domenica 22 febbraio 2009

Il Millsgate e il Corriere della Sera






dal blog di Beppe Grillo






Negli anni ‘70 il Corriere della Sera era nelle mani della P2.

Angelo Rizzoli, il proprietario, aveva la tessera 532, Tassan Din, il direttore generale, la tessera 534 e Franco Di Bella, direttore del giornale, la tessera 655.

Oggi, anno 2009, chi controlla il Corriere della Sera? Chi suggerisce gli editoriali di Panebianco e di Battista? Chi ha ordinato a Mieli di togliere le inchieste giornalistiche di Why Not a Carlo Vulpio senza alcuna ragione apparente? Chi è la P3 che governa il Corriere della Sera? Dov’è la nuova lista di Castiglion Fibocchi?

Ieri, tutti i giornali del mondo hanno riportato la notizia della condanna di Mills. L’avvocato corrotto da mister B.

Hanno spiegato che lo psiconano non è stato giudicato per il lodo Alfano. Una legge che si è fatto su misura e che lo rende intoccabile. Hanno argomentato che nessun premier sospettato di corruzione per evitare la condanna in due processi sarebbe ancora al suo posto in un Paese normale, democratico, occidentale.

Se non si fosse dimesso lo avrebbero cacciato.

Leggetevi El Pais, The Guardian, Le Figaro, The Herald Tribune.

La reputazione di un Paese è importante come e più della sua economia e noi l’abbiamo persa.

Se gli Stati Uniti hanno avuto il Watergate, l’Italia ha il suo Millsgate.

Se Nixon sospettato di corruzione avesse imposto al Congresso una legge per la sua impunità e il corrotto fosse stato condannato, Nixon sarebbe stato cacciato in due minuti.

Li immaginate in quel caso titoli del Wall Street Journal o del New York Times?

Il Corriere della Sera è invece diversamente giornale.

Il Corriere della Sera ha toccato il fondo con la prima pagina di ieri. Meglio della Pravda.

Il titolo principale è: “Veltroni si dimette, il Pd è nel caos”. L’editoriale di Panebianco Cuor di Leone è dedicato a: “Il Peso delle Oligarchie”. A centro pagina campeggia: “Intercettazioni, Mancino attacca”. Seguono in ordine di dimensione: “Maltrattati gli animali delle fiction Rai” (il solo titolo 15 x 2,5 cm), “Benigni, show politico su Berlusconacci e i gay” (9x7,3 cm), “Mori prepara le ronde anti-ronde” (13x3,6 cm), la vignetta di Giannelli (9x6 cm), “Roma: sparano alle gambe a Calvagna, regista del ‘Lupo’” (5,7x5,5 cm) e “Il fondatore della tv islamica: ‘Ho decapitato mia moglie’” (5,7x5,5 cm).

La notizia su Berlusconi presidente del Consiglio imputato a Milano al processo Mills per il quale il corrotto è stato condannato a 4 anni e mesi ha un riquadro di 3,5x9 cm.

Nel titolo non è neppure menzionato Berlusconi: “Mills corrotto. Condannato a 4 anni e mezzo”.

Persino il colore di richiamo di un pezzo dalle dimensioni di un francobollo è studiato per non attirare l’attenzione del lettore: un azzurrino chiaro al posto del blu e del rosso usati per gli altri.

Infine, l’articolo è a pagina 21, dopo i gossip e le notizie di cronaca.

Licio Gelli disse: “Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”.

Chi controlla il Corriere della Sera e con quali obiettivi?

L’elenco della P3 è in via Solferino 28 a Milano o a un altro indirizzo?

Copertina del Corriere della Sera 18 febbraio 2009



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Gli avvocati garanti del diritto




di Vito Pirrone
(Avvocato del Foro di Catania)





Si vive in un momento storico-politico particolarmente problematico, che vede proliferare iniziative riformiste che appaiono tali da poter incidere in modo rilevante sul sistema giudiziario nel suo complesso, sia sotto il profilo ordinamentale, che con riferimento alle norme sostanziali e processuali.

I progetti di riforme in atto rivestono notevole rilievo per l’avvocatura, la quale deve cogliere l’occasione e l’opportunità per riaffermare il proprio ruolo e la propria funzione di garante dei diritti dei cittadini, sia nella società, che nell’ambito del processo.

L’avvocatura, definita da taluni “professione di frontiera” tra giustizia e società, a cominciare dagli anni novanta mette in atto forme d’azione la cui specificità rompe con le visioni omogenee e organiche dello Stato.

Oggi nell’era della globalizzazione, più che in passato, la legislazione viene influenzata dall’economia e il diritto diventa sovrastruttura dell’economia.

Una tutela effettiva dei diritti dei cittadini si raggiunge solo in un sistema in cui ad un’avvocatura forte ed indipendente corrisponde una magistratura altrettanto forte ed indipendente.

Il processo è il fulcro sul quale ruota l’attuarsi concreto della giustizia, di conseguenza il funzionamento del processo assume rilevanza basilare nel superamento della crisi della giustizia. Nel processo penale, in particolare, avviene lo scontro in forma drammatica tra principio di autorità e quello di libertà.

E’ preoccupante il conflitto che si è aperto tra esecutivo e magistratura. Conflitto che è erroneo ritenere riguardi solo la magistratura: riguarda tutti i cittadini, perché al centro di esso stanno i principi della divisione dei poteri, dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura.

Principi scritti nella nostra costituzione, non a tutela della categoria dei magistrati, ma a presidio della libertà e della uguaglianza dei cittadini. In presenza di provvedimenti ancora sottoposti agli ordinari mezzi di impugnazione la critica può essere svolta con atti di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e non con atti di indirizzo politico (v. atti parlamentari).

Va riaffermata la cultura della giurisdizione e la salvaguardia della divisione dei poteri.

Si vuole attribuire alla sovranità popolare un potere illimitato al cospetto del quale ogni altro potere deve cadere.

Un potere che non tollera, né il limite della legge interpretata dai giudici, né istanze superiori come la costituzione.

E’, né più né meno, la riproduzione della vecchia idea giacobina della volontà generale.

Appartiene unicamente alla magistratura la funzione giurisdizionale, che si esercita interpretando e applicando la legge, perché l’autonomia e l’indirizzo della magistratura costituiscono valori intangibili, consacrati come tali dalla carta costituzionale, che vuole i giudici soggetti soltanto alla legge.

Un primo obiettivo deve essere quello di assicurare al processo una ragionevole durata: “processi più brevi per cittadini più uguali”.

E’ notorio, purtroppo, che in sede europea siamo ancora censurati per la eccessiva durata dei nostri procedimenti.

Sarebbe opportuno incentivare le sedi di mediazione giudiziaria, utile strumento di deflazione, sia nel processo penale, che civile.

Il processo è legalità, è risposta di legalità, la sua durata eccessiva è negazione di legalità.

Spesso una domanda di giustizia, sia in civile, che in penale, presuppone una risposta se non immediata, celere, pronta, non una risposta lenta.

Italo Calvino (nelle Lezioni americane) evidenzia il valore della rapidità, che per diverse ragioni può essere traslato all’interno dei meccanismi processuali.

Peraltro, il valore dell’efficienza fine a se stessa, che prescindesse dalla qualità del metodo e dei contenuti dell’amministrazione della giustizia, non avrebbe pregio.

Solo in misura limitata la legge processuale può in realtà assicurare la ragionevole durata del processo.

A tal fine, sarebbe opportuno favorire le innovazioni tecnologiche (v. processo telematico) che vanno a favorire l’elisione dei tempi morti.

Una giustizia qualitativamente giusta deve poggiare su idonee strutture di uomini e mezzi.

Ma, anche le strutture (in quanto tali) non bastano a realizzare una giustizia di qualità.

Essa necessariamente poggia sulla qualità degli uomini.

In tale contesto, la classe forense, per quanto la concerne, deve seriamente riflettere sul problema dell’accesso alla professione.

Oggi si assiste ad un enorme incremento degli iscritti all’albo.

L’accesso alla professione dovrebbe essere quantomeno collegato alla qualità che il professionista deve avere quale partecipe dell’opera della giurisdizione.

L’avvocatura è un gigante numerico e un nano politico.

La qualità della giustizia è legata anche all’indipendenza dei magistrati e degli avvocati.

La auspicata separazione dei ruoli della magistratura giudicante da quella requirente comporta una maggiore professionalizzazione del pubblico ministero.

Altro è giudicare, altro è investigare ed accusare.

Ma la separazione del ruolo della magistratura inquirente non deve significare menomazione dell’indipendenza del pubblico ministero, sia come ufficio, che come magistrato.

La giustizia non può e non deve essere terreno di lotta politica.

L’obiettivo della celerità del processo deve essere perseguito senza compromettere la garanzia del cittadino.

Una giustizia lenta, faraginosa, fatta di troppe leggi impermeabili ai principi del giusto processo, è incapace di confrontarsi con quelle dei partners europei.

Sono necessarie delle riforme, e non meri interventi dettati da situazioni alle quali spesso la generalità dei cittadini è totalmente estranea.

Sono evidenti le difficoltà che ogni professionista, ma soprattutto l’avvocato, non di rado incontra nel giustificare alla clientela il proprio lavoro.

Pablo Picasso, una sera si trovava in un ristorante, e in attesa della cena, aveva schizzato un disegno su un tovagliolo di carta; vedendolo, uno dei commensali gli domanda se poteva averlo; Picasso gli risponde che avrebbe dovuto pagarlo, e a questi che tra l’indignato ed il sorpreso faceva rilevare come avesse impiegato non più di dieci minuti a tracciare il disegno, replica: “Dieci minuti e una vita”.

Il professionista si trova spesso in una situazione analoga a quella descritta nell’aneddoto.

La classe forense dovrebbe esercitare un auto-controllo, fondato sul rispetto individuale delle norme e dei valori che guidano il lavoro professionale, e sull’organizzazione dei professionisti come gruppo interno ordinato sulla base di regole deontologiche più o meno codificate, che si evolvono e si consolidano attraverso meccanismi di tipo autoregolatorio.

L’etica dell’avvocato, così come quella delle altre professioni giuridiche, svolge un’importante funzione nel contesto del problema della comunicazione tra diritto e società. Il diffondersi di un certo lassismo deontologico non può non riverberarsi negativamente sull’immagine offerta all’esterno della professione.

