giovedì 22 aprile 2010

Il complotto per fermare De Magistris


di Antonio Massari

da il Fatto Quotidiano del 20 aprile 2010

L'inchiesta è chiusa e l’ipotesi del complotto resta in piedi: l’avocazione di “Why Not” e la revoca di “Poseidone”, entrambe sottratte all’ex pm napoletano Luigi De Magistris, erano illecite. De Magistris, quindi, avrebbe dovuto continuare a indagare.

Lo scrive la Procura di Salerno nell’atto che chiude l’inchiesta: dodici indagati. Più della metà sono nomi eccellenti: il senatore del Pdl Giancarlo Pittelli, ben sei magistrati di Catanzaro, l’ex sottosegretario di governo Giuseppe Galati (Udc). E a questo punto c’è da chiedersi se a Salerno siano impazziti. Oppure se – al contrario – qualcuno, a partire dai componenti del Csm, debba offrire le proprie scuse per aver punito - nell’ordine - Luigi De Magistris,
l’ex capo della Procura salernitana Luigi Apicella e i due pm che avevano iniziato l’inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Oggi il capo della Procura di Salerno si chiama Franco Roberti, ha diretto per quattro anni la Dda di Napoli, sferrando attacchi durissimi al clan dei Casalesi (e non solo).
I pm che hanno concluso l’inchiesta al posto di Nuzzi e Verasani si chiamano Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella. E nell’atto che hanno firmato ipotizzano un reato gravissimo: la corruzione in atti giudiziari.


Nella ricostruzione dell’accusa, a beneficiare della revoca di Poseidone – ’inchiesta condotta da De Magistris sull’utilizzo dei fondi pubblici e sull’inquinamento ambientale – furono Pittelli e Galati. Che negli atti, però, non compaiono soltanto come “beneficiari”, ma anche come “istigatori” delle “condotte illecite” dei magistrati Mariano Lombardi e Salvatore Murone, rispettivamente ex capo della Procura di Catanzaro e attuale procuratore aggiunto. Fu Lombardi a revocare l’inchiesta all’ex pm, dopo che questi aveva iscritto nel registro degli indagati Pittelli, senza informare il suo capo, “legato da ventennale amicizia” con il senatore del Pdl. E per questa secretazione – avvenuta con l’atto firmato dal pm e blindato in cassaforte – De Magistris fu anche punito dal Csm. Oggi negli atti si legge che quella scelta fu motivata soltanto da “esigenze investigative”. Al contrario, fu proprio la revoca, eseguita da Lombardi “d’intesa” con Murone, a essere giudicata illecita. La conseguenza: “L’inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso” così da “favorire le persone implicate nelle indagini, in particolare Pittelli e Galati i quali, in un più ampio contesto corruttivo (…) s’erano adoperati per far ricevere sia a Lombardi, sia suo figlio Pierpaolo Greco (anch’egli indagato, ndr), denaro o altre utilità”. E la corruzione in atti giudiziari compare anche nell’avocazione dell’inchiesta “Why Not”. Il 19 ottobre 2007 l’inchiesta fu sottratta a De Magistris dall’avvocato generale Dolcino Favi.
All’epoca era il reggente della procura. Motivo dell’avocazione: l’ex pm aveva iscritto nel registro degli indagati l’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella (poi archiviato), mentre quest’ultimo avviava un’indagine disciplinare sullo stesso De Magistris. Si profilò così – secondo Favi – un “conflitto d’interessi ” tra il pm e l’indagato. “Conflitto d’interessi” che non s’è mai verificato, visto che la procura scrive che “veniva attestata, in un atto pubblico, una situazione contraria al vero”. E anche in questo caso, successivamente all’avocazione, l’inchiesta veniva penalizzata. “Parcellizzata”, scrivono gli inquirenti, visto che “Why Not” fu divisa in più filoni.
Per questo reato sono indagati – oltre Pittelli, Murone e Lom-bardi – anche Favi e Antonio Saladino, all’epoca il principale accusato, nell’inchiesta “Why Not”. Indagati per favoreggiamento, rifiuto e omissione in atti d’ufficio, infine, l’ex procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, il suoi sostituti Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm della Dda Lorenzo Curcio. Rifiutarono di consegnare agli ex titolari dell’inchiesta – Apicella, Nuzzi e Verasani – atti che erano utili all’indagine. Fu per questo che la Procura di Salerno, all’epoca, decise la perquisizione e il sequestro negli uffici di Catanzaro. Si parlò di “scontro tra procure” mentre, al contrario, si cercava soltanto di portare a termine un’indagine. Che è stata chiusa pochi giorni fa. Confermando l’impianto accusatorio dei pm salernitani che il Csm, dopo Luigi De Magistris, decise di punire e trasferire.

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E ora, per favore, chiedete scusa


di Marco Travaglio

da il Fatto Quotidiano del 20 aprile 2010

Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone ” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”. Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’“avviso di conclusione delle indagini” appena depositato dalla “nuova ” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).


Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini). Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate. E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare?

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venerdì 9 aprile 2010

Abbreviare il processo, concentrare le impugnazioni.

Rinunciare al controllo di merito sulla decisione di primo grado è prospettiva scarsamente compatibile con la sensibilità giuridica maggioritaria.

Se si considera che l'appello è l'unico grado di giudizio non costituzionalmente imposto, e quindi eliminabile senza offendere la Carta, parrebbe sbarrata la via ad ogni ipotesi di deflazionare le impugnazioni e quindi di ridurre i costi e le inefficienze del cd. triplo grado di giudizio (primo grado, appello, ricorso per cassazione).

Sotto tale aspetto nessun altro sistema giuridico è paragonabile al nostro con la conseguenza che i tempi della giustizia in Italia risultano notevolmente superiori a quelli europei.


La via sin qui seguita per contenere il problema è stata quella di limitare, attraverso sbarramenti di carattere formale, l'accesso al giudizio di legittimità rendendo tecnicamente piuttosto disagevole all'impugnante l'effettivo vaglio delle sue doglianze; a conferma di ciò basta scorrere una qualsiasi rassegna giurisprudenziale per accorgersi che lo spazio maggiore è ormai occupato dalle pronunce che riguardano le modalità di confezionamento del ricorso per cassazione, la cui sorte più probabile è oggi quella tranchant dell'inammissibilità.

E' evidente l'iniquità di un siffatto sistema il quale, se sulla carta promette l'indistinta possibilità di un vaglio di legittimità di tutte le sentenze (lo impone l'art. 111 Cost.), nella pratica è divenuto sempre più ostile verso l'effettività del diritto di impugnazione. Si tratta, all'evidenza, di un congegno di “autodifesa” della Suprema Corte che, non avendo la possibilità di esaminare lo spropositato numero dei ricorsi proposti, tende ad adottare una giurisprudenza estremamente penalizzante sulla loro ammissibilità.

L'enorme mole dei ricorsi sui quali la Corte è chiamata a decidere, inoltre, svilisce il suo fondamentale motivo di esistenza che è quello di assicurare l'omogenea applicazione del diritto; la cd. nomofilachìa è irrimediabilmente compromessa se il numero dei casi da trattare risulta eccessivo giacché aumenta proprio la possibilità che vengano emesse decisioni contraddittorie sulla medesima questione giuridica. Di qui anche il notevole incremento delle sentenze adottate a Sezioni Unite, chiamate sempre più spesso e con maggiore frequenza ad appianare i contrasti tra le singole sezioni della Corte.


In tale quadro chi perseverasse nel voler salvare la forma (difendendo l'esistente) nascondendo la sostanza (la mancanza di effettività del diritto di impugnazione) non renderebbe un buon servizio ai cittadini.

Il diritto costituzionale di proporre ricorso per cassazione contro qualsiasi sentenza è svuotato di contenuto se gli ostacoli formali lo rendono di fatto impraticabile.


Di qui l'esigenza di sondare nuove possibilità in armonia con i vincoli costituzionali e senza eliminare nella sostanza l'appello, quale controllo sul merito della decisione e non solo sulla sua legittimità.

La concentrazione delle impugnazioni diviene, allora, una soluzione plausibile. Essa può realizzarsi con la trasformazione delle attuali Corti di Appello (il cui numero potrebbe utilmente essere ridotto per recuperare efficienza) in sezioni decentrate della Corte di Cassazione. Contro la sentenza di primo grado dovrebbe quindi offrirsi l'impugnazione - sia per motivi di merito che di legittimità - dinanzi alla Corte di Cassazione regionale. La Corte di Cassazione centrale agirebbe come oggi operano le Sezioni Unite, chiamata cioè a risolvere le sole questioni giuridiche controverse vuoi per la loro novità, vuoi perché hanno dato luogo a riconoscibili contrasti giurisprudenziali.

Senza effettiva diminuzione delle garanzie costituzionali la Corte di Cassazione centrale recupererebbe la sua fondamentale funzione nomofilattica e la durata dei processi italiani diverrebbe finalmente paragonabile a quella degli altri paesi europei.

Nicola Saracino - Magistrato

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Il vero “patto sociale” degli italiani






di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)





Stamattina leggevo un articolo su uno dei tantissimi – migliaia e migliaia – di scandali nella gestione del denaro e della cosa pubblica in Italia (articolo che riporto qui sotto) e pensavo a che Paese assurdo e incosciente è il nostro.

Noi siamo quello che emerge da questo articolo.

E quali sono le priorità della nostra politica e del nostro governo? Limitare i poteri di controllo dei pubblici ministeri, impedire le intercettazioni telefoniche, regolare la prescrizione e la durata dei processi in maniera tale che non si arrivi mai a una condanna esecutiva, se non nei processi contro i poveri cristi e in qualche omicidio passionale.

E’ assolutamente evidente che la giustizia in Italia non funziona per niente. Ma questo non è un caso né è colpa della pigrizia dei magistrati (che pure di colpe ne hanno, ovviamente, come tutti): è stato dimostrato con i numeri alla mano che i magistrati italiani sono i più produttivi di tutta Europa.

L’inefficienza della giustizia è una precisa scelta politica.

Perché una giustizia efficiente impedirebbe cose come quelle raccontate nell’articolo qui sotto.

Parlano continuamente, per meschini fini propagandistici, di “effettività della pena”, ma fanno in modo che nessuno di loro e dei loro amici possa mai essere cacciato dai posti - pubblici - nei quali ruba ed estorce.

