrenberg all’interno della persona c’è sempre un “lembo d’inconoscibile” che non può sparire del tutto. Il delirio di onnipotenza, ovvero partire dall’infinità di possibilità anziché dal rispetto per il lembo d’inconoscibile che portiamo dentro noi stessi, ci condanna non alla felicità ma alla depressione.

Tutto questo non ci avvicina affatto alla libertà.

La libertà si dispiega nella ricerca di una fedeltà profonda a se stessi e alla propria esperienza.

Quel che ci muove è l’idea di diventare migliori, uomini migliori, persone migliori.

Ci spinge il desiderio di trovare in noi stessi e nelle nostre relazioni forme di umanità più profonde, più intense, più belle.

Possiamo maturare, trasformarci, divenire qualcosa di nuovo, forse dare vita ad un mondo migliore ma non possiamo fare qualsiasi cosa e soprattutto non qualcosa che abbiamo programmato idealmente a tavolino.

Una vera ricerca esistenziale ed una politica del desiderio partono non da una semplice mancanza che si può colmare a piacimento, ma da una condizione accettata di incompiutezza intrinseca alla nostra parzialità e originalità e alla nostra dipendenza dagli altri, così come da una nostalgia del futuro. “Il y a toujours quelque chose d’absent qui me tourmente” scriveva Camille Claudel, in una lettera a Rodin.

Così anche per noi c’è sempre qualcosa di assente che ci tormenta, qualcosa che ci incanta, che ci impedisce di bastare a noi stessi e ci spinge a cercare ancora per noi e per gli altri.

Si tratta di un desiderio vitale di fondo, di una tensione e di un’apertura senza determinazioni prevedibili.

Noi possiamo mantenere una tensione ideale, un orizzonte di senso, una direzione interiore ispirata a qualcosa di non ancora raggiunto.

È la disponibilità verso qualcosa che non conosciamo, che è più grande di noi e che è sempre appena di là da venire.

Una direzione o una danza che si balla assieme ad altri piuttosto che una meta raggiungibile da soli.

Qualcosa che lascia spazio appunto alla relazione, all’ascolto di sé, all’imprevisto, al caso. Un desiderio di cui non possediamo un’immagine.

In fondo, per diventare più umani noi stessi, per rendere più umano il mondo – come direbbe Raoul Vaneigem – “non abbiamo bisogno né di preghiere né d’incantesimi ma di un senso più acuto della poesia vissuta” (Vaneigem, 1999, p. 108)

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Bibliografia:

AA.VV., “É accaduto non per caso”, Sottosopra rosso, gennaio1996.

H. Arendt, Vita Activa, Bombiani, Milano 1991.

J. Benjamin, Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose, Rosemberg & Sellier, Torino 1991.

A. Bocchetti, Cosa vuole una donna. Storia, politica, teoria. Scritti 1981/1995, La tartaruga, Milano 1995.

Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori Editore, Napoli 1995- La sapienza di partire da sé, Liguori Editore, Napoli 1996.

C. Dumoulié, Il desiderio. Storia e analisi di un concetto, Einaudi, Torino 2002.

A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino 1999.

E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1987.

V. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione linguaggio, Editori Riuniti, Roma 1992.

R. Vaneigem, Noi che desideriamo senza fine, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

U. Volli, Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Raffaello Cortina, Milano 2002



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venerdì 18 aprile 2008

Il diritto come ragione o solo come strumento del potere?


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Nella cultura giuridica italiana la motivazione della sentenza serve a varie cose, una delle quali è dimostrare che il giudice applica una regola e che compie, pronunciando la sentenza, un atto della ragione e non (o almeno non solo) della volontà.

Nei giorni scorsi la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dichiarato legittima la pena di morte per iniezione letale con motivazioni che danno la misura di quanto compromessa sia la cultura dei diritti nel mondo e negli U.S.A. in particolare.

Con riferimento agli stessi U.S.A., nei giorni scorsi il Presidente Bush ha ammesso che nel suo paese di pratica la tortura.


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di Antonio Cassese
(Giornalista)

da La Repubblica del 17 aprile 2008

Questa sentenza della Corte Suprema statunitense è una gravissima ferita alle speranze di molti: che lentamente anche in quella grande democrazia prendesse piede una moratoria di fatto della pena capitale.

La Corte Suprema non solo non mette in discussione la sua famosa sentenza del 1976 (Gregg c. Georgia), in cui proclamava la costituzionalità della pena capitale, ma considera ora legittima anche l’esecuzione di quella pena attraverso iniezioni letali.

In 36 Stati degli Usa, tra cui il Kentucky, ora in causa, si usa uccidere un condannato attraverso la somministrazione di tre sostanze: prima il pentatol (un sedativo che provoca uno stato di incoscienza simile al coma); poi si iniettano due prodotti: il pavulon, che paralizza, e il cloruro di potassio, che provoca arresto cardiaco.

Due condannati hanno fatto ricorso, affermando che queste iniezioni sono contrarie alla Costituzione statunitense, che vieta «punizioni crudeli e inusuali».

A loro giudizio esiste un alto rischio che la prima sostanza non venga correttamente iniettata, e che quindi il condannato soffra dolori orribili quando gli vengono iniettate le altre due.

La Corte ha risposto di no.

Alcuni dei suoi argomenti lasciano esterrefatti.

I giudici hanno osservato che una punizione è crudele quando la sua esecuzione comporta un rischio «sostanziale ed obiettivamente intollerabile» di grave danno alla persona.

Poi aggiungono: in questo caso, se la dose di pentothal non è corretta, esiste certo il rischio che gli altri due prodotti causino gravi sofferenze; tuttavia, le iniezioni non sono una pratica «oggettivamente intollerabile», «perché sono di fatto ampiamente tollerate» dal momento che «36 Stati le praticano».

E’ come dire: siccome tanti rubano, questa non è una pratica «oggettivamente intollerabile».

I due ricorrenti avevano poi chiesto che venisse loro somministrata solo una forte dose di pentotal o un altro barbiturico letale; non volevano invece che si iniettasse il pavulon, perché paralizza (e quindi impedisce di accertare se il primo farmaco è stato somministrato correttamente) ed anche perché l’uso dello stesso prodotto, o di uno identico, è stato vietato nei confronti degli animali in 23 Stati: se un prodotto è considerato troppo crudele per gli animali, non può non esserlo anche per gli esseri umani.

La Corte ha respinto anche questo argomento, notando che «le pratiche veterinarie per gli animali non costituiscono una guida appropriata per le pratiche nei confronti degli uomini».

Questa sentenza sarà un macigno sulla strada della moratoria nell’esecuzione della pena capitale.

Il cuore del problema, è ovvio, non è come si uccide legalmente, ma se la pena di morte sia tollerabile in una moderna democrazia.

Purtroppo la Corte Suprema, nel pronunciarsi sulle modalità di esecuzione, ha di fatto ribadito l’ammissibilità di quella pena.

Rimbocchiamoci dunque le maniche e intensifichiamo in nostri sforzi per pene meno incivili.

Ma, di grazia, non dimenticate che contemporaneamente bisogna battersi per carceri meno disumane.

Che senso ha bandire l’esecuzione capitale, se poi gettiamo i condannati in prigioni intollerabili, in cui languono per anni non come persone che hanno errato, ma come esseri che non occorre più rispettare nella loro dignità?


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giovedì 17 aprile 2008

La lotta alla mafia una seconda Resistenza


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di Enzo Guidotto
(Presidente dell’“Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”)



«Il fenomeno mafioso – si legge nelle “linee di indirizzo” del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni emanate il 23 maggio 2007, quindicesimo anniversario della “Strage di Capaci” − è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese» per cui, nella scuola, «l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alle mafie, dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale»: da ciò la necessità di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti − e non soltanto nel Sud − del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale».

In questo senso, il documento integra e sviluppa le indicazioni espresse dal ministro Rosa Russo Jervolino nell’ottobre del ‘93 in una circolare dal contenuto più generico ma non meno incisivo relativamente all’obiettivo da raggiungere: costituendo «la lotta alla mafia un’occasione decisiva per la difesa delle Istituzioni democratiche», è necessario che gli insegnanti, nella loro azione educativa, si muovano nella consapevolezza che «soltanto se l’azione di lotta sarà radicata saldamente nelle coscienze e nella cultura dei giovani, essa potrà acquistare caratteristiche di duratura efficienza, di programmata risposta all’incalzare temibile del fenomeno criminale».


Rita Borsellino«La guerra alla mafia è la nuova Resistenza» aveva dichiarato nel novembre di due anni fa Rita Borsellino a “Contromafie”, il convegno organizzato a Roma da Libera. «La lotta alle cosche – aveva aggiunto − si fa tutti i giorni. Bisogna scegliere da che parte stare e devono essere i giovani i protagonisti della resistenza civile».