L’immagine angosciosa della giustizia che Kafka ci trasmette nel “Processo” affonda probabilmente le sue radici in esperienze premoderne, dove l’uso dell’apparato legale assume un significato notevolmente diverso dall’attuale: è ancora soprattutto un’arma da usare contro il “nemico”, e non uno strumento di risoluzione di controversie.

L’attività quotidiana porta l’avvocato a doversi confrontare con una produzione normativa incalzante, non di rado farraginosa e contraddittoria.

La necessità di un continuo aggiornamento tecnico testimonia della vita media molto breve delle norme, spesso prodotte con metodi legislativi (penso in particolare l’abuso della decretazione d’urgenza) decisamente incompatibili con l’immagine dell’ordinamento come “istituzione”.

In altri termini, a fianco e al di sopra del vecchio nucleo originario dei codici si è accumulata una stratificazione giuridica tale da far somigliare l’ordinamento più ad un insieme a-centrico di norme che ad un sistema strutturato per il tempo.




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giovedì 19 febbraio 2009

Il ricorso in Cassazione dei colleghi di Salerno avverso il provvedimento del C.S.M.





A questo link è possibile leggere il testo integrale del ricorso alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, proposto dai colleghi di Salerno contro il provvedimento della Sezione Disciplinare del C.S.M. che li ha trasferiti cautelarmente.






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I reati che non si potranno più accertare

Riportiamo da Repubblica.it un articolo sul processo per gli orribili fatti della clinica Santa Rita di Milano.

Il processo si fonda su delle intercettazioni telefoniche che fra qualche giorno non sarà più possibile fare.

Questa vicenda è l’ennesima che consente di valutare quali siano gli interessi in gioco sul tema delle intercettazioni.



Santa Rita, in aula le intercettazioni choc


di Oriana Liso
(Giornalista)



da Repubblica.it del 18 febbraio 2009


In aula a Milano le telefonate che hanno incastrato i vertici della clinica Santa Rita. “Qui ci sono i criminali”

Intercettazioni choc. Quelle che Pier Paolo Brega Massone, l’ex primario di chirurgia toracica della clinica milanese Santa Rita, ascoltava fissando un punto lontano dell’aula bunker di piazza Filangieri mentre risuonava la voce di una sua collega: «Se controllano le cartelle, lo sai che il principe di queste cose è Brega Massone ... lui (il proprietario della clinica, Pipitone) non può far venire a lavorare dei banditi che poi ci fanno finire sui giornali ... altro che truffa, questi sono criminali».

Parole intercettate dai militari della guardia di finanza nel luglio 2007, prima e subito dopo che nella clinica arrivassero gli arresti e i sequestri per una delle più brutte pagine della sanità lombarda.

Perché il processo in corso riguarda non solo le truffe al sistema sanitario, ma anche, forse soprattutto, le lesioni ai pazienti finiti in sala operatoria per aumentare gli stipendi dei medici, pagati in base alla produttività.

L’audio delle telefonate: “Il chiodo? Reimpiantiamolo su un novantenne” ; Gli interventi mirati per i rimborsi Asl ; “Perché quell’operazione inutile?” ; I segreti delle cartelle cliniche

I pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano hanno spiegato che «questo ascolto è un modo per capire come da un’indagine asettica si è passati ad aprire spazi investigativi che non immaginavamo».

È stato il colonnello della finanza Cesare Maragoni a ripercorrere le tappe dell’inchiesta.

«Alcuni casi sono davvero sconcertanti, non giustificati ... è una cosa terribile, che bisogno c’era di intervenire subito, il malato non scappa ...», dice in una telefonata con Pipitone il consulente nominato dalla stessa clinica per esaminare la montagna di cartelle cliniche sequestrate.

Operazioni non necessarie, dannose.

In una telefonata del luglio 2007 una funzionaria e l´ex primario di Ortopedia, Scarponi, parlano di un chiodo: la confezione è stata aperta per sbaglio. «Costa 445 euro», si lamenta la funzionaria: non si può buttare via. La soluzione la trova il medico: «Lo rimpianto su un altro paziente anziano, un 90enne: che aspettativa di vita può avere ...».

Quel paziente – spiegherà in aula Maragoni – entrerà in clinica altre sette volte per le infezioni, prima di morire.

«Delle 569 persone morte nei reparti di riabilitazione di tutta la Lombardia nel 2005, il 13 per cento è in quello della Santa Rita», calcola la Finanza.



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Resti in carcere il serial criminale






di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)






da La Stampa del 19 febbraio 2009 e da Toghe Rotte


Per spiegare le infinite possibilità di evitare il carcere offerte ai condannati per reati anche gravi, racconto spesso una storiella: come si può ammazzare la moglie e non fare nemmeno un giorno di prigione.

Mettendo in fila tutti gli sconti di pena, i permessi, le libertà vigilate, le liberazioni anticipate previste dalla legge, succede che le pene inflitte dai giudici alla fine del processo sono nei fatti almeno dimezzate e spesso annullate.

La legge prevede la possibilità di lavorare all’esterno del carcere dopo 5 anni di pena effettivamente scontata (10 per gli ergastolani); 45 giorni di permesso premio ogni anno dopo almeno un quarto di pena effettivamente scontata (10 anni per gli ergastolani); quando restano solo 3 anni da scontare (e per tutte le pene inferiori a 3 anni), l’affidamento in prova al servizio sociale: il condannato sta fuori del carcere e racconta all’assistente sociale come si sta comportando; gli arresti domiciliari per un massimo di 2 anni (la cosa è un po’ più articolata ma questa è la parte che c’interessa); la liberazione anticipata (la famosa legge Gozzini): uno sconto di 45 giorni ogni 6 mesi; quindi, in realtà, 1 anno sono 9 mesi, 4 anni sono 3 anni, 10 anni sono 7 e mezzo.

Tutto questo si cumula, e così si capisce perché in prigione ci stanno poche persone e per poco tempo.

Fanno eccezione terroristi e mafiosi, schiavisti e sequestratori di persona a scopo di estorsione, associati a delinquere per contrabbando e stupefacenti: per loro niente benefici a meno che non si pentano e collaborino con la giustizia.

Però la Gozzini resta applicabile a tutti, che collaborino o no: basta che in carcere non si comportino male.

Adesso questa straordinaria severità (si chiama certezza della pena) sarà applicata anche agli stupratori, ed è proprio una buona cosa.

Se scomodiamo i principi generali e ci chiediamo perché alcuni condannati debbono essere trattati peggio di altri (il che potrebbe sembrare ingiusto), la risposta è che si tratta di persone certamente pericolose: il mafioso e il terrorista, finché restano tali, aderiscono ad associazioni antagoniste dello Stato; e le persone condannate per gli altri reati che impediscono di godere dei benefici carcerari sono considerate a forte rischio di reiterazione: l’esperienza insegna che molto probabilmente commetteranno altri reati della stessa specie.

Questo punto è molto importante.

La maggiore severità non dipende dalla particolare gravità del reato; per questo c’è già la pena prevista dalla legge: più il reato è grave, più la pena è alta.

Se così non fosse, tanto varrebbe introdurre, per alcuni reati, pene di specie diversa, per esempio la tortura, il che in un Paese civile non si fa.

Sicché impedire agli stupratori di uscire dal carcere prima di aver scontato la pena, come si fa con i mafiosi, i terroristi ecc., non dipende dal fatto che il reato da loro commesso è grave (certo lo è); serve per garantirsi, nei limiti del possibile, che non stuprino ancora.

Tutto bene? Sì, per quanto riguarda la certezza che gli stupratori se ne stiano in prigione quanto gli tocca (ma resta la Gozzini).

No, per quanto riguarda il fatto che questo regime finalmente giusto non è stato applicato a tutte le altre categorie di delinquenti presunti seriali.

La Giustizia spende un sacco di soldi per far funzionare i Casellari Giudiziari: gli uffici che aggiornano i certificati penali.

Sarebbe bene trarne una qualche utilità.

Se una persona è stata condannata più volte per rapina, furto, truffa, guida in stato d’ebbrezza o sotto l’influsso di stupefacenti, omicidio colposo commesso perché ubriaco o drogato, se insomma la previsione che commetterà altri reati dello stesso tipo è fondata, visto che continua a commetterne; per quale motivo non dev’essere assoggettata allo stesso regime oggi previsto per gli stupratori?

Forse che le vittime di questi reati non hanno diritto alla stessa tutela di una persona violentata?

Naturalmente a questo punto si apre un problema: che ne facciamo degli amministratori pubblici condannati per corruzione?

E degli imprenditori condannati per falso in bilancio e bancarotta?

Anche questo tipo di delinquenti provoca dei bei danni; sembrano meno gravi perché non sono sanguinosi, colpiscono tanta gente tutta insieme e quindi senza volto; e, soprattutto, sono un po’ sdoganati dai fulgidi esempi della classe dirigente.

Però chi ti rapina una volta ti porta via il portafoglio o il contenuto della cassa; ma chi fa fallire una società in cui hai investito i tuoi risparmi ti porta via tutto; e chi aggiunge al prezzo dell’appalto la sua tangente impoverisce tutto il Paese.

Forse anche per questa gente dovrebbe valere il principio per il quale, accertato che si tratta di soggetti pericolosi, è bene garantirsi che non ne combinino altre.

Proprio come per gli stupratori.

Eh, magari. Mi accontenterei che non venissero eletti in Parlamento.



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“Leggi pessime e ai giudici tocca rimediare”




Claudio Sabelli Fioretti intervista Piercamillo Davigo





da La Stampa del 16 febbraio 2009



“Di Pietro è capo di un partito, Borrelli presidente del Conservatorio, D’Ambrosio parlamentare, Colombo consulente editoriale.

Dei magnifici cinque del pool Mani Pulite, a calcarele aule giudiziarie è rimasto solo Piercamillo Davigo, giudice alla Corte di Cassazione.

Sono passati esattamente 17 anni dall’arresto di Mario Chiesa. Davigo ricorda il giorno in cui D’Ambrosio gli chiese di entrare a far parte del pool. «Lo ammetto con un po’ di vergogna. Pensai: “Qui si passano un sacco di guai”. Ma il giorno in cui dovevo dare la mia risposta ci fu la strage di Capaci, e mi pentii moltissimo di aver pensato di dire di no».

