domenica 11 settembre 2011

Il carcere, tra previsioni normative e realtà




di Vito Pirrone
(Avvocato)






È principio giuridico assodato che la sanzione è la risposta della società alla trasgressione dell’ordinamento giuridico, che ogni società civile si dà per assicurarsi la pacifica convivenza.

È prioritario identificare quelle sanzioni che creino il giusto equilibrio sociale.

Nella nostra analisi partiamo dal presupposto secondo cui il momento penitenziario e quello sanzionatorio non sono estranei al processo, ma ne fanno parte, presupposto che ci pone in un’ottica ben determinata.

Infatti, se il momento sanzionatorio e quello penitenziario fanno parte del processo, ne consegue il coinvolgimento in prima persona degli avvocati e di tutti gli operatori del settore, e tutto ciò che accade va inquadrato in un clima di contraddittorio e di principio di legalità.

Purtroppo, dobbiamo notare dei paradossi del nostro sistema: l’art. 27 della Costituzione stabilisce il principio della pena finalizzata alla rieducazione e risocializzazione.

Nel nostro ordinamento la pena aspirerebbe al recupero del cittadino (con un percorso trattamentale).

Il carcere si dovrebbe porre come una esperienza provvisoria, che preluda al rientro nella società.

È noto che l’attuale condizione delle carceri italiane contraddice radicalmente l’intento della Carta fondamentale.

Basti considerare lo stato di sovraffollamento delle carceri: ogni struttura carceraria attualmente ospita una popolazione penitenziaria che risulta essere più del doppio della capienza massima per la singola struttura.

Una cella tipo (in un istituto, per esempio, come quello di Catania – Piazza Lanza) ospita dagli 8 ai 12 detenuti, il che contravviene assolutamente a quanto previsto dagli articoli 5 e 6 dell’ordinamento penitenziario in materia edilizia e sui luoghi di pernottamento e soggiorno.

Il sovraffollamento verosimilmente è dovuto ad una legislazione che favorisce sempre più i percorsi che dal sociale portano al penale.

Attualmente nelle nostre carceri è presente una popolazione in esubero (rispetto alla capienza massima) di ben 23.000 unità (!), dato ancora più allarmante se si considera la carenza di personale dell’amministrazione penitenziaria di circa 7.000 unità.

Analogo discorso può essere effettuato a proposito dell’articolo 13 dell’ordinamento penitenziario e della individuazione della pena, principio anch’esso completamente disatteso, dal momento che la distribuzione dei detenuti all’interno degli istituti penitenziari dovrebbe tenere conto della “tipizzazione” dei reati da essi commessi, laddove si registra invece un accorpamento di detenuti in un unico ambito che comprende dai mafiosi, ai primari, ai ragazzi che hanno compiuto uno scippo.

E, in assenza di qualsiasi altra forma di socializzazione, i detenuti trascorrono in cella più di 20 ore: il che evidentemente spiega l’abbrutimento che conseguentemente si produce.

Da un simile livello di sovraffollamento discende anche l’impossibilità di garantire il rispetto dei diritti umani più elementari.

Il detenuto vive in circa 2 mq..

L’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la “non vivibilità” dei nostri istituti penitenziari, a fronte di circa 7 mq. stabiliti a livello europeo come spazio minimo sostenibile.

La Corte di Strasburgo ha evidenziato l’assenza di un piano di edilizia carceraria e ha stigmatizzato la politica penitenziaria italiana e l’assenza di opportune norme di depenalizzazione e misure alternative.

In una tale situazione, va evidenziato che i detenuti non svolgono alcuna attività e si trovano a vivere quella condizione che i sociologi (Wacquant) definiscono di “neutralizzazione dei corpi”, nel senso che i detenuti sono posteggiati in carcere nel modo peggiore. Wacquant sintetizza con lo slogan “dallo stato sociale allo stato penale”.

Altro dato allarmante, che caratterizza in modo drammatico la situazione penitenziaria, è quello dei suicidi.

