domenica 23 novembre 2008

Come si fabbrica l’insicurezza



di Ilvio Diamanti
(Professore ordinario di Scienza Politica nella Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino)


da Repubblica.it del 23 novembre 2008


Sono passati un anno, dodici mesi appena, ma l’Italia sembra un’altra. Meno impaurita e meno insicura.

Infatti, l’inverno è vicino, ma il clima d’opinione registra un disgelo emotivo evidente.

Come testimonia il 2° rapporto – curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza – nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito (d’altronde, ieri Repubblica gli ha dedicato molto spazio) (1).

Nell’ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale.

E’ calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati.

Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune.

Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l’immigrazione: 5 punti meno di un anno fa.

Gli immigrati, peraltro, sono considerati “un pericolo per la sicurezza” dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio.

Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato.

Cosa è successo in quest’ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d’opinione?

L’andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti.

Invece, l’immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell’interno alla Caritas.

Gli sbarchi di clandestini sono anch’essi aumentati. Quasi raddoppiati.

Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni.

Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti.

Per effetto di un complesso di fattori.

D’altronde, il clima d’opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili.

In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull’immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama.

Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora.

Nell’ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima.

Il profilo delle “persone spaventate” presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l’origine di questo collasso emotivo.

Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega.

L’analisi dell’Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell’autunno di un anno fa e un successivo declino – particolarmente rapido dopo maggio.

Peraltro, il peso delle notizie “ansiogene” è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5. Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico.

Il sondaggio di Demos osserva come l’insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset.

Ciò suggerisce che i cicli dell’insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica.

D’altra parte, la sicurezza, l’immigrazione e la criminalità comune sono temi “sensibili” negli orientamenti degli elettori.

“Spostano” i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi.

Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente “neutrale”. La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi – trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007).

Così, per creare un clima d’opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l’insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media.

Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l’attenzione dei partiti e la presenza dei leader.

Così, l’insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l’etica: nel centrosinistra c’è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti.

La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l’insicurezza del presente.

La morsa della sfiducia e dell’insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso.

Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell’opposizione: resterà opposizione a lungo.

Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti.

Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l’impiego dei militari contro la criminalità, l’aumento di vincoli e controlli all’immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private.

Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna “pubblica” dell’intolleranza, con l’effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento.

In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come “colpevoli” di reati e violenze, ne diventano “vittime”.

Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona.

La paura declina. Un po’ come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell’agenda delle emergenze degli italiani.

Spaventati da aggressioni e rapine a orefici e tabaccai; dall’invasione degli stranieri. Che conquistavano i titoli dei quotidiani e dei tg.

Poi, l’inquietudine si chetò. Sopita dall’attacco alle Torri Gemelle e dalla vittoria elettorale di Berlusconi.

Capace, come nessun altro, di navigare sulle acque dell’Opinione Pubblica. E di domare le tempeste che la turbano dopo averle evocate.

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(1) Il testo integrale della relazione conclusiva della ricerca può essere scaricato a questo link del sito della Fondazione Unipolis.



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venerdì 21 novembre 2008

martedì 18 novembre 2008

Manganelli





di Riccardo Orioles
(Giornalista)




da La Catena di San Libero del 18 novembre 2008


Il capo della polizia Manganelli si è dichiarato disposto in questi giorni a “fare luce su quanto è successo”.

E’ stato molto lodato dai politici per questo.

A me sembra qualcosa di sudamericano.

Se Manganelli ha qualcosa di nuovo da dire, ha avuto tutto il tempo per farlo nella sede istituzionalmente delegata ad ascoltarlo, e cioè il processo.

“Garantisco io”, “mi assumo io tutte le responsabilità” ecc. può dirlo il capo della polizia messicana, per rabbonire i peones; in Inghilterra esistono meccanismi diversi (responsabilità della catena di comando, separazione dei poteri, dimissioni).

La scelta fra Inghilterra e Messico qui ormai è stata fatta e lacrime, maldipancia, happening più o meno sinceri adesso non servono a niente, tranne che a indorare la pillola a chi vorrebbe ancora credere di essere in Europa.

Poche settimane fa, d’altra parte, di fronte all’impasse per la nomina della Vigilanza Rai (ma figuriamoci se Dell’Utri lascerebbe mai passare un antimafioso come Orlando!) c’è stato l’episodio, anche questo messicano, del capo del Partido Colorado che propone al Partido Blanco: dateci questa carica e in cambio noi vi diamo la Corte Costituzionale.

Un modo, come dire, gelminiano, di intendere le istituzioni.

Altro che Inghilterra.




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lunedì 17 novembre 2008

"Sembrava una macelleria messicana"


da La Repubblica del 13 giugno 2007

Genova - “Sembrava una macelleria messicana”: è con queste parole che Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 del 2001 a Genova vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, descrive quello che vide al momento dell’irruzione nella scuola Diaz.

Una descrizione ben diversa da quella che Fournier, uno dei 28 poliziotti imputati per la vicenda, fornì inizialmente.

“Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza”, ha confessato oggi in aula a Genova, rispondendo alle domande del pm Francesco Cardona Albini.

Nelle dichiarazioni rese inizialmente da Fournier ai pubblici ministeri Zucca e Cardona Albini, il poliziotto aveva raccontato di aver trovato a terra persone già ferite e non pestaggi ancora in atto.

“Arrivato al primo piano dell’istituto – ha detto – ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana”.

“Sono rimasto terrorizzato e basito – ha spiegato – quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: ‘basta basta’ e cacciai via i poliziotti che picchiavano”, ha raccontato ancora Fournier.

Sollecitato dalle domande del Pm Cardona Albini, ha aggiunto: “Intorno alla ragazza per terra c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze”.

Fournier ha poi raccontato di aver assistito la ragazza ferita fino all’arrivo dei militi con l’aiuto di un’altra manifestante che aveva con sé una cassetta di pronto soccorso.

“Ho invitato però la giovane – ha raccontato – a non muovere la ragazza ferita perché per me la ragazza stava morendo”.

Fournier però ha anche cercato di ridimensionare in parte le responsabilità dei poliziotti: “Sicuramente nella scuola c’erano persone che hanno fatto resistenza, issato barricate, per cui non mi sento di dare la patente di santità a tutti gli occupanti dell’istituto”.

“Non posso escludere in modo assoluto che qualche agente del mio reparto abbia picchiato”, ha detto ancora.

In merito poi all’episodio del vice questore Troiani, il poliziotto che avrebbe portato le due bottiglie molotov nella scuola, come prova a carico dei 93 no global, poi arrestati, Fournier ha raccontato di aver visto il collega vicino alla camionetta con addosso il casco del Reparto Mobile di Roma.

“Casco e cinturone del nostro reparto – ha spiegato – erano stati distribuiti in occasione del G8 anche ad altri reparti mobili”.


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domenica 16 novembre 2008

Tutti i pregi (e un difetto) del C.S.M.





di Vittorio Grevi
(Professore Universitario e Avvocato)





dal Corriere della Sera del 16 novembre 2008


Si celebra domani a Roma, nella sede storica di palazzo dei Marescialli, il 50° anniversario della legge istitutiva del Consiglio Superiore della Magistratura.

Una celebrazione solenne, alla presenza del Capo dello Stato – che del C.S.M. è per disposto costituzionale il Presidente – con la quale si intende sottolineare l’importanza della svolta segnata da tale legge, che rese possibile l’entrata in funzione per la prima volta del nuovo organo di governo autonomo della magistratura (composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri eletti dal Parlamento).

Un organo voluto dalla Costituzione del 1948 come presidio delle garanzie istituzionali dell’ordine giudiziario, comprensivo nel suo complesso di giudici e pubblici ministeri, poste a tutela della legalità e della eguaglianza di tutti i cittadini.

Non fu una legge di facile elaborazione, come è dimostrato dalla circostanza che venne approvata con fatica, ad oltre dieci anni dall’avvento della Carta costituzionale.

Tuttavia, al di là dei suoi limiti (poi per vari aspetti superati) e delle discussioni che la accompagnarono, essa ha avuto il merito di dare concretezza ad una delle scelte più qualificanti operate dalla stessa Carta.

In particolare, alla scelta di sottrarre la magistratura a quella forte sfera di influenza del potere politico, che nei decenni precedenti (durante il regime fascista, ma anche in epoca liberale) si era sempre esercitata, ponendo così in crisi la enunciazione formale del principio della «separazione dei poteri».