E hai passato un sacco di guai. L’accusa era di invadere il campo della politica ...
«Noi però pensavamo che la lotta alla corruzione fosse condivisa ...»

Invece cominciarono a dire: toghe rosse ...
«In America i procuratori distrettuali dei singoli Stati sono espressione dei partiti. Ma nessuno si sogna di dire: “Ce l’ha con me per ragioni politiche”. E se un giorno un imputato islamico rifiutasse giudici cristiani? E se un imputato nero rifiutasse un giudice bianco?».

Ma è vero che la giustizia è di sinistra?
«Sciocchezza di dimensioni ciclopiche. A voler sottilizzare, c’è maggiore inclinazione in senso conservatore. Chi fa questo mestiere crede nella legalità, nell’ordine».

Cossiga mi ha dato queste definizioni: Borrelli, un aristocratico conservatore, D’Ambrosio, un vero comunista, Davigo, un fascista, Colombo, un extraparlamentare e Di Pietro, uno di estrema destra. Corrispondono?
«Borrelli lo definirei liberale».

D’Ambrosio, vero comunista?
«Senatore dei Ds, non so se voglia dire vero comunista».

Colombo extra-parlamentare?
«Assolutamente no».

E Di Pietro estrema destra?
«Per carità. Di Pietro come molti, come me, ha una certa idea di legge e ordine. Semmai l’anomalia è che la destra italiana sia favorevole alle leggi che rendono difficile la repressione dei reati».

Davigo fascista ...
«Un magistrato non può essere fascista. Il suo compito è dare razionalità al sistema. Tutto il contrario dell’uso della forza».

Ma i magistrati hanno opinioni politiche ...
«I magistrati interpretano la legge secondo la loro sensibilità. Ma non si può pensare che uno condanni secondo il colore politico. E’ una visione gretta, tipica di quei politi-ci che, siccome ragionano così, pensano che anche noi ragioniamo così. Ma noi non ragioniamo così. Tanto più la legge è precisa, tanto meno spazio hanno le nostre personali opinioni».

La legge è spesso interpretata. Non sarebbe meglio attenersi alla lettera?
«Omicidio: chiunque cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione non inferiore ad anni 21. E se cagioni la morte di una donna? Ai tempi della Bicamerale, nella bozza Boato c’era la proposta di vietare l’interpretazione estensiva. Se fosse passata, sarebbe stato impossibile condannare chi uccida una donna».

E’ un caso paradossale.
«Potremmo attenerci alla lettera se avessimo dei legislatori in gamba. Ma così non è. Dal Parlamento escono spesso leggi pessime, scritte in maniera ambigua affinché ognuno le possa leggere come gli pare. E che non risolvono il nodo politico alla base della norma. Quindi la decisione politica deve prenderla il giudice».

Caratteristiche di un magistrato?
«Ha una notevole attitudine alla razionalità, fa poco uso di pregiudizi».

Anche voi avete i vostri pregiudizi ...
«Certo. Ricordo un mitico presidente di Corte di Assise, che esordì in udienza dicendo “Carabinieri, portate gli assassini!”. Siccome erano altri tempi, nessuno lo ricusò».

Che lavoro volevi fare da bambino?
«Mi piaceva l’astronomia. Guardavo la luna col cannocchiale».

Ricordi di gioventù?
«Il mio paese, Candia Lomellina, nebbie terribili, neve, risaie. La vita terribile delle mondariso».

Eri bravo a scuola?
«Non amavo lo studio. Ero indisciplinato. Ogni tanto sette in condotta».

Sei contento di aver fatto il giudice?
«Mi piace. E’ una professione che garantisce indipendenza. Non mi è mai neppure capitato che mi sia stato proposto qualcosa che ripugnasse la mia coscienza».

Quindi, se tornassi indietro ...
«Rifarei il giudice, nonostante tutto ...».

Nonostante tutto?
«Sono stato per anni oggetto di attacchi furibondi. Dal ‘93 al ‘98 ho sporto più di ottanta querele. Nessuna prima e nessuna dopo. Prima ero buono, poi cattivissimo e poi sono tornato buono? Evidentemente ero oggetto di attacchi furiosi per i processi che facevo».

Che cosa hanno scritto su di te?
«Ricordo una trasmissione in cui si sosteneva che io ricattavo il presidente di una sezione del tribunale di Milano per far condannare degli imputati. Sullo sfondo un quadro con due maiali in toga abbracciati e un coltello insanguinato».

Hai fatto un sacco di soldi a forza di querele ...
«Pochissimi. Il mio avvocato sì, parecchi».

Quando vincevi quanto ti liquidavano?
«Dieci milioni, venti milioni, una volta sessanta».

Cosa ci hai fatto?
«Ho comprato un garage e un’automobile».

Il tuo primo caso importante?
«L’ufficio Iva di Pavia. Vennero arrestati 29 impiegati su 30 che componevano l’ufficio».

Corruzione ...
«Concussione. All’epoca io credevo nella concussione».

Non ci credi più?
«Quelli che pagano dicono sempre di essere stati concussi. Ma su migliaia di imprese di cui mi sono occupato tutte, tranne una sola, avevano i soldi già pronti. Che concussione è se il concusso ha i soldi pronti per il caso che lo concutano?».

Hanno mai provato a corromperti?
«No. Gherardo Colombo sostiene che qualche volta ci hanno provato ma noi siamo stupidi e non li abbiamo capiti».

Esiste un’offerta a cui non si può dire di no?
«Non lo so. Ma non dipende solo dall’entità dell’offerta. Le persone orgogliose, e io sono orgoglioso, non sono passibili di corruzione».

Esiste un punto debole?
«Ho visto colleghi che hanno fatto cose impensabili per sistemare il figlio. E qualche volta sono finiti nei guai per questo».

Quando l’imputato viene assolto, il pm ha sbagliato?
«Un conto è che uno venga assolto perché le prove dimostrano che non c’entra. Un conto è che le prove vengano meno. Tu lo devi assolvere ma non vuol dire affatto che è innocente. Se non fai il giudice ma lo storico, tu scrivi che quello è il mandante dell’omicidio, perché ci sono degli elementi ragionevoli per ritenere che sia il mandante dell’omicidio».

C’è un segretario di un partito, Cesa, che è innocente anche se ha confessato il suo reato ...
«Ha conquistato una prescrizione».

Quindi è innocente.
«Facciamo un caso. Il mio vicino, quello cui affido mia figlia per accompagnarla a scuola, viene accusato di essere un pedofilo. Finché non si pronuncia la Corte di Cassazione è innocente. Ma io continuo ad affidargli mia figlia?».

Applicato ai politici ...
«La Costituzione dice “i cittadini a cui sono affidate pubbliche funzioni hanno dovere di adempiere ad esse con disciplina ed onore”. Disciplina ed onore è qualcosa di più che osservare la legge. Tutti i politici si prendono la prescrizione come se nulla fosse. C’è onore nell’accettare la prescrizione?».

È meglio fare l’accusatore o il giudicante?
«Fare il Pm è più affascinante perché c’è la componente investigativa, è una palestra di intelligenza. Però il Pm è costretto a prendere decisioni nell’immediato, magari chiamato alle due di notte. E’ sollecitato a fare arresti in maniera esagerata dalla polizia giudiziaria».

E perché mai?
«Per le forze di polizia c’è un indice di produttività. Se fanno mille arresti sono considerati più bravi che se ne fanno 600. E allora tendono ad arrestare, anche quando, come succede frequentemente, non ne ricorrono le ragioni. La maggior parte degli arresti sono facoltativi. Come per le intercettazioni ...».

Tocchiamo un tasto dolente ...
«Ho passato la mia vita a cercare di contenere le richieste di intercettazioni che arrivavano dalle forze di polizia».

Troppe, dice il premier.
«Le forze di polizia dipendono da lui. Che dia ordine alla polizia di non farcene più richiesta».

I giudici sono dei fannulloni?
«Abbiamo la più alta produttività d’Europa, probabilmente del mondo. La giustizia è lenta per molte ragioni, ma la più importante di tutti è che ci sono troppo processi».

L’Anm dice che è un problema di risorse.
«Sbaglia. L’Italia spende per la giustizia quello che spende la Gran Bretagna, dove fanno 300 mila processi penali l’anno. Noi ne facciamo tre milioni. Abbiamo ogni anno più cause civili nuove di Francia, Spagna, Gran Bretagna messe insieme».

Che fare?
«Perché mai un debitore in Italia dovrebbe pagare il suo creditore? Pagherà fra anni, ammesso che venga condannato».

E’ sconsolante.
«Il sistema tutela i farabutti. Una volta la minaccia da parte delle persone per bene verso le persone per male era: “Ti faccio causa”. Adesso la minaccia da parte delle persone per male verso le persone per bene è: “Fammi causa!”».

E allora?
«Tu devi sapere che se violi la legge, avrai conseguenze gravi. Dovrai pagare costi di processo elevati. La giustizia viene sempre dipinta con la bilancia e la spada. Ma la spada dovrebbe colpire di più».

E così passi per forcaiolo.
«Perché mai un italiano dovrebbe rispettare la legge? Bisogna fare regole che lo rendano conveniente. Inoltre il contenzioso elevatissimo fa sì che devi ricorrere ai giudici di pace. E i giudici di pace non sempre sono di qualità adeguata».

Perché?
«Abbiamo 1200 posti vacanti per i magistrati ordinari, i vincitori sono meno dei posti messi a concorso. Dall’università esce una banda di somari e c’è una strage agli esami. Se non riesci a trovare magistrati ordinari, vuoi dire che gli altri sono a livello più basso. E se già i magistrati fanno delle asinate, figuriamoci quelli che sono sotto quella soglia».

E il penale?
«C’è un numero sterminato di reati possibili. Ogni anno ne introducono di nuovi».

Le depenalizzazioni ...
«Hanno depenalizzato la sfida a duello. Sai che vantaggio. In compenso non hanno depenalizzato la falsificazione dei biglietti del tram. Un reato per il quale si spendono migliaia di euro e mesi di tempo, fino alla Cassazione, per un valore di un euro. Io tante volte ho pensato: “Ma se tiro fuori l’euro del biglietto, la piantiamo lì?”».

In Cassazione per un biglietto del tram?
«In Italia si va sempre in appello».