I cittadini italiani, per qualche misteriosa ragione, hanno sempre pensato che consentire ai loro politici di rubare un po’ non avrebbe avuto grandi conseguenze sulle loro vite. E sembrano avere – da sempre, dai tempi di Mussolini a quelli di Andreotti e poi di Craxi e ora di Berlusconi - una sorta di patto con chi li governa: fate pure ciò che volete, ma dateci ciò che sempre ci promettete.

L’equivoco tragico è che:

1. “Misteriosamente”, le promesse vengono continuamente rinnovate, ma mai davvero mantenute. Il governo ha sempre un alibi per non avere mantenuto le promesse: la guerra fredda, il muro di Berlino e oggi la crisi, i comunisti, i sindacati, i magistrati (!?), la costituzione “antiquata” (!?). Sicché il patto è infine un patto “leonino”: i politici e il governo incassano l’indulgenza del popolo, ma non “pagano” quanto “promesso” in cambio.

2. Forti del salvacondotto, i politici non si accontentano di “fare qualche marachella” o “rubare un po’”. Fanno man bassa di tutto. Dalla sanità all’ambiente, dalle tasse all’acqua, dal lavoro all’edilizia.

3. Il furto di legalità e giustizia consentito al potere distrugge letteralmente e irrimediabilmente la vita reale del Paese. E le sue speranze di un futuro.

La maggior parte dei furti non si vede subito. Ma le sue conseguenze stanno lì. Fra qualche anno gli italiani “scopriranno” quali conseguenze concrete avrà sulle loro vite ciò che si è fatto e si è consentito si facesse in tutti questi anni.

E come sempre, penseranno di non essere colpevoli.

Come è accaduto già ai tempi di Mussolini. Gli italiani non credono di essere stati “fascisti”. Credono di essere stati “vittime” del fascismo.

Gli italiani non sanno che, se consenti consapevolmente a qualcuno in qualunque posto e in qualunque momento di commettere ingiustizia, sei complice di quella ingiustizia.

E prima o poi ne pagherai, giustamente, il prezzo.

Quando Mussolini andò ad occupare l’Abissinia, gli italiani pensarono che quello era un problema degli abissini. E non soffrirono per nulla al pensiero dei tanti abissini uccisi in quella “bella impresa”.

Solo quando, anni dopo, ogni famiglia italiana poteva contare i suoi padri, mariti, fratelli morti nelle scellerate guerre del regime, gli italiani si resero conto che, se autorizzi qualcuno ad ammazzare in tuo nome, prima o poi, di morire potrebbe toccare a te o a tuo fratello.

Gli italiani non hanno ancora capito che chi evade le tasse in maniera sistematica, chi corrompe finanzieri e giudici per i propri “affari”, chi demolisce sistematicamente il sistema dei controlli, chi “privatizza” tutti i servizi pubblici, chi corrompe testimoni e crea fondi neri alle Cayman, chi non riconosce i Tribunali e non si presenta davanti a loro ha creato e sta creando un sistema nel quale il derubato in definitiva sei tu.

Gli italiani non hanno ancora capito che ciò che è “pubblico” è “nostro” e non “di nessuno” e che “rubare allo Stato” non è rubare a uno straniero, ma a tutti noi.

Questo “equivoco” è eterno nella storia degli uomini.

Comincia da Adamo ed Eva.

E’ la convinzione che si possa offendere la verità e la giustizia senza pagarne le conseguenze.

E’ una illusione disonesta e, soprattutto, ingenua.

La storia, infatti, si è sempre incaricata di stroncare nel dolore queste “ingenuità”.

Perché il bene e il male, la verità e la menzogna, la giustizia e l’ingiustizia non sono astrazioni formali, nudi nomi (come sosteneva Eco ne “Il nome della rosa”), ma “cose reali”.

Siamo noi che riempiamo il mondo che abitiamo delle nostre azioni: buone e cattive.

Il risultato finale è la somma di ciò che in concreto ciascuno di noi ha fatto e fa e consente agli altri di fare.

Se in un giardino non metti acqua e non fai potature, ma consenti di seppellire spazzatura di ogni tipo e di rubare i semi, ciò che inevitabilmente avrai alla fine è un campo di sterpi e infezioni. L’idea che si possa sempre e solo prendere senza mai dare, che si possa fare e disfare a piacimento, che le regole possano essere derise (ieri il quotidiano Libero intitolava l’articolo sul c.d. “legittimo impedimento” “Marameo ai giudici”) senza conseguenze è una cosa del tutto assurda, ma, purtroppo, molto profondamente italiana.



Qui sotto l’articolo che mi ha indotto a queste tristi riflessioni.

Su tutti i giornali i resoconti di un potere politico totalmente disinteressato alle esigenze del Paese e impegnato da anni, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno a demolire lo stato di diritto e creare “cricche” e “cosche” che derubino le casse dell’erario e spartiscano fra pochi i proventi del delitto.


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Il crac di Tributi Italia e una voragine da 90 milioni di euro. La conseguenza è che centinaia di piccoli Comuni sono sull’orlo del fallimento.



di Roberto Mania e Fabio Tonacci
(Giornalisti)



da Repubblica.it del 9 aprile 2010


Tasse rubate. Tasse privatizzate. Tasse evaporate. Almeno 90 milioni di euro - ma forse molti di più - di tasse pagate dai cittadini e mai versate nelle casse dei rispettivi Comuni. Tosap, Tarsu, Cosap, Ici, multe. Soldi finiti nel conto corrente sbagliato. È lo scandalo delle tasse rubate o - se volete - dei “furbetti delle tasse”. Oppure, ancora meglio: è lo scandalo annunciato di “Tributi Italia”, società privata per la riscossione delle imposte locali, nata a Chiavari e cresciuta in fretta in tutta Italia, a nord e a sud, al centro e nelle isole. Ecco: la bolla delle tasse, dopo quella immobiliare. D’altra parte Giuseppe Saggese, cinquantenne tarantino, figlio di magistrato, che di questa storia è il protagonista essendo il fondatore e poi il dominus di “Tributi Italia”, costretto a tirare i fili da dietro le quinte per via dei due arresti (nel 2001 e nel 2009), le tasse le chiama “piastrelle”. Piastrelle con le quali costruire pezzo dopo pezzo il proprio patrimonio.

Oggi centinaia di piccoli Comuni sparsi lungo la Penisola sono sull’orlo della bancarotta o soffrono per il buco nel loro bilancio. Ci sono Pomezia con un ammanco di quasi 22 milioni, Aprilia (20 milioni), Nettuno (3,2 milioni), Augusta (quasi 5 milioni), Bergamo (2,2 milioni), Fasano (quasi 2 milioni) e poi tanti, tanti, altri. I servizi, quelli per cui i cittadini pagano le tasse, spesso sono stati azzerati. Sono saltati oltre mille posti di lavoro. Solo qualche decina di dipendenti di “Tributi Italia” è rimasta a sbrigare le pratiche ancora necessarie, i collaboratori e consulenti sono stati licenziati, gli altri dipendenti sono in cassa integrazione. E lì resteranno dopo essere da mesi anche senza stipendio. “Tributi Italia”, che raccoglieva le tasse per circa 400 Comuni, sta fallendo o è già tecnicamente fallita. Ha chiesto di poter accedere al concordato preventivo previsto della legge Marzano, la versione italica del “Chapter 11” americano. Il governo ha approvato una norma (sta nel decreto incentivi) per salvare la superholding delle tasse. Che adesso è in una sorta di stand by: prima cancellata per inadempienze dall’albo dei riscossori, quindi in attesa della decisione di merito del Consiglio di Stato, dopo la sospensiva ordinata dal Tar del Lazio. Impervi sentieri giudiziari che difficilmente cambieranno l’epilogo di questo scandalo. Il Tribunale di Roma deciderà prossimamente sull’ammissione della società al concordato preventivo. La Procura di Velletri si sta preparando a chiedere il rinvio a giudizio dei vertici della società con l’accusa di peculato. E le altre tredici inchieste aperte proseguiranno. Ma come è potuto accadere il furto delle tasse? È anche colpa degli amministratori? Chi doveva controllare? Chi restituirà i soldi ai Comuni e dunque i servizi ai cittadini?

Il modello Aprilia

Le tasse, per fortuna, non possono avere padrone. Ma qui siamo davanti a una fittissima ragnatela di interessi, tutti privati e mai pubblici. Ci sono amministratori inadeguati e ambiziosi. Ci sono affaristi travestiti da imprenditori con tante fidejussioni fasulle. Ci sono i controllori che non controllano o controllati che sono anche i controllori. Qualche volta pure i revisori dei conti sono abusivi. Non mancano, come sempre, le scatole cinesi. Ci sono scambi palesi e altri nell’ombra. Ci sono assunzioni clientelari, società miste pubblico-privato per nulla trasparenti e degne di un posto in prima fila nella degenerazione del non già edificante capitalismo municipale. Ci sono protezioni. Inspiegabili silenzi, colpevoli disattenzioni. Ci sono generali della Guardia di finanza in pensione che diventano consulenti proprio di “Tributi Italia”. E ci sono soprattutto 14 Procure della Repubblica che indagano dopo i 135 esposti presentati dalle amministrazioni locali.

Questa storia può cominciare ad Aprilia, provincia di Latina. Siamo nell’agro pontino, 40 chilometri da Roma. E circa 70 mila abitanti fregati. “Tributi Italia” dovrebbe consegnare al Comune 20 milioni e passa di euro. È scoppiata una guerra giudiziaria. La società e gli ex amministratori hanno vinto un paio di round, incassando pure dopo dieci anni una sentenza di assoluzione dal tribunale di Latina. Ma non è finita. Sulle pareti scrostate del corridoio che porta all’ufficio del sindaco sono appese le foto in bianco e nero che raccontano l’origine di Aprilia: 25 aprile 1936 il Duce in sella a un trattore segna il perimetro della città. Ma in questa cittadina triste e disordinata, un po’ agricola, un po’ industriale grazie alla vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un tempo terra di immigrati veneti ed emiliani e ora di nordafricani e asiatici, il sindaco è un socialista, come di quelli che non ce ne sono più. Un socialista. Domenico D’Alessio è prossimo a compiere 62 anni. Figlio di un pastore abruzzese arrivato da queste parti durante una transumanza, è diventato sindaco meno di un anno fa quasi per un moto di rivolta popolare: contro lo scandalo delle tasse sottratte. Si è presentato con quattro liste civiche e ha battuto, umiliandole, la destra e la sinistra. Ma, d’altra parte, il suo voto, dai banchi dell’opposizione, in quella riunione notturna del 19 marzo 1999 del consiglio comunale, fu uno dei due no all’affidamento all’Aser (società mista) del servizio di accertamento e riscossione dei tributi locali. Erano le tre di notte, presenti 14 consiglieri comunali su 30. Fu l’inizio della scalata, perché Aser è una delle controllate di “Tributi Italia” che, nata come Publiconsult nel 1986, si trasforma in San Giorgio nel 2004, e poi va all’assalto delle piccole concorrenti del business delle tasse e compra Gestor, Ausonia, Rtl e Ipe per diventare “Tributi Italia” nel 2008. Il “modulo di gioco” non cambia praticamente mai. Compresi, forse, i favolosi soggiorni di amministratori e consiglieri lungo la riviera di Levante in comodissimi yacht, dei quali si favoleggia tra gli apriliani arrabbiati.