L’appello della sorella del magistrato, per lungo tempo vicepresidente di Libera è sicuramente encomiabile, ma, a un’attenta riflessione, si rivela piuttosto riduttivo e in un certo senso fuorviante.

Quale il punto? Le disposizioni e gli inviti dei responsabili dell’istruzione pubblica non possono che essere rivolti agli studenti, che ovviamente hanno una certa età.

Ma i messaggi lanciati nel corso di una manifestazione organizzata da Libera, alla quale aderiscono 1.300 associazioni create e gestite da persone di tutte le età, possono avere come principali destinatari i giovani, privi di mezzi di pressione sui signori del “Palazzo” per spronarli ad un’azione energica e risolutiva contro le mafie?

Insomma, possono i giovani, da soli, lottare contro organizzazioni che operano in tutti i continenti, manovrano miliardi ed hanno vantato – o vantano, stando ad alcuni nomi che figurano in certe liste elettorali – amicizie altolocate persino nelle istituzioni deputate all’azione di contrasto del crimine?

In altri termini, si può far finta di ignorare che quella che si presenta oggi ai giovani è una realtà che nel passato lontano e recente gli adulti – semplici cittadini e soprattutto uomini delle Istituzioni − non hanno voluto o saputo evitare facendo spesso orecchio da mercante davanti alle legittime pretese di fedeli servitori dello Stato che hanno poi perso la vita per aver contrastato le mafie agendo con coraggio, in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia nessuno?


Il messaggio di Paolo − È una provocazione di cattivo gusto o un doveroso richiamo alla verità delle cose il ricordo, ad esempio, dell’inutilità delle parole pronunciate da Paolo Borsellino nell’ormai lontano agosto dell’86 commemorando il commissario Montana, il vice questore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia trucidati uno dopo l’altro l’anno prima?

«Gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità – disse − hanno il gravoso e meritorio compito di tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione. Si deve rifiutare il concetto di emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e vanno ritenuti privi di significato valido i costanti richiami alla normalizzazione».

I provvedimenti auspicati in quegli anni sia da Paolo Borsellino che da Giovanni Falcone per poter svolgere un’adeguata azione di contrasto del fenomeno, furono emanati − e si rivelarono validi − solo dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Ma non fu tutto rose e fiori, come ricorda Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, nel libro "L’eredità scomoda": «La sensazione che non venisse fatto tutto quel che era necessario per sconfiggere definitivamente e al più presto possibile l’inquinamento ambientale e morale, finanziario e civile di cui era responsabile da decenni la criminalità organizzata l’avemmo subito dopo le stragi. Già allora cominciammo a dire: quel che si sta facendo è giusto, però non basta».


La mafia non c’è più – Ma la situazione, invece di migliorare, andò peggiorando.

«A cinque anni dalle stragi – si vide costretto a dichiarare Giancarlo Caselli, procuratore capo a Palermo, intervenendo nel settembre del ‘97 alla Festa dell’Unità − non siamo riusciti ad elaborare una strategia antimafia, abbiamo tirato avanti con gli strumenti che invece di essere stati affinati sono stati smantellati: il 41 bis del regolamento penitenziario che prevede il carcere duro per i mafiosi più pericolosi è svuotato, sull’articolo 513 del codice di procedura penale riguardante il valore delle dichiarazioni rese nelle indagini preliminari abbiamo perso un’occasione, la legge sui collaboratori di giustizia va ridisegnata. Se un boss oggi legge i giornali è sereno o arrabbiato? Il boss non può non notare queste contraddizioni che gli fanno comodo da una parte e dall’altra gli incessanti attacchi ai magistrati portati avanti [da esponenti del centrodestra, fra i quali erano emerse collusioni - n.d.a.] nel silenzio che diventa complice. Gli attacchi vanno respinti politicamente, contrastati da qualcuno in sede politica, perché i magistrati devono stare zitti, non possono rispondere».


In tema di legislazione antimafia – aveva dichiarato del resto in un’intervista ad Antonio Padellaro per L’Espresso nel dicembre dell’anno prima, a pochi mesi dalla vittoria del centrosinistra − «si può e si deve parlare di tutto, ma non come se la mafia non ci fosse più».


Il “nuovo corso” − In sintonia con il “nuovo corso” anche il movimento popolare antimafia, nato nell’82 dopo l’uccisione del generale−prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa ed irrobustitosi all’indomani delle stragi del ‘92 in Sicilia e gli attentati del ‘93 nel continente, cominciò a segnare il passo, forse per inconfessabili suggerimenti di chi lo aveva cavalcato negli ultimi tempi per mietere i consensi già ottenuti.

«Bisogna tornare a parlare di mafia e non solo quando succede qualcosa di clamoroso: sottovalutarla – insistette Caselli − è pericoloso, ritenere che sia finita significa dimenticare che la mafia è una questione centrale per lo sviluppo e la democrazia».

La “piovra”, infatti, più che scomparsa, si era soltanto inabissata: era andata in immersione, non faceva più rumore con fatti di violenza eclatante ma continuava a realizzare gli affari e a coltivare amicizie.

Nell’agosto del ‘99, la guida della Procura del capoluogo siciliano passa a Piero Grasso, che rilancia gli appelli del predecessore. «Ci si aspetterebbe, da parte delle Istituzioni e dell’opinione pubblica – dichiara nel discorso di insediamento – una doverosa tensione morale e culturale, una ragionevole aspettativa che i magistrati scoprano finalmente la verità sui tanti misteri d’Italia, che riescano a dimostrare l’estrema pericolosità di un’organizzazione come Cosa Nostra che, attraverso i suoi rapporti esterni, attraverso attentati e stragi, ha posto in pericolo e potenzialmente rischia di porre in pericolo la nostra democrazia».


Salvatore Borsellino − A distanza di quasi un decennio, le indagini sui mandanti occulti delle stragi si sono concluse con un nulla di fatto e non sembra che «le associazioni e i comitati» − indicati da Paolo Borsellino come entità capaci di scuotere l’opinione pubblica − si siano dati e si diano da fare per chiedere che si faccia piena luce sui lati più oscuri della strategia stragista degli Anni Novanta.

L’unica efficace iniziativa in tal senso, presa l’anno scorso alla vigilia della ricorrenza della “Strage di Via D’Amelio”, è stata quella di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: con una semplice lettera aperta è infatti riuscito a rimettere in moto i titolari dell’indagine sulla misteriosa sparizione dell’agenda rossa nella quale Paolo Borsellino annotava giornalmente dichiarazioni raccolte, approfondimenti su certi aspetti della “Strage di Capaci”, pensieri, ipotesi ed appuntamenti.

Il motivo principale dell’eliminazione di mio fratello – ha scritto − «credo sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo Stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto. Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio assordante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia. Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia».


“Buchi neri” e assenza di volontà – Semplice opinione o ipotesi realistica?

«Ci sono numerosi buchi neri, vuoti anche sulle ore, sui minuti che precedono e seguono la strage di Via D’Amelio» ha dichiarato qualche settimana fa a Liberainformazione Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo.

«È certo – ha precisato − che l’agenda quel giorno fosse con lui, nella sua borsa. Secondo un vecchio schema reiterato sempre o quasi sempre dopo omicidi eccellenti scompaiono documenti, basti pensare alla vicende che ruotano intorno alla cassaforte del Prefetto Dalla Chiesa, agli appunti che sono stati in parte cancellati dai diari di Giovanni Falcone, alle videocassette scomparse del giornalista sociologo Mauro Rostagno; solo per citarne alcuni».

Ed è per questo che i relativi procedimenti penali nei quali si ipotizza la complicità di burattinai esterni alle organizzazioni mafiose o la possibilità di collegamenti delle stesse con apparati deviati dello Stato si chiudono il più delle volte con l’archiviazione.

Perché tutto questo? «Perché – è stata la risposta del magistrato − c’è una parte dell’Italia che vuole la verità ma ce n’è anche un’altra che la verità su questi fatti non la vuole. Ci sono persone che sono coinvolte e altre non direttamente coinvolte ma che avrebbero comunque difficoltà ad affrontarla. E dunque preferiscono non averla. Omissioni, pigrizie e mezze verità taciute sono la dimostrazione di una scarsa volontà a fare i conti con questo passato. Basti pensare alla richiesta inascoltata di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del ‘92-’93. Non c’è risposta nei fatti, manca una volontà politica, collettiva intendo, che non riguarda solo la politica ma l’intera classe dirigente».

Sulla questione non sono mancati tentativi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma si è sempre trattato di incontri basati sul “passaparola” di comitati di impegno civico sorti spontaneamente, più che di associazioni presenti su tutto il territorio nazionale e collegate tra loro, capaci – se lo volessero – di mobilitare larghe fasce della popolazione.


Il dovere della politica – Una constatazione, questa, che sembra confermare quanto osservato una decina di anni fa dall’ex parlamentare siciliano Emanuele Macaluso nel libro "Mafia senza identità".