C’è un motivo?
«Certo che c’è. In Francia, se chiedi l’appello, la pena può anche aumentare. In Italia no, quindi non corri nessun rischio. Eppoi le Corti d’Appello, su impugnazione del solo imputato, non possono aumentare le pene. Se hanno processi con pene diverse per fatti simili, non potendo
alzare le pene minori livellano tutte le pene al ribasso. Inoltre, se impugni eviti la galera. E prima o poi arriva l’indulto, l’amnistia, la prescrizione, non si sa mai. Abbiamo avuto 35 fra amnistie ed indulti in 50 anni. Per cui impugni».

E’ vero che in Italia ci sono sei milioni di cittadini che evadono le tasse?
«Non so se sono sei milioni. Ma sono tanti sicuramente. Incentivati dai condoni. Basta fare un confronto tra i redditi e le barche e le auto di grossa cilindrata ... Può essere credibile che il reddito degli avvocati sia un terzo di quello dei magistrati?».

I condoni hanno una loro funzione ...
«No. Costano e non fruttano niente».

Tu non hai condiviso la scelta di Gherardo Colombo di lasciare la magistratura.
«Ha scritto che ritiene di non poter fare nulla per rendere il sistema meno ingiusto. Non credo che sia così».

E la scelta di Di Pietro?
«I magistrati non devono passare immediatamente dalle funzioni giudiziarie a quelle politiche. Non è possibile che l’arbitro si metta a giocare. Può rendere poco credibile quello che hanno fatto prima. Ciò detto in tutti i Paesi al mondo i diritti politici vengono tolti ai delinquenti e non ai giudici».

Non sono pochi i magistrati in politica.
«Di tutti i fronti: D’Ambrosio, Violante, Giuseppe Ayala, Tiziana Parenti, Nitto Palma, Luigi Bobbio, Alfredo Mantovano».

La politica è una cosa nobile ...
«Ma entri in una sfera dove la distinzione non è più tra colpevole o innocente, ma tra amico o nemico».

Sei favorevole a forme alternative di pena?
«Vuoi mandare un boss della Camorra a fare lavori socialmente utili?».

Ti hanno definito fascista, qualunquista, estremista, comunista ...
«Non sono d’accordo tra loro».

Ma tu che cosa ti senti?
«Posso dirti che ho fatto due volte il servizio militare. Ho fatto il richiamo alle armi e sono diventato capitano».

Cosa c’entra?
«Mi sento al servizio dello Stato».

Votano anche quelli al servizio dello Stato.
«Saranno fatti miei? Il voto è libero e segreto».

Ma dirlo non è vietato.
«Però io posso non dirlo e quindi non lo dico».

Qual è il reato più odioso?
«Quello che offende i più deboli».

Ma allora sei di sinistra.
«Se uno violenta un bambino, c’è questione di essere di destra o di sinistra? L’etica del cavaliere medioevale era soccorrere i deboli e gli orfani. Era di sinistra?».

Hai detto che volevi «rivoltare l’Italia come un calzino».
«Non l’ho detto io. Lo disse Giuliano Ferrara. Il quale poi ebbe l’impudenza di sostenere che l’avevo detto io. E’ finita con una querela».

E invece l’altra frase ... «l’arresto è un momento magico» ...
«Questa la scrisse il Procuratore Maddalena in un libro. Io mi ero limitato a scrivere la prefazione».

Ma l’arresto è un momento magico?
«Un imputato abituato a comandare, a dominare, tende ad avere un comportamento simile anche nei confronti degli inquirenti. Ma quando sente che gli si chiudono le porte alle spalle si rende conto che qualcosa cambia. E lui cambia i suoi comportamenti processuali».

Il tuo collega Greco disse che l’Ulivo aveva fatto peggio di Craxi in tema di giustizia.
«Quando al governo c’è la sinistra, la situazione della giustizia non migliora. Ma c’è una differenza: i governi di centro destra ne fanno di talmente grosse che non funzionano. Quelli di centro sinistra fanno cose meno eclatanti ma più mirate. Le cose peggiori, quelle devastanti, sono state approvate all’unanimità».

Tu sei stato deferito al Csm ...
«Due volte».

La prima volta?
«Sono stato prosciolto in istruttoria, con l’accusa di aver intimidito gli ispettori. Però gli ispettori negavano di esser stati intimiditi».

La seconda volta?
«L’intervista ad America Oggi».

Dicesti che Berlusconi avrebbe dovuto astenersi dal presiedere la conferenza Onu a Napoli perché era stato già condannato ed era sottoposto a procedimenti penali molto gravi.
«Questa è la frase che uscì. Ma io non l’avevo detta e America Oggi, correttamente, visto che era registrata, smentì».

E tu che cosa avevi detto?
«Che forse non era il caso che il presidente del Consiglio andasse a presiedere una conferenza sulla corruzione sapendo che era destinatario di un provvedimento in cui lo si accusava di corruzione».

Risultato?
«Mi hanno assolto».

Ti volevano ministro del centro destra.
«Me lo propose La Russa a nome di Fini. All’epoca la magistratura era molto popolare. Cercavano un ritorno di popolarità».

A Ballarò te la sei presa con Paolo Mieli il quale sosteneva che le inchieste dei magistrati mettono a rischio la stabilità delle istituzioni.
«I governi non cadono per i processi ma quando non hanno più la maggioranza. La prova sono i governi Berlusconi».

I processi obiettivamente disturbano ...
«Quando il governo è particolarmente debole di suo».

Ma quando arrestate un politico ...
«I partiti si guardano bene dal rimuovere i politici di dubbia moralità. Li lasciano al loro posto finché non andiamo a prenderli noi. Ovvio che le ricadute politiche a questo punto sono devastanti. Se il politico inquisito fosse già stato messo a riposo, la giustizia processerebbe un “ex”, senza alcuna conseguenza sul sistema».

Casini ha fatto una proposta ...
«Finanziamento pubblico ai partiti che hanno uno statuto democratico. Non basta. Debbono anche rispettare le regole. Oggi i partiti sono associazioni non riconosciute. Due segretari di partito, La Malfa e Buttiglione, essendo in minoranza, hanno espulso la maggioranza».

I tuoi nemici ...
«Non ho nemici».

Sei considerato un rompicoglioni ...
«Mi è stato raccontato che un avvocato prima di stabilire la parcella, chiese ad un imputato chi fosse il Pm. E l’altro: “Davigo”. “Allora voglio il doppio”. Non scriverlo, sembrerebbe una vanteria».

Stai tranquillo, non lo scrivo. Gioco della torre ...
«Non se ne parla nemmeno».

clsabelli@tin.it





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Chi rallenta la giustizia






di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)






da La Stampa del 16 febbraio 2009 e da Toghe Rotte


Ogni tanto i politici italiani si avventurano in frasi destinate, nelle loro intenzioni, a restare nella Storia. Sarebbe meglio che, almeno, stessero zitti.

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha svolto alla Camera la sua relazione annuale sull’amministrazione della giustizia; e ha detto: la crisi della giustizia «ha superato ogni limite di tollerabilità. Il più grande nemico della giustizia è la sua lentezza che coinvolge negativamente lo sviluppo del Paese».

Poi è comparso lo «Schema di disegno di legge recante: Disposizioni in materia di procedimento penale» e tante altre sorprendenti novità. E io sono rimasto a chiedermi che ne è stato del problema della lentezza dei processi.

Non basta un volume per parlar male di questa riforma.

E così, per il momento, parlo solo di una stupefacente novità.

Il nostro dissennato codice di procedura penale qualche sprazzo di ragionevolezza lo conservava: secondo l’art. 238 bis, le sentenze emesse in un processo e divenute irrevocabili (significa che non si può più fare appello né ricorso per Cassazione) potevano essere acquisite in un altro processo e costituire elemento di prova, purché confermate da altri riscontri.

La cosa si capisce meglio con un esempio. Processo a carico dell’avvocato inglese Mills per corruzione in atti giudiziari; come tutti sanno, nello stesso processo era imputato anche il presidente del Consiglio, come corruttore.

Poi è arrivato il Lodo Alfano e la posizione di Berlusconi è stata stralciata (vuol dire che di un processo solo se ne sono fatti due; quello a carico di Mills è continuato e l’altro è stato sospeso).

Ora entrambi gli imputati attendono il loro destino: Mills aspetta di sapere se sarà condannato, la sentenza è attesa a giorni.

Berlusconi aspetta di sapere se la Corte Costituzionale deciderà che il Lodo Alfano è incostituzionale.

Se il Lodo Alfano non superasse l’esame della Corte (il suo predecessore, il Lodo Schifani, l’ha già fallito), il processo a suo carico riprenderebbe e, qui è il punto, la sentenza nei confronti di Mills, quando definitiva, potrebbe essere acquisita e fare prova dei fatti in essa considerati.

Se fosse una sentenza di condanna, essa costituirebbe prova del fatto che Berlusconi corruppe Mills; tanto più se, secondo l’ipotesi di accusa, i «piccioli», i soldi, fossero davvero arrivati da un conto nella sua disponibilità.

Guarda caso, l’articolo 4 della riforma destinata a risolvere il problema della lentezza dei processi dice: l’articolo 238 bis è sostituito; nei procedimenti relativi ai delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lett. a), le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esse accertato.

Sembra tutto uguale, vero?

Invece no: adesso le sentenze emesse in un altro processo fanno prova solo nei processi per mafia, terrorismo, armi (da guerra) e stupefacenti; per tutti gli altri reati non se ne parla, carta straccia.

Recuperiamo l’esempio. Quando e se Mills sarà condannato, e quando e se la Corte Costituzionale avrà bocciato il Lodo Alfano, la sentenza che ha condannato Mills non potrà essere utilizzata nel processo a carico di Berlusconi: si dovrà ricominciare tutto daccapo.

Che non sarebbe grave: se vi erano elementi per condannare Mills, gli stessi elementi potranno far condannare Berlusconi.

Ma, tempo di rifare tutto il processo (qui la riforma ha studiato parecchie cosucce che lo rallentano), sarà arrivata santa prescrizione.

Naturalmente questa bella trovata è una legge dello Stato; e, come tale, vale per tutti, non solo per il suo primo beneficiario.

Sicché possiamo porci la solita domanda: in che modo questa parte di riforma (le altre parti sono anche peggio) potrà eliminare il grande cruccio di Alfano, «la lentezza della giustizia»?

