martedì 13 gennaio 2009

Diario di un giudice - Procedura penale oppure gioco dell’oca?





di Franca Amadori
(Giudice del Tribunale di Roma)




Ritengo che prima di esporre le mie personali opinioni sulle cause dell’attuale inefficienza della giustizia penale italiana, possa essere utile trarre spunto dalla realtà quotidiana, prezioso indicatore su cui tanti concetti che in astratto paiono del tutto ragionevoli mostrano invece la loro totale dissennatezza all’atto dell’applicazione pratica.

Narrerò dunque di un caso, in sé assai banale ma proprio per questo utile come modello, riguardante un imputato il cui processo pende ancora davanti a me e che chiamerò De Furtis.

De Furtis ha riportato fino ad oggi 48 condanne totali, di cui 23 per furto, 12 per ricettazione e quasi altrettante per truffa, oltre che per altri reati di contorno, quali falsi documentali (riguardanti – presumo – la compilazione d’assegni in bianco di provenienza delittuosa), falsi nummari e via discorrendo.

Peraltro, per quanto concerne le condanne per ricettazione va detto che spesso in questi casi l’imputato viene condannato per ricettazione non già perché abbia effettivamente ricevuto il bene di provenienza furtiva da terza persona, ma perché, pur avendolo rubato egli stesso, è rimasto contumace e dagli atti risulta che fu trovato in suo possesso a diversi mesi di distanza dal momento del furto, per cui noi giudici non abbiamo elementi per ritenere che sia stato egli stesso l’ autore della sottrazione.

Insomma, possiamo definire De Furtis un “onesto” ladro professionista.

Dico “onesto” perché condivido anch’io la valutazione di maggior disvalore che Alfredo Rocco espresse a suo tempo, quando scrisse l’odierno codice penale, nei confronti dei ricettatori, che in effetti non rischiano nulla e guadagnano sul medesimo furto assai più del ladro che lo ha commesso e che s’è accollato tutti i rischi connessi al delitto.

Tornando a De Furtis, mi chiedo se uno che si fa pescare così tante volte con le mani nel sacco non farebbe meglio a cambiare “mestiere”.

Quello di ladro evidentemente non fa per lui.

Dichiarato delinquente abituale, è stato messo pure in casa di lavoro per un paio d’anni, ma poi ha ripreso a rubare.

È finito davanti a me con doppia accusa di ricettazione: è accusato infatti di aver ricettato un autocarro Toyota di provenienza furtiva e di aver ricettato altresì un contrassegno assicurativo della UNIPOL contraffatto, relativo a tale automezzo.

Il Pubblico Ministero ha depositato il decreto di citazione diretta a giudizio (= atto del Pubblico Ministero che gli comunica la data dell’udienza davanti a me, giudice del dibattimento) in data 15 novembre 2005, ma i fatti furono accertati il 2 dicembre 2003.

Direi che, considerato il tempo necessario per la notificazione dell’ avviso ex art. 415 bis c.p.p. (c.d. avviso di garanzia) e il carico complessivo della Procura di Roma, il Pubblico Ministero è stato piuttosto celere.

L’ udienza di prima comparizione (traduco: quella che dà inizio ad una nuova fase del processo, che si chiama fase dibattimentale, in cui l’accusa e la difesa confrontano le rispettive tesi davanti ad un giudice terzo che sono appunto io) si celebra il 28 giugno 2006, ma De Furtis non si presenta.

Controllo la ritualità della notificazione del decreto di citazione diretta a giudizio (traduco: cerco di capire se gli è arrivata una lettera con dentro l’atto del Pubblico Ministero che gli comunica la data dell’udienza davanti a me) e vedo che ha eletto domicilio presso una tavola calda con pizzeria a taglio che si trova in zona Torrino, ma la S.A.D. (= ufficio addetto alle notifiche) non ha effettuato alcuna notificazione né a lui né al difensore d’ufficio che il Pubblico Ministero gli ha nominato ai sensi dell’art. 97 comma 1 c.p.p..

Qualcuno di coloro che stanno leggendo questo mio intervento potrebbe forse chiedersi: “Ma come! Uno può eleggere domicilio per le notificazioni degli atti giudiziari presso una tavola calda? Ma non è una buffonata?”

Ebbene, occorre sapere che il vocabolo “elezione” significa “scelta” e pertanto l’imputato può indicare a suo capriccio qualsiasi luogo o persona che ritiene possano consegnargli le missive a lui inviate dall’Autorità Giudiziaria, compreso il Luna Park (giuro! non è una battuta! ho avuto un processo a carico di un rumeno che lavorava lì ed ha eletto domicilio per l’appunto al Luna Park, dove aveva una roulotte che costituiva la sua abitazione).

È ovvio però che più è insolito il posto prescelto e più probabilità ci sono che la notificazione non vada a buon fine, e poi dopo tanti anni – ammesso che si riesca a condannare l’imputato con sentenza passata in giudicato nonostante l’insensata disciplina prescrizionale attuale – arriverà un avvocato che, per fargli schivare il carcere, cercherà di dimostrare che lui è sempre stato reperibile in quello strano luogo dove nessun ufficiale giudiziario è mai riuscito a trovarlo e chiederà che il suo assistito sia “rimesso in termini” per ricominciare tutto da capo.

Ma torniamo a noi.

Do incarico al mio cancelliere di provvedere a notificare il decreto di citazione diretta a giudizio e copia del verbale d’udienza sia all’imputato sia al difensore d’ufficio e poi rinvio ad altra udienza.

All’udienza successiva (c’è l’estate di mezzo, quindi se ne riparla a novembre), controllo queste benedette notificazioni: vanno bene, le ha ricevute anche l’imputato (non ho ben capito se lavora in quella pizzeria, ma, tant’è, le ha ricevute ), però sono ... tardive.

Mancano i 60 giorni liberi di termine a comparire previsto dalla legge che servono (sempre in teoria) all’imputato per cercarsi un avvocato che si vada a guardare le carte e cerchi d’imbastire una tesi a difesa.

Dico in teoria, perché l’imputato ha già saputo circa un anno fa che pende questo processo contro di lui, in quanto gli è stato notificato un avviso di garanzia, per cui ha avuto tutto il tempo necessario (ed anche molto di più) per cercarsi un difensore, però non importa: ha diritto ugualmente a 60 giorni di tempo per pensarci ancora e siccome qui ne ha avuti solo 50, ha diritto a ricominciare tutto da capo (lo dice la Cassazione, che prima aveva detto che bastava restituirgli solo quei giorni che gli erano stati tolti, ma poi ha detto che invece vanno restituiti all’imputato tutti i 60 giorni da capo).

Quindi, come nel gioco dell’oca quando si finisce nella casella della Fontana, si torna indietro da dove si è partiti.

Infatti è come se quelle notificazioni non fossero state mai effettuate.

Io purtroppo devo disporre (non posso fare diversamente) che siano rifatte da capo, anche al difensore che non si è presentato in udienza (se si fosse presentato avrei potuto semplicemente restituirlo nel termine a comparire – sto parlando in gergo giuridico, non sto inventando una grammatica mia personale – ed avrei potuto almeno risparmiare un adempimento alla cancelleria), mentre il cancelliere probabilmente ora sta bestemmiando tra sé e sé perché deve rifare tutti gli adempimenti che ha già fatto.

Capito? Non so se è chiara l’aberrazione.

Eccola qua, questa perversa giostrina processuale.

L’ imputato ha già saputo una prima volta che c’era un processo contro di lui quando ha ricevuto l’avviso di garanzia nella tavola calda (tra una macchia di unto ed una di grasso), poi lo ha saputo anche una seconda volta, quando io gli ho fatto notificare il decreto di citazione diretta a giudizio, con il quale è stato informato che il processo è pervenuto alla fase dibattimentale, poi lo deve apprendere pure la terza volta perché ... poverino, non è stato messo in condizione di difendersi in quanto gli è stato indebitamente ridotto il termine a comparire.

A questo punto forse qualcuno tra i lettori penserà: “Non è stato messo in condizione di di-fendersi? Maccheccaspita … state dicendo?”.

In effetti, è quello che ci diciamo spesso anche tra noi operatori.

Pare più un gioco da tavolo che una procedura penale.

Lo si potrebbe chiamare “Criminal Game”.

E se lo proponessi sul mercato? Il nome è allettante, ma forse non mi concederebbero il bre-vetto, perché le regole ... (ehm) esistono già: sono scritte nel codice di rito penale.

Pazienza.

Tornando alla mia udienza di rinvio, ahimè è presente in aula il testimone operante (operante = termine generico che si usa nel gergo tecnico per indicare qualsiasi appartenente alle Forze dell’Ordine) della Polizia Stradale che (povero) viene da Rieti e che è stato citato dal Pubblico Ministero in previsione dell’apertura del dibattimento per spiegarmi come e qualmente, in quel lontano giorno del 2003, De Furtis fu da lui sorpreso (e contestualmente identificato) alla guida dell’autocarro TOYOTA di provenienza furtiva, recante altresì il contrassegno assicurativo contraffatto.

Devo diffidarlo a ricomparire senza ulteriore avviso per la prossima udienza, che sarà nel 2007 (fate attenzione alle date).

All’udienza del febbraio 2007 controllo di nuovo le notificazioni.

Incredibile ma vero, non sono andate a buon fine perché il difensore ... risulta sconosciuto allo studio.

Evidentemente ha cambiato studio professionale, come succede spesso ai giovani avvocati che ad un certo punto della loro carriera vogliono mettersi in proprio.

Ma perché in questi casi gli ufficiali giudiziari non chiedono al Consiglio dell’Ordine dove si trova il nuovo studio del difensore?

Non so dare una risposta a questa domanda, ma sta di fatto che non lo chiedono mai (il cambio dello studio professionale è un’evenienza che si verifica spesso nel foro romano, a causa della dinamica interna agli studi professionali e del gigantismo della metropoli).

In questo caso il fatto è ancora più grave perché De Furtis, nel frattempo, se n’è andato dalla tavola calda e quindi ora devo notificargli gli atti in mani del difensore.

Però, colpo di scena!, è presente in aula un altro operante, in servizio presso il XII Gruppo del Corpo di Polizia Municipale di Roma, che ha competenza appunto sulla zona Torrino (ricordate? è quella in cui l’ imputato aveva eletto domicilio).

Mi dice che provvederà lui alla notificazione del verbale e del decreto di citazione diretta a giudizio all’imputato perché lo conosce, essendo un noto pregiudicato, e lo vede ogni tanto bazzicare ancora nei pressi del locale in cui aveva eletto domicilio.

Io decido di percorrere entrambe le strade: consegno una copia all’operante, ma do anche incarico alla cancelleria di cercare l’indirizzo del nuovo studio del difensore.

Intanto gli atti da notificare aumentano: un decreto di citazione diretta a giudizio e tre verbali d’udienza.

Le spese a carico del Pubblico Erario aumentano con loro, perché le notificazioni costano.

Costano perché devono essere effettuate dagli ufficiali giudiziari o dagli operanti, con le pesanti formalità previste dal codice.

Quarta udienza: siamo al giugno 2007 (ed è una data abbastanza vicina a quella dell’udienza precedente, mentre adesso dovrei disporre rinvii ben più lunghi, per varie ragioni che non è il caso di spiegare in questa sede).

Controllo per la milionesima volta le notificazioni.

L’operante del XII Gruppo mi dice che l’imputato non va più alla tavola calda in quanto ha lasciato dei conti in sospeso e teme che la proprietaria gli chieda il saldo, per cui non è riuscito a consegnargli gli atti.

Aggiunge che De Furtis aveva intrecciato una breve relazione sentimentale con la donna.

Chissà.

Sarà stata attratta forse dal fascino del criminale, uomo “forte, senza scrupoli, brutal” (come recitava il “Fox delle gigolettes”, una vecchia aria d’operetta), per accorgersi con un certo ritardo che il criminale nel migliore dei casi è un solo un profittatore, quando non anche un uomo violento e pericoloso. Vivere con lui è sempre un rischio ed in ogni caso la remissione è certa.

Nel frattempo, però, spero che siano state fatte almeno le notificazioni al difensore.

No, non ci sono nemmeno quelle!

E perché?

Perché il cancelliere (forse per una sorta di rifiuto inconscio, dovuto proprio alla nausea) si è ... dimenticato di fare l’ennesima notificazione.

È presente in aula, ancora una volta, il testimone operante della Polizia Stradale che (questa volta) non viene più da Rieti, ma da L’Aquila, perché nel frattempo ha cambiato ufficio.

