Destra e sinistra, more solito. Non fosse che si parla di magistrati sarebbe fisiologico. Ma non lo è.
Questo ha voluto il Popolo (la sua maggioranza) e questo gli tocca: una magistratura politicamente catalogabile.
La sconfitta di Magistratura indipendente non si spiega cercando chi avrebbe sottratto voti. Si spiega chiedendosi perché abbia smesso di offrire una proposta riconoscibile.
La spiegazione più rassicurante di una sconfitta è quasi sempre quella che attribuisce la responsabilità a qualcun altro. Nel caso di Magistratura indipendente il racconto è già disponibile: la divisione dei moderati, le candidature esterne alla corrente, i voti dispersi, il ritorno di Cosimo Ferri. È la chiave di lettura proposta dall’articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, «La divisione tra le toghe moderate che alla fine ha favorito i rivali», al quale Luisa De Renzis ha risposto con una lettera aperta, contestando anzitutto di essere stata definita una «candidata ferriana».
Ma una spiegazione rassicurante non è necessariamente convincente. E soprattutto rischia di confondere gli effetti con le cause: la dispersione del consenso può essere il sintomo di una crisi politica e culturale, non la sua origine.
Quando l’unità cancella le differenze
La domanda che la destra giudiziaria dovrebbe porsi è un’altra: quale ragione ha offerto agli elettori per continuare a sceglierla?
L’appiattimento sulle posizioni contrarie a ogni riforma, sostenute con maggiore continuità e riconoscibilità dalla magistratura progressista, ha finito per cancellarne la specificità. Quando una componente moderata assume come proprio orizzonte la medesima linea di resistenza degli altri gruppi, può rivendicare toni differenti, una diversa storia associativa, persino una maggiore capacità di interlocuzione istituzionale. Ma non riesce più a esprimere un’alternativa.
Il risultato elettorale si presta allora a una lettura meno consolatoria: gli elettori hanno preferito l’originale al surrogato. Se la priorità diventa presidiare l’assetto esistente e contrastarne ogni modifica, chi interpreta da sempre quella battaglia dispone di una credibilità più immediata di chi vi si accoda.
È qui che emerge il paradosso di una magistratura progressista nelle appartenenze e nel linguaggio, ma conservatrice quando considera l’assetto dell’autogoverno e dell’organizzazione giudiziaria un equilibrio da difendere più che un sistema da correggere. La destra giudiziaria non avrebbe dovuto contrapporle un’adesione indiscriminata alle iniziative del governo. Avrebbe dovuto esercitare un’autonomia di giudizio: distinguere, proporre, accettare ciò che merita di essere cambiato e contrastare ciò che compromette le garanzie.
Difendere l’indipendenza della magistratura non significa considerare ogni riforma una minaccia. E una cultura moderata perde la propria funzione quando rinuncia a questa distinzione.
Ferri, un’obiezione alla lettura della sconfitta
In questa prospettiva l’elezione di Cosimo Ferri non può essere liquidata come un semplice incidente. Ferri è tornato al Consiglio superiore senza il sostegno di alcuna corrente, raccogliendo 258 voti personali nel collegio dei giudici di merito e ottenendo il seggio attraverso il recupero proporzionale. Un risultato numericamente contenuto, ma sufficiente all’elezione.
Non occorre trasformarlo in un plebiscito. Resta però il punto politico: Ferri non ha avuto bisogno di presentarsi come qualcosa di diverso dal proprio naturale collocamento politico e giudiziario per trovare un consenso capace di condurlo al Csm. La sua elezione indebolisce la rappresentazione di un’area moderata sconfitta semplicemente perché tale, e suggerisce che il problema sia stato piuttosto la riconoscibilità della proposta offerta dalla corrente.
La risposta di De Renzis: il consenso non è proprietà della corrente
Ancora meno persuasiva è la riduzione della candidatura di Luisa De Renzis a un’operazione di disturbo.
La sua lettera al Corriere della Sera merita di essere letta per ciò che contiene, non soltanto per la polemica dalla quale nasce.
La sostituta procuratrice generale della Cassazione respinge l’etichetta di «candidata ferriana» e rivendica un’origine «del tutto autonoma» della propria candidatura. Non è una distinzione marginale: un conto è presentarsi con un progetto proprio, altro è essere descritta come parte di una strategia altrui, diretta a contrastare il candidato di Magistratura indipendente.
La replica pone una questione che precede persino il giudizio sul suo programma: un magistrato può concorrere all’autogoverno senza che la sua iniziativa debba essere ricondotta a un capo, a una corrente o a una manovra? Oppure, fuori dagli apparati, l’autonomia è considerata una spiegazione troppo semplice per essere credibile?
È il punto più incisivo della lettera. De Renzis domanda: «L’impegno del singolo può essere considerato una ferita a coloro che competono con le correnti?». La domanda rovescia il ragionamento: non è il candidato autonomo a dover giustificare la propria presenza; sono gli apparati a dover spiegare perché quella presenza venga percepita come un’intrusione in uno spazio che ritengono riservato ai propri prescelti.