E questa scelta si è realizzata, per l’appunto, attraverso la previsione, e la successiva attuazione, del Consiglio Superiore della Magistratura.

Mentre in passato, infatti, praticamente tutte le vicende relative alla carriera dei magistrati venivano gestite nelle sedi del potere esecutivo, ed in particolare attraverso il ministro della Giustizia, con evidenti pericoli di condizionamento (talvolta anche molto pesante) sull’esercizio della funzione giurisdizionale, oggi tutto ciò non può più avvenire, proprio perché le relative competenze sono state attribuite al C.S.M..

Al quale più precisamente spettano, come dice la Costituzione, tutte le decisioni concernenti «le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni ed i provvedimenti disciplinari» nei riguardi dei magistrati.

Per converso, al ministro Guardasigilli sono riservati, a parte la facoltà di promuovere l’azione disciplinare, soltanto «l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia».

Noi italiani non sempre ce ne rendiamo conto, perché siamo ormai da mezzo secolo abituati a questo sistema, che vede il C.S.M. come supremo garante dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, la quale per tale via viene posta al riparo (nei momenti più delicati della vita professionale di ogni singolo magistrato) dal rischio di indebite interferenze ad opera degli altri poteri dello Stato.

Tuttavia dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un sistema che molti ci invidiano, e che diversi Stati europei cercano di imitare (anche su indicazione del Consiglio d’Europa), perché esso esprime un modello ancora oggi all’avanguardia nella definizione dei corretti rapporti tra potere politico e ordine giudiziario.

E’ vero che spesso si sentono critiche rivolte (e talora non a torto) a certe decisioni del C.S.M. ovvero a certe polemiche emerse al suo interno, che vengono per lo più ricondotte alle tensioni esistenti tra le diverse correnti della magistratura, accusate di eccessiva politicizzazione, o di accordi sotterranei con i membri laici dello stesso Consiglio.

Si tratta di difetti di funzionamento che vanno senza dubbio corretti, se del caso attraverso opportune modifiche della legge elettorale, ma che certo non sarebbero risolti - come qualcuno vorrebbe – attraverso una diversa composizione del C.S.M., tantomeno attraverso un aumento del numero dei membri di provenienza politica, a scapito dei componenti magi-strati.

E’ necessario, invece, che il C.S.M. si sforzi sempre più di assolvere con equilibrio e con rigore quel ruolo che i costituenti disegnarono – come ammonì una volta il presidente Napolitano – secondo «una visione tendente a scongiurare, nell’esercizio dei poteri di governo della magistratura», ivi compreso il potere disciplinare, possibili «rischi di chiusura e di autoreferenzialità».




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sabato 15 novembre 2008

Le imposture di Brunetta




di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)



Nelle settimane scorse il ministro Renato Brunetta si è prodotto in una serie di show sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi del nostro Paese e fra questi quello della inefficienza della giustizia.

La giustizia, per la verità, non è il suo dicastero e, dunque, il fatto che egli abbia promesso di risolverne i problemi può spiegarsi solo con una preoccupante ipertrofia dell’io e con deplorevoli intenti propagandistici.

Ma l’umiltà non è certamente una virtù nota a Brunetta, fino al punto da rendersi ridicolo senza neppure rendersene conto (a questo link una figura terrificante davanti a un Enrico Mentana addirittura incredulo).

Così, facendo sfoggio di un grossolano celodurismo, il “ministro di un altro dicastero” ha dato a intendere di avere la ricetta giusta per la giustizia, ricetta che si esaurisce nel mettere i tornelli per ottenere che i magistrati stiano in ufficio.

E’ incredibile come per tanti anni nessuno si sia reso conto che i complessi problemi della giustizia potrebbero essere risolti con tanta semplicità! Ci voleva Brunetta!

Dando prova di particolare ineleganza, ha colorito il tutto con accuse gratuite e generalizzate ai magistrati medesimi, indicati come fannulloni e assenteisti.

E aggiungendo ineleganza a ineleganza, se ne è andato a celebrare parte dello show da un Bruno Vespa (se possibile) ancora più compiacente del solito, senza che nessuno dei due – né lui né Vespa – provasse un qualche imbarazzo per il fatto che il giornalista che lo ospitava e che in più di una occasione lo ha aiutato nel trarsi dall’imbarazzo di alcune obiezioni del Presidente dell’A.N.M. è il marito di un magistrato che è fuori ruolo, proprio perché in servizio per il governo del quale Brunetta è ministro (in particolare, Augusta Iannini è dirigente presso il ministero della giustizia). In sostanza, per Vespa Brunetta è, sotto certi profili, il datore di lavoro della moglie: quando si dice il giornalismo coraggioso e indipendente.

Gli show del ministro Brunetta sono particolarmente gravi e dolorosi perché si fondano su alcune evidenti falsificazioni della realtà.

Lo schema logico seguito dal ministro è quello molto ben descritto da Francesco Merlo in un articolo per Repubblica del 28 ottobre 2008, che è riportato anche in questo blog a questo link: vendere chiacchiere per nascondere la realtà.

Facendosi emulo di altri colleghi di partito e di governo, Brunetta, invece di individuare e concorrere a risolvere i numerosi e gravi problemi dai quali il Paese in generale e la giustizia in particolare sono affetti, fa “propaganda”.

Lo schema consiste nell’additare al pubblico ludibrio uno o più colpevoli di tutto e nel promettere vane campagne di lotta dura e senza paura a questi colpevoli. E’ lo stesso schema della “guerra” ai Rom, ai grafitari, alle prostitute, ecc.: “campagne” false e inutili. Patacche!

La cagnara che ne segue raggiunge due obiettivi: dà visibilità mediatica a politici “protagonisti” (nel senso deteriore della parola) e distrae l’attenzione dell’opinione pubblica dalla realtà delle cose.

E’ così che per diverse settimane si è discusso dei magistrati diffamati come fannulloni e rubastipendio e dei tornelli e nessuno ha chiesto a Brunetta cosa davvero voglia fare e cosa in concreto lui e i suoi amici stiano davvero facendo per risolvere almeno uno dei problemi affidati alla loro responsabilità.

Perché è ovvio che siamo tutti d’accordo che bisogna aumentare l’efficienza della amministrazione della giustizia ed è ovvio che ci sono anche in magistratura magistrati fannulloni e altri anche peggio.

Ma è assolutamente evidente che:

1. la quantità di fannulloni e farabutti fra i magistrati non è in alcun modo superiore alla media di tutte le altre categorie professionali del Paese (per alcune specifiche ragioni, anzi, è certamente inferiore);

2. l’inefficienza della giustizia non dipende dalla produttività dei magistrati, che è oggettivamente alta;

3. il problema che abbiamo non è essere d’accordo sul fatto che si debba lottare per ottenere efficienza, ma come farlo.

Ed è proprio con riferimento a questo secondo aspetto del problema che la condotta di Brunetta è particolarmente deplorevole e, secondo il mio modesto parere, molto inadeguata ai doveri di un ministro della Repubblica.

Non sarebbe intellettualmente e moralmente onesto che io, per ottenere consenso presso qualcuno, andassi in televisione a dire che la giustizia va male perché gli avvocati sono dei farabutti e che da domani nel mio ufficio “gliela farò vedere io”; come non sarebbe intellettualmente onesto che un mio collega che lavora in Procura dicesse che gli impiegati comunali sono tutti corrotti o i medici tutti macellai e che da domani lui farà “finire la pacchia”.

Perché è ovvio che, pur essendoci avvocati farabutti (come in ugual misura anche magistrati, medici, autisti, elettricisti, massaie, ecc.), il problema non è scoprire questo – che è come scoprire la famosa “acqua calda” – ma individuare i problemi e le loro possibili soluzioni.

Non avrebbe alcun senso che io dicessi: “Basta con gli imputati colpevoli. Da domani condannerò tutti e basta”. Ciò che mi viene richiesto non è condannare tutti, ma condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti.

Se condannassi tutti o assolvessi tutti, questo vanificherebbe il senso stesso del processo.

Così come dando dei fannulloni a tutti, si “coprono” i veri fannulloni, che potranno dire italicamente: “Ma siamo tutti così”. In definitiva, come sempre nel nostro Paese, se tutti sono fannulloni, nessuno lo è.

Se Brunetta e i suoi amici volessero davvero individuare i problemi della giustizia, sarebbe facilissimo per loro vederli e anche provare a risolverli.