Nel 2010 in Italia si sono verificati ben 67 suicidi in carcere di detenuti, ma, fanno riflettere, altresì, otto suicidi di personale penitenziario !

Nel 2011 già nel primo trimestre avevamo superato 12 suicidi (come si vede, purtroppo, è un dato che va in crescita); ci si dovrebbe chiedere: perché tanti suicidi ?

In tale contesto andrebbero anche considerati i casi di detenuti morti perché i soccorsi sono giunti troppo tardi !

In Sicilia, purtroppo, al detenuto viene negato il diritto alla salute; infatti, essendo la nostra regione a statuto speciale, avrebbe dovuto recepire il decreto legislativo 230/99 sul riordino della medicina penitenziaria, che trasferiva alle A.S.L. la competenza sanitaria all’interno delle strutture penitenziarie ed il passaggio della sanità penitenziaria al sistema sanitario nazionale.

In realtà, tale decreto non è stato recepito.

Ne consegue che la Sicilia è l’unica regione di Italia nelle cui carceri non c’è servizio sanitario. Sicchè, il vuoto.

Invero, il detenuto con la restrizione perde il diritto della libertà, ma non dovrebbero venire meno gli altri diritti personali costituzionalmente garantiti.

Il detenuto, allo stato, perde anche il diritto alla propria dignità.

Attualmente la situazione, in totale antitesi con il dettato costituzionale, porta ad un abbrutimento della persona umana (carcere = discarica sociale).

Si ritiene il carcere fuori dalla società ! Invero, il carcere è nella società, è parte della società.

Prevale la concezione per cui il carcere è un qualcosa che si pone al di fuori della “città”, al di fuori delle “mura”. Il carcere è dentro la città ed esiste un rapporto fondamentale tra questi due luoghi.

Si parla di sicurezza sociale, ma una vera sicurezza sociale non può prescindere da una politica trattamentale per il detenuto.

Si deve attuare un programma che segua il detenuto dal suo ingresso all’istituto di pena sino all’uscita ed al suo reinserimento sociale nella società.

Oggi il detenuto che esce dal carcere, proprio nel momento di maggiore debolezza e fragilità, viene abbandonato …. Nella bibbia (Deuteronomio capo 15) si prescrive: “… quando li libererete, non fateli andar via a mani vuote; gli regalerete pecore e capre, grano e vino; tutte cose che dovete alla benedizione del Signore”.

Le carceri ci fanno pensare alle città invisibili di Italo Calvino (ai bordi della città).

Il carcere rappresenta un indice del grado di civiltà di un paese.

Oggi la punizione prevale sul trattamento e il tempo del carcere diventa un tempo vuoto: di opportunità, di prospettive, di senso.

Spesso, più che una risposta penale sarebbero opportune politiche di prevenzione sociale.

Una riflessione sulle carceri si ritrova nel film “Il profeta” di Jacques Audiard, un film duro, non solo per le scene, ma realistico, il carcere è così, è duro.

Il film è una critica al sistema carcerario, Malik viene avvolto in modo implacabile dalla società criminale interna, che lo sfrutta e che lui impara a sfruttare.

Spesso c’è emotività nella scelta della carcerazione. Si sente dire, “ma la gente vuole sicurezza”. (Carcere sull’onda emotiva alla richiesta di sicurezza). Ma dall’attuale trattamento carcerario non viene sicurezza.

Una riflessione si impone, con obiettività e senza alcun preconcetto. Possiamo continuare a riempire le carceri senza fare un ragionamento sul senso della pena ?

Al carcere oggi vengono demandati compiti di contenimento di fenomeni socio-politici (immigrazione, tossicodipendenza, disoccupazione), fenomeni che meriterebbero ben altre attenzioni.

Il carcere deve essere usato solo come misura residuale.

Dalla situazione del carcere si vede una incapacità di andare al di là della contingenza.