Società miste

Lo schema adottato ad Aprilia, infatti, si replica dovunque. “Tributi Italia” riesce a prendersi direttamente o attraverso una società mista pubblico privata, di cui possiede il 49 per cento, il servizio della riscossione. Nei consigli di amministrazione, però, la maggioranza va ai privati così da assicurargli il governo della società. Alla quale va un aggio stratosferico: fino al 30 per cento di quanto incassato. Aggio che, in alcuni casi, arriva al 75 per cento sugli accertamenti dell’evasione. Cartelle pazze? Chi può escluderlo. Le gare d’appalto (quando ci sono) sono ritagliate sulle caratteristiche della società mista di turno. Così, per impedire la concorrenza delle banche, all’attività di accertamento e riscossione dei tributi si affianca quella della manutenzione del verde pubblico. L’agguerrito assessore al Bilancio e alle Finanze di Aprilia, Antonio Chiusolo, subito dopo l’insediamento, ha scoperto, oltre al buco in bilancio, che le due palme impiantate a qualche chilometro dal municipio erano costate agli apriliani cinque milioni di euro, essendosi esaurita lì la cura per il verde offerta dall’Aser. Ma Chiusolo ha scoperto anche altre cose. Per esempio che le fidejussioni a garanzia delle prestazioni di “Tributi Italia” erano state emesse l’una dall’"Italica” di Cassino, destinata a fallire da lì a poco e con il proprietario indagato per truffa in un’inchiesta calabrese; l’altra da “Fingeneral” per nulla intenzionata a intervenire per via dell’insolvenza di “Tributi Italia”. Insomma, polizze carta straccia. E quando Chiusolo si recò a Roma alla “Fingeneral” in Via di Porta Pinciana nei pressi di Via Veneto - dove, tra l’altro, al secondo piano del 146 c’è anche la sede legale di “Tributi Italia” - si trovò davanti tal Fabio Calì, amministratore della finanziaria, arrestato nel 2007 per una truffa da 93 milioni ai danni della Banca di Roma. Fidejussioni inesistenti e revisori dei conti non iscritti all’albo, ma messi addirittura a presiedere l’organo di controllo. Anche questo lo hanno scoperto il sindaco e il suo assessore: “Ortori Elio, nato a Massa il 23 luglio 1960, non risulta essere mai stato iscritto nel Registro dei Revisori Contabili”, ha comunicato ai due amministratori l’ordine nazionale dei commercialisti.

Assunzioni e poteri

Ma dove sono finiti i soldi che hanno provocato una voragine nei conti di così tanti municipi? Chi sa dove sono? Giuseppe Travaglini, quarantacinquenne, marchigiano, sostituto procuratore della Repubblica a Velletri, ha ricostruito il percorso seguito dalle tasse del vicino comune di Nettuno, delineando così il “sistema Saggese”. L’ipotesi è che ci sia un “Conto padre” nel quale arrivano tutte le tasse provenienti dai vari Comuni. Dal “Conto padre”, poi, si dipanerebbero i conti affluenti, i “conti figli”, lasciati costantemente a zero. Da qui i soldi dei cittadini finirebbero nelle tesorerie dei Comuni, in ogni caso con un guadagno derivante dalla maturazione degli interessi bancari. Ma poi c’è il gran miscuglio: le tasse di Alghero che finiscono a Forlì, le multe di Nettuno usate per finanziare il verde pubblico di Bari e via dicendo. Spesso - secondo l’ipotesi dei pm - le tasse sono servite a Saggese per ripianare parte dei debiti con le banche. Così sarebbe stata possibile la crescita tumultuosa di “Tributi Italia”: diventare la prima società privata della riscossione con oltre 230 milioni di fatturato nel 2008 e circa 1,8 milioni di utili prima delle imposte. Una crescita anche di potere nel rapporto con i politici locali, i partiti, le consorterie, gli amministratori. Aver in mano i cordoni della borsa, poterli aprire e poterli chiudere, significa avere il potere, o almeno un pezzo del potere. Può significare, per esempio, poter giocare al tavolo delle assunzioni clientelari, anche di parenti di consiglieri comunali, come si dice a Nettuno e pure a Bari. Dunque può significare l’ammissione al banchetto degli scambi territoriali, che è poi la sede autentica dove prende forma il potere o l’intreccio di poteri. Ed è anche in forza di questo protagonismo, decisamente politico, che “Tributi Italia” denuncia di avere un credito nei confronti di tutti i Comuni intorno ai 142 milioni di euro, pur ammettendo di essere in una fase di “tensione finanziaria”. Perché il “sistema Saggese” si inceppa per colpa della crisi: manca all’appello l’Ici, aumentano gli evasori e l’accertamento diventa più dispendioso.

Sei milioni di parcelle

E il Palazzo? Dove stavano i potenti di Roma mentre le tasse locali se ne andavano in direzioni anomale? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Ci sono due deputati del Pd, Ludovico Vico, ex sindacalista della Cgil pugliese, e Rita Bernardini, esponente del Partito radicale, che hanno presentato più di una interrogazione ma senza mai risposte da parte del governo. Due deputati sommersi dalle richieste di sostegno da parte dei sindaci di tutta Italia, che non hanno esitato a denunciare la “corruttela” del sistema. Probabilmente anche il colpo decisivo per la cancellazione di “Tributi Italia” dall’albo dei riscossori è arrivato dal Parlamento. Lontano dai riflettori, la Commissione Finanze della Camera ha indagato a fondo sul caso “Tributi Italia”. Si scoprono tante cose leggendo il resoconto dei lavori nella Commissione, come, d’altra parte, i verbali delle riunioni, tenute al ministero dell’Economia e delle Finanze, della Commissione che gestisce l’albo dei riscossori. Per esempio, si scopre di come sia stato tortuoso il cammino per la cancellazione dall’albo. E si scopre che l’Anci, l’associazione dei Comuni, non è sempre stata presente alle riunioni dell’Anacap (l’associazione di categoria dei riscossori). E perché tra i componenti di quest’ultima, che ha voce in capitolo sulla cancellazione, c’è Pietro Di Benedetto che fa l’avvocato e difende proprio “Tributi Italia”? Quest’ultima, a sua volta, ha speso non meno di 6 milioni di euro per pagare i suoi consulenti legali. Tasse dei cittadini? E poi: controllati che controllano? Non resta che dare l’ultima lettura al teutonico codice etico della holding delle tasse, quello che ciascun dipendente ora in cassa integrazione aveva per anni scrupolosamente osservato: “Tributi Italia crede fermamente che l’onestà sia una componente fondamentale di ogni comportamento etico e la lealtà è essenziale per costruire relazioni d’affari solide e durature”. Sì, c’è scritto proprio così.






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lunedì 29 marzo 2010

Giurista per caso: la censura, l’odio e l’amore





Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)





L’Italia, si dice, è un paese di poca memoria, ma certamente una parte di essa sta nella Costituzione Repubblicana.

Legge fondamentale, questa, che, dalle macerie del fascismo, ha provato a ricostruire le regole di convivenza e reciproca limitazione tra i poteri dello Stato e quelle tra questi e le libertà fondamentali del cittadino in modo che, dopo gli anni di fascistizzazione dei poteri dello Stato e dei suoi simboli, l’Italia potesse incamminarsi, finalmente, in un percorso di democrazia.

Fondamentale in un paese che usciva dalla propaganda come strumento di comunicazione, tipico di ogni regime, è stata certamente la consacrazione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e, soprattutto, i precisi limiti, consacrati nella norma superprimaria, attraversi i quali la stampa e ogni mezzo di comunicazione potesse essere sottoposto a censura.

Sempre da giurista per caso e in estrema sintesi, può dirsi che il tema delle libertà ha una particolare valenza nell’ambito del diritto pubblico posto che queste rappresentano la codificazione e la delimitazione dei rapporti tra lo Stato autorità e il singolo cittadino e ciò spiega il motivo per il quale le moderne costituzioni abbiano espressamente affermato e consacrato le libertà dei cittadini.

La puntuale affermazione di queste libertà nell’ambito della costituzione, non rappresenta, tuttavia, una mera enunciazione di principio ma, nel nostro ordinamento, ha portato ad una vera e propria autolimitazione dei poteri dello Stato che è costretto dalle norme positive a rispettare le libertà del singolo cittadino e a potere interferire sul loro esercizio nei modi previsti dalla legge.

Ciò ha consentito, quindi, di individuare nelle libertà dei cittadini, e in quella di libera manifestazione del pensiero, un vero e proprio diritto inviolabile o diritto assoluto che è assistito da tutta una serie di garanzie nei confronti dei pubblici poteri che sono azionabili e reclamabili nei confronti dello Stato.

In altri termini, la violazione di una libertà costituzionalmente prevista e riconosciuta al singolo cittadino legittima quest’ultimo a ricorrere ad un altro potere dello Stato quale la magistratura per sanzionare quella violazione eventualmente attuata da un altro potere dello Stato.

Si comprende, quindi, che la previsione costituzionale di una libertà, vista in questa ottica, non si risolve in una enunciazione di principio per l’ordinamento ma limita in senso proprio l’esercizio dei poteri dello Stato.

Il cittadino, quindi, nell’esercizio della libertà garantitagli e nella difesa di tale libertà è assistito da una serie di azioni possibili che lo pongono sullo stesso piano dei pubblici poteri, potendo ottenere la sanzione di un comportamento dello Stato per la salvaguardia della propria sfera di azione.