Va detto che questo ministro e il suo presidente sono anche sfortunati: lo scorso 26 gennaio la Corte Costituzionale (sentenza n. 29) ha ritenuto che l’articolo 238 bis (proprio quello modificato dalla riforma) era costituzionalmente legittimo; ne consegue che l’aver previsto che esso valga solo per alcuni reati e non per altri è, questo sì, incostituzionale.

E così anche questa farà la fine di tante altre leggi emanate in spregio alla Costituzione; dopo aver assicurato l’impunità a tanti delinquenti, finirà ingloriosamente nel cestino.

Ma è troppo chiedere che, prima di legiferare, studino un pochino?




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Mills condannato. La stampa estera: “Berlusconi si è protetto col lodo Alfano”





da Repubblica.it del 18 febbraio 2009




Roma – La condanna dell’ex legale di Silvio Berlusconi David Mills a quattro anni e mezzo di carcere per aver mentito, dietro compenso di denaro, per favorire il premier, trova ampio risalto sulla stampa straniera, che dedica diversi articoli e, in alcuni casi, la prima pagina, al caso e al coinvolgimento diretto del presidente del Consiglio.

“Avvocato condannato per corruzione per aver protetto Berlusconi” titola l’International Herald Tribune. Nel pezzo a firma di Rachel Donadio, apparso anche sul New York Times, si mostra sorpresa per il fatto che la notizia, “che avrebbe mandato in fibrillazione il sistema politico di diversi Paesi”, non abbia meritato l’apertura dei telegiornali serali italiani, monopolizzati dalle dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito Democratico dopo la sconfitta alle elezioni in Sardegna di Renato Soru.

“Così la notizia del giorno non era la corruzione, ma il dominio sempre più esteso sull’Italia di Berlusconi”, si legge sul quotidiano, che sottolinea, in un lungo e duro articolo, come da co-imputato nello stesso processo, Berlusconi sia riuscito a garantirsi l’immunità grazie al Lodo Alfano e come “in 15 anni di dominio della vita politica italiana, sia riuscito a trasformare ogni sconfitta legale in un capitale politico”.

E ancora: “Più Berlusconi riesce a manipolare il sistema a suo vantaggio, più italiani sembrano ammirarlo”.

Ampio spazio alla sentenza su Mills sui giornali britannici.

Il Guardian alla vicenda dedica diversi servizi, dalla caduta di Mills, “che dopo la tempesta giudiziaria in Italia ha cercato di mantenere un basso profilo”, al Lodo Alfano, “considerato una priorità del governo Berlusconi” grazie al quale il premier ha conquistato l’immunità, “e la sentenza di ieri mostra quanto sia stato utile”, anche se la Corte costituzionale, rileva sempre il quotidiano britannico, deve pronunciarsi ancora sulla sua legittimità.

Il tribunale ha riconosciuto Mills colpevole di aver accettato 600 mila euro da Silvio Berlusconi, si legge sull’Independent, “in cambio di aver taciuto informazioni che avrebbero potuto danneggiare il premier”. Segue un ritratto dell’avvocato, “brillante, dalle amicizie importanti, ma troppo impulsivo”.

Anche sul francese Figaro si parla delle vicende giudiziarie italiane.

“Lo scorso ottobre, Silvio Berlusconi si è messo al riparo della giustizia facendo approvare una legge che gli garantisce l’immunità penale durante il suo mandato alla guida del governo italiano. Immunità che non copre però il suo ex avvocato, condannato per falsa testimonianza in favore del Cavaliere”, si legge sul giornale, che sottolinea come Mills non sia l’unico legale del premier ad essere condannato al carcere e cita Cesare Previti, riconosciuto “colpevole di corruzione di magistrati nell’affare Fininvest”.

Per lo spagnolo El Pais, la sentenza “getta un’ombra inquietante” sul Cavaliere, mentre El Mundo richiama in prima pagina il caso Mills, “l’avvocato corrotto da Berlusconi per mentire”.




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“Mills fu corrotto dalla Fininvest” al legale inglese 4 anni e 6 mesi





da Repubblica.it del 17 febbraio 2009



Milano – L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano.

Il legale nel luglio del 2004 aveva raccontato ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo di aver ricevuto 600 mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Silvio Berlusconi.

Successivamente, nel corso del dibattimento, Mills aveva poi parzialmente ritrattato quella versione cercando di discolpare il presidente del Consiglio.

Il premier era in un primo momento imputato insieme all’avvocato, ma la sua posizione è stata stralciata in seguito all’approvazione del “Lodo Alfano” sull’impunità delle massime cariche dello Stato da parte del Parlamento, norma attualmente al vaglio della Corte Costituzionale.

Mills è stato condannato a risarcire anche 250 mila euro alla parte civile Presidenza del Consiglio (paradossalmente al suo coimputato).

I giudici hanno inoltre disposto la trasmissione degli atti alla Procura perché valuti la testimonianza di Benjamin Marrache, uno dei testimoni nel processo.

Anche se Berlusconi è al momento fuori dal processo, la sentenza di oggi getta comunque un’ombra pesante anche sul suo comportamento.

Secondo il Tribunale, i 600 mila dollari bonificati a Mills dalla Fininvest del ‘98 sono serviti infatti a corrompere il legale inglese per testimoniare il falso – così come sostenuto dalla Pubblica accusa – in due processi che vedevano imputato l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian).

“In un Paese normale – ha denunciato Antonio Di Pietro – il presidente del Consiglio avrebbe già rassegnato le sue dimissioni”.

“Se Mills è stato condannato in quanto ‘corrotto’ – prosegue il leader dell’Idv – significa che abbiamo un corrotto, ma anche un corruttore. Ma si sa come vanno le cose in Italia rispetto agli altri paesi occidentali: in America, Obama ha mandato via i ministri che avevano avuto problemi con il fisco; in Italia, se corrompi un testimone, vai a fare il presidente del Consiglio”.

Forza Italia accusa invece i giudici milanesi di aver pronunciato una sentenza “scontata, politica e a orologeria”.

Commentando la condanna, la difesa dell’avvocato Mills ha lamentato che la presenza di Silvio Berlusconi come coimputato nel processo mi-lanese ha impedito al collegio di giudici presieduto da Nicoletta Gandus un’attenta valutazione dei fatti.

“E’ un processo – ha commentato polemicamente l’avvocato Federico Cecconi – che senza l’ombra dell’altro soggetto coimputato sarebbe stato esaminato in modo più sereno”.

L’imputato ha limitato invece a definirsi “molto deluso”.



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domenica 15 febbraio 2009

“Giustizia e informazione sotto assedio”



Ieri 14 febbraio, si è tenuto a Firenze un importante convegno su “Giustizia e informazione sotto assedio”.

Vi hanno partecipato, fra gli altri, Bruno Tinti, Luigi De Magistris, Marco Travaglio e Carlo Vulpio.

Riportiamo qui sotto il manifesto del convegno (cliccandoci sopra, se ne apre una versione ingrandita).

A questo link è possibile ascoltare – dal sito di Radio Radicale – l’audio integrale della manifestazione.










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Testo di Gelli, musiche di Alfano






di Marco Travaglio
(Giornalista)





da L’Unità del 14 febbraio 2009 e da Voglioscendere


L’ultimo delirio uscito dal Manicomio delle Libertà è il divieto “di pubblicare il nome del magistrato titolare dell’indagine”.

Pena la galera.

Non è l’ennesima vendetta di chi pensa che il problema non siano i criminali, ma il “protagonismo” di certi pm.

E’ molto peggio.

L’idea ha un padre, anzi un maestro, anzi un gran maestro di tutto rispetto: Licio Gelli.

Già il “Piano di rinascita democratica” della loggia P2 (anni ‘70) sollecitava “per decreto” il “divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari”.

I giudici corrotti o collusi o funzionali al potere lavorano nell’ombra ed è bene che vi rimangano, per seguitare a insabbiare lontano da occhi indiscreti.

Se Carnevale non presiedette il maxiprocesso alla mafia, dunque i boss furono condannati, fu grazie alla campagna di stampa sull’“Ammazzasentenze”.

Invece il magistrato capace e perbene ha un solo scudo contro gli attacchi esterni e interni: la sua credibilità, la sua faccia, il suo nome.

Nessuno saprebbe nulla della cacciata di De Magistris, della Forleo, dei tre pm di Salerno se qualcuno non avesse raccontato chi erano e cosa stavano facendo prima della fucilazione.

Senza contare che i grossi criminali preferiscono collaborare con magistrati di cui si fidano (Buscetta con Falcone, Mutolo con Borsellino, tanti loro epigoni con Caselli, i tangentari con Di Pietro).

A questo, in barba al diritto di cronaca sancito dalla Costituzione, serve il codicillo: a coprire le toghe colluse ed eliminare quelle scomode all’insaputa dei cittadini.

Gli allievi hanno superato il gran maestro.


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La risoluzione del Parlamento europeo sulla concentrazione e il pluralismo dei mezzi d’informazione


Ringraziando uno dei nostri lettori che ci ha suggerito di farlo, riportiamo il testo integrale di una Risoluzione del Parlamento europeo sul pluralismo dei mezzi d’informazione nell’Unione, che risulta di particolare attualità e importanza in questi tempi di censura odiosa da parte del potere in Italia.

Sul sito del Parlamento europeo, partendo da questo link, è possibile leggere tutti i documenti relativi all’iter parlamentare della Risoluzione.