Bauman ci ammonisce, denunziando che la società non sta gestendo questi problemi, li sta accantonando utilizzando il sistema penale.

Carcere come rimedio all’insicurezza, viene fatto coincidere con la funzione repressiva.

Avverte Bauman, il carcere non aumenta la sicurezza, ma solo la potenzialità di voti elettorali.

Senza voler mettere in discussione il principio di legalità, si possono mutuare o rivedere degli istituti già esistenti.

Non abbiamo bisogno di nuove carceri, quanto piuttosto che i soldi destinati a tale scopo vengano spesi per creare posti di lavoro per i detenuti ed ex detenuti.

Oggi la reclusione ha di fatto una scarsa efficacia sul piano social-preventivo, come testimoniato dai tassi di recidività, laddove l’articolo 27 della Costituzione prevede e impone che la pena debba avere una rilevanza social-preventiva.

Siamo chiamati ad operare affinchè la pena della carcerazione abbia tale efficacia, configurandola come un momento di opportunità e non come una specie di parcheggio.

Facendo così, il detenuto una volta uscito dal carcere non accetti di essere cooptato dagli ambienti criminali per ottenere un lavoro.

Nella società c’è una forte domanda di sicurezza: e nell’attuale situazione la risposta deve nascere prioritariamente già dal carcere.

È in tale sede che occorre cominciare a sperare per un reinserimento sociale, così da dare una risposta alla domanda di sicurezza dei cittadini.

Ci deve essere un ponte tra società e carcere e tra carcere e società.





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giovedì 1 settembre 2011

Flamminii Minuto spirito libero




di Oliviero Beha



da Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2011


Se ne è andato Oreste Flamminii Minuto, evadendo dalla prigione dei suoi malanni e lasciando non un buco ma un cratere in tutti coloro che gli sono stati vicini, affettivamente, amichevolmente, professionalmente.

È stato vivo, vivissimo nei sentimenti, nelle emozioni e naturalmente nelle idee, fino a un momento prima di andarsene: sembra un’ovvietà, ma forse non lo è o non lo è mai stata per lui e per i suoi simili.

Per morire bisogna essere vivi.

Figlio di un generale medaglia d’oro al valor militare aveva il coraggio nelle vene e nella testa.

A 18 anni si guadagnò una medaglia al valor civile per aver salvato due che stavano annegando, per dire …

Le sue radici erano a Colledara, sul versante adriatico del Gran Sasso dove la piana comincia a respirare orizzontalmente, radici di abruzzese scabro di fuori e gentile di dentro rimasto legatissimo a quelle zolle: uno che poteva disquisire di tutto o quasi e infiammarsi o meglio infumarsi di colpo mandandoti rudemente a quel paese senza preavviso.

Dalle sue foto giovanili si affaccia un bel giovane biondo, minuto, attraente per le donne e insieme inquieto, un generoso “cuore granata” e un’aletta veloce nelle partite della squadra dell’Espresso in cui Scalfari sembrava quasi – per la gran barba quello di ora …

È stato un grandissimo, inarrivabile avvocato, ma per questo suggerisco ai giovani lettori de Il Fatto una semplice cliccatina su un motore di ricerca … Troveranno tanto su di lui, specie per le sue battaglie a favore della libertà di parola.

Considerarla però soltanto una pur decisiva e democratica questione di “stampa” è fare un torto a Oreste e alle sue intemerate.

Certo, era il punto di arrivo, come quando nel dicembre scorso provocò sul tema Wikileaks, interrogandosi su cosa sarebbe accaduto nel Paese dei Berlusconi e dei Frattini, ma anche dei D’Alema e dei Bersani, se quell’Assange fosse stato italiano …

Ma per Oreste, finissimo spirito dalla testa ai piedi e quindi uso a mischiare pandette e partite, aule di Tribunale e campagna con porchetta “ma delle mie parti”, alto e basso, istituzioni e strada senza lasciare mai il timone dell’onestà intellettuale, del rispetto di sé e degli altri, la libertà di espressione era la parte visibile di una libertà interiore che vedeva scarseggiare sempre di più.