Dietro questa rappresentazione si nasconde una concezione proprietaria del consenso. Prima ancora che gli elettori si esprimano, si presume che una certa area di voti appartenga alla corrente; chi offre un’alternativa non starebbe concorrendo a conquistarli, ma contribuendo a disperderli. In una competizione autenticamente aperta, invece, nessuno è tenuto a farsi da parte per garantire il successo del candidato indicato da un’organizzazione. La capacità di rappresentare un elettorato deve essere dimostrata, non presupposta.
Non si nega che la pluralità delle candidature possa incidere sull’esito. Ma dire che una candidatura può aver modificato gli equilibri è un’ipotesi da verificare; descriverla come un’operazione concepita per danneggiare qualcuno significa attribuirle un’intenzione, che non può essere desunta dal solo fatto che il candidato della corrente non sia stato eletto.
Quasi mille voti non sono un’appendice
De Renzis rivendica 996 voti, raccolti nel collegio unico nazionale di legittimità e, secondo quanto scrive, senza una «reale parità comunicativa» rispetto ai candidati sostenuti dalle strutture di apparato. Il racconto del suo percorso, fatto di ostacoli, viaggi solitari e confronto diretto con i colleghi, restituisce concretezza a ciò che l’etichetta «ferriana» tende a cancellare: una candidatura, una proposta e persone che hanno scelto di sostenerle.
Il confronto numerico è eloquente. I 996 voti di De Renzis sono circa il quadruplo dei 258 voti personali di Ferri. I collegi sono diversi, e le grandezze non misurano direttamente la rispettiva forza elettorale; ma proprio questa sproporzione rende implausibile la tesi secondo cui il consenso della candidata sarebbe derivato dalla capacità di orientamento di Ferri. Sostenere che la candidatura di Ferri, o una candidatura a lui attribuita, abbia sottratto voti a Magistratura indipendente nel collegio di legittimità significa trascurare questo dato. Non basta un’etichetta per spiegare quasi mille scelte individuali.
Quei voti, del resto, non appartenevano preventivamente alla corrente. Per sostenere che le siano stati «sottratti» bisognerebbe sapere quanti elettori, in assenza della candidatura autonoma, avrebbero scelto il candidato ufficiale, quanti un altro concorrente e quanti nessuno. La vicinanza culturale non equivale a una delega permanente; la delusione verso la candidatura ufficiale può essere la ragione del voto autonomo, non un incidente da rimuovere.
Significativamente, De Renzis non chiede rispetto soltanto per sé, ma per i suoi 996 elettori, magistrati che hanno creduto nella possibilità di un cambiamento. Ridurre la candidata a strumento di una strategia altrui significa ridurre anche chi l’ha votata a destinatario passivo di indicazioni, anziché riconoscerne la capacità di valutare e scegliere.
L’indipendenza che deve valere anche dentro la magistratura
Il nucleo più impegnativo della risposta è il richiamo all’indipendenza interna. De Renzis indica come obiettivo una magistratura «credibile ed indipendente persino da se stessa» e denuncia la tendenza a mettere «sul banco degli imputati i candidati indipendenti», cercando dietro le loro iniziative strategie recondite e progetti contro i candidati prescelti.
L’espressione individua una contraddizione che la magistratura associata dovrebbe prendere sul serio.
Non basta rivendicare libertà nei confronti della politica se poi, nella vita interna, il dissenso deve continuamente dimostrare di non essere slealtà e la candidatura autonoma di non essere una manovra.
L’autonomia è una parola incompleta quando vale verso l’esterno ma suscita sospetto appena viene esercitata nei confronti del proprio gruppo.
Ciò non rende le candidature indipendenti immuni da critiche: programmi, sostegni effettivi ed eventuali relazioni politiche possono essere esaminati quanto quelli dei candidati di corrente. Ma l’esame deve partire da elementi verificabili e dal contenuto delle proposte, non dalla convinzione che dietro ogni iniziativa non autorizzata debba esserci qualcuno. E l’autonomia rivendicata da De Renzis non coincide con il disimpegno: la magistrata lega la propria candidatura alla passione civica e alla responsabilità per la credibilità della giurisdizione, proponendo un impegno che non debba necessariamente passare attraverso l’appartenenza organizzata.
L’autocritica che manca
È il passaggio che la polemica sulle divisioni rischia di eludere. Le candidature indipendenti non sono un’anomalia da giustificare davanti alle correnti; è semmai il sistema delle correnti a dover spiegare perché una parte degli elettori cerchi rappresentanza altrove. Se una candidatura autonoma raccoglie quasi mille voti, la domanda politicamente utile non è perché abbia osato presentarsi, ma quali esigenze abbia intercettato che la proposta ufficiale non ha saputo rappresentare.