E anche se volessero solo limitarsi a individuare i magistrati lavativi e punirli, avrebbero tutti gli strumenti per farlo e tutta la solidarietà dei moltissimi che lavativi non sono e che dall’esistenza dei lavativi traggono moltissimo danno personale.

Dicevo che gli show di Brunetta sono particolarmente gravi e dolorosi perché si fondano su alcune evidenti falsificazioni della realtà.

Egli ha ironizzato sul fatto che alcuni di noi vanno in ufficio solo alcuni giorni alla settimana e che non ci stanno il pomeriggio. E si è inventato questa cosa farsesca dei tornelli.

La falsificazione e la farsa sono duplici.

Per un verso, si spera che Brunetta sappia che non può mettere i tornelli e non li metterà (e dunque tutto il suo show è un imbroglio fatto in malafede ai danni dell’opinione pubblica) perché il contratto di lavoro dei magistrati non prevede orari di lavoro.

E questo non è un privilegio, ma una croce.

Infatti, se i magistrati avessimo un orario di lavoro, compiuto quello, ce ne potremmo andare a casa a fare quello che ci pare e non lavoreremmo più di un tot ore al giorno.

Il contratto di lavoro dei magistrati non prevede orari, ma prevede responsabilità alle quali fare fronte e basta. Come sia sia, quante ora ci vogliano.

Dunque, la maggior parte di noi, sentendosi insultare con la farsa dei tornelli ha pensato: “Magari ci mettessero i tornelli!!”.

A ognuno di noi è affidato un tot di pratiche – io ho molte centinaia di processi civili da istruire e decidere – che dobbiamo trattare e basta. Con i mezzi (pochissimi), il tempo (che non basta mai) e il personale (sempre meno) che abbiamo a disposizione.

Non si può a una certa ora dire: “Bene, è scaduto l’orario, ci fermiamo qui”.

Altrimenti il maxiprocesso alla mafia di Palermo iniziato negli anni ’80 sarebbe ancora in corso.

Il lavoro dei magistrati non è misurato dal tempo, ma dalle esigenze dei casi concreti.

Il pubblico ministero di turno deve andare a fare il sopralluogo di un omicidio all’ora e nel luogo in cui il morto è stato scoperto.

Il g.i.p. di turno deve convalidare o no i fermi entro 48 ore da quando gli viene richiesto.

Il Tribunale del riesame deve decidere sulla richiesta di riesame delle misure cautelari entro dieci giorni. E così via.

I codici sono pieni di termini, di incombenze, di adempimenti.

A seconda del lavoro che fai, devi farlo in ufficio, o al carcere, o per strada, o a casa.

L’interrogatorio dell’arrestato si fa al carcere. Il dibattimento si celebra in Tribunale. Il sopralluogo si fa sul posto.

Il mio lavoro si fa tendenzialmente a casa.

Io sono uno di quelli che va in ufficio solo tre giorni alla settimana.

Questo perché faccio il giudice civile.

E il processo civile è un processo di atti scritti.

Dunque, il mio lavoro consiste nel leggere tonnellate di carte e scrivere migliaia di pagine di sentenze.

Faccio due udienze e una camera di consiglio alla settimana; tratto complessivamente una cinquantina di processi alla settimana.

Nel corso delle udienze, vengono raccolte le istanze della parti e dei loro avvocati e assunte le prove.

Dopo di che bisogna leggere quegli atti, prendere le conseguenti decisioni e scriverne le motivazioni. C’è anche da studiare. Fatti e diritto.

Tutto questo si fa a casa.

Per due motivi. Il primo, perché è il posto dove lo puoi fare meglio: i nostri computer privati e le nostre raccolte di dottrina e giurisprudenza sono più efficienti di quelle che si trovano in ufficio. Il secondo, perché non abbiamo uffici per tutti (io – come la quasi totalità dei miei colleghi – divido il mio a giorni alterni con una collega: lei tiene udienza il martedì e giovedì, io il lunedì e mercoledì; venerdì ci siamo entrambi per le camere di consiglio).

In ogni caso, resti chiaro che io e tutti i colleghi con i quali ho parlato della cosa, saremmo contentissimi se Brunetta mettesse davvero i tornelli (cosa che sa di non poter fare), perchè questo presupporrebbe che noi avremmo un orario di lavoro massimo, cosa che sarebbe letteralmente un sogno.

Quanto lavora in media ciascuno di noi emerge in maniera abbastanza comprensibile a tutti e anche a Brunetta da una lettera che gli ha inviato un nostro collega, Sergio Palmieri, e che si può leggere sul blog a questo link.

Tutto questo è agevolmente verificabile da chiunque e a maggior ragione da un ministro.

Tutto il lavoro dei magistrati, infatti, è rilevato ufficialmente dall’Istat.

Qualunque cosa ciascuno di noi faccia viene registrata in cancelleria e del tutto vengono fatti elenchi e relazioni.

Ogni ufficio giudiziario viene ispezionato da cima a fondo ogni tre anni.

Queste approfonditissime ispezioni danno luogo a enormi volumi contenenti ogni dato utile a radiografare il funzionamento dell’ufficio e l’efficienza o no dei suoi responsabili.

Queste relazioni vanno al ministro della giustizia.

Da ventitre anni (da quando, cioè, sono in magistratura) mi chiedo se qualcuno al ministero se le legga.

Perché l’impressione che ho dell’attività degli uffici ispettivi del ministero è che abbiano una spiccata tendenza ad andare a “ispezionare” i magistrati zelanti e attivi e a dimenticarsi di quelli negligenti e lavativi.

In linea di massima i ministri della giustizia che ho conosciuto finora tendono a mandare ispettori a fare le pulci ai magistrati che “disturbano” e a non fare molto contro quelli che “si imboscano”.

Se Brunetta volesse fare qualcosa di utile, potrebbe farsi nominare ministro della giustizia – perché attualmente quello non è il suo incarico e, dunque, tutto ciò che ha detto lo ha detto da incompetente per materia – e andarsi a leggere le decine di relazioni triennali che consentirebbero a lui e a chiunque lo volesse davvero di individuare chi lavora poco e male e perseguirlo adeguatamente.

Ma, purtroppo, la verità è che a nessuno che stia al potere interessa davvero perseguire i magistrati fannulloni o comunque intenti a pratiche deplorevoli, perché un magistrato fannullone o intento a pratiche deplorevoli è davvero prezioso per il potere, perché è ricattabile.

E nei ventitre anni che ho di servizio ho visto sempre il potere politico impegnato a difendersi dai magistrati “pericolosi” e a conservare l’“amicizia” di quelli ricattabili.

La lettera sulla nostra produttività gliel’ha scritta Sergio Palmieri.

Il mio messaggio a Brunetta è più breve. E’: si vergogni, ministro!

Non solo e non tanto perché insulta gratuitamente intere categorie di persone senza avere alcun rispetto dei tantissimi che in esse si spendono con eroica generosità, ma perché con le sue falsità inganna i cittadini dei cui problemi dovrebbe occuparsi.

Oggi L’Espresso le dedica una interessante inchiesta (della quale alcune pagine sono riportate anche su questo blog, a questo link) e lei, eludendo le osservazioni dei giornalisti su alcune imbarazzanti verità che la riguardano, la mette sul patetico, dicendosi perseguitato dalla Brigate Rosse.

Ovviamente ha tutta la nostra solidarietà con riferimento alle vili minacce di ignobili terroristi, ma, se proprio dobbiamo affrontare questo tema, sappia che in questo paese, per fortuna, non c’è stato NESSUN ministro morto assassinato. Mentre, purtroppo, per contare i magistrati assassinati ci vogliono le dita di molte mani.

Lei ama dire di sé stesso di essere “la Lorella Cuccarini del governo” (si può leggere un commento su quest’altra sparata in un articolo di Gian Antonio Stella a questo link).

Rifletta sul fatto che, quando si accettano cariche pubbliche, l’obiettivo non può essere diventare “la Lorella Cuccarini del governo”, ma impegnarsi a risolvere per davvero i problemi dei nostri concittadini.

Al governo, insomma, servirebbero persone competenti e impegnate, non soubrette vanitose e spaccone.

Avete già una soubrette al ministero delle pari opportunità.

Almeno al ministero della pubblica amministrazione provi a recitare una parte diversa.

Altrimenti continueremo a trovarci in questo paradosso di un governo nel quale la soubrette si improvvisa nel ruolo della persona competente alle pari opportunità e le persone asseritamente competenti (tanto da autoritenersi degne di un Nobel) recitano il ruolo delle soubrette in altri dicasteri.