«Per fare avanzare una cultura antimafiosa – ha scritto – è stata presa la lodevole iniziativa di discutere questi temi. Lo fanno alcuni insegnanti, lo hanno fatto il generale Dalla Chiesa, lo fa Caselli e sistematicamente don Luigi Ciotti con la sua associazione Libera. Ancora una volta dico che queste iniziative, se non c’è la politica, cioè la competizione per governare sulla base di programmi e di valori, non portano lontano. E lo vediamo nel momento stesso in cui gli stessi procuratori impegnati nelle inchieste contro la mafia, dopo tanti successi, sostengono che il fenomeno sia più diffuso e pericoloso».

All’epoca, nel panorama della criminalità organizzata nazionale, spiccava Cosa Nostra, entrata in crisi con gli importanti arresti degli ultimi tempi.

Oggi l’organizzazione più potente è la ‘ndrangheta.

Per quanto riguarda la camorra ed i gruppi pugliesi basta leggere giornalmente le notizie di cronaca.

Ma ciò che più inquieta è la “ramificazione territoriale” delle quattro malepiante nelle regioni del Centro-Nord, denunciata a chiare lettere dal dottor Piero Grasso proprio nel momento in cui ha lasciato la Procura di Palermo per assumere l’incarico di capo della Direzione Nazionale Antimafia: da inchieste in corso – ha detto – risulta che certi operatori economici, per fare affari ed accaparrare appalti pubblici, dal Sud si dirigono verso le regioni del Nord e dal Nord rivolgono attenzione verso le regioni del Sud.

Più che opportune, dunque, le “linee di indirizzo” del ministro Fioroni che costituiscono la base di partenza per un’azione culturale ed educativa efficace e duratura in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Per la prima volta nella storia, infatti, viene inserita al primo punto del sistema nazionale di istruzione e di formazione l’«educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia», concepita come «impegno comune a fronteggiare situazioni in cui le organizzazioni criminali si pongono come antagoniste dello Stato e a stimolare i giovani a respingere le seduzioni dell’illegalità organizzata».

Se però ci si limita ad esprimere grande soddisfazione su questo e contemporaneamente non ci si impegna per costringere quanti operano nelle Istituzioni ad essere coerenti e decisi sugli intendimenti proclamati, in futuro si verificherà una situazione che non è difficile immaginare: i giovani di oggi, divenuti adulti, si troveranno alle prese con un problema ancor più preoccupante per il semplice fatto che gli adulti di oggi non hanno voluto affrontare e contribuire a risolvere. E i loro figli potranno accusarli di vigliaccheria. A ragione!

Quale potrebbe essere, allora, la strategia più efficace per il superamento dell’annosa questione in ambito nazionale?

Quella basata sulla consapevolezza della sua vera essenza.


Mafia, potere eversivo − Negli ultimi decenni la dimensione del fenomeno mafioso è diventata nazionale perché la grande “piovra” – costituita oltre che da Cosa Nostra, dalla ndrangheta, dalla camorra e dai gruppi pugliesi che della prima hanno seguito il modello operativo − non sempre adeguatamente ostacolata dalle pubbliche istituzioni e dalla società civile, è riuscita ad operare con efficacia e continuità snodando i suoi tentacoli, suddivisi in tre gruppi, in altrettante direzioni: con il primo ha sviluppato in tutto il Paese una vera e propria economia mafiosa, formata da attività di acquisizione, riciclaggio e investimento nel settore legale di capitali di provenienza illecita; con il secondo si è mossa come sempre alla ricerca di un collegamento con i pubblici poteri anche a livello centrale, per avere aiuti e protezioni d’ogni tipo; con il terzo ha esercitato, nel Sud come nel Centro-Nord, la violenza mafiosa contro quei magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, imprenditori, professionisti, sacerdoti ed uomini della democrazia che nell’azione diretta a contrastarla hanno operato coraggiosamente in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia a nessuno.

Classico esempio della convergenza nefasta dei tre fattori fuori dalle regioni del tradizionale dominio, l’uccisione nell’83, da parte di boss trapiantati in Piemonte, del Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia proprio nel momento in cui aveva scoperto inquietanti rapporti di suoi colleghi con “uomini del disonore”.

In seguito, il radicamento nella zona ha consentito alle cosche persino il controllo di certe fasce del consenso popolare al punto che una dozzina di anni dopo il Consiglio Comunale di Bardonecchia è stato sciolto d’autorità perché condizionato da un’organizzazione di tipo mafioso.

È stato attraverso meccanismi del genere, attuati a vari livelli, che nel corso degli anni il fenomeno ha assunto la configurazione di un vero e proprio potere economico e politico esercitato con la violenza, collocato nel più ampio contesto di quel “sistema eversivo”, responsabile dei crimini e misfatti che hanno caratterizzato la “notte della Repubblica”, costituito da politici complici e conniventi con boss mafiosi e terroristi rossi e neri, alti funzionari statali infedeli, burocrati collusi, soggetti deviati dei servizi segreti, esponenti senza scrupoli dell’alta finanza sporca, gruppi eversivi e logge massoniche non sempre del tutto segrete.


Un progetto globale − Stando così le cose l’unica via da seguire è quella di passare dalla “visione globale” del fenomeno alla predisposizione di un “progetto globale” per il suo superamento, articolato su quattro versanti da percorrere contemporaneamente: giudiziario, economico, politico, democratico.

Lungo il versante giudiziario un’azione energica ed efficace è possibile a condizione che ci sia un costante potenziamento e perfezionamento della legislazione in materia e delle strutture della magistratura, delle forze di polizia, dell’apparato penitenziario, dell’ amministrazione finanziaria centrale e periferica e degli organismi che vigilano sulle società commerciali, sul sistema bancario e sugli altri enti di intermediazione finanziaria.

Lungo il versante economico si possono raggiungere buoni traguardi attraverso provvedimenti capaci di rimuovere le condizioni che nel Meridione hanno favorito la nascita e la crescita del fenomeno e di evitare che le stesse possano crearsi altrove.

I risultati di una ricerca svolta dal CENSIS nel 2003 hanno dimostrato che senza i meccanismi di distorsione del mercato pilotati dalle organizzazioni mafiose, negli ultimi tempi il sistema economico meridionale avrebbe potuto creare almeno 180.000 posti di lavoro in più l’anno.

Da ciò l’esigenza improrogabile di promuovere, da un canto, un armonico sviluppo del Paese per superare i tradizionali squilibri territoriali e risolvere il problema della disoccupazione che rappresenta la maggiore riserva di manovalanza per le organizzazioni malavitose; e di varare, dall’altro, una seria politica di incentivazione e di oculato controllo dei finanziamenti e degli appalti pubblici per salvaguardare e sostenere l’economia sana minacciata, nel Sud come nel Centro-Nord, dall’invadenza della mafia imprenditrice e finanziaria.

Lungo il versante istituzionale bisogna tendere al totale risanamento morale degli organismi rappresentativi, nazionali e locali, attraverso un’azione diretta a disinquinare i “palazzi” dalle infiltrazioni dei poteri criminali ed occulti ed a ripristinare quella chiarezza, quella trasparenza, quella linearità e quell’efficienza che rappresentano la condizione indispensabile per recuperare ed elevare il grado di fiducia dei cittadini verso lo Stato.

Lungo il versante democratico, infine, occorre intensificare la promozione di iniziative di approfondimento culturale e di sensibilizzazione civica sul problema per perseguire il duplice obiettivo di far capire a tutti la reale portata e la potenziale pericolosità che il potere mafioso e la cultura mafiosa presentano per la società, l’economia, la democrazia, la politica e le Istituzioni e di favorire una presa di coscienza sempre più profonda sul ruolo del “popolo sovrano” in uno Stato autenticamente democratico : un ruolo di vigilanza e di stimolo nei confronti di quanti operano all’interno delle Istituzioni perché si adoperino con tempestività e determinazione nei tre precedenti settori e contribuiscano all’eliminazione delle logiche clientelari che hanno minato alla base il nostro sistema rappresentativo.

Molto indicativo, in tal senso, l’auspicio espresso dalla Commissione parlamentare antimafia dopo le stragi in Sicilia del ‘92 e gli attentati del ‘93 a Roma, Firenze e Milano che determinarono nel Meridione il rilancio del movimento antimafia, genuino perché spontaneo: «In corrispondenza di consistenti sintomi di risveglio della coscienza civile nelle aree tradizionali, bisogna che nel resto del Paese si diffonda la convinzione del carattere nazionale del fenomeno, della sua varietà di forme e di comportamenti, della sua capacità di adattamento agli ambienti, della sua aspirazione a costruire una vera e propria economia criminale, alternativa rispetto a quella che si fonda sulla libera concorrenza e sul libero mercato. Ma occorre, per questo, una collaborazione attiva ed un impegno proficuo da parte degli Enti locali, delle forze economiche e sociali, della società civile, del mondo politico».