_____________


Risoluzione del Parlamento europeo del 25 settembre 2008 sulla concentrazione e il pluralismo dei mezzi d’informazione nell’Unione europea (2007/2253 (INI))


Il Parlamento europeo,

– visto l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,

– visto il protocollo sul sistema di radiodiffusione pubblica negli Stati membri allegato al trattato di Amsterdam (Protocollo al trattato di Amsterdam),

– visto il documento di lavoro della Commissione sul pluralismo dei mezzi d’informazione negli Stati membri dell’Unione europea (SEC(2007)0032),

– vista la direttiva 2007/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2007, che modifica la direttiva 89/552/CEE del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive,

– vista la sua risoluzione del 20 novembre 2002 sulla concentrazione dei mezzi d’informazione,

– vista la convenzione dell’Unesco del 2005 sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (Convenzione Unesco sulla diversità culturale),

– vista la sua risoluzione del 22 aprile 2004 sui rischi di violazione, nell’Unione europea e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione (articolo 11, paragrafo 2 della Carta dei diritti fondamentali),

– vista la comunicazione della Commissione del 2001 relativa all’applicazione delle norme sugli aiuti di Stato al servizio pubblico di radiodiffusione,

– vista la risoluzione del Consiglio del 25 gennaio 1999 sulle emissioni di servizio pubblico,

– vista la raccomandazione Rec(2007)3, del 31 gennaio 2007, del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri sulla missione dei media di servizio pubblico nella società dell’informazione,

– vista la raccomandazione Rec 1466(2000), del 27 giugno 2000, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sull’educazione ai media,

– vista la raccomandazione Rec(2007)2 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, del 31 gennaio 2007, sul pluralismo dei mezzi d’informazione e la diversità dei loro contenuti,

– vista la sua risoluzione del 13 novembre 2007 sull’interoperabilità dei servizi di televisione digitale interattiva,

– visto l’articolo 45 del suo regolamento,

– visti la relazione della commissione per la cultura e l’istruzione e i pareri della commissione per i problemi economici e monetari, della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia e della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (A6-0303/2008),

A. considerando che l’Unione europea ha confermato il suo impegno a difendere e promuovere il pluralismo dei mezzi d’informazione, quale caposaldo essenziale del diritto d’informazione e del diritto alla libertà di espressione sanciti dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che continuano ad essere principi fondamentali per la salvaguardia della democrazia, del pluralismo civico e della diversità culturale,

B. considerando che il Parlamento ha ripetutamente espresso il desiderio che la Commissione predisponga, sia nel settore dei media che nella società dell’informazione nel suo complesso, un quadro giuridico stabile capace di garantire un livello equivalente di protezione del pluralismo negli Stati membri e di consentire agli operatori di giovarsi delle opportunità create dal mercato unico,

C. considerando che, come sottolinea la Commissione nel succitato documento di lavoro, il concetto di pluralismo nei media non può limitarsi al problema della concentrazione della proprietà delle imprese, bensì abbraccia anche questioni riguardanti i servizi pubblici di radiodiffusione, il potere politico, la concorrenza economica, la diversità culturale, lo sviluppo di nuove tecnologie, la trasparenza e le condizioni di lavoro dei giornalisti nell’Unione,

D. considerando che i servizi pubblici di radiodiffusione devono disporre delle risorse e degli strumenti necessari ad assicurarsi una vera indipendenza dalla pressione politica e dalle forze del mercato,

E. considerando che attualmente i servizi pubblici di radiodiffusione sono indotti - in modo ingiustificato e a detrimento della qualità dei loro contenuti - a concorrere per lo share dei telespettatori con i canali commerciali, il cui obiettivo ultimo non è la qualità bensì il soddisfare la domanda maggioritaria del pubblico,

F. considerando che la convenzione dell’Unesco sulla diversità culturale annette grande importanza, fra l’altro, alla creazione di condizioni atte a favorire la diversità dei mezzi di informazione,

G. considerando che la Convenzione dell’Unesco sulla diversità culturale riconosce il diritto delle parti di adottare misure volte a rafforzare la diversità dei media, anche attraverso il servizio pubblico di radiodiffusione,

H. considerando che l’importante ruolo svolto dai media pubblici nel garantire il pluralismo viene riconosciuto sia dalla Convenzione Unesco sulla diversità culturale che dal protocollo al trattato di Amsterdam, ove si afferma che il sistema di radiodiffusione pubblica degli Stati membri è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonché all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di informazione, e che la responsabilità di definire la missione del servizio pubblico di radiodiffusione e di provvedere al suo finanziamento spetta agli Stati membri,

I. considerando che la summenzionata comunicazione della Commissione del 2001 riconosce pienamente il ruolo centrale svolto dagli enti pubblici di radiodiffusione nella promozione del pluralismo e della diversità culturale e linguistica e sottolinea che, nell’esaminare gli aiuti di Stato in questione, la Commissione adotterà criteri quali, ad esempio, l’importanza di promuovere la diversità culturale e di soddisfare le esigenze democratiche, sociali e culturali di ciascuna società,

J. considerando che la summenzionata risoluzione del Consiglio del 25 gennaio 1999 ribadisce la funzione essenziale del servizio pubblico di radiodiffusione per garantire il pluralismo ed esorta gli Stati membri a definire la sua missione in senso ampio, in modo da rispecchiare il ruolo da esso svolto nell’estendere al pubblico i vantaggi dei nuovi servizi audiovisivi e di informazione e delle nuove tecnologie,

K. considerando che il protocollo al trattato di Amsterdam è stato adottato per sancire la competenza degli Stati membri ad organizzare il servizio pubblico nazionale di radiodiffusione in funzione delle esigenze democratiche e culturali delle rispettive società, in modo da soddisfare al meglio l’obiettivo della salvaguardia del pluralismo dei media,

L. considerando che la raccomandazione Rec(2007)3 sottolinea il ruolo specifico svolto dal servizio pubblico di radiodiffusione quale fonte di informazioni e commenti imparziali e indipendenti e di contenuti innovativi e diversificati conformi a standard etici e qualitativi elevati, nonché quale forum di discussione pubblica e strumento per promuovere una più ampia partecipazione democratica dei cittadini, e chiede pertanto che gli Stati membri siano autorizzati ad adattare la missione di tale servizio affinché esso assolva alla sua finalità in un ambiente mediatico nuovo,

M. considerando che il pluralismo dei mezzi d’informazione può essere garantito soltanto attraverso l’adeguato equilibrio politico dei contenuti delle emittenti televisive del servizio pubblico,

N. considerando che l’esperienza dimostra che la concentrazione della proprietà senza limitazioni di sorta mette a repentaglio il pluralismo e la diversità culturale e che un sistema basato esclusivamente sulla libera concorrenza di mercato non è in grado di garantire il pluralismo dei mezzi d’informazione,

O. considerando che in Europa il modello a due pilastri, basato sul settore pubblico e su quello privato per le emittenti televisive e i servizi di media audiovisivi, ha dato prova di grande efficacia nel consolidare il pluralismo dei mezzi d’informazione e dovrebbe essere ulteriormente potenziato,

P. considerando che la concentrazione della proprietà sta incrementando la dipendenza degli operatori del settore dei mezzi d’informazione nei confronti dei proprietari di grandi industrie mediatiche,

Q. considerando che le nuove tecnologie, in particolare il passaggio alla tecnologia digitale per la produzione e la diffusione di contenuti audiovisivi, e l’ingresso sul mercato di nuove forme di comunicazione e servizi d’informazione hanno influenzato in modo significativo la quantità dei prodotti e dei mezzi di diffusione disponibili; che tuttavia l’aumento quantitativo dei media e dei servizi d’informazione non garantisce automaticamente la diversità dei contenuti; che sono pertanto necessari nuovi strumenti aggiornati che garantiscano il pluralismo dei media e la diversità culturale nonché l’informazione tempestiva e obiettiva del pubblico,

R. considerando che l’attuale quadro normativo per le telecomunicazioni, che riflette la relazione diretta e l’interdipendenza esistenti tra la normativa in materia di infrastrutture e quella sui contenuti, fornisce agli Stati membri strumenti tecnici adeguati per tutelare i media e il pluralismo dei contenuti, quali le norme sull’accesso e gli obblighi di trasmissione,

S. considerando tuttavia che il rispetto del pluralismo dell’informazione e della diversità dei contenuti non è automaticamente garantito dai progressi tecnologici, ma deve essere il frutto di una politica attiva, costante e vigile da parte delle autorità pubbliche nazionali ed europee,

T. considerando che Internet ha notevolmente incrementato l’accesso a diverse fonti di informazione, punti di vista e opinioni, ma non ha ancora sostituito i mezzi d’informazione tradizionali quale importante formatore dell’opinione pubblica,

U. considerando che gli editori di quotidiani, grazie all’evoluzione tecnologica, diffondono sempre più la loro offerta su Internet e pertanto dipendono in larga misura dai proventi della pubblicità (online);

V. considerando che i mezzi d’informazione rimangono uno strumento di influenza politica e che vi è il forte rischio che essi non siano in grado di svolgere la propria funzione di organo di controllo della democrazia, dal momento che l’operato delle imprese private del settore è motivato soprattutto dal profitto economico; che ciò comporta un rischio in termini di perdita di diversità, qualità del contenuto e molteplicità delle opinioni e che la salvaguardia del pluralismo dei media non dovrebbe quindi essere affidata ai soli meccanismi di mercato,

W. considerando che in alcuni Stati membri le grandi imprese mediatiche hanno acquisito posizioni notevoli, spesso dominanti, e che l’esistenza di gruppi editoriali appartenenti a imprese in grado di vincere appalti pubblici rappresenta una minaccia per l’indipendenza dei mezzi d’informazione,

X. considerando che il contributo fornito dalle multinazionali mediatiche in alcuni Stati membri è fondamentale per imprimere nuovo dinamismo al paesaggio dei media, ma che le condizioni di lavoro e le remunerazioni devono essere anch’esse oggetto di alcuni miglioramenti,

Y. considerando che è necessario migliorare le condizioni e la qualità del lavoro degli operatori del settore mediatico e che, in assenza di garanzie sociali, il numero dei giornalisti che lavorano in condizioni di precariato è in aumento,

Z. considerando che il diritto della concorrenza Unione europea può affrontare solo in misura limitata le questioni legate alla concentrazione dei media, in quanto le attività che determinano una concentrazione verticale e orizzontale della proprietà dei mezzi di informazione nei nuovi Stati membri non hanno ancora raggiunto le soglie finanziarie che farebbero scattare l’applicazione del diritto della concorrenza UE,

AA. considerando che se si applicano regole troppo restrittive in materia di proprietà mediatica si rischia di ostacolare la competitività delle imprese europee sul mercato mondiale e di favorire l’influenza dei gruppi mediatici non europei,

AB. considerando che i fruitori dei mezzi d’informazione dovrebbero avere accesso a una vasta gamma di contenuti,

AC. considerando che i creatori di media si sforzano di produrre contenuti della massima qualità possibile, ma che le condizioni non sono dappertutto ugualmente soddisfacenti per permettere di raggiungere tale obiettivo in tutti gli Stati membri,