Devo diffidarlo a ricomparire ancora una volta.

A questo punto vorrei porre il seguente quesito ai lettori: se quel teste, invece di essere un poliziotto, per il quale, alla fin fine, la deposizione in tribunale costituisce un adempimento di servizio, fosse stato una donna stuprata, un imprenditore mandato in fallimento a causa di una truffa, un operaio rimasto invalido a seguito di un infortunio sul lavoro, non vi sembrerebbe che una procedura siffatta lo renda vittima due volte? Una volta del criminale ed una volta dello Stato?

Non credete che, alla fine dei conti, l’offesa ricevuta dal criminale risulti perfino meno grave di quella che sta subendo in questo modo dallo Stato, con questa sorta di supplizio di Tantalo, nel quale non si riesce a vedere mai un barlume di punizione per il responsabile, se non quando, ormai, nemmeno più la persona offesa vi ha interesse?

Ed una procedura siffatta non finisce, paradossalmente, per essere ingiusta persino con l’imputato stesso che, se riconosciuto colpevole, finirà per subire la pena (se mai la subirà) quando ormai i fatti saranno così lontani nel tempo da apparire ingiustificata anche la sua punizione?

Altro rinvio, altro giro.

Siamo finiti in quella che nel gioco dell’oca è la casella della Torre: quella da cui non puoi uscire finché un altro giocatore non ci capita dopo di te.

Quinta udienza: siamo al novembre 2007.

Le notificazioni vanno finalmente bene (quasi quasi non ci credo nemmeno io ...), ma non è escluso che tra qualche anno un avvocato, in sede di appello o di esecuzione della condanna, tiri fuori qualche altra nullità, come mi è accaduto varie volte in sede di esecuzione penale, nella speranza di far crollare tutto il castello processuale e di lasciare impunito il suo cliente.

Tornando al nostro processo, ancora una volta è presente il povero teste operante della Polizia Stradale, ma non posso sentirlo nemmeno questa volta.

Cos’ è successo adesso?

È successo che gli avvocati sono in sciopero (ma bisogna dirgli che “si astengono”, perché se gli si dice che sono in sciopero brontolano, fa troppo operaio, troppo TYSSEN KRUPP, il risultato però, anche utilizzando la sussiegosa espressione di cui sopra, non cambia: paralizzano il servizio lo stesso).

Il difensore d’ufficio di De Furtis (faticosamente cercato per mari e per monti) mi ha mandato dal suo nuovo studio sulla Salaria una nota in cui dichiara di aderire all’“astensione”.

Devo diffidare per l’ennesima volta l’operante a ricomparire (il quale ormai teme di essere condannato a tornare da me finché non arriverà all’età della pensione ed a rileggersi per i prossimi dieci anni gli atti di quel lontano giorno in cui fermò per un ordinario controllo di pattuglia quell’accidenti d’autocarro – ah, se avesse mai immaginato ... forse lo avrebbe lasciato andare fingendo di nulla e chissenefrega del derubato: la prossima volta tenga meglio d’occhio il suo automezzo!).

E lui, povero, torna, ormai rassegnato.

Non lavora nemmeno più a L’Aquila, s’è spostato a Latina (forse per venire prima a Roma davanti a me per deporre sull’autocarro? probabilmente no ...).

Siamo ormai nel 2008.

Io questa volta decido di aprire il dibattimento (che non sono ancora riuscita a dichiarare aperto) e di indurre l’avvocato (se del caso anche offrendomi di pagargli la colazione al bar per un mese) a prestare consenso all’acquisizione dell’informativa di reato (= atto che l’appartenente alle Forze dell’Ordine redige per comunicare al Pubblico Ministero che a suo parere è stato commesso un reato; poi questa notizia di reato sarà iscritta negli appositi registri e si darà inizio alle indagini su tale ipotesi).

Ma non occorre: è tornato ancora una volta l’operante.

Ormai siamo diventati amici: mi parla fuori udienza dei suoi problemi personali, mentre gli offro un caffè prima di cominciare.

Ha due figli ancora piccoli, un maschio ed una femmina, ma ha dei dissapori con sua mo-glie, teme che dovrà separarsi ed è molto preoccupato per questo. L’autocarro Toyota è ormai per lui un lontanissimo ricordo ed è proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Incredibile ma vero: non posso aprire il dibattimento nemmeno questa volta.

Cos’ è successo ora?

È successo che il Presidente della Corte d’Appello ha disposto la sospensione delle udienze penali in quanto domenica 13 aprile 2008 si sono svolte le elezioni politiche nazionali.

I dadi ci hanno fatto finire nella casella del Pozzo: dobbiamo restare ancora una volta fermi un giro.

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.

All’ ultima udienza (che ho tenuto un mese fa) ho finalmente (quasi non ci posso credere) dichiarato aperto il dibattimento, ma nessun teste s’è presentato ed io non ho avuto il coraggio di applicare una sanzione all’operante (che avevo diffidato a ricomparire) per l’“ingiustificata” assenza ...

Il seguito alla prossima puntata, perché il processo è ancora in corso ...

A mio parere, la chiave di volta della soluzione di tutti i mali della giustizia penale italiana è nella disciplina della prescrizione.

Le mille notificazioni previste non hanno in realtà il vero scopo di garantire la difesa dell’imputato (che sarebbe garantita con una sola notificazione in sue mani e poi da quelle al difensore), ma piuttosto a pervenire al seguente obiettivo: a far prescrivere soprattutto i delitti più gravi e complessi, quelli cioè commessi da numerosi imputati tutti insieme o da imputati eccellenti.

Quello che ho narrato è un piccolo processo, con un solo imputato e con un paio di testimo-ni al massimo: in questo caso i tanti rinvii potrebbero non impedire che si possa arrivare ad una condanna definitiva (tenuto conto dei tre gradi di giudizio: appello e cassazione, che poi diventano quattro se la cassazione cassa con rinvio e poi sono anche cinque se ci mettiamo pure l’udienza preliminare).

Ma vi sono molti processi di ben diverse dimensioni (il mio collegio ne ha uno di ben 175 imputati, ma ne ho avuto un’altro, di competenza monocratica, con oltre 210 imputati! Ora, moltiplicate per 150 imputati le difficoltà di notificazione che ho descritto per un solo imputato in un caso semplice come quello di citazione diretta – mentre le cose si complicano alquanto per i reati che prevedono l’ udienza preliminare – ed avrete un’idea di ciò di cui sto parlando) molti processi, dicevo, in cui invece i tanti rinvii pregiudicano la possibilità di pervenire ad una qualche pronuncia utile.

Tant’è che perfino gli imputati rei confessi, invece di patteggiare, preferiscono “andare a dibattimento” e quindi sottoporsi ad un processo che sanno già che finirà con la loro inevitabile condanna, perché hanno appunto la sicura certezza dell’impunità prescrizionale.

Ora, dovete sapere che la prescrizione è un istituto nato in vista dell’inerzia dello Stato e sotto questo aspetto è senz’ altro un giusto istituto: se lo Stato per molti anni si è disinteressato della mia condotta criminale, vuol dire che non l’ha considerata poi così grave e dunque è giusto che io, dopo un certo numero di anni, non sia più essere chiamato a risponderne, posto che il trascorrere del tempo, di solito, riduce l’interesse dello Stato e delle vittime alla punizione del colpevole.

Ma ditemi voi che senso ha una prescrizione che continua a decorrere dopo la sentenza di primo grado.

Proprio l’emanazione di tale pronuncia dimostra che lo Stato è rimasto tutt’altro che inerte, tanto che ha svolto indagini ed ha istruito un processo in contraddittorio delle parti (e con notevole dispendio di pubblico denaro, non dimentichiamocelo mai).

Inoltre, se si stabilisse l’imprescrittibilità del reato dopo tale sentenza si avrebbe finalmente una virata decisiva dell’intero sistema verso la normalizzazione del servizio e verso la reale efficacia della legge penale: pochi dibattimenti seri, svolti perché l’imputato è realmente convinto di poter dimostrare l’erroneità della tesi accusatoria e non già perché, pur sapendo benissimo che le prove dimostrano la sua reale colpevolezza, spera di arrivare alla prescrizione di tutti i suoi misfatti.

Pochi processi, a cui i giudici del dibattimento potrebbero dedicare tutte le loro energie perché le loro udienze non sarebbero ingolfate di migliaia di processi del tutto inutili.

Che è poi proprio ciò che accade nella procedura penale americana che noi abbiamo (apparentemente) dichiarato di voler imitare.

Non lo sapevate?

Il processo penale attuale è il c.d. “processo all’americana”.

Ma se è “americano”, allora perché non abbiamo imitato gli americani fino in fondo? Perché non abbiamo soppresso i cinque gradi di giudizio (che non esistono negli USA)?

Ben avremmo potuto sostituire la sentenza motivata con il semplice verdetto (= colpevole, non colpevole, senza motivazione alcuna), come si fa appunto negli USA (avete presenti i numerosissimi film americani dove c’è una giuria schierata e dove gli avvocati alla Perry Mason si dannano a dimostrare l’innocenza di un uomo che è innocente per davvero?).

Poi avremmo potuto introdurre anche altre cosette americane come l’imprescrittibilità dell’azione penale fino a quando non viene fisicamente rintracciato l’imputato.

Insomma, abbiamo importato solo quello che torna più comodo a chi delinque, ma non quello che invece lo porterebbe diritto verso la necessaria reazione della collettività.

Naturalmente, questo vale non solo per i delinquenti di strada, ma soprattutto ed in principal modo per chi sfascia l’economia del Paese (si pensi ad esempio ai numerosissimi delitti di bancarotta e di falso in bilancio che rimangono di fatto impuniti, ma che sono così tragicamente letali per l’economia ed il benessere della nazione).

Ed eccoli qui i risultati economici di una procedura “protezionistica”, che si assomma ad indulti senza precedenti ed alle varie regalie del sistema penitenziario: aumento indiscriminato delle truffe, impossibilità di fare transazioni commerciali sulla fiducia (nessuno si fida più di nessuno, ma purtroppo la fiducia è un elemento essenziale per il buon andamento dei rapporti economici), e poi c’è la delinquenza di strada sempre più serena e tranquilla, che fa addirittura proseliti (sapete com’è: se quello delinque e nessuno gli fa nulla, perché non lo posso fare anch’io?).

La cittadinanza onesta e produttiva e cioé la parte sana della nazione, ormai assediata da molti predatori impuniti (che, a parte i costi di sangue e terrore a carico dei cittadini, hanno un costo economico molto elevato, trattandosi di parassiti che non producono nulla, ma vivono appropriandosi di ciò che altri hanno prodotto) ebbene i cittadini onesti, dicevo, si organizzano da sé, fanno ronde di quartiere, iniziano ad acquistare sempre più pistole e rivoltelle (non so se avete letto i dati sull’impressionante aumento della vendita delle armi più leggere), e così ci stiamo avviando all’inevitabile far west, dove chi spara per primo ha diritto di prendersi i miei soldi, il mio carro, ed i miei cavalli.

Beh, però, in fondo, a pensarci bene, possiamo essere soddisfatti lo stesso: alla fine qualcosa di americano siamo riusciti ad importarlo per davvero!



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Dieci piccoli indiani





Trascrizione

di Marco Travaglio
(Giornalista)

“Buongiorno a tutti.
Mi dispiace, ma devo ancora parlarvi del cosiddetto caso Salerno-Catanzaro perché ci sono delle clamorose novità e, visto che sono clamorose, voi non le avete sapute.
Dove altro le potete trovare se non nella rubrica “Passaparola”?
Proprio per questo è nata la nostra rubrica, quindi anche oggi parliamo di una notizia molto importante che è a disposizione delle redazioni dei giornali e delle agenzie da venerdì sera e che non è stata riportata da nessun quotidiano italiano.

Ricorderete l’ultimo episodio, l’ultimo anello di una lunga catena iniziata un anno e mezzo fa con l’esproprio e le avocazioni delle due principali inchieste di Luigi De Magistris.
L’ultimo atto è che, la settimana scorsa, il ministro Alfano – il cosiddetto ministro della Giustizia Alfano – ha sparato fuori i capi di incolpazione contro il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, e contro i suoi due sostituti, Gabriella Nuzi e Dionigio Verasani, che hanno il torto di essere titolari dell’indagine nata dalle denunce di De Magistris che ha portato, a metà dicembre, al provvedimento di sequestro e perquisizione per acquisire a Catanzaro le carte dell’inchiesta Why Not, che la procura di Catanzaro non consegnava da mesi e mesi, nonostante le richieste della procura di Salerno.