Il testamento di Dalla Chiesa − Dodici anni prima era stato il generale−prefetto Carlo Albero Dalla Chiesa ad esprimere, sia pure in termini più generali, lo stesso concetto nel corso della famosa intervista rilasciata a Giorgio Bocca (La Repubblica, 10 agosto 1982) alcune settimane prima di perdere la vita nella “Strage di Via Carini”: «Dalla Chiesa mi prospettò, come unico sistema per contenere il fenomeno mafioso, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, per creare una coscienza collettiva antimafia».

Quella volta, l’idea di rivolgersi a Giorgio Bocca per manifestare le sue preoccupazioni per il difficile compito da svolgere in Sicilia non fu casuale.

Era stato il comune impegno nella guerra di Liberazione che aveva portato entrambi alla convinzione secondo la quale i valori di libertà, democrazia e giustizia – soffocati dal fascismo e divenuti la bandiera della Resistenza e l’essenza stessa della Costituzione – erano da tempo calpestati dai poteri criminali e occulti.


La Resistenza «La partecipazione alla Resistenza – scrive il figlio Nando nel libro "In nome del popolo italiano"è la prima esperienza nella quale mio padre si trova ad agire nella duplice veste di comandante di uomini e di combattente per la democrazia italiana. La considera anche, con orgoglio, come la prima fonte della sua legittimazione a ritenersi un esponente della democrazia repubblicana. La Resistenza diventa per lui il primo momento in cui la sua identità di ufficiale dei carabinieri si combina con un forte radicamento nei sentimenti di un popolo».

Ma non sbandierava questa sua concezione: quando ne parlava faceva capire che contava sulla riservatezza degli interlocutori. Infatti Giorgio Bocca, che conosceva il suo carattere, non pubblicò la frase sulla necessità del coinvolgimento dell’opinione pubblica: la riferì ai magistrati dopo la sua morte.

«Uccidendo Carlo Alberto Dalla Chiesa – osservò all’epoca Ernesto Galli della Loggia (L’Europeo, 20 settembre 1982) – forse la mafia ha dato allo Stato repubblicano il suo fin qui unico eroe. È certo che la gente ha sentito istintivamente la figura del generale−prefetto ucciso, e la natura di questa morte, come qualcosa di diverso dalla figura e dalla morte di tanti altri, caduti per mano delle organizzazioni criminali».

Quale il motivo di fondo? La gente aveva capito che, «con risorse e poteri adeguati – scrisse Francesco Alberoni (La Repubblica, 11 settembre 1982) – il generale avrebbe colpito duro, e stava addirittura per riuscirci lo stesso perché, come tutti i grandi strateghi, aveva identificato il punto debole dell’avversario: sapeva come vincere e anche dopo la morte ha indicato la strada per vincere».


L’impegno degli onesti − La frase scritta in Via Carini sul luogo della strage, «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», fu infatti smentita subito dai fatti perché proprio da quel giorno – sostenne padre Ennio Pintacuda − «il coraggio degli onesti ha fatto piuttosto crescere l’altra Palermo, l’altra Sicilia, l’altra Italia perché mai come in questo periodo è stato presente e attuale quel detto dei cristiani dei primi tempi: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Anche il sangue delle vittime della mafia è stato un seme che ha fatto crescere il numero delle persone e delle forze che si sono unite all’insegna dell’onestà e della coscienza morale e operano per sconfiggere il subdolo potere che ha inquinato le istituzioni del Paese. La frase del cartello di Via Carini fu come un grido di riscossa che riversò in campo nazionale la mobilitazione contro la mafia. Si demarcò allora lo spazio di lotta per il riscatto e furono indicate le categorie e il modo di aggregazione di questa mobilitazione».

Un avvenimento del tutto nuovo? «Un movimento con queste caratteristiche – precisò Pintacuda – e così esteso, non era sorto e non si era affermato in Italia dai tempi della Resistenza, cioè dai tempi della prima liberazione che permise di ricostruire lo Stato democratico dalle rovine del fascismo e dalla guerra da esso voluta: uomini che si pongono al di sopra delle ideologie, dell’appartenenza religiosa, delle classificazioni politiche, delle collocazioni territoriali e coinvolge magistrati, uomini di chiesa, intellettuali, borghesi, operai, anziani e giovani. È come se fosse nata una chiesa più grande, una nuova, affascinante ideologia. La prima liberazione fu quella che affrancò gli italiani dal potere dittatoriale e restituì all’uomo la possibilità di far valere i suoi diritti fondamentali; la seconda dovrà affrancare i cittadini dal losco potere della mafia ridando dignità e sicurezza alla civile convivenza. La nuova Resistenza è partita da Palermo e dalla Sicilia e si sta estendendo a tutto il Paese».


Arrigo Boldrini: “Nuova Resistenza!” − La conferma più autorevole della validità di questa convinzione si registra dieci anni dopo.

«Siamo per una nuova Resistenza contro la mafia e la violenza» dichiara all’indomani del 25 aprile del 1992 Arrigo Boldrini, presidente dell’ANPI in un’intervista a Maurizio De Luca, direttore de La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso e Il Mattino di Padova.

«La mia generazione – spiega – ha sofferto, senza perdere mai la speranza e la fiducia, nonostante il travaglio di quegli anni in Italia e dappertutto nel mondo. Le riforme istituzionali? Si possono fare, si devono fare. Ma innanzitutto occorre un’amministrazione pubblica onesta e pulita, bisogna battere l’illegalità e la prepotenza mafiosa. Non abbiamo bisogno di una seconda Repubblica ma di una Repubblica avanzata e moderna che non può scindere il suo legame con la Resistenza, cioè con i valori ideali, moderni e avanzati, di democrazia, diritti civili e umani, pace e solidarietà, contro provincialismo e particolarismo».

Il giorno prima Francesco Cossiga − che, custode di tanti segreti, si era invece battuto per la seconda Repubblica da instaurare con una revisione poco ortodossa della Costituzione ed aveva denigrato in qualche modo la Resistenza – aveva lasciato il Quirinale rassegnando le dimissioni da Capo dello Stato.

A ventiquattrore dall’annuncio delle dimissioni, ad alcuni giorni da uno dei periodi prevedibilmente più complessi della storia di questa Repubblica – chiede De Luca a Boldrini – come definirebbe il proprio stato d’animo: preoccupazione, sconforto, speranza? O che altro? «Se devo trovare una risposta, sarebbe fiducia. Fiducia in questo Paese. E anche in una scelta autorevole per la Presidenza della Repubblica».


L’ex PM svizzero – Il 23 maggio, viene ucciso Giovanni Falcone. L’indomani, alla carica di Capo dello Stato viene eletto Oscar Luigi Scalfaro. Il giorno dopo, in una dichiarazione a La Repubblica, Paolo Bernasconi, ex procuratore pubblico di Lugano, dichiara che «in Italia la mafia conduce una guerra contro lo Stato. Le persone che si sono opposte e si oppongono a questa guerra sono poche. È in atto una seconda Resistenza, con la “erre” maiuscola, e Falcone era uno dei capi di questo comitato di liberazione nazionale».

Il 19 luglio viene eliminato anche Paolo Borsellino.

«Nel corso dei funerali – ricorda Nando Dalla Chiesa – tra la folla assiepata intorno alle strade o affacciata ai balconi, passa per incanto sempre più netta una parola, dapprima sussurrata e poi gridata con rabbia lucida: “Resistenza! Resistenza!”. Come sono lontani i volti pietrificati dal dolore di Piazza Fontana! E com’è lontana la rabbia politicamente impotente dei funerali in cui si stringeva intorno a Pertini! La gente mormora di un progetto, di un suo progetto istintivo. Sente possibile una strategia: gli amici, i nemici e le cose da fare. E chi è là, chi raccoglie il senso di quanto sente, non può non afferrare che in quel preciso istante nei rapporti tra la democrazia dei cittadini e i poteri corrotti e criminali è avvenuta una rottura. Che la nostra storia individuale e collettiva, di italiani, non di palermitani o siciliani, non è e non sarà la stessa. Che i nostri doveri sono cambiati».


Il presidente Scalfaro – La mattina del 21 luglio, commemorando Paolo Borsellino in seno al CSM, il presidente Scalfaro – che tra i primi impegni annota nell’agenda un incontro con i dirigenti dell’ANPI – lancia un messaggio solenne: «Nuova resistenza!».

In che senso? «Questa Patria – dice − deve saper risorgere, e dipende da noi, uomini e cittadini. Resistere, resistere, resistere, perché siamo dalla parte della libertà».