La libertà di pensiero non si compra né si vende, non si vede dall’esterno ma si dimostra nei comportamenti, nelle scelte, nei prezzi pagati: Oreste è stato tutto questo, sanguigno e coraggioso.

Di raro, aveva anche un suo modo di “storicizzare la cronaca”: da sempre la sua idea era quella di pensare, parlare, esercitare la sua professione senza privarsi di un orizzonte che storicizzasse il suo lavoro, comunque ficcato ben dentro la quotidianità.

Ho perso il conto delle cause per diffamazione da lui sostenute difendendo L’Espresso per mezzo secolo in tutti i contesti, dalle more democristiane alle asperità comuniste, nelle stagioni del terrorismo come in quelle del lassismo berlusconiano, venendo ripagato ultimamente con una moneta d’ottone che gli ha fatto male: di certo so che le ha vinte tutte.

Un bel record, non vi pare?

E provate a chiedere di lui nel luogo mitico del cinema italiano più importante, nel ristorante romano da “Otello alla Concordia”, dove da avvocato, da amico (spesso in veste “Amici miei”) ma soprattutto da persona ha diviso il tempo, gli umori e l’aspetto professionale che gli perteneva con Germi, o Monicelli, o Scola, e un elenco lunghissimo di “addetti”, nel senso anche di addetti a stimarlo sempre, e spesso a volergli bene.

Per questo dico che lascia un cratere che non si colma se non in parte con la memoria del suo pensiero, dei suoi scritti, del resoconto delle sue “campagne”.

Forse una raccolta complessiva dei suoi scritti e delle sue arringhe gli renderebbe merito adeguato più del solito “parce sepulto” esibito come salvacondotto.

Muore giovanissimo, credetemi, anche se a 79 anni, avendo profuso impegno senza risparmio, emanando calore intellettuale e politico nel senso più pieno dell’aggettivo (ormai naturalmente dimenticato o considerato obsoleto), riuscendo vicino a chiunque avesse a che fare anche fuggevolmente con lui proprio per tale innata disponibilità che aveva trasformato nel motore del suo lavoro.

Per questo parlare solo di un formidabile avvocato specialista dei processi in merito alla libertà di stampa, che pure è sotto i tacchi come non mai ora e qui, rischia di ridurne la sagomatura e forse non gli basterebbe o non lo interesserebbe più di tanto.

Sia quando raccontava delle sue origini e dei suoi studi, e poi delle sue battaglie epocali in aula, sia ultimamente quando aveva pienamente scoperto internet continuando a pronunciare “e-mail” proprio come si scrive per un suo vezzo insuperabile, quello che davvero gli premeva era il fantasma della libertà che lui umanisticamente metteva in scena in ogni momento della sua giornata.

Ricordarlo come un uomo libero con tutte le virgolette di un concetto apparentemente astratto, un uomo che non aveva paura della libertà, circonda il bordo del cratere e ci permette forse di godercelo ancora un poco, vivissimo nella memoria mentre molti zombies gli sopravvivono.

Ciao, Oreste.



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domenica 19 giugno 2011

P27: la situazione è grave, ma non seria.

P2, P3, P4, .... P27.


La citazione di Ennio Flaiano non richiama alla memoria l'Italia degli anni settanta, ma la stretta attualità.

Non è serio un Paese nel quale, in nome di un malinteso “garantismo”, si attendono i tempi epocali della formazione del giudicato penale prima di adottare rimedi su piani diversi da quello giudiziario.

E' un po' l'auto-accusa che da sempre la politica si muove quando parla di questione morale. Si dice, in soldoni: ferme le massime garanzie sul piano giudiziario, la responsabilità politica dovrebbe prevenire quella penale ed è quindi impensabile procrastinare i rimedi all'esito del processo.