Alfano chiede di cacciare il capo della procura di Salerno
Il ministro Alfano ha chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di cacciare dalla magistratura – non di spostare in un altro ufficio, proprio di cacciare dalla magistratura – il procuratore capo di Salerno.
E’ la sanzione più grave che si possa immaginare, di solito la si dovrebbe dare ai magistrati che hanno rapporti con la mafia, o che rubano, o che si vendono le sentenze.
Bene, questo signore non ha avuto rapporti con la mafia, non si è venduto nessuna sentenza. E’ un anziano magistrato che all’improvviso è balzato agli onori delle cronache semplicemente per aver lasciato lavorare i suoi sostituti su un’indagine che, evidentemente, gli pareva ben fatta e fondata.
E’ colpevole di non avere bloccato i suoi sostituti e di avere coperto e avallato le loro decisioni.
Il ministro lo vuole far cacciare dal Consiglio Superiore della Magistratura, via, fuori dalla magistratura, e in più ha chiesto al CSM di levargli lo stipendio subito.
Di privarlo immediatamente dello stipendio. Manca soltanto il plotone di esecuzione per la fucilazione.
Invece, bontà sua, il ministro chiede di trasferire a un’altra sede i due magistrati che hanno materialmente condotto l’inchiesta, e cioè Verasani e Nuzzi.
Nel motivare questa gravissima sanzione per l’incompatibilità ambientale di questi due magistrati, il ministro scrive, sulla base dei rapporti dei suoi ispettori, che Apicella e i sostituti Nuzzi e Verasani si sono macchiati di “assoluta spregiudicatezza, mancanza di equilibrio e atti abnormi nell’ottica di una acritica difesa del PM De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi che sono stati a lui avocati” e sottratti.
I giornali hanno registrato - Poi vi dirò qual è la notizia che non vi è stata data – con ampio risalto queste motivazioni del ministro Alfano con una tecnica che nelle democrazie non viene mai impiegata: quella dell’ipse dixit.
Visto che il ministro dice che questi magistrati sono dei farabutti, noi prendiamo atto che questi magistrati sono dei farabutti.
Non c’è di fianco alla notizia un commento per dire “sarà poi vero che questi magistrati sono dei farabutti?”.
Può il ministro della giustizia scrivere quello che ha scritto? E’ mai successo che un ministro della giustizia scrivesse quello che ha scritto il ministro Alfano?
Se si fossero posti queste domande, cioè se i giornali svolgessero ancora la funzione critica per la quale sono nati e per la quale esistono – altrimenti non ce ne sarebbe bisogno, basterebbero i comunicati stampa del governo e dell’opposizione, non servirebbero i giornali – avrebbero scoperto che non esiste nella storia dell’Italia unita, né repubblicana né monarchica, una così grave lesione del principio dell’autonomia e indipendenza della magistratura.
Io non sono fra quelli che pensano che i magistrati debbano essere intoccabili e non debbano pagare per i loro errori, infatti il CSM punisce molti magistrati, non abbastanza ma molti magistrati, e altri si dimettono poco prima di essere puniti.
E non esiste un ordine professionale che abbia un così alto numero di punizioni per le violazioni deontologiche dei propri membri: non quello degli avvocati, non quello dei medici, non quello dei giornalisti, figuriamoci.
Qui non si tratta, però, di violazioni deontologiche o professionali: qui lo scrive il ministro.
I magistrati di Salerno devono essere cacciati – il capo dalla magistratura, i sostituti da Salerno – perché hanno compiuto “atti abnormi nell’ottica di una acritica difesa del PM De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”.
Cosa sta facendo il ministro? Una cosa che non si può fare in nessuna democrazia dove viga la divisione dei poteri: sta sindacando il contenuto, il merito, di un provvedimento giudiziario.
Lo può fare il ministro? Assolutamente no!
Pensate, se passasse questo precedente vorrebbe dire che in futuro, ogni volta che un giudice fa una sentenza che non piace al governo, ogni volta che un Pubblico Ministero fa un’ipotesi investigativa che non piace al governo, quel giudice viene mandato via o viene trascinato davanti al Consiglio Superiore a discolparsi per avere scritto una cosa che non piace al governo.
Sono infallibili i giudici nelle cose che scrivono? Assolutamente no, infatti in Italia esistono una serie di appelli, di ricorsi, per andare a sindacare nel merito delle cose scritte dai giudici.
Non ti piace quello che hanno scritto i magistrati di Salerno nel provvedimento di perquisizione e sequestro per andare a prendere le carte al Tribunale di Catanzaro? Benissimo, i magistrati di Catanzaro, se non gradiscono quello che hanno scritto i loro colleghi di Salerno, competenti a indagare su Catanzaro, si rivolgeranno al Tribunale del Riesame di Salerno per chiedere che annulli quel decreto di perquisizione e sequestro.
Se poi ritengono, l’abbiamo già detto ma è bene ripeterlo, che i colleghi di Salerno abbiano commesso dei reati in quella vicenda, faranno un esposto o una denuncia alla procura competente per giudicare i magistrati di Salerno, cioè Napoli.
Se poi ritengono che i magistrati di Salerno abbiano commesso delle colpe deontologiche, si rivolgeranno all’ispettorato del ministero o alla procura generale della Cassazione che sono titolari dell’azione disciplinare.
E se ritengono che i magistrati di Salerno abbiano delle incompatibilità con la città di Salerno, perché hanno delle parentele con qualcuno che non è il caso avere in quella città, verranno ovviamente giudicati per incompatibilità ambientale e spostati.

Un pericoloso precedente
Ma qui stiamo parlando di altro, stiamo parlando del fatto che quello che è stato scritto nel decreto di perquisizione e sequestro della procura di Salerno non piace al ministro, e il ministro, per questa ragione, chiede di spostare i magistrati.
Voi vi rendete conto che siamo di fronte a un pericolosissimo precedente: pericolosissimo tanto più in quanto nessuno lo ha notato e nessuno lo ha denunciato.
Nel 2001, il Tribunale di Milano emise due ordinanze nei processi in cui si stavano giudicando Berlusconi e Previti per le famose corruzioni dei giudici Squillante, Metta, etc... i processi Mondadori, Sme, Imi-Sir... e stabilirono una certa interpretazione sulla legge delle rogatorie che di fatto la vanificava e stabilirono anche una certa interpretazione della sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava nulle alcune udienze nelle quali Previti non aveva partecipato perché dichiarava di essere impegnato in Parlamento.
Quelle ordinanze interpretative emesse dal Tribunale di Milano furono denunciate in Parlamento da esponenti del centrodestra e alla fine, credo fosse il 5 o il 6 dicembre del 2001 ma lo trovate nel libro “Mano Sporche” dove abbiamo raccontato bene questa vicenda, il Senato votò una mozione che criticava, censurava queste ordinanze del Tribunale di Milano.
L’Associazione Magistrati, all’epoca un po’ più vigile e reattiva di quella attuale che ha l’encefalogramma piatto, si rese conto della gravità di quello che stava accadendo, perché era la prima volta nella storia repubblicana che il Senato metteva ai voti un provvedimento di un giudice.
La giunta dell’Associazione Magistrati si dimise all’istante, ricordando che la cosa era avvenuta un’altra sola volta nel 1924 dopo il delitto Matteotti e la svolta autoritaria di Mussolini.

Nemmeno durante il fascismo
Tenete presente che il fascismo non osò manomettere formalmente l’indipendenza della magistratura: il fascismo recepì i codici precedenti e aggiunse ai Tribunali ordinari il famigerato Tribunale Speciale per i delitti politici.
Istituì i delitti politici e li fece giudicare dal Tribunale speciale, ma per i delitti ordinari la giustizia continuò a fare il suo corso, anche se ovviamente il clima era tale per cui la giustizia divenne un capolavoro di conformismo, per compiacere.
Ma formalmente il fascismo non fece atti concreti per mettere le mani e impossessarsi della giustizia.
Oggi, quello che sta facendo Alfano – probabilmente non se ne rende nemmeno conto, stiamo parlando di uno che letteralmente non sa quello che fa – è pensare di poter sindacare il contenuto di un atto invece di lasciarlo impugnare davanti al Riesame o davanti alla Cassazione dagli indagati perquisiti.
Interviene lui e chiede di cacciare i magistrati perché hanno scritto nel provvedimento una cosa che non gli garba.
La differenza rispetto al 2001 è che stavolta il provvedimento è più grave perché entra non in una questione interpretativa ma in una di merito.
I magistrati di Salerno sono colpevoli di avere scoperto, nella loro indagine, che De Magistris aveva ragione.
Non so se mi spiego: Alfano scrive “atti abnormi – cioè il decreto di perquisizione e sequestro – nell’ottica di una acritica difesa del De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”.
Intanto questa frase contiene un falso clamoroso, macroscopico: non è vero, e chiunque lo vuole vedere lo trova sul nostro blog o quello di Carlo Vulpio.
L’ordinanza di perquisizione e sequestro di Salerno non contiene una acritica difesa di De Magistris: i magistrati hanno ascoltato più volte le denunce di De Magistris, il racconto di De Magistris, e poi hanno cominciato a interrogare un sacco di testimoni per vedere se De Magistris aveva ragione o torto.
E le parole di De Magistris sono state confermate da consulenti che sono stati allontanati, ma anche da magistrati in servizio in Calabria a cominciare dal Dott. Bruni, dal Dott. Mollace, da un giovane uditore giudiziario che fu immediatamente subornato e messo sotto controllo dal procuratore aggiunto dopo che era stata tolta l’inchiesta Why Not a De Magistris.
Ci sono decine di riscontri oggettivi fatti dalla polizia giudiziaria in questo documento: non è vero niente che i PM di Salerno hanno preso per oro colato quello che dice De Magistris in maniera acritica.
Ma sopratutto: non spetta al ministro stabilire se è giusto o non è giusto quello che hanno ipotizzato nella loro inchiesta i magistrati, sarebbe gravissimo se il vaglio delle inchieste fosse affidato al ministero della giustizia, cioè al governo, cioè alla maggioranza politica e non, invece, ai regolari gradi di giudizio.

Una notizia che avrete solo da Passaparola
Contro questo decreto di perquisizione e sequestro, l’unica cosa da fare per farlo dichiarare illegittimo, nullo, infondato, abnorme, macroscopico, spregiudicato, mancante di equilibrio, acritico era l’impugnazione del provvedimento davanti al Riesame.
Bene: arriviamo alla notizia che non avete letto e che non leggerete mai sulla stampa e sulla TV di regime.
Alcuni imputati, a cominciare dall’ex procuratore Lombardi, accusato di corruzione giudiziaria, dalla moglie dell’ex procuratore Lombardi e dal figlio, Pier Paolo Greco, che era socio di uno dei principali indagati dell’inchiesta Why Not, il senatore di Forza Italia Pittelli, ma anche Antonio Saladino, il famoso capo della Compagnia delle Opere in Calabria, faccendiere, trafficone, in rapporti con tutta la politica di tutti i colori, hanno fatto ricorso al Tribunale del Riesame di Salerno per chiedere l’annullamento del decreto di perquisizione.
Bene, venerdì sera intorno alle 22 il Tribunale del Riesame di Salerno ha respinto i ricorsi dei quattro indagati che vi ho appena enumerato e ha dichiarato dunque fondato, legittimo, impeccabile – adesso aspettiamo le motivazioni, naturalmente – il provvedimento.
Vi leggo il dispositivo, perché non l’avete letto da nessuna parte e non lo leggerete da nessuna parte:
“Letti gli articoli del codice, il Tribunale del Riesame di Salerno rigetta le istanze di Riesame avverso il decreto di perquisizione e sequestro e conferma l’impugnato provvedimento. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali”.
Cioè hanno fatto perdere tempo alla giustizia, devono pagare.
Questo è l’unico luogo dove gli indagati potevano andare a lamentarsi di quello che hanno fatto i PM di Salerno.
Ci sono andati e il Tribunale del Riesame, in un clima pazzesco che dire ostile è dire poco, in un clima dove il Capo dello Stato, il Consiglio Superiore della Magistratura, il governo, l’opposizione, l’Associazione Nazionale Magistrati, tutta la stampa di destra e di sinistra, tutte le televisioni, dicono che Salerno ha torto e che a Salerno ci sono dei farabutti che vogliono dare ragione a quell’altro farabutto di De Magistris.
E che questi di Salerno hanno scritto un decreto di perquisizione troppo lungo – vi ricordate le polemiche sulle 1400 pagine? - e che hanno fatto denudare Tizio e Caio.
E che hanno infilato dei particolari attinenti la privacy di un magistrato della confraternita di CL Memores Domini.
Che insomma ne hanno combinate di tutti i colori e quindi vanno massacrati, puniti, cacciati, trasferiti, fucilati, garrotati.
Bene, si sono trovati ancora in questo Paese tre giudici del Riesame a Salerno che hanno valutato, estraniandosi dai condizionamenti pazzeschi che ci sono tutto intorno a loro, il provvedimento esaminato impeccabile e hanno respinto i ricorsi di chi aveva fatto appello al Riesame.
Questo che cosa significa? Significa intanto che hanno confermato i presupposti di legittimità di questo provvedimento, nel senso che evidentemente rispetta le forme, la casistica, i limiti previsti dalla legge in questi casi.
Ma naturalmente conferma anche il merito del decreto di sequestro e perquisizione perché evidentemente hanno trovato che i PM, quelli che devono essere fucilati, hanno motivato bene; hanno ipotizzato dei reati tipo la corruzione giudiziaria a Catanzaro che sono applicabili e configurabili ai danni degli indagati che sono stati perquisiti; hanno motivato le esigenze probatorie, cioè le necessità di andare a prendere quelle carte per dimostrare certe ipotesi accusatorie.
Insomma, detto molto chiaramente, hanno dato ragione alla procura di Salerno, la quale però viene trascinata davanti al Consiglio Superiore della Magistratura per essere punita a causa di quello stesso provvedimento che il Tribunale del Riesame ha trovato impeccabile respingendo tutti i ricorsi.
Perché? Perché la politica, e nella politica ci mettiamo anche, purtroppo, i vertici dell’Associazione Magistrati sempre più sensibili alle sirene della politica, ha deciso che quel provvedimento non va bene perché da ragione a De Magistris.