Durante la prima Resistenza, ai tempi del nazifascismo – spiega − «sembrava che l’aurora non sarebbe mai spuntata, e un giorno è spuntata; contro il terrorismo le forze si unirono, coraggio e avanti»; oggi, nonostante le stragi e la corruzione, «la democrazia è più forte della violenza e delle azioni criminose, di chi vuole sconfiggere tutto. Siamo di fronte alla crisi più pesante, quella dei valori dell’uomo, ma non vincerà né la violenza né la ricchezza senza morale – guardate ai processi sulle tangenti – vincerà l’uomo se sarà credibile. La gente ha bisogno di credibilità. Non di infallibilità, ché quella non ce l’ha nessuno. Come si può chiedere se chi chiede non ha credibilità?». Per questo «occorre ricominciare dalla ricostruzione dei valori morali» per non deludere «le attese della gente pulita e onesta».

Lo Stato, la Patria – aggiunge Scalfaro – non possono essere rappresentati «da chi non è degno, da chi non è giudice perbene, da chi non è pulito, da chi non è cittadino operoso».

D’altra parte perché sono stati uccisi Falcone e Borsellino? «Per che cosa? Per una Patria che abbia il trionfo della giustizia? O perché vinca la disgregazione, l’abbandono, il gettare la spugna? Queste parole non si riferiscono ai magistrati, ma a tutta la realtà dello Stato. Di chi è questa Patria? Solo di chi muore o anche di chi vive e deve vivere e operare? Bisogna quindi resistere. Resistere e lottare tutti insieme!».


Nando Dalla Chiesa «Dunque – osserva Nando Dalla Chiesa – che cosa significa “Nuova Resistenza”?. Che immagini, che progetti, che Italia stanno dietro questa parola d’ordine che nei mesi estivi è serpeggiata, una bocca via l’altra, un cervello dopo l’altro, dalla Sicilia alla Lombardia, dall’Emilia alla Calabria e di nuovo al Trentino, ricevendo l’autorevolissimo avallo del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro? Chi pensa che sia uno slogan d’altri tempi intriso di ideologia se lo tolga dalla testa: non lo è. Chi crede che sia una moda emozionale – simbolo un lenzuolo alla finestra – si ricreda: è molto di più».

L’appello alla “Nuova Resistenza” era all’epoca e rimane ancor oggi un invito esplicito a battersi per fare in modo che ci sia – come ebbe a rilevare tanto tempo fa Sebastiano Patanè, capo della Procura di Caltanissetta − «un fronte unico, compatto dello Stato in tutte le sue articolazioni ed espressioni, un comportamento antimafia serio da parte di tutti».

Bisogna quindi evitare gli errori del passato, bisogna fare in modo che nell’esercizio dei poteri dello Stato ci siano coesione, coerenza, determinazione, tempestività e non promesse non mantenute, incertezze, tentennamenti o peggio ancora ambiguità.


“La mafia teme chi non la teme” − È necessario, in altri termini, dimostrare con i fatti, giorno dopo giorno, che lo Stato ha la sincera intenzione di estirpare la “malapianta” sin dalle radici più profonde.

Solo così la battaglia civile – compresa quella dei giovani − potrà aver successo; solo così potranno essere eliminate le condizioni che hanno provocato nella gente del Sud la delusione atavica dalla quale sono scaturite la rassegnazione, l’indifferenza e l’omertà; solo così sarà possibile creare finalmente nel cittadino quella “fiducia senza riserve” nel Parlamento, nel Governo, negli Enti Locali e nella Magistratura che costituisce il fondamento essenziale dello Stato democratico e di diritto.

Non è vero che la mafia non conosce la paura. «La mafia teme chi non la teme» ha ripetuto per quasi mezzo secolo nei suoi libri Michele Pantaleone per far capire che anche per la sconfitta della “piovra” vale il proverbio “volere è potere”.

E non può essere altrimenti.

«La mafia – sosteneva Giovanni Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione ed avrà quindi una fine».


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Questo articolo è stato pubblicato anche sul numero di marzo 2008 di "Patria indipendente", rivista mensile dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nella foto in alto è riprodotta una copertina.

La versione in pdf dell'articolo sul sito della rivista è a questo link.




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«Centodonnecentobici», cicloviaggio al femminile alla scoperta della nonviolenza in Sicilia




da Grillo News


La partenza è prevista per domenica 18 maggio 2008.

É all’interno del percorso lillipuziano «Scelgo la nonviolenza», organizzato in collaborazione con M.I.R. – Movimento Internazionale Riconciliazione – che si inserisce la proposta «centodonnecentobici», un cicloviaggio al femminile alla scoperta della nonviolenza in Sicilia.

Saranno le donne della Rete Lilliput di Vicenza, assieme ad altre amiche della nonviolenza, a trasferirsi nel territorio della Sicilia per percorrere numerosi chilometri con un mezzo a disposizione di tutte e di tutti – la bicicletta – e rispettoso dell’ambiente.

Il viaggio (600 km complessivi) prevede 12 tappe, ognuna delle quali rappresenta un’importante occasione per tessere una nuova rete di relazioni con le donne che sul territorio propongono esperienze alternative alla militarizzazione ed al sistema delle mafie.

La partenza è prevista per domenica 18 maggio.

Nella prima settimana sono previsti incontri con diversi gruppi locali (in particolare Pax Cristi di Catania) che si occupano dei problemi legati alla militarizzazione dell’isola; il viaggio verrà inaugurato con una ciclostaffetta che partirà dalla stazione di Catania e terminerà alla base militare di Sigonella.

Le vicentine saranno accompagnate nella pedalata dalle donne di Catania e proprio davanti alla base consegneranno loro la bozza del libro «Vicenza chiama Sigonella», un documento sulla militarizzazione di Vicenza e sull’esperienza che la parte femminile del movimento No Dal Molin sta vivendo in questi mesi di impegno contro il progetto della nuova base militare americana per una cultura di pace e di nonviolenza.

Nella seconda settimana gli incontri saranno dedicati alle donne impegnate sul fronte delle mafie a Palermo, Cinisi, Corleone e molte altre località.

In particolare non mancherà l’appuntamento al Centro Impastato di Cinisi, che poco prima del cicloviaggio, precisamente il 9 maggio, organizza una manifestazione contro la mafia per il trentennale dell’omicidio politico-mafioso di Peppino Impastato.

Il viaggio, inteso come occasione di incontri e di scambi di esperienze e riflessioni, comincia subito: il programma di allenamento su bici ed il corso di autoriparazione della bicicletta, fondamentali per il buon esito del viaggio, saranno aperti a tutte le interessate.

Se siete interessate a condividere in qualunque modo l’iniziativa contattateci.

Informazioni:

albaceci@libero.it
vaniavan@libero.it
Tel. 0444.980981
Cell. 346.7463942


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lunedì 14 aprile 2008

L'eroe silente


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di Marco Del Gaudio
(Sostituto Procuratore della Repubblica
presso il Tribunale di Napoli)



Ieri (*), con estrema pacatezza, Marcello Dell’Utri ha tradotto in termini politici un ragionamento assai comune in una fascia non secondaria dell’elettorato.

Mangano è un eroe.

E ciò non “nonostante” sia stato condannato all’ergastolo per reati commessi in relazione ad attività di una organizzazione mafiosa, ma proprio per questo.

E’, infatti, un eroe perché, pur condannato all’ergastolo e perfino ammalato, non ha ceduto al «ricatto» dello Stato e non ha reso dichiarazioni. Non ha varcato la soglia. Non è diventato un collaboratore della Giustizia.

Chi frequenta il mio ambiente sa che si tratta, appunto, di una convinzione molto radicata, direi quotidiana.

Vi è una straordinaria assonanza – ad esempio – tra le dichiarazioni di Marcello Dell’Utri e le parole, certo meno forbite e meno dirette, del padre di Francesco Schiavone detto Sandokan, uno dei capi del clan dei casalesi, ossia di una tra le più potenti organizzazioni criminali d’Italia.

Il padre di Francesco Schiavone, è appena scomparso e ha lasciato, dunque, quasi un’eredità spirituale a suo figlio.

Anche lui, in occasione di una manifestazione per la legalità tenuta a Casal di Principe, alla presenza del Presidente della Camera, rivolse un messaggio non troppo coperto a suo figlio Francesco: “Sii eroe, non cedere al ricatto, sopporta da uomo la galera, non attraversare il guado della collaborazione con la Giustizia, non infangare il tuo nome e quello della tua famiglia”.

E si tratta della stessa musica che irrompe, suadente e prepotente, sparata a mille per i vicoli della città e dell’intera regione fino a coprire perfino il frastuono del traffico incessante e le voci allegre e disperate del popolo, quando con l’inconfondibile intonazione dei neo-melodici si costruisce poco a poco la figura dell’eroe camorrista romantico, detenuto ma impavido, austero e coraggioso nel rispetto del patto con la sua famiglia.

O quando, all’opposto, si canta degli “infami” collaboratori, di chi s’è venduto il nome e la sua immagine e, ancora, di chi è costretto alla fuga, inseguito dalle accuse di un pentito.