AD. considerando che la proliferazione di nuovi mezzi di comunicazione (Internet banda larga, canali via satellite, televisione digitale terrestre, ecc.) e la varietà della proprietà dei mezzi di comunicazione non sono condizioni sufficienti in sé per assicurare il pluralismo dei contenuti mediatici,

AE. considerando che le norme in materia di qualità dei contenuti e di tutela dei minori dovrebbero essere applicate sia al settore pubblico che a quello commerciale,

AF. considerando che le imprese mediatiche sono indispensabili per il pluralismo dei mezzi d’informazione e la salvaguardia della democrazia e che dovrebbero quindi essere coinvolte più attivamente nelle pratiche riguardanti l’etica imprenditoriale e la responsabilità sociale,

AG. considerando che i mezzi di comunicazione commerciali utilizzano sempre più contenuti prodotti da utenti privati, in particolare contenuti audiovisivi, dietro pagamento di un corrispettivo simbolico o senza versare alcun corrispettivo, sollevando problemi di natura etica e di tutela della vita privata, e che si tratta di una prassi che espone i giornalisti e gli altri operatori del settore a una pressione competitiva indebita,

AH. considerando che i weblog costituiscono un importante nuovo contributo alla libertà di espressione sempre più utilizzato dagli operatori del settore dei mezzi d’informazione e dai privati cittadini,

AI. considerando che le emittenti pubbliche devono disporre di finanziamenti stabili, agire in maniera giusta ed equilibrata ed essere dotate dei mezzi necessari per promuovere l’interesse pubblico e i valori sociali,

AJ. considerando che gli Stati membri hanno un ampio margine di manovra per quanto riguarda l’interpretazione della missione dei media di servizio pubblico e il loro finanziamento,

AK. considerando che la presenza di mercato dei media del servizio pubblico è degna di nota solo nel settore dei servizi audiovisivi e non lineari,

AL. considerando che il modello audiovisivo europeo deve continuare a basarsi sull’equilibrio tra un servizio pubblico forte, indipendente e pluralista e un settore commerciale dinamico; considerando altresì che la stabilità di tale modello è indispensabile per la vitalità e la qualità della creazione, per il pluralismo dei servizi d’informazione e per il rispetto e la promozione della diversità culturale,

AM. considerando che a volte i servizi pubblici d’informazione degli Stati membri risentono sia dell’inadeguatezza dei finanziamenti sia di pressioni politiche,

AN. considerando che l’assolvimento dei compiti assegnati dai singoli Stati membri al servizio pubblico di radiodiffusione presuppone finanziamenti a lungo termine e la garanzia dell’indipendenza, il che è ben lungi dall’essere vero in tutti gli Stati membri,

AO. considerando che in alcuni Stati membri i media del servizio pubblico possono svolgere un ruolo preponderante, sia in termini di qualità che in termini di audience,

AP. considerando che l’accesso universale da parte del pubblico a contenuti diversificati e di alta qualità diventa ancora più importante nell’attuale contesto, caratterizzato dall’evoluzione tecnologica e da una concentrazione accentuata in un ambiente sempre più competitivo e globalizzato; considerando che i servizi audiovisivi pubblici sono fondamentali per la formazione democratica delle opinioni, per consentire ai cittadini di familiarizzarsi con la diversità culturale e per garantire il pluralismo; considerando inoltre che tali servizi devono poter utilizzare le nuove piattaforme di radiodiffusione per assolvere alla missione loro affidata, ossia raggiungere tutti i gruppi che compongono la società, indipendentemente dalle modalità di accesso utilizzate,

AQ. considerando che i mezzi d’informazione del servizio pubblico necessitano di finanziamenti pubblici adeguati per poter competere con i media commerciali in termini di offerta di contenuti culturali e informativi di alta qualità,

AR. considerando che nell’ultimo decennio sono nati nuovi canali mediatici e che i mezzi di comunicazione tradizionali guardano con preoccupazione al fatto che i canali di vendita internet richiamano una quota sempre maggiore del gettito pubblicitario,

AS. considerando che le emittenti pubbliche e commerciali continueranno a svolgere ruoli complementari, insieme ai nuovi attori, nel nuovo panorama audiovisivo, caratterizzato da una molteplicità di piattaforme mediatiche,

AT. considerando che l’Unione europea non ha competenze intrinseche per regolamentare la concentrazione dei media, anche se la sue competenze in diversi ambiti politici le consentono di svolgere un ruolo attivo nella salvaguardia e promozione del pluralismo dei mezzi d’informazione; considerando che la normativa sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato e sul settore audiovisivo e delle telecomunicazioni, unitamente alle relazioni (commerciali) esterne, sono settori in cui l’Unione europea può e dovrebbe perseguire attivamente una politica intesa a rafforzare e promuovere il pluralismo dei mezzi d’informazione,

AU. considerando il numero crescente dei conflitti che vertono sulla libertà di espressione,

AV. considerando che nella società dell’informazione l’educazione ai media riveste un ruolo cruciale nel consentire ai cittadini una consapevole e attiva partecipazione alla vita democratica,

AW. considerando che il numero crescente di informazioni disponibili (soprattutto grazie a Internet) rende sempre più importante la loro interpretazione e valutazione,

AX. considerando che la promozione dell’alfabetizzazione mediatica dei cittadini dell’Unione europea necessita di un sostegno ben maggiore,

AY. considerando che i mezzi d’informazione europei operano ormai in un mercato globalizzato, il che significa che una regolamentazione esaustiva e restrittiva del loro regime di proprietà ridurrà in modo significativo la loro capacità di competere con le imprese dei paesi terzi non vincolate da simili restrizioni; considerando che è pertanto necessario trovare un equilibrio tra l’applicazione coerente di regole di concorrenza leale e il mantenimento di valvole di sicurezza a favore del pluralismo, da un lato, e la garanzia che le imprese siano dotate della flessibilità necessaria per competere sul mercato mediatico internazionale, dall’altro,

AZ. considerando che viviamo in una società costantemente bombardata da informazioni, comunicazioni istantanee e messaggi non filtrati e che la selezione delle informazioni necessita di particolari abilità,

BA. considerando che le misure intese a consolidare e promuovere il pluralismo dei mezzi d’informazione devono rappresentare un elemento fondamentale delle relazioni esterne dell’UE (nel settore commerciale e in altri ambiti), soprattutto nel quadro della politica europea di vicinato, della strategia per l’allargamento e degli accordi bilaterali di partenariato,

1. sollecita la Commissione e gli Stati membri a difendere il pluralismo dei mezzi d’informazione, a garantire che tutti i cittadini dell’Unione europea abbiano accesso, in tutti gli Stati membri, a mezzi d’informazione liberi e diversificati e a raccomandare miglioramenti ove necessario;

2. è convinto che un sistema pluralistico dei mezzi d’informazione sia un requisito fondamentale per il mantenimento del modello sociale democratico europeo;

3. constata che il panorama europeo dei mezzi d’informazione è sottoposto ad una progressiva convergenza per quanto riguarda i mezzi d’informazione e i mercati;

4. sottolinea che la concentrazione della proprietà del sistema mediatico crea un ambiente favorevole alla monopolizzazione del mercato pubblicitario, ostacola l’entrata di nuovi attori sul mercato e contribuisce altresì all’uniformità del contenuto dei mezzi d’informazione;

5. osserva che lo sviluppo del sistema mediatico è sempre più determinato dal profitto e che, di conseguenza, i processi della società, politici o economici come pure i valori espressi nei codici di condotta dei giornalisti, non sono coperti in misura adeguata; ritiene, pertanto, che la legislazione in materia di concorrenza debba essere collegata con la legislazione sui mezzi d’informazione, in modo da garantire l’accesso, la concorrenza e la qualità e in modo da evitare conflitti d’interesse tra la concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazione e il potere politico, che sono pregiudizievoli per la libera concorrenza, la parità di condizioni ed il pluralismo;

6. ricorda agli Stati membri che le decisioni delle autorità nazionali di regolamentazione devono sempre cercare un equilibrio tra le funzioni di cui esse sono incaricate e la libertà di espressione, la cui tutela spetta in ultima analisi ai giudici;

7. invita la Commissione ad impegnarsi a promuovere un quadro giuridico stabile che garantisca un elevato livello di protezione del pluralismo in tutti gli Stati membri;

8. chiede pertanto che, al fine di rafforzare la pluralità dei media, siano garantiti tanto l’equilibrio tra le emittenti pubbliche e private - negli Stati membri in cui esistono attualmente emittenti pubbliche - quanto il collegamento tra la legislazione in materia di concorrenza e la legislazione sui mezzi d’informazione;

9. ritiene che i principali obiettivi delle autorità pubbliche debbano essere quelli di creare condizioni atte a garantire un elevato livello di qualità dei mezzi di comunicazione (inclusi quelli pubblici), assicurare la loro diversità e garantire la piena indipendenza dei giornalisti;

10. chiede l’introduzione di misure volte a migliorare la capacità concorrenziale dei gruppi mediatici europei per poter così dare un contributo efficace alla crescita economica, che deve essere altresì promossa attraverso una maggiore sensibilizzazione e conoscenza delle questioni economiche e finanziarie tra i cittadini;

11. sottolinea che nell’Unione europea, e in particolare nei nuovi Stati membri, cresce l’influenza di investitori di paesi terzi operanti nel settore dei media;

12. chiede che le disposizioni della legislazione in materia di concorrenza siano applicate in modo coerente a livello dell’Unione europea e a livello nazionale, in modo da garantire una concorrenza elevata e da consentire a nuovi operatori di accedere al mercato;

13. ritiene che il diritto comunitario in materia di concorrenza abbia contribuito a limitare la concentrazione dei mezzi d’informazione; sottolinea, tuttavia, l’importanza di controlli autonomi dei mezzi d’informazione a livello di Stato membro ed insiste, a tal fine, affinché la regolamentazione dei mezzi d’informazione a livello nazionale sia efficace, chiara, trasparente e di alto livello;

14. accoglie con favore l’intenzione della Commissione di elaborare indicatori concreti per valutare il pluralismo dei mezzi d’informazione;

15. chiede che, oltre al pluralismo, vengano elaborati anche altri indicatori da utilizzare quali criteri per l’analisi dei media, tra cui la loro posizione rispetto alla democrazia, allo Stato di diritto, ai diritti dell’uomo e delle minoranze e a codici di condotta professionali per i giornalisti;