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Per leggere altri articoli su Renato Brunetta pubblicati in questo blog, cliccare su questo link.



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Lettera a Brunetta



Pubblichiamo il testo di una lettera che il collega Sergio Palmieri ha inviato ai ministri Brunetta e (per conoscenza) Alfano.



di Sergio Palmieri
(Giudice del Tribunale di Napoli)





Al Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
On. Renato Brunetta

e p.c. Al Ministro della Giustizia
On. Angelino Alfano


Preg.mo Sig. Ministro,

chi Le scrive è un magistrato, in servizio presso il Tribunale di Napoli, con funzioni di giudice del lavoro.

Le chiedo, in premessa, di avere la pazienza di leggere qualcuno di quei numeri, che, a mio avviso, soli dovrebbero informare le logiche volte all’analisi ed al miglioramento dei processi.

Tralasciando le statistiche relative ai decreti ingiuntivi, che pure hanno un peso assai significativo, nell’anno 2007, lo scrivente ha definito complessivamente n. 1.471 procedimenti (pubblicando 824 sentenze, di cui 645 di previdenza e 179 di lavoro), a fronte di sopravvenienze (cioè, di procedimenti di nuova assegnazione nel medesimo periodo) pari a n. 1.204 procedimenti. Nei primi sette mesi del 2008, chi scrive ha definito complessivamente n. 998 procedimenti (pubblicando 567 sentenze, di cui 496 di previdenza e 71 di lavoro), a fronte di sopravvenienze pari a n. 638 procedimenti. Si tratta, preme di sottolineare, di un trend costante, se si considera che al principio dell’anno 2005 pendevano sul ruolo del sottoscritto complessivamente n. 3.397 procedimenti (di cui 2.297 procedimenti di previdenza e 1.100 procedimenti di lavoro), laddove, al luglio del 2008, pendevano complessivamente n. 1.678 procedimenti (di cui 1.297 procedimenti di previdenza e 381 procedimenti di lavoro), con un saldo negativo di - 1.719 procedimenti, nonostante il rilevante numero di sopravvenienze (638 nei primi sette mesi del 2008, 1.204 nell’anno 2007; 964 nell’anno 2006; 1.287 nell’anno 2005). In definitiva, a fronte di 4.093 sopravvenienze, tra il gennaio 2005 ed il luglio 2008, lo scrivente, nel medesimo periodo, ha definito 5.812 procedimenti.

Il mio, si badi, non costituisce affatto un caso isolato. Per rimanere nell’ambito del mio ufficio, l’intera sezione lavoro del Tribunale di Napoli, caratterizzata da sopravvenienze annuali che superano i 50.000 procedimenti, vanta statistiche analoghe a quelle da me riportate.

Ma più in generale, si stima che, ad esempio per il 2006, ciascun giudice civile abbia esaurito in Italia mediamente 919 procedimenti annui, e 1.043 procedimenti quello penale (dal sito del Ministero della Giustizia si evince che il numero dei procedimenti civili esauriti nel 2006 è pari a 2.461.890 mentre il numero di quelli penali è pari a 2.220.539; dal sito del CSM si evince che i giudici civili in servizio sono 2.678 mentre quelli penali 2.128).

Per poter conseguire i risultati sopra descritti, non dovrebbe risultarLe difficile immaginare quali modalità temporali di svolgimento dell’attività lavorativa si richiedano, considerata l’abnormità di quell’unico dato che conta, ma che tutti, inspiegabilmente, sembrano dimenticare quando parlano del problema dell’efficienza del servizio giustizia, e cioè il rapporto tra procedimenti instaurati e numero di magistrati (una sorta di PIL pro capite), che nel caso della sezione lavoro del Tribunale di Napoli, è di circa 1120 nuove cause all’anno, per ciascun magistrato (considerata la fisiologica scopertura di organico, pari a circa il 6%).

Fatta tale doverosa premessa, egregio Ministro, voglio manifestarLe la mia personale e convinta adesione alla Sua proposta di collocare tornelli agli accessi dei Palazzi di giustizia per controllare, e, voglio sperare, regolamentare l’orario di lavoro dei magistrati.

Così come tutti i colleghi con i quali quotidianamente ho modo di confrontarmi, sarò ben lieto di potermi finalmente appellare ad un orario di lavoro (i pubblici dipendenti hanno un orario di 36 ore settimanali, ma Le posso concedere finanche l’orario di 38 ore che riguarda ad esempio i dirigenti del comparto Sanità), e di dismettere quelle quotidiane attività di supplenza che mi hanno consentito di raggiungere i risultati sopra descritti. E ciò, nonostante le continue battaglie con un’amministrazione pervicacemente sorda alle reali esigenze della giustizia; un’amministrazione che disincentiva il merito, richiedendo, ad esempio, al personale amministrativo di non eccellere per evitare che, quale premio per la laboriosità manifestata, la dirigenza, accortasi delle loro doti, senza attribuirgli alcun beneficio economico o di carriera, li sposti in uffici ancora più disastrati, in un’ottica di “guerra tra poveri” innescata dai sempre più cospicui tagli alle risorse ed al personale.

Sarò ben lieto, finalmente, di riportare la mia prestazione ai doverosi canoni che informano le obbligazioni di mezzi e non di risultato, e di poter mettere un punto fermo allo scadere della trentottesima ora, ovvero di essere retribuito per lo straordinario eventualmente richiestomi dall’amministrazione di appartenenza.

Spero ardentemente, Onorevole Ministro, che i Suoi non siano soltanto annunci destinati unicamente ad alimentare un battage rumoroso quanto privo di consistenza.

Vada avanti, signor Ministro, e non badi alle resistenze della magistratura associata, che tenta di istillare concetti astrusi e fuorvianti, quali il fatto che certe posizioni si pongono in radicale antitesi con l’aspirazione ad un reale miglioramento del servizio giustizia.

Tagli alle risorse e tornelli sono la ricetta appropriata, se non per migliorare l’efficienza del servizio, quanto meno per ridare serenità alla categoria alla quale appartengo, che potrà finalmente sperimentare quell’atarassia predicata dall’epicureismo, di fronte al sempre crescente sfascio della giustizia, che è poi la cartina al tornasole, su cui si misura la strutturale impossibilità, per questa nostra martoriata nazione, di divenire un paese normale.

Cordiali saluti

Sergio Palmieri



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Tornelli della guerra ai magistrati




di Bruno Tinti
(Magistrato a Torino)


da La Stampa del 29 ottobre 2008


Su La Stampa di ieri il ministro Brunetta chiarisce il suo pensiero sull’organizzazione del lavoro giudiziario; che sarebbe notevolmente migliorata dall’introduzione dei tornelli.

Non è un male che un ministro che non ha tra le sue competenze l’organizzazione della giustizia tuttavia se ne occupi; visto che il competente ministero è, da decenni, latitante.

Il problema è che Brunetta finisce con l’occuparsene male.

Non esiste un nesso tra la presenza di un magistrato in ufficio e la sua produttività.

Un Pm bivacca in ufficio, dalle 8.30 di mattina alle 7.00 di sera, con panino al bar. Gran parte del suo lavoro consiste nell’interrogare; inoltre si occupa di più fascicoli nel corso di una giornata. E nel suo ufficio vi è un viavai di gente con cui deve conferire.

La situazione è diversa per un giudice. Quando deve scrivere sentenze, tutto ciò che gli serve è un computer e un posto tranquillo dove consultare carte, giurisprudenza e dottrina.

Questo in ufficio non lo può fare. Perché l’ufficio non c’è: certe volte manca, certe volte lo deve dividere con uno o più colleghi. È la situazione di quasi tutti i grandi Tribunali d’Italia.

Ma poi, in casa le sentenze si fanno meglio: nessuno ti disturba, il computer funziona (quelli degli uffici si rompono frequentemente), la biblioteca (acquistata a rate) contiene tutta la dottrina che ti serve (in ufficio, manco a parlarne).

Naturalmente giudici e pubblici ministeri sono in ufficio quando ci sono le udienze.

E qui la loro presenza ha un tempo variabile: nelle udienze penali alle 15.00 si smette perché il ministero non paga gli straordinari ai cancellieri (senza cui udienza non si può fare).

Nelle udienze civili (dove pure ci andrebbe il cancelliere ma nessuno protesta se non c’è) si va avanti a oltranza finché tutti i processi fissati non sono stati trattati.

Costi si arriva al secondo punto. Brunetta non lo sa, ma i magistrati tutti gli farebbero un monumento se introducesse i tornelli nei palazzi di giustizia.