E’ lo stesso coro di immagini, voci, sentimenti, che ritrovo sugli screensaver dei cellulari dei ragazzi, dai quali occhieggia l’immagine di Cosimo Di Lauro, griffato e ammanettato, che rassicura tutti con la sua presenza: lui non parlerà. Non è come gli altri: è un eroe silente.

E’ la stessa, imbarazzante convinzione che leggo nei volti, mai smarriti, di chi assiste al sopralluogo giudiziario, poche ore dopo una feroce esecuzione camorristica, avvenuta dinanzi a tutti.

Tutti eroi, che resistono alla tentazione di urlare il nome di chi ha scambiato la loro casa per il far west, di chi terrorizza e comanda, di chi è pronto a rimanere in silenzio, irridente e quadrato, quando sarà incarcerato.

La stessa incrollabile certezza sulla necessità ineludibile del silenzio e della cristiana sopportazione che si legge nelle alzate di spalle degli imprenditori taglieggiati, muti come pesci, anche di fronte all’evidenza delle loro voci, catturate di nascosto mentre si piegano ancora una volta a pagare.

Ed è ancora, la stessa muta ammirazione che aleggia in aula, quando tutti si danno convegno in udienza, a sostenere con lo sguardo il capozona in gabbia, eroe silente impegnato in una lotta, per definizione impari, con i magistrati del brand DDA, i pentiti infami, le intercettazioni vili: ogni giorno gli stessi nemici di sempre.

Gli stessi che tornano nel progetto politico di Marcello Dell’Utri.


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(*) Pubblichiamo intenzionalmente questo articolo con alcuni giorni di ritardo, per evitare che la sua pubblicazione possa essere ritenuta una forma di nostro coinvolgimento nella campagna elettorale.




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Revisione


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di Marco Panicucci
(Giudice del Tribunale di Genova)



Scorrendo rapidamente i report su una articolata intervista, in cui un noto imputato parlava di “revisione”, per un attimo ho istintivamente pensato a quella prevista dagli artt. 629 e segg. cpp.

Poi, leggendo con maggiore attenzione, ho scoperto che l’intervistato non si riferiva al mezzo di impugnazione straordinario delle condanne definitive, ma a qualcosa di ancora più estremo: la revisione dei libri di storia, onde depurarli della “retorica della resistenza”, cui una parte politica intenderebbe mettere mano, a elezioni concluse (e vinte).

Tale intento di padroneggiare il passato – che richiama indimenticate suggestioni letterarie (1984 di G. Orwell) e che certo non stupisce da parte di chi, attraverso l’anomala signoria sui mezzi di comunicazione, già dispone ampiamente del presente – non può non suscitare sensazioni forti: grande meraviglia, sincera preoccupazione, ferma – ma fiduciosa – reazione.

Grande meraviglia, perchè i proponenti sembrano dimenticare la collocazione europea del nostro paese, in un ambito in cui la libertà di manifestazione e comunicazione del pensiero critico sono ben radicati, tanto da essere quasi costitutivi della materialità territoriale di alcuni autorevoli stati.

Sincera preoccupazione, perchè, comunque, una crisi di cultura e di valori è già presente nel nostro paese e, sarà un caso, si è affermata e consolidata con la “scesa in campo” di chi ha portato avanti nuove idealità, fondate sull’individualismo, sul denaro, sul potere fine a sé stesso, da perseguire a qualunque costo.

Ferma – ma fiduciosa – reazione, perchè la storia, in realtà, non si cambia.

Perchè il tempo sopravvive a sé stesso, portandosi dietro, indelebili, tutte le vicende umane che ha prodotto.

Perchè la “retorica della resistenza” – con i valori che ad essa si accompagnano – permea la realtà, morale e materiale, di tutti i giorni.

E’ nella nostra Costituzione, nelle sue fondamenta, laddove afferma principi di libertà, eguaglianza, solidarietà sociale, ripudio della guerra.

E’ in molte leggi del nostro ordinamento, nell’architettura stessa dello stato.

E non si possono cancellare, secondo il capriccio della maggioranza del momento.

Come non si possono cancellare le pietre, i nomi, i cuori.

Non si può cancellare la Sinagoga di Roma o la risiera di San Sabba a Trieste.

Non si può cancellare l’A.N.P.I., col suo carico di dolorosa e fiera memoria.

Non si possono cancellare Walter Fillak, Ernesto e Germano Jori, Dino Col e Attilio Firpo e tanti altri ...

A Genova sono delle strade, di quartieri del ponente cittadino.

Sono i nomi di alcuni giovani che, qualche tempo fa, pur non disdegnando di andare al mare, a teatro, a fare l’amore con le loro ragazze, hanno deciso, consapevolmente, di rischiare e dare la loro vita per tutti noi.

Non si può cancellare Genova, la mia città, che della Resistenza è medaglia d’oro.

Genova che, alle ore 19.30 del 25 aprile 1945, ha visto il Gen. Meinhold firmare l’atto di resa delle truppe tedesche nelle mani non di un pari grado americano, ma in quelle, ben più umili e più pulite, del presidente del C.N.L. della Liguria, Remo Scappini, italiano, partigiano, a soli 14 anni già operaio di una vetreria.

Non si può.

Ed è giusto, doveroso e bello ricordarlo, in tutte le occasioni.

Troviamo la forza per non smettere, mai, di indignarci.


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Pubblichiamo intenzionalmente questo articolo con alcuni giorni di ritardo, per evitare che la sua pubblicazione possa essere ritenuta una forma di nostro coinvolgimento nella campagna elettorale.






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sabato 12 aprile 2008

La notte della Repubblica, ma anche della democrazia e della ragione


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di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)



Il sen. Clemente Mastella ha pubblicato sul suo blog il decreto di archiviazione che lo riguarda con riferimento all’indagine avviata nei suoi confronti dal collega De Magistris.

Insieme al decreto di archiviazione si trovano sullo stesso blog due articoli del Riformista e dell’Avvenire dal contenuto veramente surreale.

Il guaio è che le opinioni espresse con tanta sicumera in quegli articoli sono quelle condivise anche da altri.

Il che impone una riflessione su come sia possibile che nel nostro Paese le condizioni della libertà di stampa (Il rapporto di Freedomhouse per il 2007 ci colloca al 61° posto nel mondo per libertà di stampa; la Germania e gli Stati Uniti sono al 16° posto; l'Inghilterra al 31°; Taiwan al 33°; l'Ungheria al 39°; le Mauritius al 55° e il Sudafrica al 59°) e una gestione del potere quale quella che è sotto gli occhi di tutti portino a una totale indifferenza alla realtà delle cose, stravolgendo il senso di tutto e anche le evidenze fattuali.

Si impongono, dunque, alcune considerazioni sulla logica dell’archiviazione sulla base della quale dovremmo chiedere scusa al sen. Mastella.

Il decreto può essere letto a questo link (tratto, come ho detto, dal blog del sen. Mastella).

Non intendo discuterlo nel merito, perché non conosco gli atti del processo e, dunque, non ho elementi per dire se, nella sostanza, sia corretto o no, in relazione a quegli atti.

Tutti abbiamo, invece, elementi per comprendere quanto sia assurdo trarre da quel decreto elementi di giudizio contro De Magistris.

Perché la cosa sia comprensibile anche ai “non addetti ai lavori”, è necessario mettere in chiaro alcuni punti che, misteriosamente, sembrano sfuggire agli opinion leader nostrani.

1. L’iscrizione di qualcuno nel registro degli indagati è atto a sua garanzia e non contro di lui: l’iscrizione fa sorgere, infatti, in favore dell’iscritto il diritto alle garanzie proprie dell’indagato e fa iniziare a decorrere il termine massimo di durata delle indagini. Questo, peraltro, è quello che ha scritto il C.S.M. nella sentenza contro De Magistris, facendo poi errata applicazione del principio e condannando De Magistris per avere iscritto il sen. avv. Pittelli in un modo che asseritamente non assicurava la certezza della data di iscrizione (in sostanza, lì lo condannano perché asseritamente non iscrive, qui lo vorrebbero condannato perché iscrive).

2. L’iscrizione si fa all’inizio delle indagini, prima di cominciarle e per poterle cominciare. Dunque, non ha alcun senso pretendere che all’inizio delle indagini ci siano già le prove che servirebbero per una condanna.

3. Il pubblico ministero deve indagare ogni volta che sembra che ci sia un reato e nei confronti di tutti quelli che ne potrebbero essere autori. Per questo tantissime volte, alla fine delle indagini, chiede l’archiviazione. Perché spessissimo l’ipotesi di accusa si rivela infondata. Dunque, l’archiviazione non è sotto alcun profilo una sconfitta del pubblico ministero (tanto più, poi, se al pubblico ministero che ha fatto l'iscrizione il processo è stato tolto l'indomani, impedendogli di coltivare la sua ipotesi d'accusa) e pretendere che il pubblico ministero indaghi nei confronti di qualcuno solo quando ha le prove che lui sia colpevole è un “illogico assoluto”. Si indaga per verificare “se” e non “che” uno è colpevole.