De Magistris non può avere ragione
Uno dice: e se avesse ragione De Magistris? Ecco: De Magistris non può avere ragione.
E chiunque informi, non chiunque stia con De Magistris, chiunque informi o si occupi di De Magistris senza massacrarlo pregiudizialmente, deve essere cacciato.
Voi vedete che la storia di questo anno e mezzo, leggetevi i libri di Vulpio e di Massari sui casi della Calabria e della Lucania, è la storia dei “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie.
Viene cacciato il Vescovo Bregantini perché denuncia certi malaffari tra politica e malavita.
Viene esautorato il Pubblico Ministero De Magistris, gli tolgono le inchieste, poi tolgono lui.
Poi tolgono i suoi consulenti, uno dopo l’altro.
Poi cacciano il Carabiniere, il capitano Zaccheo, che viene trasferito in Abruzzo.
Poi cacciano la Forleo che ha avuto il coraggio di andare in televisione a difendere De Magistris.
Poi il Corriere della Sera non fa più scrivere sul caso De Magistris Carlo Vulpio, che ci aveva dedicato pure un libro e che quindi qualcosa ne capiva.
Poi i magistrati di Salerno scoprono che De Magistris potrebbe avere ragione e trovano i riscontri alle sue denunce e vogliono cacciare pure i magistrati di Salerno.
Adesso vedremo se cacceranno i tre giudici del Riesame che hanno appena confermato l’ordinanza, ma naturalmente per cacciarli bisognerebbe prima parlarne di questa ordinanza.
E di questa ordinanza nessuno ne ha parlato, perché altrimenti immediatamente il CSM dovrebbe rispondere del perché stia accettando di esaminare la possibilità di mandar via dei magistrati a Salerno per via di un provvedimento che l’unica sede legittima per valutarlo, il Riesame, ha confermato in toto stabilendo che è fondato e impeccabile.
Abbiamo aspettato sabato, sui giornali. Abbiamo aspettato domenica. Abbiamo aspettato lunedì, ma non è uscita da nessuna parte questa notizia.
Adesso la sapete anche voi.
Passate parola.”




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lunedì 12 gennaio 2009

Alcuni documenti sulla vicenda di Catanzaro



Quanto sta accadendo in danno dei magistrati della Procura di Salerno è di estrema gravità.

Le indagini da essi condotte subiscono un gravissima e forse esiziale interferenza con modalità che riteniamo non legittime e non rispettose delle leggi e dei principi costituzionali.

Riportiamo qui i link ad alcuni documenti sulla base dei quali si può ricostruire la vicenda.


1. Cosiddetto “controsequestro” fatto dalla Procura Generale di Catanzaro per impedire l’esecuzione del sequestro disposto dai colleghi di Salerno (si tratta di un atto adottato da magistrati che versavano in condizione di incompetenza funzionale - la Procura generale non può promuovere nuovi procedimenti e la prospettata connessione con quello avocato appare indifendibile -, di incompetenza territoriale - competente essendo ex art. 11 la Procura di Napoli - e obbligo di astensione - essendo essi indagati per di più per reati assai gravi: gli indagati hanno impedito l’esecuzione di un atto giudiziario al quale erano soggetti).

E’ opportuno sottolineare che il Tribunale del riesame di Salerno ha confermato il decreto di perquisizone e sequestro contestato illegittimamente dai magistrati della Procura generale di Catanzaro.

Il “controsequestro”, oltre a essere illegittimo per le motivazioni di cui sopra, ha anche una motivazione che impressiona non poco.

Il “controsequestro” si può leggere a questo link.


2. Comunicazione dell'apertura del procedimento ex art. 2 al dr Apicella.

Si può leggere a questo link.


3. Contestazione disciplinare e richiesta di trasferimento cautelare urgente in danno del dr Apicella da parte del Procuratore Generale della Cassazione.

Si può leggere a questo link.


4. Ricusazione di alcuni componenti del C.S.M. da parte del dr Apicella.

Si può leggere a questo link.


5. Rigetto della ricusazione del dr Apicella.

Si può leggere a questo link.

L’originale del provvedimento è come riportato nel link: mancano l'intestazione dell’ufficio e i nomi dei Consiglieri che hanno adottato il provvedimento.

La cosa è ancor più paradossale, dato che si discute proprio della ricusazione di alcuni componenti dell’ufficio che provvede e non è possibile sapere chi abbia partecipato e chi no alla decisione.

Fermo restando che Presidente e Relatore che hanno firmato il provvedimento di rigetto della ricusazione erano ... fra i ricusati.




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sabato 10 gennaio 2009

Applausi, siam fascisti



di Marco Travaglio
(Giornalista)



da Voglioscendere


Un lettore domanda: “Non è esagerato parlare di fascismo sul caso Salerno-Catanzaro?”.

Penso di no. Neppure il fascismo osò intromettersi in indagini in corso e nell’autonomia dei magistrati come sta facendo il governo col consenso di Pd, Anm e Csm.

Mussolini istituì il Tribunale Speciale per i reati politici, ma per quelli comuni non intaccò l’indipendenza togata.

Quel che sta accadendo contro la Procura di Salerno non ha precedenti.

Alfano vuole trasferire i pm Apicella, Nuzzi e Verasani per “assoluta spregiudicatezza”, “mancanza di equilibrio”, “atti abnormi nell’ottica di un’acritica difesa di De Magistris e con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”.

Per la prima volta nella storia repubblicana, e pure monarchica, un ministro chiede di punire dei magistrati perché il contenuto delle loro indagini non gli garba.

Presto trasferiranno i giudici perché le loro sentenze non piacciono al governo.

Anziché insorgere contro questo abominio illegale e incostituzionale, l’Anm “prende atto con soddisfazione della tempestiva iniziativa del Csm e del Ministro della Giustizia”.

Nel 2001, quando il Senato censurò un’ordinanza del Tribunale di Milano, l’Anm si dimise come nel 1924, quando si era sciolta dopo il delitto Matteotti e la svolta autoritaria.

Ora, all’ennesima svolta autoritaria, nessuno protesta e l’Anm plaude “soddisfatta”.

Poche ore dopo il Riesame di Salerno, unico tribunale abilitato a giudicare il merito del sequestro delle carte Why Not, lo conferma in toto.

Ora si attende il trasferimento dei tre giudici del Riesame per aver osato dare ragione ai pm.




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Vergogniamoci per loro



di Marco Travaglio
(Giornalista)


da L’Unità del 10 gennaio 2009


Ogni tanto, in certi quartieri infestati dalla malavita, la gente aggredisce le forze dell’ordine per impedire l’arresto di mafiosi.

Ma nessuno si sogna di parlare di “scontro tra gente e forze dell’ordine” e di punire gli uni e gli altri.

Un mese fa la scena s’è ripetuta al palazzo d’ingiustizia di Catanzaro, dove i pm di Salerno hanno sequestrato le carte di Why Not che chiedevano invano da 10 mesi.

Ma stavolta, a tentar di impedire il sequestro, erano i pm calabresi, i quali non han trovato di meglio che controsequestrare le carte sequestrate e indagare i colleghi che li avevano indagati.

I Ponzio Pilato delle istituzioni e della stampa al seguito hanno liquidato la cosa come “guerra fra procure” invocando pene esemplari per aggrediti e aggressori.

Ora, la soluzione finale.

Il Pg della Cassazione e il cosiddetto ministro Alfano,fra gli applausi di Anm e partiti di destra e sinistra, chiedono di cacciare sia i pm di Salerno (la cui ordinanza di sequestro,discutibile come tutte, è stata confermata ieri sera dal Riesame), sia quelli di Catanzaro (che hanno agito fuori competenza e in conflitto d’interessi).

La tortura più sadica Angelino Jolie la pretende proprio per il procuratore di Salerno, Apicella, che vorrebbe lasciare senza stipendio.

Oggi, con urgenza da plotone d’esecuzione, se ne occupa il Csm, lo stesso che ha lasciato al loro posto quasi tutte le toghe calabro-lucane inquisite, riportato Carnevale in Cassazione e promosso Di Pisa, altro nemico giurato di Falcone, procuratore di Marsala.

Ha ragione chi respinge i paragoni fra questo regime e il fascismo: questo è peggio.



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venerdì 9 gennaio 2009

Sul trasferimento cautelare e provvisorio dei magistrati



di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)


La recente riforma in tema di disciplina degli illeciti dei magistrati e relative sanzioni ha introdotto all’art. 13 la seguente disposizione normativa: “Art. 13. Trasferimento d’ufficio e provvedimenti cautelari - 1. La sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, nell’infliggere una sanzione diversa dall’ammonimento e dalla rimozione, può disporre il trasferimento del magistrato ad altra sede o ad altro ufficio quando, per la condotta tenuta, la permanenza nella stessa sede o nello stesso ufficio appare in contrasto con il buon andamento dell’amministrazione della giustizia. Il trasferimento è sempre disposto quando ricorre una delle violazioni previste dall’articolo 2, comma 1, lettera a), nonché nel caso in cui è inflitta la sanzione della sospensione dalle funzioni.- 2. Nei casi di procedimento disciplinare per addebiti punibili con una sanzione diversa dall’ammonimento, su richiesta del Ministro della giustizia o del Procuratore generale presso la Corte di cassazione, ove sussistano gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare e ricorrano motivi di particolare urgenza, la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, in via cautelare e provvisoria, può disporre il trasferimento ad altra sede o la destinazione ad altre funzioni del magistrato incolpato”.

La norma ha pertanto introdotto un istituto cautelare con cui, su richiesta del Ministro della Giustizia e del Procuratore Generale (titolari dell’azione disciplinare), la Sezione Disciplinare del CSM può anticipare gli effetti della decisione finale disponendo il trasferimento del magistrato incolpato ad altra sede o ad altre funzioni; affinché ciò possa accadere è comunque necessario che sussistano gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare e ricorrano motivi di particolare urgenza.

Sul punto i primi commentatori hanno avuto modo di affermare che i provvedimenti cautelari previsti e disciplinati dall’art. 13 in commento siano stati ricalcati sullo schema della giustizia cautelare amministrativa.

In ogni caso sul particolare problema conviene procedere per gradi secondo elementari regole dell’ermeneutica applicando cioè alla disposizione normativa la interpretazione letterale unita alla c.d. mens legis e successivamente le ulteriori regole sull’interpretazione delle norme quali l’interpretazione sistematica, quella estensiva o restrittiva e quella analogica ecc..