Tali libertà, infatti, godono di un elevato grado di garanzia nel senso che esse possono essere limitate dalle pubbliche autorità nei soli modi e nei casi previsti dalla legge o a seguito di un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria che, chiaramente, agisce anch’essa nei modi e nei casi previsti dalla legge.

Più in particolare per ciò che attiene alla libertà di informazione, la Costituzione Repubblicana all’art. 21, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 10 Dicembre 1948 all’art.19 e l’art 10 C.E.D.U. - Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché la Corte Costituzionale (ex plurimis Cort.Cost. 15/21 novembre 2000, n. 519) hanno affermato l’esistenza, non solo e non tanto, del diritto all’informazione, ma anche e soprattutto del diritto dei cittadini ad essere informati che, ovviamente, presuppone la pluralità dell’informazione con riferimento a tutti gli aspetti culturali del paese.

Diritto quest’ultimo che evidentemente non può essere imposto per legge all’editore privato stante il limite dell’art. 41 a mente del quale l’iniziativa economica privata è libera.

Diverso è il caso della RAI il cui editore è lo Stato attraverso il Ministero del Tesoro.

In altri termini se per l’editore privato (sia esso radiotelevisivo o di carta stampata) le leggi dello stato non possono e non debbono imporre alcuna completezza dell’informazione (intendendo per questa l’obbligo di informare gli utenti circa tutte le tendenze politiche, culturali ed economiche) ben potendo l’editore selezionare le informazioni da dare ( a parte i limiti della par condicio nell’ambito della comunicazione politica), diverso è il caso dello Stato che si fa editore poiché lo Stato nelle sue articolazioni soggiace innanzitutto alla Costituzione Repubblicana che della legge rappresenta la norma superprimaria.

Piaccia o meno agli eletti dal popolo (sic!), l’editore della RAI (finanziata dai cittadini non solo per il canone ma soprattutto perché l’azionista è lo Stato cioè l’ente che incamera le entrate tributarie dei cittadini e successivamente le redistribuisce in attività, investimenti e servizi) cioè lo Stato è soggetto alla Costituzione Repubblicana e nell’esercizio della informazione deve rispettare i principi propri dell’art. 21 Cost., lato passivo, cioè il diritto dei cittadini ad essere informati.

Questa è in estrema sintesi la situazione giuridica dei diritti degli utenti RAI e dei giornalisti RAI e, in nessuna norma di legge si troverà scritto che questo diritto costituzionale possa essere delimitato o mediato dai partiti politici che, viste le percentuali dei votanti, rappresentano solo una parte (seppure maggioritaria) dei cittadini italiani.

In altri termini nella Costituzione non vi è distinzione tra amore e odio né una strettoia per cui lo Stato possa con la sua televisione limitare l’informazione a ciò che dettano i partiti politici dovendo invece cercare di informare su ciò che accade nella totalità dell’universo dei cittadini.

Emblematica in questa direzione è l’enorme numero di utenti televisivi (circa 5-6 milioni di persone dati non contestati) che settimanalmente segue Annozero il cui messaggio culturale a più voci e la cui informazione quasi sempre descrive un paese diverso da quello riassumibile nelle dichiarazioni di ogni leader politico.

Esiste, infatti, in Italia un numero cospicuo di persone (circa 15 milioni) che non esprime un voto politico non scegliendo tra bianchi e neri, tra guelfi e ghibellini, che, allo stesso modo, ha diritto di essere informato e di manifestare liberamente il proprio pensiero anche attraverso la scelta di un tipo di informazione assolutamente fuori dal coro.

A chi ritiene di poter sempre decidere non solo all’interno dei poteri che la legge gli assegna bisognerebbe ricordare che una cosa sono i diritti riconosciuti dalla legge altro è l’appartenenza politica.




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sabato 27 marzo 2010

“Qui tam pro domino rege”. Riflessioni sul licenziamento della dr Rosa Grazia Arcifa



Con riferimento alla vicenda del licenziamento dalla Agenzia delle Entrate della dr Rosa Grazia Arcifa per dei commenti scritti sul nostro blog, di cui diamo notizia nel post che si trova a questo link, riportiamo uno scritto di menici60D15.




di menici60D15



Esprimo solidarietà alla dr Arcifa per il licenziamento censorio.

L’opposizione intellettuale e politica agli abusi e alle sopraffazioni del potere può riguardare situazioni e circostanze molto diverse, e suscitare reazioni altrettanto diverse, a seconda di come si colloca rispetto al gioco degli interessi.

In medicina, ad un estremo sta il caso dei medici che sostenevano il progetto di Allende, medico anch’egli, di ridurre la farmacopea nazionale a poche dozzine di farmaci, e di ridurre i consumi e le importazioni di farmaci.

Furono fatti assassinare nel 1973, pochi giorni dopo l’Undici settembre cileno, voluto dagli USA.

In Italia si dovrebbe parlare di diversi casi della stessa matrice; es. quello di Domenico Marotta, padre nel dopoguerra dell’Istituto superiore di sanità, fatto mettere in cella ottantenne da PM che poi risultarono legati alla P2 e alla mafia; il Nobel Bovet lo definì “un integerrimo grand commis de l’Etat”.

Marotta aveva infranto il monopolio anglo-americano sulla penicillina chiamando il Nobel inglese Ernst Chain a lavorare per l’Italia.

Oggi l’ISS è un gran commesso di quegli interessi che Marotta offese (Pansera F. Michael Stern e l’eziopatogenesi della demenza senile, 2007. Relazione a Casarrubea, Dino, Scarlata, Scarpinato, Paci, Tranfaglia).

All’altro estremo, in USA c’è una legge che tutela i “whistleblowers” – come vengono chiamati gli autori di questo genere di denunce – che svelano frodi ai danni dello Stato; legge detta anche “Qui tam”, abbreviazione dell’interessante espressione “Qui tam pro domino rege quam pro se ipso in hac parte sequitur”: “Colui che si fa parte in causa sia per il re che per sé stesso”.

La legge prevede che denunciando una frode ai danni dello Stato si abbia diritto a una ricompensa.

Nel 2009 Kopchinski, un ex informatore farmaceutico della Pfizer, attualmente la maggiore casa farmaceutica al mondo, dopo essere stato licenziato ha ricevuto dallo Stato decine di milioni di dollari per avere denunciato che la ditta promuoveva l’uso “off-label”, cioè al di fuori delle indicazioni per le quali era stato approvato, di un antidolorifico (la legge USA consente prescrizioni off-label ai medici, ma non consente alle case farmaceutiche attività di marketing per indicazioni off-label).

La British medical association nel 2009 ha invitato i suoi membri a denunciare irregolarità quanto prima, e ha istituito un servizio di supporto dedicato per i whistle-blowers.

Riguardo alla necessità di procedere per via gerarchica e istituzionale nel denunciare un danno o un pericolo al pubblico, ciò appare la via da seguire se ci si imbatte in problemi di tipo colposo.

Va meno bene per le frodi o altri illeciti commessi consapevolmente da superiori, e può essere un suicidio per situazioni che sono profondamente radicate nel sistema, istituzionalizzate e che muovono interessi di grande portata.

Il fisico australiano Brian Martin, che ha studiato sul piano accademico la soppressione del dissenso nella ricerca, nei suoi consigli ai ricercatori dissidenti osserva che questi hanno in genere una forte fiducia nelle istituzioni e pertanto una tendenza a usare procedure ufficiali; in base alla casistica che ha raccolto, esprime scetticismo sull’efficacia del rivolgersi ai canali ufficiali, che vede come disegnati dal potere, e in genere ad esso asserviti; inclusa la magistratura. Invita quindi ad essere “wary” dei canali che noi chiamiamo istituzionali.

In uno studio su 35 “whistleblowers” (Lennane KJ. “Whisleblowing”: a health issue. British medical journal, 11 set 1993) tutti i soggetti avevano cominciato sollevando il problema all’interno delle organizzazioni delle quali facevano parte; comportamento che nella quasi totalità dei casi ha portato a subire persecuzioni e pesanti colpi.

Lo studio espone i vari trattamenti ai quali si viene sottoposti quando si fanno queste denunce, e i conseguenti danni economici, psicologici, morali e fisici.

Considera anche il profilo psicologico dei “suonatori di fischietto”, che tra i vari rischi corrono anche quello di venire patologizzati sul piano psichiatrico.

Mentre non sono emerse personalità inusuali, in quasi metà dei casi è risultato un profilo del tipo “sensing, thinking, perceiving” (contro il 12% della popolazione generale).

I “whistlebowers” dunque non andrebbero visti a priori né come eroi né come disturbati mentali.

La risposta ai dubbi su di loro e sul loro operato andrebbe cercata, come al solito, partendo dal merito delle questioni che sollevano, volontariamente con le loro denunce; o che sollevano involontariamente, con altre iniziative; spesso convinti di stare semplicemente servendo il re, cioè i princìpi del bene comune.





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La rottura della gabbia tv





di Michele Serra





da Repubblica.it del 27 marzo 2010


La lunga diretta di Michele Santoro, ben al di là del giudizio di amici e nemici, è stata un evento storico: la capillare messa in rete di un’infinità di media di piccolo e piccolissimo calibro ha infine radunato un pubblico vastissimo.

Un pubblico che si è trovato al di fuori e al riparo dal ferreo controllo governativo sulla televisione generalista. Per la prima volta in modo così evidente la gabbia del duopolio è stata clamorosamente scardinata: un’evasione di massa che ha coinvolto giornalisti e artisti a vario titolo “impubblicabili” - specie in questi giorni di campagna elettorale - sul grande quotidiano dell’etere tradizionale.

Insieme a loro sono evasi, a milioni, telespettatori (e cittadini) che non aspettavano altro. Un’audience confederata e autoconvocata è stata la vera protagonista dell’evento, e lo è stata a pieno titolo: il vero esiliato dalla tivù, la vera vittima dei protervi editti e delle telefonate padronali del Re Censore, è quella fascia di pubblico, in larga parte giovane, che ritiene di non avere più rappresentanza televisiva.

Il suo esilio, prima ancora che politico, è culturale: il linguaggio della tivù, in gran parte calibrato su un’idea corriva e classista dei “gusti popolari”, non gli appartiene da anni. Quel mix di perbenismo politico e donnine scollacciate, di moralismo pubblico e immoralità privata, non gli dice nulla. Il mondo berlusconiano gli fa un effetto ridicolo e deprimente.