4. Ha senso chiedere scusa a qualcuno quando si è fatto nei suoi confronti qualcosa che non si aveva il potere e il dovere di fare: chiedo scusa se ho arrestato una persona senza i gravi indizi di colpevolezza. Non avrebbe alcun senso chiedere scusa a qualcuno perché mi sono permesso di ipotizzare che egli potesse essere autore di un reato e, conseguentemente, l’ho iscritto nel registro degli indagati, perché se questo avesse un senso i pubblici ministeri dovrebbero passare la vita a chiedere scusa alle migliaia di persone che vengono iscritte nel registro degli indagati e poi “archiviate”. Il fatto che qualcuno pretenda delle scuse solo perché ci si è permessi di “sospettare di lui” (questo è ciò che dà luogo alla iscrizione di qualcuno nel registro degli indagati) dà la misura di quanto profonda sia la notte della ragione, della Repubblica e della democrazia in Italia oggi.

Tutto ciò posto, per capire l’illogicità dei ragionamenti di chi vuole delle scuse, faccio un esempio comprensibile a tutti.

Immaginiamo che una signora venga trovata assassinata in casa sua.

In questo caso il pubblico ministero si trova dinanzi alla cosiddetta “prova generica” di reato. C’è la prova (c.d. “generica”) che è stato commesso un omicidio, ma non si sa chi l’ha commesso.

Una cosa simile c’è in Calabria, dove è evidente che si è abusato e tanto del denaro pubblico, ma non si sa chi lo abbia fatto (e certo il fatto che non si sappia chi lo abbia fatto, posto che i fatti sono lì davanti a tutti, non depone bene per chi dovrebbe accertare queste cose).

A un certo punto (nella storiella noir della signora assassinata), una vicina di casa si reca in Procura e dice al P.M.: “Guardi che io il giorno del delitto ho visto il marito della signora uscire di corsa dalla casa dove è stata trovata la morta”.

A questo punto il mio giallo si biforca in due ipotesi (un po’ come nel film Sliding doors).

Nella prima ipotesi, il marito della morta è una persona qualunque, come per esempio Alberto Stasi.

In questo caso, il P.M., sentita la vicina di casa, pensa: “Caspita, ma allora l’assassino potrebbe (è solo una ipotesi) anche essere il marito”. E decide di indagare per verificare se questa ipotesi sia fondata o no.

Per potere indagare, iscrive il marito nel registro degli indagati e inizia una indagine che può durare poco, se il marito ha un alibi di ferro, o molto se non si trova l’assassino.

Dopo avere fatto tutte le indagini possibili, il P.M. tira le sue conclusioni e, se non è risultata provata la colpevolezza del marito, chiede l’archiviazione, mentre se quella è stata provata ne chiede il rinvio a giudizio. In nessuna delle due ipotesi chiede scusa a nessuno.

Seconda ipotesi.

Il marito della donna uccisa non è “una persona qualunque”, ma un Senatore della Repubblica.

Anche in questo caso il P.M.. pensa: “Caspita, ma allora l’assassino potrebbe (è solo una ipotesi) anche essere il marito”. E decide di indagare per verificare se questa ipotesi sia fondata o no.

Come nell’altra ipotesi, per potere indagare, iscrive il marito nel registro degli indagati e inizia una indagine che potrebbe durare poco, se il marito ha un alibi di ferro, o molto se non si trova l’assassino.

Ma in questo caso la storia ha un altro corso.

Interviene la Procura Generale e, in violazione delle leggi in materia (violazione che nessuno sanzionerà), dispone una avocazione definita da autorevole magistrato “impensabile” e toglie l’inchiesta al P.M..

Dopo di che chiede l’archiviazione della stessa, dicendo: “Ma uscire di corsa dalla casa del delitto non prova che il senatore sia l’assassino”.

Il G.I.P. dice: “Certo, è vero. Queste non sono prove di colpevolezza. Il senatore va archiviato. E non ci si doveva permettere neppure di sospettarlo”.

Aggiunge, fra l’altro: «Il tabulato relativo all’utenza in uso al sen. Mastella, acquisito senza l'autorizzazione della Camera di appartenenza, è inutilizzabile». E questa è cosa giuridicamente del tutto opinabile (a mio modesto parere sbagliata, ma si tratta di materia tecnicamente controversa e a sbagliare potrei essere io).

E ancora: «Nel merito, comunque, esso conferma soltanto la frequentazione telefonica tra Saladino ed il Senatore già per altre vie emersa, ma inespressiva “di condotte del Mastella ipotizzabili come reati”». Come dire, nel mio raccontino noir: “L’uscita di corsa del marito dalla casa del delitto conferma soltanto la frequentazione della casa propria da parte del marito della morta già per altre vie emersa (è il marito convivente!!), ma inespressiva di condotte del marito ipotizzabili come reato”.

Ma certo, si dovrebbe dire in entrambi i casi, quelle circostanze, infatti, secondo la legge e la logica delle cose e del procedimento penale dovevano servire a cominciarla una indagine (come avevano fatto De Magistris nella realtà e il P.M. nella prima versione della mia storiella) e non a chiuderla (come hanno fatto la Procura Generale e il G.I.P. nella seconda versione della mia storiella e nella realtà).

Poi, lo stesso G.I.P. forse si rende conto che, in altre occasioni simili, a un pubblico ministero che avesse chiesto l’archiviazione altri G.I.P. l’avrebbero negata, invitandolo a proseguire le indagini per verificare meglio la fondatezza o meno dell’ipotesi di accusa, e, per risolvere questa possibile contraddizione, aggiunge (testualmente dal decreto sul sen. Mastella): «L’analisi dei risultati investigativi acquisiti rende del tutto superfluo l’ulteriore prosieguo».

Ma nessuna motivazione di ciò adduce.

E ciò stupisce non poco, data la delicatezza e complessità del caso.

Ma la Procura Generale e il C.S.M. hanno dato prova negli ultimi mesi di punire l’eccesso di motivazione e non il difetto.

A questo punto, urla di indignazione di tutti: “Povero senatore perseguitato. Chiedetegli scusa. Come avete potuto fargli quello che gli avete fatto”.

Allora uno si chiede: “Ma che gli hanno fatto”?

E la risposta è: si sono permessi di sospettarlo e di decidere di verificare se ciò che appariva era.

Evidentemente in Italia oggi è vietato sospettare dei potenti. Anche quando ciò che si vede depone contro di loro.

La lezione che viene ai magistrati dal caso De Magistris è: non vi azzardate a farlo più, perché, se lo rifarete, verrete espropriati del fascicolo (che vi verrà tolto prelevandolo in vostra assenza dalla cassaforte del vostro ufficio), verrete condannati e trasferiti in altra città e in altra funzione, verrete diffamati in ogni dove e dovrete, infine, pure chiedere scusa.

Decisamente la notte della Repubblica, ma anche della democrazia e della ragione.



P.S. – Alcuni a questo punto diranno: “Eh, ma allora, se si va appresso al raccontino di Lima, il povero Mastella non potrà mai prevalere su De Magistris”. Si, è vero, perché il problema che ha un paese democratico non è fare guerre fra senatori e magistrati, consentendo a questo o quello di “prevalere”, ma consentire ai magistrati e prima ancora al popolo di verificare l’onestà anche dei governanti.

P.P.S. – Altri a questo punto diranno: “Eh, ma allora chiunque può venire iscritto nel registro degli indagati in qualunque momento sulla base di qualunque anche strampalata ipotesi di accusa”. Premesso che l'ipotesi di De Magistris era assolutamente ragionevole e non strampalata, si, è vero ed è proprio quello che prevede il codice di procedura penale, che pretende che il P.M. iscriva subito ogni sospettato e che sospetti di ogni possibile colpevole. D’altra parte essere iscritti non è cosa in sé dannosa sotto alcun profilo (e non si dica che lo è perché la stampa ci tesse sopra una tela, perché la magistratura che già sconta l’opportunismo servo della stampa non può scontarne anche l’avidità cinica, che la porta a “sbattere [quando le conviene] mostri in prima pagina”) e, soprattutto, succede ogni giorno a migliaia di persone qualsiasi, me compreso, senza che queste trovino cose tipo il Riformista o l'Avvenire ad alzare la voce rivendicando per loro scuse non dovute a nessuno.

P.P.P.S. – La cosa peculiare di questo decreto di archiviazione e dell’uso mediatico che ne è stato fatto è che in esso il G.I.P. non si limita a disporre l’archiviazione per infondatezza della notitia criminis, ma afferma, fra l’altro, addirittura (cosa davvero moltissimo insolita) che quella ritenuta tale dal P.M. non era neppure una notitia criminis, così che l’indagato non solo va “archiviato”, ma non andava iscritto (la cosa, se misurata con il metro attuale della Procura Generale della Cassazione, andrebbe qualificata come abnorme, non essendo previsto dalla legge alcun sindacato del G.I.P. sulla iscrizione, ma solo sulla richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio).