Sotto il primo profilo, trattandosi di decreto legislativo, bisogna spostare l’attenzione alla legge 150 del 2005 di Delega al Governo per la riforma dell’ordinamento giudiziario di cui al R.D. 30 gennaio 1941, n. 12, per il decentramento del Ministero della giustizia, per la modifica della disciplina concernente il Consiglio di presidenza, della Corte dei conti e il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, nonché per l’emanazione di un testo unico.

Sulla mens legis basta andare sul link della Camera dei Deputati per capire quanto poco intellegibile sia stata la volontà del legislatore, soprattutto con riferimento all’iter di approvazione della legge caratterizzato, come noto, da rilievi incostituzionalità dell’allora Presidente della Repubblica di guisa che la discussione parlamentare sembra essere stata tutta incentrata sullo svuotamento della funzione legislativa e sull’approvazione della legge sulla base della posizione della fiducia.

In definitiva i dubbi di costituzionalità della legge più che essere superati sulla base di discussioni parlamentari sembrano essere stati caratterizzati dalla questione di fiducia che di fatto ha posto il parlamento nella strettoia del sostegno all’esecutivo.

Più indicativa sembra essere invece l’interpretazione letterale della norma, unitamente a quella sistematica della medesima, posto che sotto tale profilo appare di più agevole definizione ciò che sembra essere il bene fondante su cui viene costruita la materia dell’illecito disciplinare del Magistrato e la correlativa previsioni di sanzioni.

Illuminante in tale direzione sembra essere la definizione che l’art. 1 della legge dà dei “doveri del magistrato”.

In tale norma si afferma che: “Il magistrato esercita le funzioni attribuitegli con imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni. 2. Il magistrato, anche fuori dall’esercizio delle proprie funzioni, non deve tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”.

Principio fondante, quindi, sotto il profilo oggettivo della tutela che la legge intende apprestare, attraverso la previsioni di sanzioni, sembra essere pertanto “il prestigio dell’istituzione [rectius: funzione] giudiziaria” prima che quella del decoro del magistrato.

Invero continuando nella lettura della legge si percepisce abbastanza chiaramente che l’elencazione dei casi che danno luogo ad ipotesi di illeciti disciplinari oltre che inficiare il comportamento del singolo magistrato costituiscono tutte ipotesi in cui, comunque, viene compromesso il prestigio e la credibilità della funzione giudiziaria.

Se questo è il c.d. bene tutelato dalla norma che, seppure non assimilabile, alla norma penale quale espressione del bene giuridico protetto, comunque, in quanto espressione di applicazione di una sanzione connessa ad un comportamento che viola un precetto, sottende necessariamente la tutela di un bene giuridico.

Tale bene giuridico va necessariamente individuato nel decoro e nel prestigio dell’istituzione giudiziaria.

Tale conclusione sembra d’altra parte legittimata dalla interpretazione sistematica che ogni interprete deve dare del testo normativo ciò nel senso che la norma non essendo isolata, ma inserita in un sistema unitario e concluso, “va colta nelle sue connessioni con altre norme ed in particolare deve armonizzarsi con i principi fondamentali che assicurano l’intima coerenza dell’ordinamento considerato” (così, ad esempio, l’interprete dovrà sforzarsi di trarre dal testo una norma che sia in armonia con i principi costituzionali) (cfr T. Martines, Diritto Costituzionale, Giuffrè, pag. 120 e ss.).

Da tale regola ermeneutica e dalla vigenza degli articoli che vanno dal 101 al 110 della Costituzione Repubblicana si inferisce che il legislatore non abbia e non possa avere voluto in alcun modo contraddire gli articoli 101, 102, 104 e 107.

Più in particolare tale affermazione vuole significare le seguenti considerazioni:

a) ogni comportamento sanzionabile e previsto espressamente dagli articoli 1 e 2 del Dlgs 109 del 2006 è necessariamente espressione di violazione, in tale comportamento, da parte del Magistrato, non di una regola di interpretazione e di un cattivo uso del suo potere discrezionale nell’ambito del suo libero convincimento (regola che evidentemente e ovviamente vale anche per il PM giusto il disposto dell’art. 107 ultima alinea), ma di una norma di legge posto che il magistrato è soggetto soltanto alla legge e, pertanto, al di fuori dei casi in cui commetta fatti o atti rientranti in fattispecie di reato, il suo comportamento, intanto assume valore di illecito disciplinare, in quanto costituisca violazione di legge e sia sovrapponibile alle fattispecie enumerate dall’art. 2 del Dlgs; in ogni caso fuori dai casi in cui il comportamento o l’atto in questione non possa essere inteso quale limpida applicazione dell’art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale. In altri termini e più esemplificativamente ogni comportamento che rientri perfettamente in quelli previsti dalla legge e sia compiuto in aderenza ad una interpretazione della medesima a cui non sia ad essa attribuito altro senso “che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore” non potrà mai essere sanzionato quale illecito disciplinare;

b) tale ultima conclusione trova il suo fondamento in un’altra considerazione di rango costituzionale atteso che a mente dell’art. 102 Cost “non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali. Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura” e, pertanto, non può esistere un giudice che, al di fuori della valutazione di comportamento rientrante nelle fattispecie di cui al Dlgs che sia espressione di interpretazione di norme in violazione dell’art. 12 Disp. L.G., possa, quale giudice straordinario o speciale, valutare il libero convincimento del magistrato nell’ambito di atti previsti dalla legge nella sua corretta interpretazione.

Se, invero, fosse possibile, a titolo esemplificativo, che altro il giudice disciplinare potesse valutare sotto il tale profilo il merito di atti di un magistrato (p.m. o giudicante) comunque previsti dalla legge, ci si troverebbe in presenza della creazione di un giudice straordinario o speciale, diverso dal giudice del gravame (perfettamente costituzionale in quanto distinto dal primo giudice solo per funzione), legittimato eccezionalmente a valutare il merito di un atto di un magistrato quantunque questo sia in linea con lo sbarramento di cui all’art. 12 delle preleggi.

In conclusione di tale approccio dogmatico al problema può, quindi, affermarsi che il giudice disciplinare in ogni caso valuta innanzitutto la violazione di legge da parte del magistrato che con i suoi atti (o comportamenti) necessariamente non conformi alle regole ermeneutiche di cui all’art. 12 delle preleggi, abbia comunque violato i suoi doveri di imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni (cfr art. Dlgs. 109 del 2006) ovvero abbia con i suoi atti ancorché legittimi …[compromesso ndr] la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria (cfr art. Dlgs. 109 del 2006).

In tale direzione, quindi, la norma, interpretata alla stregua delle previsioni superprimarie di cui agli invocati articoli della Costituzione Repubblicana, pone due regole fondamentali che disegnano la legittimità sotto il profilo disciplinare di atti o comportamenti dei magistrati: atti comunque conformi alla legge nella sua interpretazione aderente ai dettami dell’art. 12 preleggi e comportamenti che non ledano i doveri del Magistrato e il prestigio della istituzione (rectius: funzione) giudiziaria.

Più volte nel corso della trattazione si è insistito molto sul concetto di funzione e non di istituzione atteso che tale distinzione ha un valore costituzionale e serve meglio a distinguere gli uomini dalla funzione alla cui tutela ovviamente deve tendere la norma.

In altri termini la Costituzione Repubblicana non pone alcuna guarentigia per il magistrato in quanto funzionario dello Stato (né, allo stesso modo, le guarentigie dei parlamentari difendono il parlamentare in quanto tale quanto piuttosto la funzione di rappresentante del popolo nell’esercizio della funzione legislativa) quanto piuttosto una guarentigia per la funzione che esso esercita posto che l’art. 104 stabilisce espressamente che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

In tale direzione, pertanto, non potrà mai costituire atto che inficia il prestigio dell’istituzione giudiziaria la commissione di reati da parte del singolo magistrato ( e ovviamente l’indagine sui medesimi con i correlativi atti di indagine) posto che questi non è il bene tutelato dalla norma quanto la sua funzione che, di contro, riceve giovamento e lustro dall’eventuale individuazione di magistrati che nell’esercizio della funzione giudiziaria ( unico bene tutelato a livello costituzionale) commettano reati.

Né, allo stesso modo, il giudice disciplinare può, in tale veste, essere il giudice di valutazioni di merito su indagini a carico di magistrati perché così facendo diverrebbe un giudice straordinario o speciale vietato dalla Costituzione atteso che, anche per i magistrati, valgono le ordinarie regole del codice di procedura penale qualora altro magistrato compia a suoi danni un atto non contrario alla legge ma eventualmente censurabile dinanzi ai giudici del gravame.

Allo stesso modo, va detto che, opinare diversamente e, quindi, ritenere ammissibile un c.d. giustizia domestica quando l’indagato sia un magistrato (con intervento disciplinare teso a valutare il merito dell’atto di indagine) violerebbe gli articoli 3 e 25 della Costituzione creando disparità di tutela per i cittadini oltre che distogliere l’indagato dal suo giudice naturale precostituito per legge (arg. ex art. 25 Cost.).

Individuati i capisaldi della legge giova porre particolare attenzione alla previsione di cui all’art. 13, secondo comma, Dlgs. 109 del 2006 nella parte in cui prevede provvedimenti cautelari a carico del magistrato incolpato.

Il procedimento previsto per l’applicazione di tali misure sembra ricalcato sullo schema della sospensione dell’atto amministrativo atteso che con onere a carico del Procuratore Generale o di magistrato del suo ufficio devono essere allegati oltre che gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare anche particolari motivi di urgenza.

Tali due elementi sembrano ricalcare perfettamente i concetti di fumus boni iuris e periculum in mora.

Tale ultima conclusione sembra ancora una volta dettata dai principi valevoli per l’interpretazione della legge ricavati dalla migliore dottrina e dalla costante applicazione dei principi della Corte Costituzionale in tema di interpretazione della legge (cfr ex plurimis Corte Cost. 21 ottobre 2005, n. 394 … Attraverso l’interpretazione sistematica delle norme che regolano i rapporti genitori-figli si individua la regola iuris cui l’interprete deve attenersi in sede di applicazione concreta, nel rispetto del principio di responsabilità genitoriale, che impone la soddisfazione delle esigenze della prole a prescindere dalla qualificazione dello status della stessa) ciò nel senso che i concetti di gravi elementi di fondatezza e particolari motivi di urgenza non possono ricalcare lo schema delle misure cautelari penali quanto piuttosto quello di una decisione del Giudicante interinale e strumentale alla decisione di merito.

Sotto tale profilo, pertanto, giova porre l’attenzione su cosa debba intendersi nello specifico del processo disciplinare per fumus boni iuris e periculum in mora.

Come ogni buon giudicante bisogna partire dal concetto di periculum in mora molto più complesso da delineare rispetto a quello del fumus boni iuris o di gravi elementi di colpevolezza più agevole da individuare alla stregua della sussistenza del diritto e, se volete, dei gravi indizi di colpevolezza (si è preferito il primo concetto posto che, ovviamente, se invece la scelta fosse caduta sulle misure cautelari penali quale elemento di sistematicità a cui rapportare la previsione dell’art. 13 ovviamente ci troveremmo di fronte ad una valutazione di periculum incentrata sul pericolo di reiterazione del comportamento o atto che condurrebbe a concludere per l’incostituzionale previsione di un giudice straordinario.

Spiego meglio l’inciso. Se infatti la richiesta cautelare attenesse al pericolo di reiterazione di un atto di un Magistrato valutato contrario ai doveri di cui all’art. 1 Dlgs 109/2006 – si pensi all’ipotesi di attualità della richiesta per il Procuratore di Salerno – si dovrebbe necessariamente concludere per l’incostituzionalità della norma posta l’esistenza di un giudice straordinario che distoglierebbe gli indagati del Procuratore di Salerno dal suo giudice naturale e dai gravami previsti dall’ordinamento, intervenendo nel merito degli atti cimpiuti dal giudice naturale al posto di altro giudice naturale che è quello del gravame avverso tali atti).

Posta, pertanto, la necessità costituzionale di individuare il periculum in mora quale elemento diverso dal merito dello specifico procedimento cautelare e, pertanto, quale periculum di cui può essere portatore il titolare dell’azione disciplinare intesa quale azione posta a tutela della funzione giudiziaria, non resta che ancorare tale pericolo al bene giuridico che la norma (Dlgs 109 del 2006) sembra tutelare che è necessariamente quello del prestigio dell’istituzione (rectius: funzione) giudiziaria.