Perché i tornelli significano orario, nel caso di specie quello proprio del pubblico impiego.

Che è di 36 ore la settimana: dalle 8 alle 14.

Sicché giudici e Pm alle 14 non solo se ne andrebbero a casa; ma soprattutto potrebbero smettere di lavorare.

Considerato che, in genere, è nel pomeriggio che tutti cominciano a scrivere (perché prima sono stati in udienza, in carcere a interrogare, hanno ricevuto gli avvocati) il risultato del tornello sarebbe poco salutare per l’Amministrazione della Giustizia o per gli utenti di essa.

Delle due l’una: o meno udienze, meno processi e meno sentenze; oppure straordinari a go-go.

Siccome i magistrati sono abituati a lavorare fino alle 7 di sera, continuare con questo ritmo e raddoppiare lo stipendio gli farebbe proprio piacere.

Ma è il terzo punto che fa capire come Brunetta non sappia quello che dice.

Il tornello, e dunque l’orario di lavoro, è ontologicamente incompatibile con i compiti del magistrato.

Hai un pentito che ti racconta della ventina di omicidi che sono stati commessi negli ultimi 10 anni? Alle 15 gli dici: ci sentiamo domani (o magari fra una decina di giorni, visto che domani sei in udienza, e dopodomani sei di turno arrestati ...)?

Hai un uomo che ha ammazzato la famiglia, che stai cercando di convincere a confessare e a spiegare perché l’ha fatto? E lui in effetti confesserà, magari all’alba. E tu alle 15 interrompi e te ne vai?

Stai in udienza con 5 testimoni in corridoio che aspettano d’essere sentiti e alle 15 gli dici di tornare un’altra volta?

Certo, in questo caso, potresti evitare di citarli, ne senti solo 2 o 3 al giorno, quanti se ne possono sentire entro le 15.

Poi però Brunetta non si lamenti se i processi durano un paio d’anni in più.

Ma si è chiesto, Brunetta, che ne sarebbe della famosa legge Pinto, quella che obbliga lo Stato a pagare i danni derivanti dai processi che durano troppo a lungo? Perché i suoi tornelli i tempi dei processi li triplicano.

In realtà le esternazioni di Brunetta sono analoghe a quelle di tutta la classe politica italiana: il processo migliorerà, sarà rapido, efficiente, razionale ... riformando i magistrati e riducendo i mezzi tecnici e giuridici a loro disposizione.

Introduciamo l’immunità per le alte cariche dello Stato, separiamo le carriere di giudici e Pm, vietiamo le intercettazioni, togliamo al Pm la disponibilità della polizia giudiziaria, non copriamo le Procure e i tribunali del Sud con giovani magistrati e dunque lasciamole vuote, trasferiamo i capi degli uffici dopo 8 anni: e per miracolo il processo funzionerà.

Perché di questo si sono occupati, mica del processo.

Ministro Brunetta, i suoi discorsi sugli uffici vuoti sono tendenziosi.

Il suo sdegno per gli errori procedurali e la tagliola della prescrizione male indirizzato: sono le leggi che avete emanato che sono sbagliate.

Il suo invito a informatizzarsi è patetico e irritante, visto che avete tagliato le risorse necessarie per l’informatica giudiziaria.

La sua scoperta che i tempi del processo sono biblici è incoerente con l’inesistenza di ogni pertinente iniziativa legislativa.

Sappia che qualsiasi magistrato e qualsiasi avvocato è in grado di spiegarle cosa occorre per far funzionare il processo.

Si informi; scoprirà che lei e i suoi colleghi avreste ben altro da fare che alimentare disprezzo e sfiducia nei confronti della magistratura.

Forse i tornelli dovreste usarli voi.


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Non sono possibili riforme della giustizia senza conoscere il contesto




di Claudio Nunziata
(Magistrato)




La indicazione di possibili soluzioni ai problemi della amministrazione della giustizia presuppone una analisi corretta su quali siano le ragioni che hanno determinato l’accentuarsi delle sue principali problematiche.

E, poiché i dati statistici posizionano la crisi all’indomani delle grandi riforme degli anni che vanno dal 1989 al 2000, è legittimo il dubbio che sia mancata una attenzione a mettere a punto tali riforme con opportuni adeguamenti organizzativi e normativi.

Gli operatori del settore sanno che alcuni interventi realizzati successivamente in modo disordinato e senza sinergie, anziché migliorare la loro portata, hanno creato un sistema caotico; sanno che la non appropriata organizzazione dei servizi ed il mancato supporto di una classe dirigente in grado di gestirli ha depauperato l’enorme potenziale di energie intellettuali investite nel settore; sanno che i continui attacchi alla magistratura, ai principi di legalità e di eguaglianza dei cittadini rischia di appannare definitivamente quelle energie e di trasformare in pura burocrazia l’istituzione giudiziaria.

Sanno che la campagna contro giudici fannulloni è strumentale ed al massimo tocca una marginalità di molto inferiore a qualsiasi altro settore.

Il modo fuorviante con cui vengono sbandierati dati statistici falsi o erroneamente elaborati dimostra solo il livello di approccio di un ceto politico inadeguato ed animato da prevalenti finalità di delegittimazione.

E’ paradossale che si pretenda di riformare ulteriormente la magistratura proprio nel momento in cui viene applicata una nuova normativa di grande impatto, quella sulla temporaneità degli uffici direttivi e semidirettivi, che ha una effettiva potenzialità riformatrice non ancora sperimentata.

Questa riforma in un arco limitato di tempo ha già dato luogo alla sostituzione di ben 257 titolari di uffici direttivi e 89 di uffici semidirettivi.

Un ricambio di tale portata rappresenta un fattore innovativo che non ha precedenti nella storia della magistratura ed è destinato a dare carattere strutturale alla sperimentazione di nuovi modelli organizzativi.

Una innovazione vera, che potrà avere delle ricadute significative ed estese, se saranno colti anche i risultati della riflessione già da tempo avviata motu proprio dalla magistratura su indicatori di funzionalità, analitici ed articolati in relazione ai più significativi mestieri del giudice, cui oggi è possibile far ricorso sulla base dei dati monitorati attraverso gli strumenti informatici.

E’, di conseguenza, altrettanto paradossale che da parte governativa vengano proposti modelli di valutazione della laboriosità primordiali (i cd. tornelli) rivolti a misurare la presenza in ufficio di magistrati e dipendenti della Giustizia, di portata ancora più arretrata delle statistiche tradizionali misurate senza tener conto delle diverse caratteristiche (tempi, ponderosità e complessità) delle più significative attività svolte.

Mentre tutto il mondo progredito per misurare le prestazioni intellettuali ricorre a strumenti di valutazione complessi ed articolati (resi fruibili dall’informatica) e valorizza attraverso gli strumenti telematici il lavoro a distanza, si pretende di assumere come unità di misura del lavoro dei magistrati la presenza in uffici disadorni, con scarse strutture e servizi, che non consentono neanche la concentrazione necessaria alla riflessione.

Peraltro, se ciò dovesse significare l’abbandono del ricorso alla utilizzazione dei dati raccolti nelle banche dati, comporterebbe il progressivo impoverimento della capacità delle strutture giudiziarie di tenere a regime la moltitudine di dati che vi sono conservati e di ottenere un ritorno di funzionalità dai rilevanti investimenti realizzati nel settore, peraltro già compromessi dalla riduzione dei necessari impegni economici.

La presunzione di ricavare dalla presenza in ufficio un indice di produttività appartiene ad una concezione da caserma che non attribuisce alcuna rilevanza alla qualità del lavoro, ai criteri di valutazione e verifica delle complessità e si fonda sull’inconfessabile retropensiero secondo il quale non ha senso trarre giovamento dalle energie intellettuali che i magistrati spendono lavorando ulteriormente presso le proprie abitazioni invece di dedicarsi agli affetti familiari.

Un giorno il ministro Brunetta e i suoi soci si sveglieranno e capiranno che l’Italia sopravvive proprio grazie a tante persone che – in tutti i settori – esprimono un elevato senso dello Stato.

Sembra quasi che gli attuali membri del Governo abbiano bisogno di far ricorso ai tornelli per non confrontarsi con le complessità, nella preoccupazione – che solo a loro appartiene – di rinvenire nei risultati di verifiche oggettive limiti alle arbitrarietà cui vorrebbero adeguare anche la magistratura.