16. ritiene che le norme sulla concentrazione dei mezzi di comunicazione dovrebbero disciplinare non soltanto la proprietà e la produzione del contenuto mediatico, bensì anche i canali ed i mezzi (elettronici) per l’accesso e la diffusione di contenuti su Internet, quali i motori di ricerca;

17. sottolinea la necessità di garantire che le persone disabili abbiano accesso alle informazioni;

18. riconosce che l’autoregolamentazione svolge un ruolo importante nel garantire il pluralismo dei mezzi d’informazione; accoglie con favore le attuali iniziative del settore al riguardo;

19. incoraggia l’elaborazione di una carta per la libertà dei mezzi d’informazione al fine di garantire la libertà di espressione e il pluralismo;

20. esorta a rispettare la libertà dei mezzi d’informazione e invita questi ultimi a osservare in modo coerente il codice di condotta;

21. sottolinea la necessità di istituire sistemi per il controllo e l’attuazione del pluralismo dei media, basati su indicatori affidabili e obiettivi;

22. sottolinea la necessità che le autorità dell’Unione europea e degli Stati membri assicurino l’indipendenza di giornalisti ed editori mediante adeguate garanzie giuridiche e sociali specifiche, e ribadisce che è importante elaborare e applicare in modo uniforme negli Stati membri, così come in tutti i mercati ove operano imprese mediatiche aventi sede nell’Unione europea, statuti editoriali che prevengano l’ingerenza dei proprietari, degli azionisti o di organi esterni, come i governi, nel contenuto dell’informazione;

23. esorta gli Stati membri a garantire, attraverso mezzi idonei, un adeguato equilibrio tra le sensibilità politiche e sociali, in particolare nel quadro dei programmi informativi e di attualità;

24. valuta positivamente il dinamismo e la differenziazione introdotti nel paesaggio mediatico dai nuovi media e incoraggia un uso responsabile di tutti i nuovi supporti tecnologici, come la TV mobile quale piattaforma per i media commerciali, pubblici e dei cittadini;

25. incoraggia una discussione aperta su tutte le questioni relative allo status dei weblog;

26. è favorevole alla protezione dei diritti di copyright a livello dei mezzi d’informazione on-line, con l’obbligo per i terzi di citare la fonte quando riportano una dichiarazione;

27. raccomanda l’inserimento dell’alfabetizzazione mediatica tra le competenze chiave europee e appoggia la messa a punto di una formazione europea di base in materia mediatica, sottolineandone nel contempo l’importanza ai fini del superamento del gap digitale;

28. sottolinea che l’educazione ai media deve consistere nel fornire al cittadino i mezzi per interpretare criticamente e utilizzare il volume sempre maggiore d’informazioni da cui viene investito, così come sancito nella raccomandazione Rec 1466 (2000); ritiene che attraverso questo processo di apprendimento i cittadini saranno dunque in grado di elaborare messaggi e selezionare i media più appropriati per la loro comunicazione, diventando così capaci di esercitare appieno il proprio diritto alla libertà d’informazione e d’espressione;

29. esorta la Commissione a prestare adeguata attenzione, nel quadro dell’adozione di un approccio europeo in materia di alfabetizzazione mediatica, ai criteri relativi alla capacità di valutazione critica dei contenuti nonché allo scambio delle migliori prassi al riguardo;

30. chiede alla Commissione e agli Stati membri di consolidare un quadro obiettivo per la concessione delle licenze di trasmissione nei settori della televisione via cavo e via satellite e dei mercati della diffusione analogica e digitale, secondo criteri di trasparenza e di equità, allo scopo di stabilire un sistema di concorrenza pluralistica e di evitare abusi da parte di imprese in posizione di monopolio o in posizione dominante;

31. ricorda alla Commissione che le è stato chiesto in diverse occasioni di elaborare una direttiva mirante ad assicurare il pluralismo, incoraggiare e preservare la diversità culturale quale definita dalla Convenzione Unesco sulla diversità culturale e a garantire l’accesso di tutte le imprese mediatiche agli elementi tecnici atti a consentire loro di raggiungere il pubblico nella sua totalità;

32. sollecita gli Stati membri ad appoggiare servizi pubblici di radiodiffusione di alta qualità, in grado di offrire una reale alternativa alla programmazione delle reti commerciali e che, senza dover necessariamente concorrere per lo share di pubblico e per i proventi della pubblicità, occupino un posto di più alto profilo nel panorama europeo come pilastri della salvaguardia del pluralismo dei media, del dialogo democratico e dell’accesso di tutti i cittadini a contenuti di qualità;

33. invita la Commissione e gli Stati membri a promuovere la cooperazione tra le autorità europee di regolamentazione e ad intensificare le discussioni formali e informali e gli scambi di opinioni tra autorità di regolamentazione del settore della radiotelediffusione;

34. raccomanda che, ove opportuno, i servizi di media pubblici degli Stati membri rispecchino la natura multiculturale delle regioni;

35. incoraggia la divulgazione di informazioni sulla proprietà di tutti i media per contribuire a una maggiore trasparenza relativamente agli obiettivi e alle caratteristiche delle emittenti o degli editori;

36. incoraggia gli Stati membri a far sì che l’applicazione ai mezzi d’informazione, a Internet e al settore delle tecnologie della comunicazione delle disposizioni nazionali in materia di concorrenza agevoli e promuova il pluralismo dei mezzi d’informazione; esorta la Commissione a tener conto dell’impatto sul pluralismo dei mezzi d’informazione nell’applicazione del diritto di concorrenza dell’Unione europea;

37. raccomanda che la regolamentazione sugli aiuti di Stato sia concepita e applicata in modo atto a consentire ai media del servizio pubblico e alle emittenti dei cittadini di assolvere alla propria funzione in un contesto dinamico, garantendo nel contempo che i media del servizio pubblico svolgano la missione loro attribuita dagli Stati membri in modo trasparente e responsabile, evitando un utilizzo scorretto dei finanziamenti pubblici per ragioni di convenienza politica o economica;

38. invita la Commissione europea a tener debitamente conto della Convenzione Unesco sulla diversità culturale e della già citata raccomandazione Rec(2007)3 all’atto di stabilire se sia necessaria una revisione della summenzionata comunicazione della Commissione del 2001; chiede che, qualora la Commissione decida di rivedere le attuali linee guida, si valuti quale sarà l’impatto sul pluralismo dei mezzi d’informazione di qualsiasi misura o chiarimento proposti e si rispettino debitamente le competenze degli Stati membri;

39. esorta la Commissione europea a servirsi del processo di revisione della comunicazione sul servizio europeo di radiodiffusione – laddove lo ritenga necessario – per potenziare il servizio pubblico di radiodiffusione quale importante garante del pluralismo dei media nell’Unione europea;

40. ritiene che, affinché i media audiovisivi pubblici possano assolvere alla propria funzione nell’era della tecnologia digitale, è necessario che essi sviluppino nuovi servizi e media informativi, al di là dei programmi tradizionali, e che siano in grado di interagire con tutte le reti e piattaforme digitali;

41. accoglie con favore l’applicazione, in alcuni Stati membri, di norme che impongono ai fornitori di servizi televisivi via cavo di includere canali statali e di attribuire una parte dello spettro del canale numerico alle emittenti pubbliche;

42. invita la Commissione a concepire la missione delle emittenti di servizio pubblico in senso ampio, in sintonia con un’interpretazione del protocollo al trattato di Amsterdam che sia dinamica e adeguata alle esigenze future, in particolare per quanto concerne la libera partecipazione delle emittenti pubbliche agli sviluppi tecnologici e alle forme derivate di produzione e presentazione di contenuti (sotto forma sia di servizi lineari che non lineari); ciò dovrebbe includere anche un finanziamento adeguato per i nuovi servizi quale parte integrante delle competenze delle emittenti pubbliche;

43. ribadisce che le norme sull’utilizzo dello spettro devono tener conto di obiettivi di interesse pubblico come il pluralismo dei mezzi d’informazione e non possono quindi essere soggette a un regime basato esclusivamente sul mercato; inoltre, gli Stati membri dovrebbero mantenere la responsabilità della decisione in merito all’attribuzione delle frequenze al fine di soddisfare le esigenze specifiche delle loro società garantendo e promuovendo il pluralismo dei servizi d’informazione;

44. raccomanda che nel quadro della revisione del pacchetto Telecom vengano mantenuti e, se necessario, estesi gli obblighi di ridiffusione;

45. concorda con la summenzionata raccomandazione Rec(2007)2, secondo la quale occorre garantire ai fornitori di contenuti un equo accesso alle reti di comunicazioni elettroniche;

46. rinvia alla summenzionata risoluzione del 13 novembre 2007, dato che l’interoperabilità è fondamentale per il pluralismo dei mezzi di informazione;

47. auspica un approccio equilibrato per quanto concerne l’assegnazione del dividendo digitale, al fine di garantire un equo accesso a tutti gli operatori e salvaguardare così il pluralismo dei mezzi d’informazione;

48. è preoccupato per la posizione dominante detenuta da alcuni grandi operatori online, la quale limita i nuovi soggetti sul mercato e soffoca in tal modo la creatività e l’imprenditorialità in questo settore;

49. chiede una maggiore trasparenza in relazione ai dati e alle informazioni personali detenute sugli utenti dai motori di ricerca Internet, dai fornitori di posta elettronica e dai siti di social networking;

50. ritiene che la normativa a livello dell’Unione europea garantisca sufficientemente l’accessibilità delle guide elettroniche di programmi e di possibilità analoghe di ricerca e navigazione, ma che potrebbe essere preso in considerazione un intervento integrativo riguardante il modo di presentare le informazioni sui programmi disponibili, al fine di rendere facilmente accessibili i servizi di interesse generale; chiede alla Commissione di esaminare, attraverso le procedure di consultazione, se siano necessarie linee direttrici minime o una regolamentazione settoriale specifica, al fine di garantire il pluralismo dei mezzi di informazione;

51. chiede che siano salvaguardati l’equilibrio tra emittenti di diritto pubblico ed emittenti private e la coerente applicazione della normativa sulla concorrenza e sui mezzi di informazione, onde rafforzare il pluralismo dei mezzi d’informazione;

52. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.




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