È un pubblico che cerca la realtà ovunque (Internet, amici, scuola, socialità diffusa) ma non in tivù, se non nelle sempre più rade occasioni di informazione non controllata, non sanzionata, non addomesticata.

L’isteria censoria del premier e il servilismo dei suoi impiegati hanno fatto il resto. Sono stati il clamoroso lancio pubblicitario di una serata, più che antigovernativa, ingovernabile.

E questo strappo mediatico, che in un paese normale già avrebbe il suo peso specifico, in Italia assume un peso molto maggiore: perché è precisamente il campo mediatico quello scelto dal premier per esercitare la sua egemonia politica, pubblicitaria (dunque economica) e culturale.

Basta vedere cosa ha fatto ieri il Cavaliere alla vigilia del voto: con l’intervista in contemporanea su Tg1 e Tg5 e l’invasione di altri quattro telegiornali e del Gr1.

È in casa del premier - e non è una metafora - che microfoni e telecamere sono stati trafugati e autogestiti da chi intende l’informazione come un potere autonomo e non come il cingolo di trasmissione di questo o quel governo (ma soprattutto di questo).

Chi ha seguito la serata, comunque la giudichi nei suoi singoli interventi e nel complesso della sua impostazione, ha colto l’eccezionalità, e direi ha provato lo choc, di un luogo televisivo di libertà incondizionata.

Una libertà “scandalosa”, vale a dire non consueta, non normale in un quadro televisivo che ci ha via via abituati alla cautela, all’esitazione, all’autocensura come norma prevalente.

E ci ha anche aiutato a capire quanto preziosi, e per questo detestati da Silvio Berlusconi, siano gli spazi di libertà d’informazione già presenti nei palinsesti, e ultimamente tacitati.

Ovvio che Silvio Berlusconi giudichi “un obbrobrio” una così plateale effrazione delle sue regole e dei suoi voleri.

Sarebbe ancora più preoccupato se i suoi fornitori di sondaggi gli presentassero un’analisi accurata del target che ha accompagnato Santoro e i suoi compagni di fuga.

Bassa età media, fitta rete di contatti (non controllabili) sulla rete, irrequietezza politica a tutto campo, non certo inquadrabile solo nella comoda casella della “sinistra”.

Rispetto ai tradizionali movimenti scolastici e universitari, che nascono e si spengono nell’ambito depresso e “specializzato” della scuola, questi milioni di disobbedienti si muovono e si formano dentro il fiume mediatico, cioè nel cuore stesso del potere italiano.

Mitizzano “la realtà” come metodo antitetico al sogno berlusconiano, pretendono giornalismo, circolazione delle notizie, divulgazione dei fatti, insomma informazione, con un fervore che si presta magari a qualche trappola ideologica, a qualche scorciatoia faziosa, ma centra in pieno il cuore di ogni questione nazionale.

Nella lettura governativa del fenomeno, si tratta dunque di autentici eversori.

Sanzionare questo o quel giornalista, chiudere la bocca a questo o quel programma è nelle facoltà del premier, e si è ampiamente visto. Ma ricondurre milioni di italiani nell’alveo della docilità mediatica, questo non è più possibile: il merito fondamentale della serata bolognese è stato mettere in scena questa fuga di massa dalla Verità Ufficiale.




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giovedì 25 marzo 2010

Rai per una notte


Questa sera:




Cliccando sul banner, si accede alla homepage del sito della manifestazione.

La diretta streaming sarà a questo link o a questo.







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mercoledì 24 marzo 2010

Licenziata dall'Agenzia delle Entrate per dei commenti scritti sul nostro blog


La dott.ssa Rosa Grazia Arcifa (nella foto qui a destra), funzionario dell’Agenzia delle Entrate, in servizio a Pavia, è stata licenziata “senza preavviso” per dei commenti scritti sul nostro blog ritenuti “altamente lesivi dell’immagine e della professionalità dell’Agenzia delle Entrate, dei suoi addetti, nonché del sistema fiscale del nostro Paese”.

A questo link un articolo di stampa che riferisce il fatto.

A questo link il provvedimento con il quale è stato disposto il licenziamento.

A questo link una interrogazione parlamentare con risposta scritta su questa vicenda.

Bisogna riflettere molto sulla condizione di un Paese nel quale le più alte cariche dello Stato insultano abitualmente e senza ritegno, in piazza, in televisione e sui giornali, interi apparati dello Stato e singoli specifici funzionari (gli ultimi in ordine di tempo sono il Presidente del Consiglio che dà degli eversori ai magistrati e il Presidente dei Senatori della maggioranza che dà del bugiardo e dell'alcolizzato al Questore di Roma) e un impiegato viene licenziato senza preavviso per i commenti fatti su un blog.

Evidentemente ormai anche l'onore e la dignità non sono uguali per tutti.




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martedì 23 marzo 2010

Rai per una notte


Il nostro blog trasmetterà in diretta streaming la trasmissione “Rai per una notte”, della quale riportiamo qui sotto il manifesto (cliccando sull'immagine, se ne aprirà una versione ingrandita).

Il sito dell’iniziativa è a questo link: http://www.raiperunanotte.it/







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lunedì 22 marzo 2010

Il codice tra le mani - Storia di Guido Galli

Questa sera, 22 marzo 2010, alle ore 23.30, su Rai Due, andrà in onda una puntata de “La Storia siamo noi” dedicata al giudice Guido Galli, assassinato da terroristi di Prima Linea il 19 marzo 1980.


A questo link c’è il promo della trasmissione.

Riportiamo qui sotto la presentazione di Stefano Caselli e Davide Valentini.



Un codice aperto accanto ad un cadavere coperto da un lenzuolo bianco, riverso lungo un corridoio dell’Università Statale di Milano.

È l’ultima immagine di Guido Galli, 47 anni, magistrato e professore universitario, ucciso da un commando di Prima Linea nel pomeriggio di mercoledì 19 marzo 1980.

In occasione del 30° anniversario della sua morte, “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli vuole ricordare un eroe del quotidiano in un’epoca che sembrava aver smarrito la ragione.

Un uomo che credeva nella Legge come strumento di democrazia, che amava il Diritto e che amava insegnarlo alle generazioni più giovani.

Un eroe come noi, come tanti “La Storia siamo noi” ha raccontato in questi anni, e che però non finiscono mai di stupire per quel che la loro tragedia – ancora oggi – lascia in eredità.

Giuseppe Galli, figlio di Guido Galli: “Non voleva assolutamente essere un eroe, perché faceva appunto una sua vita normale nella sua straordinarietà”; Gian Carlo Caselli, magistrato: “Non scortare Alessandrini fu un errore, non scortare Galli dopo che era stato ucciso Alessandrini fu ancora più grave”.

Questa insomma è la storia di un uomo schivo e capace, e che proprio per questo, volevano uccidere: Ibio Paolucci, giornalista: “Addirittura erano due organizzazioni che contemporaneamente avevano in programma di ammazzarlo”. Da un lato Marco Barbone, 22 anni, membro del gruppo di Corrado Alunni, studia per entrare nelle Brigate Rosse; dall’altro, c’è Sergio Segio, leader di Prima Linea a Milano. Armando Spataro, magistrato: “Marco Barbone diventò collaboratore nell’autunno dell’80 e ci raccontò di come Galli era uno degli obiettivi principali del suo gruppo, ma ci raccontò anche che la mattina praticamente sotto casa di Galli si poteva immaginare un viavai di gente che lo voleva ammazzare perché si incontrarono terroristi di Prima Linea e quelli del gruppo Alunni. Addirittura questo innescò una sorta di concorrenza per cui Prima Linea accelerò i suoi progetti”.

A sparare contro Guido Galli nei corridoi dell’Università non è però Marco Barbone, che di lì a poco ucciderà invece il giornalista Walter Tobagi. Nella macabra competizione di questi anni spietati, ad assassinarlo è Sergio Segio, leader di Prima Linea.

Ma chi è Guido Galli? Un professore aperto e interessato al dialogo con gli studenti, l’autore di un testo fondamentale sulla politica criminale, un magistrato che vuole che i condannati scontino la loro pena, ma che al tempo stesso studia e propone miglioramenti al sistema carcerario. Ma prima della stagione dell’odio, il nome di Guido Galli si lega negli anni Sessanta al suo ruolo di Pubblico Ministero in importanti processi per alcuni clamorosi crack finanziari, come quello per la bancarotta di Felice Riva, nel 1965.

Durante l’inchiesta sulla Società Finanziaria Italiana, Guido Galli conosce Giorgio Ambrosoli che in quel periodo è assistente dei curatori nominati per la bancarotta della società.

Due destini che si incontrano, e si aggrovigliano: Ambrosoli viene ucciso nel 1979, l’11 luglio, e Galli viene ucciso l’anno dopo.

Milano anni Settanta. L’aria burrascosa, soffia ovunque. Da via Larga a Sesto san Giovanni. Dai corridoi dei licei a quelli della Statale.

E talvolta è un vortice pronto alla tempesta. “Un modo di essere normale”, dice Silveria Russo, ex-terrorista di Prima Linea, che ha avuto un ruolo centrale nel progetto dell’omicidio di Guido Galli. Nella Milano degli anni Settanta è “normale” sparare ad altezza uomo nelle manifestazioni del sabato pomeriggio.

È “normale” uccidere il simbolo del sistema. Ma nella Milano degli anni Settanta non sparano soltanto i ragazzi del “movimento” e dell’Autonomia. Sparano anche le Formazioni Comuniste Combattenti, i Comitati Comunisti Rivoluzionari e le Brigate Rosse. Spara, soprattutto, Prima Linea, che nella storia del terrorismo di sinistra, per numero di omicidi, sarà seconda soltanto alle BR.

Il 13 settembre 1978 viene arrestato nel covo di via Negroli Corrado Alunni, 31 anni, ex operaio della Sit-Siemens, uno dei più grossi latitanti italiani.

Ha inizio la più grande inchiesta milanese sull’eversione di sinistra.

Quaranta giorni dopo la scoperta del covo, i pubblici ministeri De Liguori e Spataro trasferiscono gli atti dell’inchiesta al giudice istruttore: Guido Galli.

L’inchiesta Alunni è dell’ottobre 1978: l’Italia, dunque, è ancora sotto choc per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

Ciononostante, Guido Galli ammonisce contro la legislazione d’emergenza: contro il terrorismo, ripete, basta applicare il codice, la Legge.