Magistratura indipendente dovrebbe dunque interrogarsi meno su chi avrebbe disperso il suo patrimonio elettorale e più sulle ragioni per cui quel patrimonio non si è riconosciuto nella sua proposta. Una corrente non ritrova autorevolezza chiedendo agli altri di non concorrere. La ritrova tornando a esprimere idee per le quali valga la pena votarla.
La destra giudiziaria non aveva il compito di diventare la voce del governo dentro la magistratura. Aveva quello, ben diverso, di dimostrare che l’indipendenza può convivere con la disponibilità al cambiamento. Se rinuncia a questa funzione e si limita a ripetere, con qualche attenuazione di tono, le posizioni della sinistra giudiziaria, non può stupirsi che gli elettori scelgano chi quelle posizioni le rappresenta da sempre.
L'asimmetria del ragionamento: il caso della neo formazione di Fontana
Se ulteriori conferme fossero necessarie, se ne offre una, forse decisiva, nell'atteggiamento tenuto verso l'esito di un'altra componente del nuovo quadro consiliare. Ben tre sono i consiglieri espressi dalla neo formazione riconducibile al consigliere superiore uscente Roberto Fontana, nata sulla scia dell'esperienza pionieristica della consiliatura precedente. Nessuno, per quanto risulta, si chiede se questo sia un bene o un male. E soprattutto nessuno si lamenta della sottrazione di voti alla sinistra giudiziaria organizzata nei gruppi tradizionali.
Occorre riflettere su questa asimmetria. Una neo formazione, partendo da quasi zero, ritaglia per sé una rappresentanza nel Consiglio e il fatto viene registrato come una notizia, al più come una sorpresa. Non viene descritto come un attentato alla rappresentanza di Area o di Magistratura democratica, né come la causa delle loro perdite. Nessuno chiede ai suoi esponenti di giustificare la propria presenza, di dimostrare che non erano una manovra di qualcun altro, di scusarsi per aver disperso il patrimonio elettorale delle correnti costituite.
Perché, allora, la candidatura autonoma di un magistrato che si presenta nel collegio di legittimità viene interrogata come un'anomalia da spiegare, mentre l'ingresso di una nuova formazione viene accolto come una vicenda normale, quasi fisiologica, della vita associativa? Perché la dispersione dei voti moderati viene vissuta come una ferita inflitta alla corrente, mentre quella dei voti di sinistra non merita nemmeno un dibattito? La risposta non può che essere una: perché il ragionamento sulla sottrazione di voti non è un criterio, è un'arma difensiva. Lo si invoca quando la corrente che lo usa perde, lo si ignora quando perdono gli altri.
Questa asimmetria conferma la tesi del ragionamento proprietario. Se il pluralismo e la capacità di nuove soggettività di intercettare il disagio dei magistrati sono un bene quando erodono il consenso della sinistra tradizionale, devono essere un bene anche quando erodono quello della destra. Se l'ingresso di tre consiglieri legati a una neo formazione non costituisce un problema per la democrazia interna, non lo è nemmeno l'elezione di un consigliere che non deve la propria vittoria ad alcuna corrente. E se è legittimo chiedersi se questo sia un bene o un male, la domanda va posta per tutti, non soltanto per chi, essendo l'unico davvero isolato, non ha correnti a rivendicarne il merito.
Anzi, il confronto tra i due casi suggerisce una considerazione ulteriore. Fontana ha costruito la propria forza attraverso un'organizzazione, un progetto e una strategia di lungo periodo; Ferri è stato eletto senza il sostegno di alcuna corrente; De Renzis ha raccolto quasi mille voti con una candidatura individuale. Tre modalità diverse di accesso al Consiglio, tre forme di quella stessa spinta che i magistrati esprimono quando non si riconoscono più nelle proposte delle correnti tradizionali. Ciascuna merita di essere valutata per ciò che propone, non per ciò che avrebbe tolto agli altri. Ma è evidente che soltanto l'ultima, la più fragile, è stata sottoposta al processo che la lettera di De Renzis denuncia: la ricerca di una strategia recondita dietro un'iniziativa autonoma.
È qui, allora, che l'asimmetria si rovescia in un'indicazione di metodo. Se il sistema delle correnti ritiene normale che nuove formazioni si affermino a scapito delle proprie rappresentanze, deve accettare anche che singoli magistrati concorrano senza il loro patrocinio. E se considera naturale interrogarsi sull'opportunità di un'esito, deve farlo senza distinzione di parte. Altrimenti la critica alle candidature indipendenti non difende la rappresentanza: difende soltanto le posizioni acquisite.
È qui, allora, che l'asimmetria si rovescia in un'indicazione di metodo. Se il sistema delle correnti ritiene normale che nuove formazioni si affermino a scapito delle proprie rappresentanze, deve accettare anche che singoli magistrati concorrano senza il loro patrocinio. E se considera naturale interrogarsi sull'opportunità di un esito, deve farlo senza distinzione di parte.
Altrimenti la critica alle candidature indipendenti non difende la rappresentanza: difende soltanto le posizioni acquisite.
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