In altri termini l’elemento di particolare urgenza che il Procuratore Generale della Corte di Cassazione o il Ministro della Giustizia potranno allegare all’atto di incolpazione deve necessariamente attenere ad atti o comportamenti che mettono in pericolo il prestigio della funzione giudiziaria e richiedono, proprio perché sussistente l’urgenza, una delibazione sommaria – quali quelle previste in ogni provvedimento d’urgenza del nostro ordinamento – piuttosto che una delibazione piena presa a seguito del procedimento ordinario.

A questo punto del discorso sembra potersi concludere che affinché si abbia trasferimento cautelare ai sensi dell’art. 13 secondo comma Dlgs 109 del 2006 e che questa previsione, nonché la sua applicazione pratica, sia compatibile con l’art. 107 della Costituzione, è necessario non solo che ci si trovi in presenza di un atto o comportamento del magistrato che rientri perfettamente nelle ipotesi di cui agli articoli 1 e 2 del Decreto ma oltretutto, quando si tratti di atto compiuto, che quest’ultimo sia contrario alla legge che lo prevede nella sua interpretazione ai sensi dell’art. 12 delle preleggi e che, allo stesso tempo, ponga un problema che investa il prestigio, la credibilità e l’imparzialità della funzione giudiziaria nel suo complesso.

Cosa dire: auguri alla Sezione Disciplinare del CSM, poiché nelle ipotesi di atti compiuti dal Magistrato non costituenti reato sarà davvero molto difficile individuare e motivare la sussistenza del periculum in mora.




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domenica 4 gennaio 2009

Fra società e Stato: l’affaire De Magistris e noi




di Giuseppe Panissidi
(Ricercatore nell’Università della Calabria)



da Il Messaggero.it


“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (L.Wittgenstein)

Il prossimo 10 gennaio, il Consiglio Superiore della Magistratura, in sessione straordinaria, esaminerà una richiesta urgente, quanto eccezionale, avanzata da uno dei due titolari dell’azione disciplinare, il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, a mente, si suppone, dell’art. 14, c. 2, del codice di disciplina per i magistrati. Concerne il trasferimento, “in via cautelare e provvisoria”, del Procuratore della Repubblica di Salerno, Luigi Apicella, in sospetto di devianze nei confronti di magistrati di Catanzaro, in ordine ai quali, presso il suo ufficio, si è da tempo radicata una specifica competenza a conoscere ed agire.

Tanta tempestività, pur sorprendendoci ammirati, non può esimerci da qualche domanda.

E, per cominciare, un punto dev’essere subito chiaro: l’attività della Procura salernitana, originariamente, si è concentrata sull’ex pm De Magistris, chiamato in causa dagli esposti inoltrati dai vertici giudiziari di Catanzaro.

Ma fino ad allora, nulla quaestio, tutto sembrava regolare e nessuno evocava metafore belliche, in tema di relazioni fra magistrati e uffici giudiziari.

Questo irenico scenario istituzionale muta di colpo dopo l’archiviazione della posizione di De Magistris e si carica di una concitazione quasi palpabile, quando l’attenzione di Salerno, in costanza di specifiche emergenze investigative, s’indirizza verso i suoi accusatori.

Si profila, ex abrupto, come un’eterogenesi dei fini, peraltro polmone classico della storia.

Una tempesta perfetta, che genera un drammatico e complesso corto circuito politico-istituzionale, con rilevanti implicanze giuridiche.

In questo imprevedibile contesto, si registra un primo, significativo passaggio con il trasferimento a Napoli del magistrato, già in precedenza sollevato dall’inchiesta-Mastella, per asserita incompatibilità con il ministro, che ne aveva sollecitato e ottenuto l’allontanamento.

Ed ecco irrompere una prima, inquietante stranezza.

Nell’esercizio della giurisdizione, ogni eventuale situazione di ostilità fra soggetti processuali, idonea a determinare l’incompatibilità di un magistrato rispetto a una specifica res iudicanda, deve tassativamente riguardare epoche e fatti precedenti ed estranei al procedimento de quo. Non mai quel medesimo procedimento. A salvaguardia del principio costituzionale del giudice naturale, per diritto, dottrina e giurisprudenza, uniformi e costanti.

Sicché il CSM, anziché (o, quanto meno, prima di) affrettarsi a trasferire De Magistris, avrebbe dovuto rimuovere gli autori dello scippo.

Dei quali ultimi, invece, ha (molto) misteriosamente omesso di occuparsi anche dopo, ancorché da tempo perfettamente informato. E, comunque, nessuno, in questa fase, evocava ancora il modello simbolico della guerra.

Trascorso, nel silenzio, quasi un anno dalla prima informativa al CSM, la procura campana ha scontato l’impervia necessità d’intervenire direttamente in Calabria, al fine di acquisire le copie di quella documentazione che pervicacemente – tipica forma di obstruction of justice, fattispecie delittuosa fra le più gravi di ogni ordinamento giuridico democratico, come quello USA! – le venivano negate.

Prova ne sia che (soltanto) ora ha potuto conseguirne la disponibilità, previa consegna spontanea da parte dell’AG di Catanzaro. Ad ulteriore, inequivoca conferma – ove mai necessaria – del suo buon diritto.

Una documentazione ritenuta indispensabile, a fini probatori, per l’autotutela costituzionale del processo, di recente richiamata dallo stesso Capo dello Stato, nonché presidente del CSM, e per le “determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione penale”.

Obbligatoria. Fino ad abrogazione prossima ventura.

Quanto alle lamentate modalità, pretestuosamente definite “sconcertanti”, della rituale perquisizione di un comune (o no?) cittadino/ magistrato, indiziato – salva la presunzione di non-colpevolezza – di gravi delitti (anche in danno di De Magistris) mette conto osservare che zaini e corpi non godono del beneficio di extraterritorialità,mentre possono ben occultare - logica/fisica! - tracce di reato, come documenti, cellulari o quant’altro. Di sicuro, non armadi. Che, del resto, nessuno cercava.

Come si può agevolmente constatare, nessuna guerra, né prima, né dopo. Per la guerra, si sa, bisogna sempre essere almeno in due, mentre nel caso in esame abbiamo visto soltanto un abuso da una parte sola, scopertamente. Da parte di indagati, che non hanno esitato a bloccare un’operazione legale di sequestro, disposto ed eseguito dall’AG procedente.

Lo Stato costituzionale di diritto – non di rovescio - a quanti e quali altri indagati concede privilegi siffatti? Come quello, se possibile ancora più dirompente ed eversivo, di avviare procedimenti strumentali nei confronti del proprio giudice. Il quale – s’impara persino alla scuola d’infanzia – in caso di illeciti, può e deve essere giudicato esclusivamente da altro giudice terzo, il suo. Non certo dai suoi indagati, nemmeno a carnevale!

Malgrado ciò, di questa vicenda si è blaterato a iosa, quasi sempre a sproposito, anche ai livelli più elevati. Una completa carenza di dinamiche, analitiche e pratiche, oggettivanti, che suggerisce una precisa domanda: esattamente, quale è la posta in gioco? Quali le ragioni sottese a questa nebulosa commistione di responsabilità vere e falsità manifeste, nella hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere”? Forse “è sempre guerra”? (Tolstoj) perché “finché c’è guerra, c’è speranza” (Sordi) quella confusione, che suole rendere le situazioni eccellenti, sotto il cielo?

Fino al punto di rinunciare a comprendere e/o ostacolare il comprendere, la più nobile attività dello spirito, quel sapersi collocare sulla cerniera fra un prima e un dopo, dentro la relazione che li stringe.

Rinveniamo una limpida traccia di senso in un riferimento puntuale, sufficiente ad inquadrare correttamente il merito, purtroppo assente nel dilagare degli sproloqui, di chiacchiere impotenti o, peggio, in mala fede.

In solenne concomitanza con il Natale, va in scena un evento straordinariamente straordinario, che vagamente somiglia a un miracolo: la moltiplicazione, a Catanzaro, non di pani e pesci, ma di … investigati, anzi, di pre-avvisati d’incriminazione, i quali, come d’incanto, sono passati dai 30 di De Magistris a 106.

Con le conseguenti,immediate e inaudite dimissioni di un senatore della Repubblica, all’avanzare di inchieste liquidate, fino a ieri, come “insostenibili” da legioni di politici e opinionisti, sull’intera gamma dei media. Inchieste, in merito alle quali un altro pm – non il rimosso De Magistris, né il rimovendo Apicella (lui, o l’intero ufficio … fisico?) – nell’abbandonare, sua sponte, la procura di Catanzaro, alla volta di Crotone, dichiarava (a RAI Calabria): “Operano in una prospettiva di stralcio e archiviazione, vado via!”.

E che sarà mai accaduto … dopo?

Sennonché, giunti a tal punto i conti non tornano più.

A causa di un singolare e inesplicabile (concettualizzato in dottrina!) travisamento del fatto: De Magistris è stato rimosso per condotte in eccesso. Non in difetto, notoriamente.

Al contrario – ora è patente – ha tenuto un profilo piuttosto basso, muovendosi, e contenendosi, entro un orizzonte investigativo sottodimensionato! Un equilibrio davvero invidiabile.

Sicché, l’unione nazionale dei penalisti non ha ragione alcuna di preoccuparsi per il suo equilibrio, paventando imprecisati rischi. Forse in connessione con il suo odierno ruolo di giudice del riesame, che deve occuparsi della tangentopoli a Napoli, mentre lo si preferirebbe giudice a … Berlino?!

Certo è che questo magistrato, palesemente non-eccellente, è stato sottratto dallo Stato alle aule di Giustizia della Calabria. Con buona pace di quanti quotidianamente denunciano la sottrazione, da altre aule di legge, di imputati eccellenti.

Una perfida nemesi, sotto mentite spoglie di par condicio. Serviti.

Ora, però, ci sentiamo immersi, in un brutto pasticciaccio. Di Stato.

Un impressionante coacervo di contraddizioni incomponibili, inopinatamente innescate dalla (temeraria e non dominabile) presenza di un giudice a Berlino/Salerno.

Un variopinto caleidoscopio di sussurri e grida. Che esibiscono una palmare evidenza: ne va dello Stato. Del suo incessante, faticoso, eppur costitutivo, bisogno di gabellare come vere e giuste cose che sono e appaiono semplicemente … necessarie.

Perché “lo Stato sa ciò che vuole” – al pari dei suoi gruppi dirigenti – a differenza del migliore dei suoi cittadini, e “persegue i suoi fini con ogni mezzo ritenuto idoneo” (G.W.F.Hegel o M.Weber o …)

Pura negatività etica? No di certo. Semmai, una consapevolezza siffatta, lucida e dolente, disvela qualche arcano, un consolante paradosso.

Non è poco, in un paese dalla verità molto elastica. E dalla coscienza oltremodo indulgente. Oltremodo.

In proposito, e conclusivamente, non sfuggirà che la norma invocata dal procuratore generale della Cassazione, in ragione della sua indole cautelare, statuisce la (improbabile) “provvisorietà” del trasferimento.

Di talché, se in Parlamento, bipartisan, si provvedesse a estendere anche a lui il lodalfano, il dott. Apicella, al suo rientro a Salerno, magari in virtù di una giustizia disciplinare (auspicabilmente) clemente, potrebbe riassumere, scongelata, la sua inchiesta, nelle more sospesa per legge dello Stato. Non sembri un’idea esilarante, non mira al sorriso. C’è forse da ridere in questa storia?




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Ingiustizia è fatta






di Peter Gomez e Marco Lillo
(Giornalisti)





da L’espresso del 15 dicembre 2008


Un giro di soldi, appalti e comitati di affari. Tra magistrati, imprenditori e deputati. Il pm De Magistris indaga. Ma i suoi colleghi gli fanno la guerra.

Sabato 6 dicembre, per prendere una decisione sul caso De Magistris, al Consiglio Superiore della Magistratura sono bastate sette ore.

Poi, all’unanimità, i consiglieri hanno votato l’avvio della procedura di trasferimento per il procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli, e per il capo della Procura di Salerno, Luigi Apicella, contestando a entrambi l’incompatibilità ambientale e funzionale.

Lo “scontro tra procure”, “l’impazzimento del sistema” di cui parlavano politici e giornali, sembrava finito lì.

“Abbiamo agito nella massima tempestività per ripristinare nel Paese la fiducia nella magistratura”, gongolava il presidente della prima commissione, Ugo Bergamo, un ex senatore dell’Udc, membro laico del Csm, celebre più che altro per essere stato incluso nel 2002 dagli ex colleghi della Margherita nell’elenco dei parlamentari “pianisti”. I senatori immortalati dai fotografi mentre a Palazzo Madama votavano al posto degli assenti la legge Cirami: la norma ideata per trasferire i processi Toghe sporche da Milano a Brescia.