Ma per qualcuno, nell’Italia di quegli anni, la tragedia di Aldo Moro è anche emulazione, competizione: Silveria Russo, ex Prima Linea: “Dopo l’omicidio di Moro tutte le organizzazioni terroristiche volevano la loro via Fani”.

Sostanzialmente dopo Moro anche la magistratura, e allora Galli, Alessandrini, ha cominciato a indagare e a capire che cosa fosse la lotta armata.

Corrado Stajano, scrittore: “Galli è arrivato a soluzioni nella sua ricerca sul terrorismo che hanno fatto capire ai terroristi che l’uomo era estremamente pericoloso perché aveva capito i loro punti deboli e il modo di affrontarli”.

Nessuna scorta per Guido Galli che ha per le mani un’inchiesta delicata come quella sulle Formazioni Comuniste Combattenti.

Ma la volontà di non mettere a repentaglio altre vite diventa, nella Milano di fine anni Settanta, un rischio fatale.

Per i giudici, il 1980 è un anno terribile.

Il 12 febbraio, a Roma, le BR uccidono Vittorio Bachelet, Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura; un mese dopo, è la volta di Nicola Giacumbi, Procuratore Capo a Salerno, e, a sole quarantott’ore di distanza, a Roma, di Girolamo Minervini, appena nominato responsabile delle carceri italiane. E di lì a poco, cadrà Mario Amato, ucciso dai NAR di Valerio Fioravanti.

A questa tragica contabilità della morte, non si sottrae Prima Linea.

La chiamano con disprezzo “Operazione Coccodè”: è il piano per uccidere Guido Galli, che il 17 marzo 1980 firma il suo ultimo atto istruttorio: un ordine di cattura per Sergio Segio: Gian Carlo Caselli, magistrato: “Il 18 marzo ci fu un primo tentativo di colpire Galli … il commando lo aspettò a lungo sotto casa ma Galli non uscì”.

Il gruppo di fuoco si sposta allora all’Università Statale. Quel giorno però Guido Galli non tiene lezione. Mercoledì 19 marzo, San Giuseppe.

Il commando terrorista raggiunge l’Università intorno alle 16.30.

Alessandra Galli, figlia di Guido Galli: “Era la pausa dopo la prima lezione, … e mentre eravamo lì c’è stato questo annuncio generico … è successo qualcosa al secondo piano è scoppiata una bomba o qualcosa del genere … io mi ricordo che la prima cosa che ho pensato è che potesse essere successo qualcosa a papà … sono salita fino all’aula dove lui avrebbe dovuto far lezione e girato l’angolo ho visto papà per terra … mi hanno fatto fare il riconoscimento … e da quel momento lì non ho più tanto il ricordo di che cosa è successo”.

Armando Spataro, magistrato: “Conservo tutti gli scritti di Guido e ho anche un appunto dalla sua agenda, che era di questo tenore: “se mi succede qualcosa telefonate al pubblico ministero dott. Armando Spataro” - ed aggiunge - “Quel ricordo mi suscita rabbia quando sento oggi personalità, i cosiddetti esperti di anti terrorismo, che dicono che nessuno può seriamente pensare che il terrorismo si combatte con il codice in mano. E quindi ovviamente si comprende perché io pensi a Guido, perché è morto col codice in mano. E quindi mi chiedo se queste persone conoscono qualcosa della storia d’Italia”.

La colpa di Guido Galli, secondo Prima Linea, era quella di aver ricostruito “l’Ufficio Istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente”.

Insomma, è stato ucciso perché era un magistrato bravo e intelligente, riformista e garantista.

Una rivendicazione tragicamente simile a quella di Emilio Alessandrini e a quella che seguirà la morte di Walter Tobagi, assassinato il 28 maggio 1980 dalla Brigata 28 Marzo di Marco Barbone.

Gian Carlo Caselli, magistrato: “Li hanno colpiti perché bravi, capaci, credibili. I sedicenti rivoluzionari non possono sopportare uno Stato o alcune componenti dell’organizzazione statuale che siano credibili. Perché se lo Stato è credibile anche un qualche suo componente, il messaggio di ribellione contro lo Stato passa più difficilmente e quindi la strada per i terroristi è più in salita”.

Nessuno ancora sa che, proprio in quel marzo 1980, l’orizzonte della lotta armata ha già iniziato a chiudersi.

Armando Spataro, magistrato: “Di lì a poco, infatti, grazie alle confessioni di Patrizio Peci prima e di Roberto Sandalo poi, Prima Linea è finita: arresti, pentimenti, dissociazioni e, infine, la stagione dei processi. E’ verosimile che Guido non sarebbe stato ucciso, se solo per 30/40 giorni fosse stato possibile rimandare quella sua lezione all’università”.

Venerdì 21 marzo, intanto, un corteo funebre attraversa le strade del paesino di Piazzolo, tra le montagne della Val Brembana tanto amate dal giudice Galli.

È il primo giorno della primavera del 1980.




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venerdì 19 marzo 2010

Il nemico numero uno: i magistrati!






di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






Ormai è una costante di questo misero Paese in cui viviamo.

Appena i magistrati scoprono qualche delinquente, subito i vertici delle più importanti istituzioni si mettono a insultare sguaiatamente … i magistrati e a difendere i delinquenti.

In sostanza, il nemico numero uno nel nostro Paese sono i magistrati.

Va in onda la tolleranza zero contro gli “sbirri”.

Non sfugge a questa ormai costante prassi l’indagine di Trani.

Contro di essa si è già detto di tutto e, fra l’altro, che sarebbero state fatte intercettazioni “a strascico” e che i magistrati avrebbero agito violando la competenza territoriale.

Forse chiarire qualche punto della questione può risultare utile.

1. Nessuno può dire se l’azione dei magistrati di Trani è stata o no corretta senza aver letto gli atti del procedimento. Le affermazioni di chi parla di irregolarità e scorrettezze senza avere letto gli atti sono irresponsabili e prive di qualunque senso e fondamento, che non sia, ovviamente, la strumentalizzazione delle proprie parole a fini “politici” (paradossi di questo Paese dove la politica è ridotta al favoreggiamento).

2. Ciò che è fino ad oggi di dominio pubblico sull’indagine di Trani non consente per nulla di affermare né che si siano fatte intercettazioni “a strascico” né che siano state violate le regole della competenza territoriale (fermo restando, ovviamente, che, quando si potranno leggere gli atti – e solo allora - si potrà dire con cognizione di causa se tutto sia stato o no regolare; allo stato, visto da fuori, tutto sembra perfettamente regolare).

3. Sulla base di ciò che si sa in questo momento dai giornali la situazione sarebbe uguale a quella che si verifica abitualmente in mille casi giudiziari dei quali il Ministro ovviamente non si interessa.

Lo schema è il seguente.

Il pubblico ministero Tizio sta intercettando il telefono di tre rapinatori della sua città (Poggiobelsito di sotto) e tramite queste intercettazioni sta acquisendo prove delle rapine che hanno commesso nella sua città.

Un giorno due dei rapinatori che intercetta, parlando fra loro, dicono una cosa tipo: “Hai saputo che Pippo e Mario hanno ammazzato Giovanni? Ma ora gliela facciamo pagare”.

Questo fa emergere elementi di prova di altri reati: l’omicidio di tale Giovanni, già consumato, avvenuto non si sa quando e non si sa dove, e l’organizzazione tuttora in corso di una vendetta contro gli assassini da compiersi non si sa come e non si sa dove.

Il pubblico ministero che ascolta queste telefonate ha il dovere di attivare immediatamente tutte le iniziative più opportune per acquisire e assicurare gli elementi di prova di quei reati e per impedire il compimento dei reati in corso di organizzazione (la vendetta).

Dunque, svolge indagini per identificare Pippo e Mario, che vengono indicati dal suo rapinatore come gli assassini di Giovanni, e attiva le intercettazioni dei loro telefoni.

Ovviamente, tali intercettazioni non possono in alcun modo essere definite “a strascico” e chi le definisce tali compie opera di grave disonestà intellettuale. Quel pubblico ministero, infatti, sta intercettando – peraltro, su autorizzazione del G.I.P. competente – persone specifiche a fini specifici e in presenza di indizi di reato specifici.

Nel corso di queste intercettazioni emergono via via elementi di giudizio che gli consentono di individuare con più precisione i termini dell’omicidio di Giovanni - se è vero che c’è stato, dove è stato commesso, da chi e perché – e della vendetta in programma – come dovrà compiersi, ad opera di chi e dove.

Appena ha acquisito e assicurato tutti gli elementi di prova che, se non acquisiti e assicurati subito, potrebbero disperdersi e appena è sicuro che sono cessate le attività criminose ancora in corso e che richiedono un monitoraggio quotidiano per essere, se possibile, interrotte, il pubblico ministero conclude la sua attività, stralcia gli atti, forma un nuovo fascicolo e lo manda alle Procure che a quel punto saranno apparse competenti (ipotizziamo, per esempio, Roma, dove si è scoperto che sarebbe avvenuto l’omicidio, e Milano, dove era stata organizzata la vendetta).

Non poteva sospendere le intercettazioni prima e non poteva trasmettere gli atti a Roma e Milano prima perché:

1. per trasmettere gli atti a Roma e Milano avrebbe dovuto sospendere le intercettazioni, che sarebbero riprese solo dopo che un p.m. di Roma e uno di Milano avessero chiesto a un G.I.P. di Roma e a uno di Milano e questi ultimi disposto nuove intercettazioni da Roma e da Milano;

2. sospendere anche solo per dieci minuti (non parliamo di un paio di giorni o una settimana) intercettazioni dalle quali stanno giungendo prove di reato significa correre il rischio di perdere per sempre ciò che verrà detto in quei dieci minuti o due giorni o una settimana; potenzialmente nulla di importante o di assolutamente decisivo (non è possibile saperlo a priori);

3. per definire con certezza questioni come il tipo di reati commessi e la competenza a occuparsene è necessario acquisire una serie di elementi e di riscontri che difficilmente emergono da una telefonata; più probabilmente da un insieme di telefonate lette in maniera coordinata fra loro.

Dunque, in sostanza, vista da fuori, l’azione dei colleghi di Trani appare di ineccepibile correttezza.

Hanno casualmente avuto indizi di gravi reati mentre indagavano su altri.