Brunetta come ministro dell’innovazione è in effetti l’altra faccia di Calderoni ministro della semplificazione: entrambi esprimono un semplicismo disarmante in cui si riassume una concezione medioevale della innovazione e della capacità di governo.

Già il Ministro Castelli si era prodigato – peraltro rivolgendosi a consulenti dimostratisi non in grado di realizzare l’obiettivo – per la creazione di un c.d. “cruscotto” rivolto a misurare la laboriosità dei singoli magistrati come una sorta di “tornello dei numeri” analogo a quello suggerito dal Ministro Brunetta.

Una iniziativa che non era mirata a produrre alcun miglioramento organizzativo, perché mirava a colpire singoli magistrati anziché intercettare le modalità organizzative sbagliate che producono inefficienza.

Non teneva conto, cioè, del fatto che il lavoro dei singoli magistrati dipende dal carattere collegiale dell’unità di produzione costituita dalle sezioni.

E non teneva conto che è compito proprio del Ministro della Giustizia assicurare il buon funzionamento dell’organizzazione giudiziaria e mettere a disposizione mezzi e personale adeguato.

Non teneva conto che i problemi dei tempi lunghi della giustizia hanno cause ben diverse e tutte riferibili a fattori strutturali di carattere normativo e organizzativo ascrivibili alla latitanza del Ministero e del legislatore che è chiamato a trovare soluzioni normative per rendere più efficaci le procedure processuali.

Ed invece il Ministro della Giustizia ha avviato la approvazione di un progetto di riforma del processo civile senza alcun confronto con la magistratura, con l’avvocatura e la dottrina, con “lavori preparatori” costituiti da poche righe e qualche stringato resoconto parlamentare, senza considerare la pratica offensiva della presentazione di rilevanti e delicati interventi riformatori all’interno di manovre finanziarie, quasi che vagonate di studi sul tema possano considerarsi una “sovrastruttura” del sistema economico.

La realtà della giustizia italiana non è immobile, è un grande cantiere con enormi disponibilità e formidabili potenzialità cui occorre dare sbocchi meditati.

L’amministrazione della giustizia ha una tradizione gloriosa e la produttività complessiva dei magistrati è in continuo aumento.

Dagli inizi degli anni 2000 il sistema statistico della Giustizia è andato raffinandosi con un monitoraggio analitico di tutte le attività giudiziarie, circostanza che consentirebbe valutazioni approfondite ai fini della identificazione dei problemi strutturali con conseguente possibilità di adeguamento dei modelli organizzativi di quelle realtà che evidenziano maggiori carenze.

Ma non è un caso che sul sito del Ministero della Giustizia la pubblicazione delle statistiche è ferma al 2005, nonostante esso disponga di dati statistici praticamente in tempo reale.

Non è un caso che mancano elaborazioni sul funzionamento delle sezioni e si rifugge dalle indicazioni dei dati aggiornati che possano identificare le serie storiche in grado di identificare le inefficienze di alcune dirigenze o i modelli virtuosi di altre.

In tal modo non è sempre possibile verificare ed eventualmente contraddire i dati, che vengono sbandierati a fini strumentali in modo errato o fuorviante.

Lo spostamento dell’attenzione in misura pressoché prevalente su tematiche giudiziarie che nulla hanno a che vedere con le disfunzioni del Servizio Giustizia – il più macroscopico, a prescindere dal merito, quello relativo alla separazione delle carriere – rende fondato il sospetto di una volontà sottesa di disarticolare il sistema.

La assenza di una visibile determinazione ad identificare le defaillance dirigenziali conferma tale sospetto.

La inerzia di iniziative parlamentari rivolte alla semplificazione delle procedure e delle fasi processuali è destinata ad accentuare nel prossimo futuro la situazione con l’effetto inevitabile dello spostamento delle energie giudiziarie ancor di più verso quelle procedure meno garantite previste a carico dei soggetti più deboli, verso provvedimenti sommari, cautelari e d’urgenza che lasciano nei fatti privi anche di sostanziale tutela civile le parti meno abbienti che non si trovano nelle condizioni economiche di sopportare i tempi lunghi per ottenere giustizia.

E questa situazione aprirà inevitabilmente la strada anche ad una democrazia di carattere autoritario nella quale non saranno più rinvenibili gli aspetti peculiari dello stato di diritto.

Il carattere prevalentemente militare che si tende ad attribuire alle operazioni di polizia, accentuato dall’affiancamento ad essa di militari e dalla esclusiva derivazione militare delle nuove assunzioni nella Polizia di Stato, gli esasperati proclami di membri del governo verso i problemi della sicurezza, la loro amplificazione oltre misura da parte dei media, la prevalenza degli arresti e dell’azione degli organi di polizia nei confronti di tossicodipendenti, fasce di emarginati ed extracomunitari, l’aggressione continua ed esasperata nei confronti delle iniziative dei PM , la accentuazione della loro subordinazione gerarchica e l’impossibilità di utilizzare per ben 5 anni nelle funzioni requirenti i giovani magistrati, accentuano la sensazione di oggettiva impossibilità di perseguire le pratiche illegali più radicate e che più profondamente inquinano il tessuto economico e sociale del paese, lasciando ampia libertà di azione a truffatori, falsificatori, bancarottieri, estorsori, riciclatori, usurai, evasori fiscali e ad una classe dirigente corrotta o irresponsabile, peraltro già tutti graziati per il passato dalla riduzione dei termini prescrizionali e dall’indulto.

E pochi si rendono conto che gli effetti di questi benefici aumenteranno la già scarsa efficacia della giustizia penale, essendo destinati i relativi effetti, sfalsati nel tempo, a prodursi ancora per 5 o 6 anni, con il conseguente annullamento del suo effetto dissuasivo, fenomeno questo si, che rappresenta la vera causa produttiva della diffusa percezione di insicurezza.

Nel tentativo di bloccare questa degenerazione istituzionale occorre stimolare un processo di razionalizzazione, che passa necessariamente attraverso la semplificazione dei regolamenti delle cancellerie e lo svecchiamento di tutta le dirigenze giudiziarie, ponendo come condizione insuperabile la approfondita conoscenza delle nuove tecnologie informatiche e dei processi di riorganizzazione, in modo da avviare una efficace gestione di tutti i servizi amministrativi e di cancelleria.

Occorre razionalizzare le circoscrizioni ed i distretti giudiziari stimolando l’accorpamento dei piccoli tribunali e delle piccole Corti di appello. Su 166 tribunali ve ne sono ben 77 con meno di 15 giudici in organico, solo 34 tribunali con più di 30 magistrati, 94 tribunali con una popolazione di riferimento inferiore a 250.000 abitanti, 10 Corti di Appello su 29 con meno di 20 magistrati e con una popolazione di riferimento inferiore al milione di abitanti.

Occorre inoltre da subito adottare le necessarie iniziative organizzative e normative affinché siano semplificate le procedute di notifica nel settore penale, e che determinati provvedimenti, quali la emissione di decreti penali, la pronunzia di sentenze di improcedibilità e di prescrizione possano essere automatizzati con procedure standardizzate, bypassando adempimenti che, tenuto conto anche della numerosità della casistica distraggono il personale dallo svolgimento del più impellente lavoro corrente.

Questo passaggio è urgente ed indispensabile perché allo stato la presenza massiccia di fascicoli di questa natura altera con un numero oscuro di non irrilevanti dimensioni i dati statistici e non consente di assumere le adeguate valutazioni organizzative e di produttività.

A parità di misurazione della laboriosità vi sono uffici che trattano per la metà processi prescritti (e senza parte civile) ed altri che li accantonano concentrando le proprie energie nella esclusiva trattazione di processi che possono arrivare ad un completo esame del merito. Non valorizzare questa differenza dà luogo a confusione ed errori di valutazione.

A tali esigenze si potrebbe porre rimedio rendendo obbligatorio lo scorporo dei dati dei processi improcedibili e prevedendo la soluzione delle problematiche più impellenti con procedure standardizzate da realizzare:

a) con progetti finalizzati da affidare allo stesso personale in servizio, che dovrebbero trovare adeguate forme di finanziamento. Tale modalità sarebbe certamente meno costosa e più affidabile rispetto al ricorso a personale precario esterno. Inoltre sarebbe in grado di coinvolgere il personale, dare motivazione e contribuire alla efficace organizzazione delle risorse in campo.

b) con il reperimento da uffici pubblici del territorio di risorse umane per integrare le carenze degli organici giudiziari,

c) sollecitazione alle regioni e ad agli altri soggetti locali per la organizzazione di corsi di formazione ad hoc e del necessario supporto tecnico-organizzativo,

d) diffondendo la conoscenza delle buone pratiche e delle potenzialità dei progetti già realizzati in modo da socializzare e rendere più diffusamente efficaci le iniziative positive già sperimentate

Naturalmente nessun problema potrà trovare soluzione se si continuerà ad accrescere il numero dei reati (da ultimo le scritte sui muri per il quale appaiono sufficienti adeguate sanzioni amministrative) e non si procederà alla depenalizzazione di quelle condotte che non manifestano alcun carattere di pericolosità sociale quali quella prevista dall’art. 14 della legge sulla immigrazione clandestina che riempie i tribunali e le carceri con iniziative inutilmente persecutorie, posto che i clandestini che si dedicano ad attività criminose potranno essere perseguiti in base a ben altri titoli di reato.