Nel fine settimana, però, l’ottimismo dell’organo di autogoverno dei magistrati è andato via via scemando.

Terminata la lettura delle 1.700 pagine del decreto con cui i pm di Salerno, dopo averne ufficialmente chiesto più volte copia, avevano ordinato il sequestro di tutte le carte delle indagini condotte dall’ex pubblico ministero Luigi De Magistris e disposto la perquisizione di ben sette magistrati di Catanzaro, per tutti è diventato chiaro che i problemi iniziavano in quel momento.

E che, prima o poi, sul banco degli imputati ci sarebbero finiti proprio il Csm, il ministero della Giustizia, i criteri con cui vengono nominati i capi degli uffici giudiziari e disposte le ispezioni ministeriali.

Il provvedimento racconta infatti la storia di un gigantesco presunto insabbiamento delle inchieste che a Catanzaro coinvolgevano alcuni dei più importanti nomi della politica e dell’imprenditoria calabrese e nazionale: dal segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, all’ex Guardasigilli Clemente Mastella, dal potente deputato-avvocato del Pdl Gianfranco Pittelli, all’ex sottosegretario Udc (ora Pdl), Pino Galati, dal vice garante della Privacy e ex presidente della regione, Giuseppe Chiaravalloti, per arrivare al capo della Compagnia delle Opere in Calabria, Antonio Saladino (l’unico del gruppo ancora indagato).

Dopo aver ascoltato decine e decine di persone, tra cui molti magistrati, investigatori e consulenti del tribunale di Catanzaro, i pm di Salerno hanno cominciato a sospettare che il vero motivo delle archiviazioni a raffica disposte dopo che a De Magistris erano state tolte le indagini su circa un miliardo e mezzo di fondi pubblici rubati in Calabria, non andasse ricercato nell’inconcludenza del suo lavoro, ma nella scarsa qualità di alcuni magistrati e i nei loro strettissimi rapporti, a volte di amicizia, a volte addirittura d’interesse, con molti dei potenti finiti sotto inchiesta.

Insomma a Catanzaro per andare a fondo, le toghe avrebbero dovuto indagare su loro stesse e i loro vicini di ufficio. Anche per questo, pensa l’accusa, le indagini si erano bloccate e si era evitato di trasmettere le carte.

È la seconda parte del caso De Magistris.

Quella che inizia quando il pm che indagava su il ministro Mastella finisce sotto inchiesta disciplinare venendo poi trasferito, mentre il procuratore capo, Mariano Lombardi, chiede di cambiare sede.

Una mossa decisa da Lombardi nell’autunno del 2007 per evitare che il Csm si pronunci sulle sue relazioni pericolose con il deputato di Forza Italia Pittelli e su quelle che il figlio della sua seconda moglie, un avvocato che lavora proprio con Pittelli, intrattiene con il sottosegretario Galati.

Un brutto intreccio che ha portato a ipotizzare che sia stato Lombardi ad avvertire nel 2005 Pittelli di come stessero per scattare delle importanti perquisizioni in un’inchiesta, ribattezzata Poseidone, su una frode sui depuratori da 800 milioni di euro, parte dei quali forse finiti a An, Udc e Forza Italia.

Ma vediamo cosa accade, secondo Salerno, dopo l’uscita di scena del vecchio procuratore. Per mesi, in attesa della nomina del nuovo capo, la Procura è diretta da Salvatore Murone, il procuratore aggiunto, un altro magistrato legato a doppio filo alla politica.

Il Consiglio superiore non è infatti intervenuto contro di lui sebbene sia chiaro che pure Murone ha relazioni molto strette, non solo con Pittelli, ma anche con Saladino, l’uomo forte di Comunione e liberazione in Calabria.

La situazione è antipatica. Anzi pericolosa. Saladino a Catanzaro vuole infatti dire l’altra faccia del sistema dei partiti.

È amico di Mastella, di Galati, di Pittelli, della segretaria particolare dell’ex presidente della Regione Chiaravalloti. A ogni elezione viene blandito, vezzeggiato, corteggiato. Insomma, come racconterà un testimone, è “il motore di una macchina oliata, di un sistema di potere in cui nessuno è escluso, perché lui riesce a coinvolgerli tutti”.

L’accusa considera Saladino il fulcro di un’organizzazione in grado di dirottare milioni e milioni di fondi comunitari poi utilizzati per finanziare aziende dalla scarsa utilità pubblica che però assumono centinaia di raccomandati.

Da chi? Dai politici che così riescono a costruirsi un bacino di voti. E dai magistrati e dalle forze dell’ordine che vogliono invece semplicemente lavoro per i loro amici e parenti.

L’elenco delle toghe che, secondo le carte di Salerno, hanno trovato un impiego per i loro familiari grazie a Saladino è impressionante.

Anche perché si tratta sempre di giudici collocati in posizioni chiave: c’è la presidente del tribunale del riesame di Catanzaro, Adalgisa Rinardo, nota, ricorda Salerno, per aver più volte demolito le indagini di De Magistris; c’è un ex presidente del tribunale di Lamezia Terme; c’è un giudice della Cassazione; c’è il presidente di una sezione di tribunale di Cosenza e così via.

Il Csm e gli ispettori del ministero, però, su tutto questo tacciono.

La cosa non sembra imbarazzare nessuno.

Anche se, sotto sotto, sono in molti a sottolineare l’inopportunità di certi rapporti.

Già nel 2002, per esempio, la moglie dell’allora capo dell’ufficio gip di Lamezia, Giacomo Gasparini, lascia il posto di lavoro che aveva trovato alla corte di Saladino e smette persino di frequentare Cl, perché, come racconterà a Salerno, quello che vede intorno “risultava non molto trasparente”.

Murone, invece, Saladino continua a frequentarlo e i suoi parenti continuano a lavorare con lui. Nella vita, del resto, ha superato problemi peggiori.

Nei primi anni ‘90 gli ispettori di via Arenula avevano consigliato di allontanarlo non solo da Lamezia, dove era gip, ma anche dalla provincia di Catanzaro, per “incompatibilità ambientale incolpevole”.

Murone era nato e vissuto in un paesino ad alta densità mafiosa, e i suoi provvedimenti finivano per questo per essere spesso chiacchierati.

Il Csm però, come avrebbe fatto nel 2007, non aveva mosso un dito.

Così, anche attraverso il fratello, avvocato nello studio del parlamentare di Forza Italia, Carlo Taormina, Murone aveva cementato i rapporti con il centrodestra: tanto da partecipare, tra il pubblico, a manifestazioni elettorali degli azzurri, assieme al procuratore Lombardi.

Nel 2005 il grande salto.

Il Consiglio superiore lo nomina procuratore aggiunto. Il suo sponsor è un membro laico, l’ex senatore di An Nicola Buccico, ma alla fine a dire sì, nel gioco delle correnti, sono anche Md (sinistra), Mi (destra) e il Movimento per la giustizia.

Murone è forte. E la sua forza, secondo Salerno, la fa valere tutte le volte che si toccano i piani alti della politica.

Prima, quando il procuratore Lombardi è ancora in sella, diventando l’ombra di De Magistris non appena questi mette sotto inchiesta il segretario dell’Udc, Cesa (il fascicolo viene coassegnato a Murone).

Poi, quando il pm manda un avviso di garanzia al senatore Pittelli, diventando il titolare dell’intera indagine.

A leggere le carte di Salerno si ha la sensazione che Murone venga considerato una sorta di garante del sistema.

La sua figura, infatti, resta centrale anche quando esplode il caso Mastella.

Non appena il quotidiano “Libero”, per la penna del ciellino Renato Farina, suggerisce di togliere a De Magistris l’indagine sul Guardasigilli e Saladino perché il pm sarebbe animato da “grave inimicizia” nei confronti del ministro, la procura generale si muove di conseguenza e avoca a sé le indagini.

Poi lancia un “interpello”. Chiede cioè se qualcuno vuole candidarsi a prendere in mano le scottanti carte per portare avanti l’inchiesta.

Per Salerno, però, “l’interpello” è solo una foglia di fico per nascondere una decisione già presa: spezzettare in più rivoli il fascicolo e archiviare il ministro.

Infatti, quando si fanno avanti due magistrati esperti, il loro nome non viene nemmeno esaminato. I successori di De Magistris devono essere invece due pm molto giovani. Anzi, uno dei due prescelti non è nemmeno un pm, è un uditore giudiziario, cioè un aspirante magistrato.

Il ragazzo è in comprensibile soggezione nei confronti di Murone, e racconterà a Salerno di aver ricevuto dal procuratore aggiunto brusche richieste di notizie sulle indagini: “Perché credi che ti abbia messo lì ...”, gli avrebbe detto Murone (che oggi nega).

L’altro selezionato è invece un tipo tosto: si chiama Pierpaolo Bruni, e si occupa di solito, e con straordinari successi, di ‘ndrangheta e pubblica amministrazione.

Gli basta poco per capire come gira il vento a Catanzaro. Tanto che in una mezza dozzina di testimonianze, racconterà in tempo reale a Salerno quello che sta accadendo nel suo Palazzo di Giustizia.

Parla dei suoi tentativi di spingere i colleghi a trasmettere la documentazione richiesta e della sua contrarietà alle continue archiviazioni, a partire da quella della posizioni di Prodi e di Mastella.

Così dalle testimonianze raccolte emerge a poco a poco l’immagine di una magistratura intimidita dalla politica.

Anche tra la maggioranza dei magistrati non collusi, è forte la convinzione che oltre certi livelli non si possa andare.

Non per niente i pm salernitani ricostruiscono nei particolari il sistema utilizzato per mettere in riga chi sgarra.

Si parte, come è successo a De Magistris nel 2005, con le interrogazioni parlamentari.

A prepararle, dicono più fonti sarebbe il senatore-avvocato Pittelli, a presentarle ci pensano poi i suoi colleghi.

Il contenuto è in gran parte falso, ma non importa, perché serve solo a spingere il ministro a ordinale le ispezioni.

A quel punto viene giocata la carta del ricatto: se non vi allineate scatta l’azione disciplinare.

Si legge in proposito nel diario elettronico di De Magistris alla data 21 marzo 2006: “Ho incontrato il procuratore generale Domenico Pudia ... Il procuratore generale aveva compreso come Pittelli volesse far credere che non si sarebbe dato seguito i risultati ispettivi nei confronti del Pg, del procuratore e dell’aggiunto Spagnolo, qualora vi fosse stato un loro atteggiamento “remissivo” nei miei confronti. Ha detto chiaramente che aveva avuto contezza che sono io l’obiettivo dell’ispezione”.

(ha collaborato Paolo Orofino)




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Forza impunità




di Paolo Biondani e
Marco Damilano

(Giornalisti)





da L’Espresso dell’11 dicembre 2008

Modificare la Costituzione. Limitare i poteri dei pm. Aumentare il controllo sul Csm. Regolare le intercettazioni. Così Berlusconi vuole chiudere la partita con la giustizia e l’informazione.

Accomodati sulle poltroncine bianche hanno dialogato per due ore alla luce del sole, come amano dire, anzi dei riflettori: quelli di “Porta a Porta”.

Da una parte, il ministro della Giustizia del governo Berlusconi, Angelino Alfano il giovane, sicuro che lo scontro tra i giudici di Salerno e quelli di Catanzaro abbia gettato “un’onta di scarsa credibilità sulla magistratura”, rendendo “inevitabile” la riforma della giustizia.

Dall’altra parte, l’ex presidente della Camera Luciano Violante, d’accordo con il ministro: “I poteri dei pm sono eccessivi, vanno riportati nella norma”.

Violante non ha nessun incarico formale nel partito di Walter Veltroni, non compare neppure tra i 120 nomi della direzione. Eppure sulla giustizia è lui a dare la linea nel Pd.

È lui l’interlocutore invocato dall’avvocato Niccolò Ghedini, l’uomo chiave del Pdl, per una riforma della Costituzione da votare insieme con l’opposizione per chiudere definitivamente i conti con magistratura e informazione, i contropoteri in uno Stato democratico.