Hanno acquisito e assicurato (come imposto dal codice di procedura penale) le prove che potevano perdersi se non acquisite e assicurate tempestivamente.

Hanno, infine, delibato la loro competenza e trasmesso ad altri uffici gli atti ritenuti di competenza di quelli.

Accade migliaia di volte al giorno in mille processi, posto che oggi raramente criminali di un certo livello agiscono solo in una città (basti pensare a quante sono le città nella quale risulta avere agito la cricca coinvolta nell’inchiesta sulla Protezione Civile).

In molti casi, prima di trasmettere gli atti per competenza ad altri, si procede anche alla cattura degli indagati, se vi siano esigenze cautelari da assicurare: per esempio, se sembra che stiano per commettere altri reati o se vi è il rischio che inquinino le prove o fuggano.

Nei mille altri casi in cui tutto ciò accade ogni giorno nessuno fa dichiarazioni avventate e prive di fondamento (per la semplice ragione che non si tratta di coprire ancora Berlusconi).

Le cose vanno a buon fine.

Come ho già scritto qui in altre occasioni, decine di soloni – giornalisti, politici, purtroppo anche deputati e ministri – hanno detto una montagna di cose insulse sul caso della signora Lonardo/Mastella, ironizzando sul fatto che i magistrati di Santa Maria Capua Vetere ne avevano disposto la cattura pur sapendosi e dichiarandosi incompetenti e trasmettendo DOPO gli atti a Napoli.

Tutti i giudici dei diversi gravami, fino alla Corte di Cassazione compresa hanno confermato la correttezza e legittimità dei provvedimenti dei magistrati di Santa Maria Capua Vetere e la signora Lonardo/Mastella è stata rinviata a giudizio.

E tuttavia ancora continuiamo a sentire citare il caso Lonardo/Mastella come esempio di atto illegittimo della magistratura.

Abbiamo subìto ogni genere di insulto e piagnisteo per la cattura del Presidente della Regione Abruzzi Ottaviano Del Turco e anche in quel caso la condotta dei magistrati è risultata pienamente legittima e Del Turco va a giudizio.

Infine, sembra evidente che, ove mai i magistrati di Trani avessero agito scorrettamente, saranno spazzati via dalla magistratura entro poche ore, come già accaduto anche a magistrati che avevano agito in maniera pienamente legittima: fra i tanti esempi, i colleghi De Magistris, Apicella, Nuzzi, Verasani e Forleo.

In questi tempi le c.d. istituzioni sono tendenzialmente solidali con i delinquenti e tendenzialmente ostili ai magistrati.

Capita quando, come dicono le relazioni delle varie commissioni antimafia, la criminalità si fa talmente forte da infiltrarsi massicciamente nelle strutture del potere economico e politico.

Da essere, insomma, non più in campagna come un tempo, ma in borsa e in Parlamento.

Fra le mille vicende citabili in proposito, bastino (per limitarsi alla stretta attualità) quella del senatore Di Girolamo, al quale un capomafia dice “Nicò devi obbedire sei il mio schiavo” e quella del vicepresidente della Regione Puglia che, stando a quanto emerge dai giornali di oggi, prendeva una sorta di stipendio dallo stesso corruttore che mandava prostitute a casa del Presidente del Consiglio (ma Berlusconi dice che non sapeva che erano pagate. Credeva che fosse amore. Mentre il suo avvocato dice che lui era solo - sic! - “l’utilizzatore finale“).

Cose del genere nel Burkina Faso produrrebbero le dimissioni di tre quarti della classe dirigente del paese.

In Italia producono un’aggressione sempre più volgare e isterica ai magistrati e, possibilmente, la loro cacciata.

E’ il segno di quanto grave è la nostra malattia.

Oggi come oggi fare paragoni con i regimi sudamericani di un tempo risulta offensivo dei sudamericani.

In nessun paese non dico civile, ma decente, i magistrati vengono insultati da uomini con incarichi istituzionali e di governo e per di più anche dal Ministro della Giustizia senza un fondamento e “a prescindere”.

Ieri si è avuto anche dell’umorismo involontario ad opera di tal Capezzone, che, a proposito dell’arresto del vicepresidente della Puglia ha dichiarato: “Noi siamo diversi dalla sinistra, e non esultiamo mai per le manette, neanche nel caso di Frisullo”.

Traduzione: noi non stiamo mai dalla parte della giustizia, neppure quando arresta i nostri avversari politici. Perché per noi i giudici sono più nemici di qualunque nemico. Noi siamo proprio contro la giustizia e basta. A prescindere.

Anni fa cose del genere si sentivano dire solo ai più irriducibili padrini. Ora le sentiamo dire a gente che sta al governo.

Questo dovrebbe fare riflettere molto.



___________


P.S. – Le ispezioni a Trani disposte dal Ministro Alfano sono illegali, per le ragioni esposte a questo link e a quest’altro.





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Galli, l’umanità dietro la toga





di Stefano Caselli
(Giornalista)




da Il Fatto Quotidiano del 19 marzo 2010


“E’ automatico. Penso sempre che sia la volta buona. Invece …”. Fa un certo effetto vedere Armando Spataro piangere. Eppure capita, ogni volta che ricorda “Guido”.

Guido è Guido Galli, giudice istruttore ucciso da Prima Linea nei corridoi dell’Università Statale di Milano esattamente 30 anni fa, alle 16.45 del 19 marzo 1980, a 47 anni: “Conservo tutti i suoi scritti – ricorda Spataro – anche un appunto sulla sua agenda: ‘Se mi succede qualcosa, chiamate Armando Spataro’. E seguiva il mio numero di telefono”.

Tra le decine di persone che si accalcano quel giorno al secondo piano della Statale – tra cui Alessandra Galli, allora studentessa, che riconoscerà il corpo del padre – accorre anche l’attuale procuratore aggiunto di Milano: “Guido era steso a terra – ricorda – aveva il codice in mano”. Un’immagine scolpita nella memoria della Milano che non dimentica.

Oggi a mezzogiorno i colleghi dell’Anm ricorderanno Guido Galli nell’aula magna del Palazzo di Giustizia.

Subito dopo, verrà presentato in anteprima “Il codice tra le mani. Storia di Guido Galli”, documentario prodotto dalla Sgi di Torino per “La Storia Siamo Noi” di Giovanni Minoli.

Il pomeriggio del 19 marzo 1980 Galli è atteso in università per la consueta lezione di Criminologia. Poco lontano dall’aula, che oggi porta il suo nome, è appostato il commando di Prima Linea: quattro persone guidate da Sergio Segio, lo stesso che poco più di un anno prima uccide in viale Umbria Emilio Alessandrini, collega e amico di Guido Galli.

Tutt’altro che una coincidenza; entrambi gli omicidi, infatti, saranno rivendicati con parole tragicamente simili. Tutti e due muoiono semplicemente perché bravi.

Alessandrini per aver dato credibilità allo Stato svelando le trame nere dietro la strage di piazza Fontana, Galli perché “apparteneva alla frazione riformista e garantista della magistratura “ colpevole di aver ricostruito “l’Ufficio Istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente”.

Oggi – c’è da scommettere – qualcuno le chiamerebbe “toghe rosse”.

Allora erano solo i nemici numero uno di chi, unilateralmente, aveva dichiarato una folle guerra civile: “I sedicenti rivoluzionari – ricorda Gian Carlo Caselli, in quegli anni giudice istruttore a Torino – non possono sopportare uno stato credibile, perché il messaggio di ribellione passa più difficilmente”.

Guido Galli, affiancato dal pm Armando Spataro, aveva da poco terminato l’istruttoria contro il gruppo di Corrado Alunni, la madre di tutte le inchieste sull’eversione di sinistra a Milano. Svelerà i rapporti tra l’autonomia milanese e organizzazioni armate come Prima Linea, Formazioni comuniste combattenti, Brigata XXVIII marzo (che nel marzo 1980 ucciderà il giornalista Walter Tobagi).

Intrecci che si rincorrono negli ultimi giorni di vita del giudice Galli: pochi giorni prima dell’omicidio – come sveleranno le inchieste dell’Ufficio istruzione di Torino – Marco Barbone (leader della XXVIII marzo) e Sergio Segio si incrociano sotto casa Galli, in corso Plebisciti 3.

Il loro obiettivo è lo stesso, il che allarma Prima Linea che accelera le operazioni, anche perché Guido Galli è un bersaglio “facile”. Come Alessandrini, è senza scorta, al punto che il gruppo di fuoco di PL lo segue per due giorni tra corso Plebisciti e la Statale: “Noi magistrati di Torino che ci occupavamo degli stessi settori di lavoro di Galli e Alessandrini – ricorda ancora Caselli – eravamo scortati. Molte volte abbiamo pensato che sono morti anche al posto nostro”.

La morte di un uomo giusto più che mai attuale, anche a 30 anni di distanza, come ricorda Armando Spataro: “Al di là dell’emozione che ancora suscita – racconta – l’assassinio di Guido mi provoca rabbia, quando sento oggi i cosiddetti esperti di antiterrorismo dire che nessuno può pensare di combattere il terrorismo rispettando le regole. Guido è morto col codice in mano, per il codice, e non solo lui ovviamente, sono stati in tanti. E quindi, mi chiedo se queste persone sappiano qualcosa della storia d’Italia”.

Rabbia che si unisce alla malinconia per una morte giunta al crepuscolo della follia armata degli anni ‘70. Proprio in quei giorni, a Torino, Patrizio Peci, capo colonna delle Brigate Rosse, comincia a collaborare. Indicherà il nome di Roberto Sandalo, e anche per Prima Linea sarà l’inizio della fine.

Sorprende – e non appaia retorica – il ricordo pieno di dolcezza e umanità che amici e colleghi conservano oggi di Guido Galli. Un’umanità che traspare, verrebbe da dire trasuda, dalla sua famiglia.

Bianca e Guido Galli hanno avuto quattro figli: Alessandra, Carla (entrambe in magistratura), Giuseppe e Paolo, più Riccardo, figlio di una sorella di Bianca, adottato nel 1972: “Bianca – ricorda Vittorio Grevi, amico di Guido Galli – ha cresciuto cinque figli di grande livello anche etico e morale, che era quello che Guido sperava: ‘Devo dare ai miei figli un modello – diceva – perché si incanalino su una gerarchia di valori’. E devo dire che da questo punto di vista è stato soddisfatto”.