Anche per il settore civile occorre maggiore determinazione, in particolare automatizzando i decreti ingiuntivi e facendo progredire con gli opportuni investimenti il progetto per il processo civile telematico, in modo da razionalizzare l’attività degli operatori ed accelerare i tempi di alcune operazioni, traducendo le interazioni fra le persone in scambi a distanza mediante strumenti elettronici.

Ciò comporterà la completa riprogettazione delle mansioni e dei ruoli, delle diverse unità operative (abolizione dell’ufficio copie, dell’ufficio redazione sentenze, ecc.) ed un recupero di risorse umane da reinvestire in altri settori oggi fortemente trascurati.

La sensibilità verso questi obiettivi dovrebbe essere sollecitata dalla constatazione che lo sviluppo economico viene fortemente appesantito anche dai tempi lunghi della giustizia civile, oltre che dalla preoccupazione dei cittadini verso i problemi della sicurezza, sensibilmente acuiti dalle lungaggini dei processi penali.

Ma i segnali che vengono da questo governo non sembrano affatto rivolti a rafforzare una funzione così delicata.

Occorre verificare quanto si possa fare prescindendo da questo atteggiamento.



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Che furbetto quel Brunetta



Il settimanale L’Espresso ha pubblicato, il 13 novembre 2008, un documentato dossier sul ministro Renato Brunetta, che può essere letto a questo link.

Riportiamo uno degli articoli di quel dossier.

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di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo
(Giornalisti)



da L’Espresso online del 13 novembre 2008


La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall’ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni

La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell’università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: “Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro”. Eravamo a metà dei ruggenti anni ‘80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.

Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l’ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola.

In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell’esecutivo Berlusconi.

La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue – “Lorella Cuccarini” del governo, il più amato dagli italiani.

Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine.

Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza.

A L’Espresso risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello.

Anche la carriera accademica non è certo all’altezza di un Nobel.

Ma c’è un settore nel quale l’ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell’economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.

Chi l’ha visto - Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l’abuso).

Viene nominato dall’allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l’odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta.

Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista.

Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni.

Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo.

Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la “legge dei tornelli” invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura.

Secondo i calcoli fatti da L’Espresso, in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due.

Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento.

Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l’anno. Ferie escluse.

Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali.

“Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l’indennità per le spese generali viene dimezzata”, spiegano i funzionari di Strasburgo.

Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l’80 per cento.

Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l’incarico per fare il ministro firma l’elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.

La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione.

Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l’efficienza degli eletti a Strasburgo. L’ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono - a detta di tutti - prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126.

Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L’ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per “denunciare l’atteggiamento scortese e francamente anche violento” degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare.

Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta “non hanno mai lavorato in vita loro”, a Bruxelles faticano molto più di lui: nell’ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.

Se la partecipazione ai lavori d’aula non è da seguace di Stakanov, neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato.

L’economista sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall’amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza.

A Ca’ Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell’opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.

Il bello del mattone - Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli affari immobiliari della sua vita.

Oggi il ministro possiede un patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l’Umbria, per un valore di svariati milioni di euro. “Mi piacciono le case e le ho pagate con i mutui”, ha sempre detto.

Effettivamente per comprare e ristrutturare la magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600 milioni di vecchie lire del 1993.

Ma per acquistare la casa di Roma e quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno.

Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale sarebbe stato costretto a rivolgersi a un’agenzia immobiliare pagando le stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no.

Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall’Inpdai, l’ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende.

Invece, in quel tempo, come L’Espresso ha raccontato nell’inchiesta “Casa nostra” del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti noti. Brunetta incluso.

Un affitto che in quegli anni era un sogno per tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all’Inpdai ai quali sarebbe spettato.

Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta: “Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta. Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta, inutilmente”.

Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti.

Il ministro, invece, dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato ceduto.

Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima.

Alla fine il prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113 mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti più belli di Roma.

Si tratta di un quarto piano con due graziosi balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il parco dell’Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l’economista avrebbe potuto acquistare un box.

Un tuffo in Costiera - Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da Guinness. Brunetta, che si autodefinisce “un genio”, diventa improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti campani.

“Una proprietà scoscesa”, ha definito questa splendida villa di 210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e frutteto.

Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il blu e il verde, Ravello e Minori.

Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra il 2003 e il 2005.

“Quanto?”, dice incredula Erminia Sammarco, titolare dell’agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: “Mi sembra impossibile: a quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile”. Oggi un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa simile a quella dell’economista supera di gran lunga il milione di euro.

Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione, tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l’acquisto del 2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato l’investimento iniziale.

Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di pregio?

L’Espresso ha consultato il catasto e gli atti pubblici scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla migliore ditta del luogo.

Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto, invece, l’alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani sono diventati 12 e mezzo.

Come è stata possibile questa lievitazione? “Diversa distribuzione degli spazi interni”, dicono le carte.

La signora Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore, ricorda con un po’ di malinconia: “La mia casa era composta di due stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c’era un altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà vicino all’abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se l’avessero fatta prima ...”.

A rappresentare Brunetta nell’atto di acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche.

Fiore era all’epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo Amalfitano, del Partito democratico.

I rapporti con il primo cittadino è ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest’anno, dopo le elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.

Il Nobel mancato - “Io sono un professore di economia del lavoro, l’ho guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d’Italia, forse d’Europa”, ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo lo ha definito “un maestro della pasta e fagioli” prima di chiedergli la ricetta del piatto.

L’economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che “Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse”.

Alla facoltà di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato l’idoneità a professore associato in economia l’anno precedente.

Come ha ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet, Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di una “grande sanatoria” per i precari che gravitavano nell’università.

Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i titoli.

In cattedra - Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell’ateneo di Tor Vergata (dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era un pezzo sulla riduzione dell’orario edito da “Economia & Lavoro”, la rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta stesso andrà a dirigere nel 1980.

Tutto qui? Nel mondo della ricerca esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso. Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi colleghi.

La musica cambia se si guarda l’indice Isi-Thompson, quello che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi: una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una pubblicazione, ma che permette di farsi un’idea sull’importanza di un docente. L’indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.

Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo accademico non lo ha mai amato: “L’università ha sempre visto in lui il politico, non lo scienziato”, ricorda l’ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a trasferirsi all’Università di Tor Vergata.

In attesa del Nobel, tenta almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso nazionale del 1992.

In un primo momento viene inserito tra i 17 vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in discussione.

Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione.

“Si discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni”, ricorda un commissario che chiede l’anonimato: “La situazione era curiosa: la maggioranza del collegio era favorevole a includere l’attuale ministro, ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l’accordo che faceva contenti tutti. Comunque c’erano candidati peggiori di lui”.

Il braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise.

E la nuova commissione escluse Brunetta.

Il professore “migliore d’Europa” viene bocciato.

Un’umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli dà torto.

Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della decisione si ritira in buon ordine.

Nel 1999 era riuscito infatti a trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica l’Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela proficuo.

È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l’alfiere della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare il titolo di ordinario grazie all’introduzione dei più facili concorsi locali.

Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università d’Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori.

La cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono “l’idoneità”.

Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione.

Un’ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta “è professore associato a Tor Vergata”.

La stranezza è che il curriculum ufficiale - pubblicato sul sito della facoltà del ministro - lo definisce “professore ordinario dal 1996”.

Quattro anni prima: errore materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato?


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Brunetta videostory


Riportiamo da L’Espresso online una videostory del ministro Rebato Brunetta, autodefinitosi “la Lorella Cuccarini del governo”.







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La ricetta ottocentesca di Brunetta il “fantuttone”





di Francesco Merlo
(Giornalista)



da La Repubblica del 28 ottobre 2008


Le piaghe del lavoro italiano non sono “i fannulloni”, che non esistono come categoria determinante, ma “i fantuttoni” alla Brunetta.