La grande partita. Il grande gioco. “La grande occasione”, la definisce Carlo Federico Grosso, “per giungere finalmente laddove, finora, non sono riusciti affondi decisivi”. “La grande occasione” era anche il titolo del libro di Massimo D’Alema dedicato alla Bicamerale sulle riforme. Sono passati dieci anni da quell’esperienza fallimentare, ma da lì si deve ripartire, precisa lo stesso ex premier: “La riforma della giustizia, unita alle altre riforme istituzionali, rappresenta il grande patto che la politica dovrebbe essere in grado di scrivere per migliorare la qualità di vita dei cittadini”.

Una riforma con tre caposaldi, nei piani del governo: modificare il sistema di nomina del Consiglio superiore della magistratura, aumentando il numero dei membri politici e affidandone la nomina al capo dello Stato, che oggi è Giorgio Napolitano ma domani chissà, e dividerlo in due sezioni, una per la magistratura inquirente e una per quella requirente; separare le carriere dei magistrati e ridurre il controllo dei pm sulla polizia giudiziaria; indebolire, per non dire annullare, il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, lasciando al governo il compito di decidere a quali reati gli uffici giudiziari dovranno dare le priorità. Un pacchetto che, insieme alla legge sulle intercettazioni discussa alla Camera, con il carcere per i giornalisti che pubblicano le telefonate e all’idea di istituire una commissione di inchiesta parlamentare sulla stagione di Mani pulite, un controprocesso dei politici sui giudici, si presenta come un vero finale di partita. Con quale posta in gioco?

“C’è un terribile intreccio di progetti micidiali”, lancia l’allarme il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti: “La classe dirigente sta cercando la complicità di una parte dell’opposizione, della magistratura e dello stesso Csm per far passare riforme esiziali per il sistema democratico. La vera posta in gioco è l’assoggettamento dei pubblici ministeri al governo e quindi la tenuta del sistema democratico. La separazione delle carriere, dei Csm e magari degli ascensori, viene giustificata con l’esigenza di avere giudici imparziali rispetto ai pm. Ma questa è una palla macroscopica. Applicando la stessa logica, bisognerebbe separare tutte le carriere: gip, gup, tribunale, appello, Cassazione... Invece dei giudici di grado diverso non parla mai nessuno. Perché l’unico problema di questa classe politica è il pm che indaga”.

Altri due magistrati di generazioni diverse arrivano alle stesse conclusioni. “C’è una parte della politica, oggi trasversale, che è indifferente al controllo di legalità”, avverte il procuratore Giancarlo Caselli: “Per i cittadini il problema è l’interminabile durata dei processi, ma di questo gran parte della politica non parla. Invece di riformare la giustizia, si progetta di riformare i magistrati. È in gioco la qualità della nostra democrazia”.

“In uno Stato democratico il controllo di legalità sul potere politico ed economico è una funzione essenziale”, concorda il pm Giuseppe Cascini, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati: “Con la crisi il problema è ancora più forte: chi difende i cittadini dalla criminalità economica? Il ministro Tremonti annuncia che i banchieri che sbagliano andranno in galera. Ma alcune leggi del suo governo vanno nella direzione opposta: la sostanziale abolizione del falso in bilancio, l’abbattimento dei termini di prescrizione”.

Non è solo l’ennesimo capitolo della sfida del Cavaliere contro la magistratura che terremota la politica italiana da 15 anni. Sul tavolo, questa volta, c’è l’ipotesi di una riforma che riscriva la Costituzione, più volte annunciata dal ministro Alfano, l’arma da fine del mondo finora mai usata, su cui scivolò la Bicamerale presieduta da D’Alema. Per la maggioranza berlusconiana quello che sta succedendo in questi giorni è il momento giusto tanto atteso, da cogliere al volo, ora che il Pd è in difficoltà, per via delle inchieste che lo colpiscono in città simbolo come Firenze e Napoli, e che la magistratura appare dilaniata dalle guerre intestine, vedi lo scontro tra Salerno e Catanzaro.

Il partito anti-toghe, dominante in Forza Italia, quello che parte da Berlusconi e arriva alla coppia Alfano-Ghedini, procede in apparenza compatto: “Meglio l’accordo con l’opposizione, ma se non c’è, andiamo avanti lo stesso”. Il testo della riforma costituzionale, annunciato da mesi, potrebbe arrivare giusto in tempo per la campagna elettorale di primavera, amministrative e europee: ottimo per mettere in imbarazzo il Pd, che finirebbe stretto tra la concorrenza di Antonio Di Pietro e le inchieste giudiziarie nelle città che hanno fatto esplodere la questione morale anche nel partito di Veltroni. “La nostra disponibilità è seria”, giura il ministro Gianfranco Rotondi: “Per disgrazia del Pd nella magistratura c’è ancora una componente residuale che fa politica militante e vive ogni riforma come un’aggressione. È quello che rende la riforma della giustizia fin troppo tardiva: purtroppo, temo, non c’è più niente da fare, è quasi impossibile evitare che i giudici facciano politica. Ma dobbiamo andare avanti senza farci condizionare. E il Pd deve dirci quale linea intende seguire”.

Anche la maggioranza è divisa, però: l’anima leghista vorrebbe andare avanti più speditamente con il federalismo; An, per bocca del presidente della Camera Gianfranco Fini, reclama riforme condivise con il Pd ma senza ultimatum, senza prendere o lasciare. E dal presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno (An) arriva una pioggia di distinguo: “Sono un tecnico, non un politico: qualsiasi limitazione all’indipendenza della magistratura mi terrorizzerebbe. Sono favorevole alla separazione delle carriere perché avvantaggerebbe la stessa credibilità dei giudici, ma finché farò politica continuerò a difendere il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale”. Anche sulla legge sulle intercettazioni, di cui è relatrice a Montecitorio, la Bongiorno ha qualcosa da obiettare: “Mi opporrò a qualsiasi provvedimento che miri a escludere questo fondamentale mezzo di prova per la corruzione e gli altri reati contro la pubblica amministrazione. La maggioranza dei parlamentari di An e della Lega sono sulla stessa linea, è chiaro che Berlusconi ha una posizione molto diversa ...”. E infatti il Cavaliere non è per nulla soddisfatto del testo che sta uscendo dalla commissione, troppo morbido, e già annuncia modifiche. Anche se i magistrati in prima linea denunciano le norme che strozzano i tempi delle intercettazioni fino a rendere di fatto impossibili le indagini. E tra le toghe c’è chi punta il dito sulla debolezza del Csm. “Sono sconvolto dall’atteggiamento che il Consiglio ha tenuto su Salerno e Catanzaro”, attacca il procuratore Tinti: “È passata la linea del padre che, vedendo i figli che litigano, prende a ceffoni tutti indistintamente”.

Nel Pd attendono le prossime mosse della maggioranza. “Sono sei mesi che parlano di riforma e non ne abbiamo visto l’ombra”, si dichiara scettico Felice Casson, ex magistrato impegnato in inchieste delicate, oggi capogruppo del Pd nella commissione Giustizia del Senato, pronto a fissare alcuni paletti nella disponibilità al dialogo del Pd: “Dare maggiori poteri alla polizia giudiziaria significa tagliare le unghie ai pubblici ministeri. Ci sono magistrati che all’epoca del terrorismo rosso o nero sono stati messi fuori strada dalle forzature delle varie polizie, non possiamo accettare che le indagini dipendano dal governo, di qualsiasi colore esso sia. In Portogallo la riforma ha trasformato i pm in un corpo chiuso di super-poliziotti che pensano solo al risultato, esattamente il contrario del garantismo”. Casson rappresenta l’area del Pd che si riconosce nella segreteria Veltroni, insieme al ministro-ombra Lanfranco Tenaglia: sì al dialogo sulla giustizia, no a qualsiasi riforma che tocchi la Costituzione. Ma la geografia interna al partito, al solito, è molto più complicata: c’è una corrente convinta che bisogna andare molto più rapidamente verso l’accordo con la destra. “Dobbiamo rompere con il dipietrismo presente anche tra di noi, riconoscere gli eccessi del giustizialismo del passato e partecipare alla riforma”, si lancia il deputato del Pd Pierluigi Mantini che in politica ha esordito proprio come seguace di Di Pietro. Un’ala che dopo i casi di Napoli e Firenze spinge per uno strappo con la linea tradizionale di vicinanza alla magistratura. Quella che tuona contro il “cortocircuito politico-mediatico-giudiziario”, come ha fatto in televisione il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, con insolito linguaggio berlusconiano, “tipico di chi vuole strumentalmente delegittimare un’inchiesta”, ammette Casson. Quella su cui conta il ministro Alfano per la sua grande riforma: “L’Udc e D’Alema che si sono mostrati pronti a una riforma della giustizia perché la considerano urgente”. Ecco raccontato dal titolare di via Arenula il fronte che potrebbe cogliere la grande occasione: il Pdl, i centristi di Pier Ferdinando Casini, i dalemiani. Con il solo Di Pietro a opporsi e la Lega pronta a resuscitare la proposta di far eleggere i magistrati direttamente dal popolo.

Nel Pd Violante è il battitore libero, il più esplicito sulla necessità di trovare l’accordo con la maggioranza berlusconiana. Anche a costo di sfidare l’ira degli ex colleghi. Perfino Caselli prende le distanze dal suo vecchio amico: “Sono in magistratura da 40 anni, ho vissuto i tempi della separatezza totale tra magistratura e forze di polizia. Senza polemica, Violante dovrebbe ricordare, perché ne faceva parte, il primo pool di giudici istruttori, che fu creato per combattere le Brigate rosse. Si indagava insieme alle forze di polizia, mangiando lo stesso pane amaro, sotto il coordinamento dei magistrati inquirenti. E i risultati mi sembrano innegabili. Lo stesso metodo di lavoro è continuato nei pool antimafia e poi con la lotta alla corruzione. Non pretendo la luna, ma almeno che sia mantenuto l’attuale equilibrio tra poteri”. “Ci sono scelte che si inquadrano in percorsi personali più o meno discutibili”, conclude il pm Cascini, riferito a Violante: “E c’è un’opposizione che sembra andare a rimorchio di un’agenda politica dettata dal governo. Manca la capacità di proporre al Paese un’idea di giustizia alternativa a quella di Berlusconi”.

Ma forse non c’è molta voglia di cercare un’alternativa: allo scontro finale contro la magistratura buona parte della classe politica sembra avere un’esigenza in comune, che va oltre distinzioni ormai datate, destra e sinistra. La chiamavano impunità.




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Violante e le carriere dei magistrati



di Marco Travaglio
(Giornalista)



dal Corriere della Sera del 3 gennaio 2009


Sul Corriere del 29 dicembre 2008 l’ex onorevole Luciano Violante invoca, parlando di me, «la separazione delle carriere tra giornalisti e magistrati» e si propone di «difendere la magistratura da alcuni suoi interessati difensori».

Io non ho alcun interesse nel difendere chicchessia, mentre l’ex onorevole Violante attacca i magistrati ogni qualvolta si occupano di un suo compagno di partito (la gip Clementina Forleo quando spedì al Parlamento le intercettazioni di Fassino, Latorre e D’Alema, i giudici di Pescara quando incarcerano e persino quando scarcerano il sindaco di Pescara).

Quanto alla separazione della mia carriera da quella dei magistrati, non ce n’è bisogno: forse l’ex onorevole Violante è stato troppo impegnato a passare da una carriera all’altra – da professore a magistrato a politico ad aspirante capo dello Stato ad aspirante giudice costituzionale a consulente volontario del ministro Alfano – per accorgersi delle mie polemiche con gli ultimi tre presidenti dell’Associazione nazionale magistrati.

Poco male. Piccole cose.

Se mi è permesso, comunque, penso che l’effettiva separazione delle carriere dovrebbe riguardare quelle dei Violante e degli indagati del suo partito.




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giovedì 1 gennaio 2009

La coscienza a posto: apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti


Con riferimento alle domande che tanti si fanno sul “a che serve?”, “ma ne vale la pena?”, iniziamo l’anno nuovo proponendovi uno scritto di Italo Calvino.

Esso è apparso per la prima volta su “La Repubblica” il 15 marzo 1980, ma appare negli appunti dell’archivio Calvino con il titolo “La coscienza a posto”. E’ stato ripubblicato in “Romanzi e racconti” (Meridiani Mondadori, 1994, vol. 3, pp. 290-293) come “La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)”.




di Italo Calvino


C’era un paese che si reggeva sull’illecito.

Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.

Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.

Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale.

Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale.

Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.

Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.

La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.

In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere.

Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema.

Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.

Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone.

In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare.

Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede.

Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sè (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.




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