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mercoledì 17 marzo 2010

Dal Quirinale sulle ispezioni ministeriali



Giustizia: “Evitare drammatizzazioni e contrapposizioni fuorvianti sul piano istituzionale”



Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, anche nella qualità di Presidente del CSM, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il Comitato di Presidenza del CSM ha deliberato martedì 16 di affidare alla VI Commissione la richiesta sottoscritta dalla gran parte dei membri del Consiglio per l’apertura di una “pratica” inerente l’ispezione disposta dal Ministro della Giustizia presso la Procura della Repubblica di Trani. Tale richiesta non poteva discutersi, mancandone i presupposti, come apertura di una “pratica a tutela” qual è concepita nelle rigorose formulazioni di recente introdotte nel regolamento del CSM ; ed è stata perciò correttamente assegnata alla VI Commissione, competente per “questioni di carattere generale connesse a rapporti istituzionali”.

E come lo stesso Comitato di Presidenza ha chiarito, il CSM può solo richiamare gli orientamenti generali già indicati da ultimo con deliberazione del 24 luglio 2003 circa i “rapporti fra segreto di indagine e poteri dell’Ispettorato”. Tali indicazioni sono d’altronde ben chiare a chi svolge attività ispettiva per conto del Ministero della Giustizia e a chi dirige la Procura di Trani, che le ha infatti in questi giorni pubblicamente richiamate.

Come recita lo stesso regolamento del CSM, quest’ultimo può prendere in esame “le relazioni conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall’Ispettorato generale presso il Ministero della Giustizia”, e non pronunciarsi preventivamente sullo svolgimento di dette inchieste. Così come queste non possono interferire nell’attività di indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell’ordinamento i rimedi opportuni nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei procedimenti. Vanno in sostanza rispettate - in tutti i casi, compreso quello oggi all’attenzione dell’opinione pubblica - l’autonomia delle indagini e l’autonomia degli interventi ispettivi disposti dal Ministro della Giustizia nei limiti dei suoi poteri.

E’ altamente auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti, sul piano istituzionale. Roma 17 marzo 2010».



Ci permettiamo soltanto due rispettosissime obiezioni:

1) Il CSM non deve solo richiamare gli orientamenti già espressi nel 2003, ma può e deve segnalare al ministro che, successivamente, per volontà del suo stesso schieramento politico che lo aveva originariamente concepito, è entrato in vigore l’art. 14 del D.Lgs. n. 109 del 2006 il cui secondo comma prevede che il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere, entro un anno dalla notizia del fatto, l’azione disciplinare mediante richiesta di indagini al Procuratore generale presso la Corte di cassazione.

2) “Le relazioni conclusive delle inchieste amministrative eseguite dall’Ispettorato generale presso il Ministero della Giustizia”, sono solo quelle periodiche previste dall’art. 12 della legge n. 1311 del 1962, non certo quelle “mirate”, ormai fuori legge in quanto le indagini su un magistrato sono riservate esclusivamente al PG.

Questo blog si era occupato di queste tematiche alcuni anni fa (l'articolo è a questo link), quando le ispezioni erano già di moda eppure non interessavano a nessuno, neppure all’ANM, sebbene già allora i magistrati venissero forzatamente sottratti alle loro funzioni a causa delle inchieste svolte.




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Cos'è la concussione



da Il Fatto Quotidiano del 17 marzo 2010






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martedì 16 marzo 2010

Se questo è un ministro



di Bruno Tinti
(ex Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino)





da Il Fatto Quotidiano del 16 marzo 2010


Un ministro della Giustizia “normale” avrebbe atteso gli sviluppi dell’indagine su B&C e poi si sarebbe posto il problema se, nella Procura di Trani, “i servizi procedevano secondo le leggi, i regolamenti e le istruzioni vigenti” (Legge sulle ispezioni, 1311/1962); poi, magari, avrebbe disposto un’ispezione.

Un ministro della Giustizia furbo avrebbe detto: la Procura di Trani versa in condizioni disastrate; mando gli ispettori a vedere cosa si può fare. Poi da cosa nasce cosa …

Un ministro della Giustizia che ha concepito il Lodo omonimo e che si è dimostrato entusiasta delle leggi sul processo morto e sul legittimo impedimento avrebbe detto esattamente quello che ha detto Alfano: “L’inchiesta di Trani, il cui contenuto non conosco nel merito, evidenzia almeno tre gravissime patologie che sono chiare anche allo studente che affronta all’università l’esame di Procedura penale. E cioè: un problema gravissimo di competenza territoriale, un secondo problema di abuso delle intercettazioni, e un terzo che riguarda la rivelazione del segreto d’ufficio”.

Come tutti sanno, a Trani sono stati inviati gli ispettori.

Il problema è che questo studente universitario avrebbe potuto spiegare al ministro quanto segue.

Le ispezioni ministeriali sono regolamentate dalla legge 1311/62 che (art. 7) le prevede al fine di accertare la regolarità dei “servizi”, cioè l’organizzazione degli uffici giudiziari e l’adeguatezza delle risorse materiali e umane.

Sicché, a norma di legge, l’attività giurisdizionale non c’entra proprio nulla con le ispezioni che hanno natura amministrativa.

Per esempio, se un magistrato decide di incriminare B&C, questi sono affari del Tribunale della Libertà, del gip, del Tribunale, della Corte d’Appello e della Corte di Cassazione che, tutti nell’ordine e per quanto di loro competenza, stabiliranno con ordinanze e sentenze se chi indaga è competente a farlo e se ci sono prove valide (il che significa anche acquisite legittimamente) a sostegno dell’ipotesi di accusa.

Non è il ministro della Giustizia, nemmeno se si chiama Alfano, che può stabilire chi sia la procura territorialmente competente e se intercettazioni telefoniche (o qualsiasi altro mezzo di ricerca della prova) siano state disposte legittimamente.

Quanto alla fuga di notizie, non è il ministro della Giustizia che può svolgere indagini circa la sussistenza di un reato: questo è compito della Procura della Repubblica.

Insomma il ministro Alfano ha inviato a Trani gli ispettori per fare cose che, secondo legge, non possono fare, e dunque ha disposto un’ispezione illegittima.

Questo, in effetti, glielo avrebbe potuto dire uno studente universitario. Ma c’è di peggio.

Supponiamo che il ministro Alfano (che quando si tratta di B&C ha le idee chiarissime pur senza “conoscere nel merito” nulla dell’indagine) abbia informazioni tali da renderlo certo che ci sono state le patologie di cui si è affrettato a parlare; e supponiamo (ma non è vero) che queste patologie rendano opportuno un procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati di Trani.

Perché parlo di procedimento disciplinare e non d’ispezione? Perché (questo lo studente universitario probabilmente non lo sa ma Alfano certamente sì), nel 2006 c’è stato il Decreto legislativo n. 109 che, all’art. 14 comma 2, prevede che il ministro della Giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare mediante richiesta d’indagini al procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

Il che vuol dire che, se il ministro della Giustizia ritiene che sussistano illeciti disciplinari (le gravi patologie da lui date per certe senza conoscere niente dell’indagine) l’unica cosa che può fare è dirlo al suddetto pg che svolgerà le indagini necessarie.

Insomma, il ministro non può, proprio non può, mandare gli ispettori a fare indagini sulle “gravi patologie” così evidenti da essere percepibili dal famoso studente: se sono così evidenti se ne occupi, come previsto dalla legge, il pg presso la Cassazione; lui, il ministro, può solo segnalare la cosa.

Allora, perché Alfano ha subito suonato la grancassa e inviato gli ispettori?

Perché così ha avvalorato la consueta autocertificazione d’innocenza di B&C, corredata dalle consuete calunnie nei confronti di chi ha osato indagare su di loro. B&C non hanno mai commesso alcun reato; la loro incriminazione è frutto di evidenti patologie; il vigile ministro le accerterà (anche se, a termini di legge non può farlo) rendendo così chiaro al popolo tutto come la specchiata virtù di B&C sia stata oggetto di un vile complotto.

Il problema è che a questo stravolgimento della legge ha molto contribuito il Consiglio superiore della magistratura.

Per molto tempo il Csm ha ritenuto che le decisioni giurisdizionali non potevano essere censurate disciplinarmente.

Un pm incrimina taluno per concussione; il Tribunale decide che si tratta di abuso di ufficio; le intercettazioni potevano essere disposte per la concussione ma non per l’abuso; non si poteva arrestare nessuno; alla fine l’imputato è condannato a una pena lieve o addirittura assolto.

E allora? Che c’entra il procedimento disciplinare? Queste cose riguardano Tribunale, Appello e Cassazione; non il Csm.

Nessuno ne ha mai dubitato.

Fino a qualche tempo fa.

Per esempio, quando la Procura di Salerno ha emesso un decreto di sequestro nei confronti della Procura di Catanzaro.

In questo caso il Csm è intervenuto disciplinarmente e ha affermato un principio gravissimo: il Csm può stabilire che un provvedimento giurisdizionale non serve allo scopo per il quale è stato emesso (acquisire la documentazione che la Procura di Catanzaro si rifiutava di consegnare) ma ad altro; nel caso di specie a finalità addirittura illecite: appropriarsi dell’indagine che quella procura stava facendo su De Magistris.

Poi il Tribunale della Libertà ha detto che si trattava di un provvedimento pienamente legittimo; ma ormai i magistrati di Salerno erano stati trasferiti.

Il famoso studente universitario non avrebbe difficoltà a rendersi conto che un tal modo di procedere(a questo punto comune a Csm e ministro) mette a rischio l’indipendenza e l’autonomia del magistrato.

Se un provvedimento giurisdizionale può essere valutato disciplinarmente, nessuna sentenza sarà più al sicuro: per intenderci, si potrà stabilire che il giudice Mesiano non ha emesso una sentenza che dava torto a Mediaset perché così (a torto o a ragione, lo stabiliranno Appello e Cassazione) ha ritenuto giusto; ma perché fa parte del complotto pluto-comunista-giustizialista ai danni di B&C.

Così, come al solito, è inutile prendersela con B&C (in questo caso con Alfano): fanno quello che ci si aspetta da loro.

Il vero problema sono quelli che non capiscono, non prevedono, non prevengono.

Se oggi tanti credono alla favola della magistratura politicizzata, delle indagini e sentenze complotto, della necessaria immunità politica, un po’ (tanta) responsabilità ce l’ha il Csm




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