Non quelli che “fanno nulla” ma quelli che “fanno tutto” meglio di tutti: economia, scuola, cancelli, tornelli, lucchetti, giustizia ...

E difatti non è più un caso di agitatissima demagogia ma di psicopatologia politica l’idea che il lavoro possa essere regolato dal cartellino e dai chiavistelli.

Dalla robotizzazione dei Fantozzi e dalla fantozzizzazione degli impiegati, dei dirigenti, dei ricercatori, degli scienziati, degli intellettuali, dei giudici, tutti, come i cinesi di Prato, inchiodati sulla sedia a cucire le borse.

Al posto dell’operaio di Junger, soldato (al soldo) della Tecnica, l’Italia del 2008 ha dunque il Brunetta di Berlusconi, soldato del Lavoro Forzato.

Il professore Brunetta, pur gonfio di rancore, rimane infatti, come egli stesso ama scandire, un so-cia-li-sta, con in testa l’operaio ottocentesco della grande tradizione.

Perciò scambia il lavoro con la maledizione biblica e l’ufficio con il campo rieducativo alla Pol Pot, in un mondo dove, al contrario, il lavoro cerca di farsi creativo, divertente, ubiquo. Com’è ubiquo il lavoro del procuratore che nello stesso giorno, senza mettere piedi in ufficio, incontra la polizia in questura, interroga un detenuto in galera, indaga sul luogo del delitto e, a casa, studia i fascicoli, scrive una richiesta di archiviazione, attraverso il computer si confronta con la giurisprudenza.

Ci pare roba da fantuttoni assatanati che un professore di economia pretenda di risolvere i problemi di economia del lavoro con metodi da secondino, da chiavistello, da tornello.

Si sa che D’Alema gli ha dato dell’“energumeno tascabile” e Brunetta si è risentito accusandolo di razzismo.

Ebbene, politicamente Brunetta è un energumeno e basta. Non tascabile, ma oversize.

E lo diciamo anche per rispetto dei tanti altri brevilinei italiani (i tascabili appunto) che cercarono di riscattare l’avarizia della Natura con l’iperdinamismo, e basta ricordare Fanfani e Longanesi, il quale per esempio diceva di essere nato «nel secolo decimo nano», e di «passeggiare avanti e indietro ... sotto il letto».

La differenza non è tra longilinei e brevilinei, ma tra permalosi e ironici; non tra giganti e nani, ma tra intelligenti saggi e intelligenti fanatici.

Il punto è che l’Italia non è il luogo dove si sono dati convegno tutti i fannulloni del mondo. Ma è purtroppo il Paese dell’oltranzismo rancoroso e ideologico che confonde la parte con il tutto.

Sono esagerazioni, totalitarismi e paradossi che hanno fatto identificare l’Italia ora con il Paese dei papi omicidi ora con quello degli arlecchini e, via via, dei traditori e delle pagliette, dei Romeo e dei castrati, dei maschi virili e dei cicisbei.

Oggi c’è Brunetta che, con occhio spietato e lucido, avrebbe finalmente scoperto che l’Italia realizza l’utopia rovesciata del riposo che nobilita l’uomo, l’Eden del non fare nulla.

Ancora una volta lontani dai primati reali, qualcuno inventa per noi primati verbali.

Eravamo nulla nel mondo come nazione e Mussolini inventò il nazionalismo fascista.

Eravamo nulla come storia moderna e ci siamo inventati l’astuzia e la forza machiavellica.

Siamo nulla come governo della produttività e Brunetta si inventa la galera ai fannulloni, l’inquisizione del lavoratore, l’ufficio come espiazione e rieducazione.

Eppure tutti sanno che il lavoro moderno è delocalizzato dall’informatica.

Qualche anno fa Jeremy Rifkin spiegò in un famoso libro che come il cavallo sparì dalle strade, dalle campagne e dal paesaggio sociale così anche il lavoratore sparirà dagli spazi produttivi.

E infatti i paesi avanzati fanno esperimenti delocalizzando, grazie a Internet, lavori qualificati: costano meno e sono più produttivi.

Invece Brunetta vorrebbe inchiodarci alla scrivania forse perché, gonfio di rancore, sogna di mortificare tutti i mondi dove secondo lui ancora si annida la sinistra: gli statali, i professori, i magistrati, i giornalisti, i disabili, i donatori di sangue.

Una specie di parodia all’italiana della rivoluzione culturale cinese.

Ieri sul Giornale Mario Cervi, che pure è un signore d’altri tempi, ha amplificato l’idea difensiva molto cara a Brunetta, secondo la quale ogni volta che egli attacca i fannulloni questi gli rispondono che “il problema è ben altro”: «Il benaltrismo è un espediente dialettico grazie al quale si elude ogni questione».

Sarà pure vero, ma cosa dire del “parlar-altrismo”, del parlare d’altro per nascondere le vere questioni?

Parla d’altro la Gelmini che invece di tagli alla scuola dibatte di grembiule e di voto in condotta.

E Brunetta, anziché del cattivo governo della pubblica amministrazione, parla di fannulloni.

Chi dice che il «problema è un altro» non ha molti argomenti, chi “parla d’altro” ha molti argomenti dentro cui nascondersi.

Il primo è uno sprovveduto, il secondo è in malafede.

Il primo è pavido, il secondo è arrogante.

Ecco un pessimo modo di governare, fare una cosa e parlare d’altro: banche, giustizia, sicurezza ...

E non si illuda Brunetta perché qualche sondaggio l’ha premiato come nuovo eroe dei fantuttoni che, all’ora del caffè, riempiono i bar d’Italia, personaggi che la sanno lunga: «eh, se ci fossi stato io, quel gol l’avrei segnato», «io Bin Laden l’avrei già preso» ...

Rientrati negli uffici, i fantuttoni risolvono i problemi domestici dei colleghi, senza mai marcare un’assenza.

Ricordo un centralinista che aggiustava ferri da stiro, resuscitava vecchi trasformatori, riaccendeva lampade rotte.

Stava sempre al suo posto e riusciva persino a rispondere al telefono.

Nessuno ha mai scoperto che vendeva patacche e orologi rubati.

Come Brunetta, era lui il re dei “fantuttoni”, che in fondo sono solo fannulloni indaffarati.


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venerdì 14 novembre 2008

Da qualche parte sopra l’arcobaleno

Scusate se non c’entra con le cose che trattiamo con il nostro blog, ma è troppo bella per non condividerla con voi.

E’ Eva Cassidy che canta “Somewhare over the rainbow”.

Cliccando su Continua – leggi tutto l’articolo è possibile leggere la traduzione del testo della canzone.







Somewhere over the rainbow

Da qualche parte sopra l’arcobaleno


Da qualche parte sopra l’arcobaleno
proprio lassù, ci sono i sogni che hai fatto
una volta durante la ninna nanna
da qualche parte sopra l’arcobaleno
volano uccelli blu e i sogni che hai fatto,
i sogni diventano davvero realtà

un giorno esprimerò un desiderio
su una stella cadente
mi sveglierò quando le nuvole
saranno lontane dietro di me
dove i problemi si fondono come gocce di limone
lassù in alto, sulle cime dei camini
è proprio lì che mi troverai
da qualche parte sopra l’arcobaleno
volano uccelli blu e i sogni che hai osato fare,
oh perchè, perchè non posso io?

Beh vedo gli alberi del prato e
anche le rose rosse
le guarderò mentre fioriscono
per me e per te
e penso tra me e me
“che mondo meraviglioso!”

Beh vedo cieli blu e nuvole bianche
e la luminosità del giorno
mi piace il buio e penso tra me e me
“che mondo meraviglioso!”

I colori dell’arcobaleno così belli nel cielo
sono anche sui visi delle persone che passano
vedo degli amici che salutano
dicono “come stai?”
in realtà stanno dicendo “ti voglio bene”
ascolto i pianti dei bambini
e li vedo crescere
impareranno molto di più
di quello che sapremo
e penso tra me e me
“che mondo meraviglioso!”

un giorno esprimerò un desiderio
su una stella cadente
mi sveglierò quando le nuvole
saranno lontane dietro di me
dove i problemi si fondono come gocce di limone
lassù in alto, sulle cime dei camini
è proprio lì che mi troverai
da qualche parte sopra l’arcobaleno
ci sono i sogni che hai osato fare,
oh perchè, perchè non posso io?





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