P.P.P.P.S. – Le dichiarazioni rese al P.M. De Magistris da Giuseppe Tursi Prato l’11 ottobre 2007 le ha pubblicate Panorama a questo indirizzo.



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venerdì 11 aprile 2008

Il testo integrale del ricorso in Cassazione di Luigi De Magistris avverso la sentenza del C.S.M.

Versione stampabile


Pubblichiamo i testi integrali del ricorso del prof. avv. Gilberto Lozzi, del Foro di Torino, difensore di Luigi De Magistris, alle Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione avverso la sentenza disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura e la memoria difensiva di Luigi De Magistris indirizzata alla stessa Corte.

Si tratta di documenti molto lunghi e, per questo, li pubblichiamo solo nella più leggibile “Versione stampabile”, alla quale si può accedere cliccando sui link qui appresso:



Ci rendiamo conto che si tratta di documenti tecnici molto complessi e ci scusiamo con i lettori per la fatica che la loro lettura inevitabilmente richiederà (in particolare ai “non addetti ai lavori”), ma riteniamo indispensabile questa pubblicazione perché:

1. Il “cuore” del “caso De Magistris” non è la vicenda personale di un magistrato, ma l’occasione emblematica di verifica di due cose di importanza essenziale: a) la possibilità o no dei singoli magistrati di questo Paese di essere effettivamente indipendenti, come la Costituzione prevede e “la Magistratura” sostiene a parole di volere; b) il modo concreto con cui vengono esercitati dalla Procura Generale della Corte di Cassazione e dal Consiglio Superiore della Magistratura i loro poteri disciplinari, se al servizio dell’efficienza della giustizia e dell’indipendenza dei magistrati o al servizio di altro.

2. L’unico strumento di verifica dei due temi sopra elencati è quello dell’analisi tecnica della sentenza disciplinare del C.S.M. e, dalla prospettiva di quella, dell’azione della Procura Generale della Corte di Cassazione.

3. Il Procuratore Generale che ha sostenuto l’accusa contro Luigi De Magistris dinanzi al C.S.M. (il dr Vito D’Ambrosio) ha affermato di agire per il rispetto delle regole e ha accusato espressamente Luigi De Magistris di avere violato e anche dolosamente delle regole. L’analisi tecnica della sentenza del C.S.M. consente di verificare se sia o no Luigi De Magistris ad avere violato delle regole e se la Procura Generale e il C.S.M. abbiano o no rispettato le regole che assumono di voler difendere.

4. Il Procuratore Generale che ha sostenuto l’accusa contro Luigi De Magistris dinanzi al C.S.M. (il dr Vito D’Ambrosio) ha espresso pesanti giudizi sulle qualità professionali del dr De Magistris e la Vicepresidente della Prima Sezione del C.S.M. Letizia Vacca ha detto espressamente, dinanzi a tantissimi giornalisti, che De Magistris è “un cattivo magistrato” e che per questo “deve essere colpito”. Giudizi “di valore” come questi impongono una verifica tecnica del loro fondamento o no. Non è possibile delegittimare così radicalmente un magistrato senza una verifica tecnica, che si impone per stabilire se i giudizi espressi da D’Ambrosio e Vacca siano la conseguenza di valutazioni tecniche adeguate (ferma restando l’inammissibilità delle esternazioni del consigliere Vacca) o “atti politici” decisamente extra ordinem.

5. Il “caso De Magistris” non è il primo del suo genere. Altre volte prima d’ora erano accadute cose come quelle che si discutono qui. Ma in passato tutto era rimasto coperto dalla complessità tecnica delle vicende e dalla difficoltà di farne acquisire a tutti una conoscenza adeguata a giudicarle. Oggi forse ciò può essere evitato, grazie al fatto che la maggiore diffusione di internet consente a tutti di accedere a documenti che consentano di ricostruire vicende di tanto rilievo per la democrazia del nostro Paese.

A margine di tutto ciò si deve annotare dolorosamente che all’interno della corporazione dei magistrati il “caso De Magistris” è divenuto un vero tabù.

Per quanto possa sembrare assurdo, nessuno dei capicorrente, nessuno dei magistrati più attivi nella Associazione Nazionale Magistrati, nessuno degli iscritti a tutte le correnti della A.N.M., nessuno di coloro che affermano di avere a cuore le sorti della giustizia e si propongono come opinion leader all’interno della corporazione e, all’esterno, a nome di essa, nessuno di coloro che chiede voti ai magistrati per rappresentarli nel C.S.M., nell’A.N.M., nei Consigli Giudiziari e altrove ha ritenuto di prendere una qualunque posizione pubblica o anche solo “privata” all’interno dei circuiti di comunicazione della magistratura associata sul merito della sentenza del C.S.M. e sul merito e il metodo dell’azione della Procura Generale della Corte di Cassazione.

NESSUNO ha il coraggio di dire che la sentenza del C.S.M. è giusta o sbagliata.

TUTTI rifiutano, con una ostinazione che lascia costernati, il confronto sul punto.

Hanno “liquidato” De Magistris dandogli del “cattivo magistrato”, ma ora che le motivazioni della sentenza del C.S.M., non solo non dimostrano tale assunto, ma appaiono sotto troppi profili infondate, si trovano in un empasse dal quale non sanno uscire e nel quale perdono loro e fanno perdere alla magistratura ogni credibilità.

Sul “caso De Magistris” a oggi sono stati pubblicati in questo blog 63 articoli. Essi sono raggiungibili cliccando sui relativi link nell’indice “Visualizzazione per temi”, che si trova nella sidebar di destra del blog.

Gli articoli sono raggruppati in tre elenchi:

De Magistris: tutti gli articoli

De Magistris: la sentenza disciplinare e i commenti tecnici

De Magistris: sull’avocazione dell’inchiesta “Why not”



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Parole giuste e parole ingiuste


Versione stampabile


di Ada Mollica
(Giornalista)



Ci sono parole e parole.

Ci sono parole usate per raccontare fatti e parole usate per orientare consensi, elettorali e non.

Parole trasparenti e parole oscure.

Parole che vogliamo definire, con un’espressione forse non corretta ma che ci piace, “giuste” e “ingiuste”.

Spesso i giornalisti, che con le parole lavorano, complici del potere o dei poteri, usano le seconde, quelle ingiuste; talora ne inventano di sana pianta così da creare polveroni che mascherino o nascondano del tutto la verità.

E non parlo solo di silenzi, censure, falsità, imbrogli belli e buoni che quasi sempre raggiungono lettori ignari sotto forma di interi articoli.

Parlo proprio di parole, di semplici brevi parole, coniate dalla cattiva politica e adottate dalla cattiva stampa, nella migliore dell’ipotesi per pigrizia, nella peggiore per complice disonestà.

Vi ricordate di Bettino Craxi, tangentista della prima ora che per sfuggire al processo, scappò in Tunisia dove visse finché il diabete glielo permise, nella sua bellissima villa sul mare?

Uno che scappa per non subire condanne o comunque per non incappare nelle maglie della giustizia, secondo la lingua italiana, la logica e la coscienza, è un “latitante”.

Ebbene la stampa ne ha fatto un “esule”.

E che dire della guerra preventiva?

Invenzione del governo americano per giustificare un’aggressione sulla base di una presunzione di colpevolezza creata ad hoc, che gli irakeni – i magazzini stipati di armi chimiche – stessero per sferrare un attacco micidiale contro l’Occidente.

E talora le “guerre” diventano addirittura “missioni di pace”.

Non basta.

Ci sono altri ossimori della vergogna.

Il fuoco amico, ad esempio, per addolcire la pillola dell’errore del commilitone.

Amico il cavolo. La gente muore e mai nessuno è morto per amicizia.

Ed anche le bombe intelligenti. Stupidi ordigni che seminano il terrore.

E a proposito di terrore.

L’Occidente bolla – e a ragione – come terroristi, estremisti e integralisti islamici che con l’esplosivo fanno saltare e si fanno saltare in aria.

E’ chiaro che la definizione calza a pennello a chi semina morte con attentati. Perché terrore semina anche quando mette in gioco la sua stessa vita.

Ma forse hanno seminato meno terrore, le atomiche su Hiroshima e Nagasaki?

Le incursioni nei villaggi e i bombardamenti di napaln in Vietnam?

Gli interventi della Cia per appoggiare o rovesciare governi?

L’embargo per il quale sono stati negati presidi essenziali a popolazioni inermi?

Le ultime guerre che hanno allineato dietro gli Usa altri i paesi dell’“Occidente civile” sono state spacciate come esportazioni di democrazia e difesa di libertà.

Ma abbiamo visto il terrore negli occhi di donne e bambini.

Peccato che nessun giornalista abbia definito terroristi i governi Usa.



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