Come si sarà notato, tale forma di responsabilità non ha mai attecchito nel nostro Paese.

E la cosa non è prerogativa della sola politica.

La magistratura non è esente dalla medesima sindrome, la stessa che spinge a proclamare sistematicamente il proprio senso di colpa per marcare, a chiacchiere, la distanza da modelli negativi, senza tuttavia porre in essere le reazioni adeguate alla gravità dei fatti che via via, uno dopo l'altro, confermano la triste deriva del sistema giudiziario.

Oddio, non è sempre così.

Può capitare, ad esempio, che un De Magistris venga privato dall'oggi all'indomani delle sue inchieste con un'inaspettata “avocazione” (il cui autore è oggi imputato per abuso d'ufficio ) e trasferito ad altra sede e funzioni dal CSM subito dopo che aveva fatto perquisire tal Luigi Bisignani.

O che i PM salernitani - che stavano accertando proprio gli abusi commessi contro l'attuale Sindaco di Napoli - nel volgere di tre giorni siano fatti traslocare dai loro uffici per essersi dilungati in un decreto di sequestro mettendo a rischio la reputazione di personaggi come Alfonso Papa o Luigi Bisignani.

O che, ancora, la testa di un magistrato come Clementina Forleo sia offerta su un piatto d'argento alla politica che ne invocava il trasferimento; anzi, per mezzo di Guido Calvi, già difensore di D'Alema ed oggi Consigliere Superiore, addirittura lo prevedeva. E' fresca la conferma dell'illegittimità di quel trasferimento ad opera del Consiglio di Stato.

Sono vicende che, ai pochi lettori del nostro blog, appariranno “vecchie” in quanto qui sono state sviscerate nella loro raccapricciante illegittimità MENTRE accadevano.

Ma non montiamoci la testa. Si tratta di eccezioni. Di isolate manifestazioni di “efficienza” del sistema burocratico che sovraintende al governo della magistratura, favorite da una fortunata astrale convergenza d'intenti tra Ministero della Giustizia (ad opera del suo ispettorato), il CSM (organo di tutela dell'indipendenza dei magistrati!) e la stessa Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato delle toghe!).

Tratteggiamo, ora, alcuni dei personaggi che in quelle vicende hanno svolto un qualche ruolo.

Dalle notizie di stampa dei mesi successivi, fino all'attualità, abbiamo appreso:

che Achille Toro, Procuratore Aggiunto da Roma con delega sui reati contro la pubblica amministrazione ed uomo di vertice della corrente dell'ANM Unicost, aveva rapporti “non ufficiali” con faccendieri di vario genere, in seguito ai quali è stato sottoposto a processo penale e si è dimesso dalla magistratura. All'epoca dei fatti di De Magistris e di Salerno-Catanzaro era enorme il peso di Achille Toro nell'Associazione Nazionale Magistrati. Tanto che l'ANM, quando la sua vicenda penale venne a galla, si limitò ad un ambiguo comunicato che stigmatizzava più gli inquirenti fiorentini che l'adepto infedele.

Grande amico di Achille Toro è l'onorevole Alfonso Papa, magistrato in aspettativa che in passato ha operato da fuori ruolo al Ministero della Giustizia, intessendo ottimi rapporti con soggetti come Luigi Bisignani, utili a spianargli la via ad un seggio parlamentare.

Al Ministero sedeva (e siede tuttora) a capo dell'Ispettorato Arcibaldo Miller, anch'egli magistrato fuori ruolo, che è incappato nella vicenda della cd. P3 (ma già siamo alla P4) ; era capo dell'ispettorato anche al tempi di De Magistris e della vicenda Salerno-Catanzaro. La P3, come a tutti noto, si occupava anche di sponsorizzare la nomina dei vertici di importanti uffici giudiziari (Alfonso Marra, alla Corte d'Appello di Milano) ed aveva rapporti di amichevole frequentazione con l'allora Presidente della Corte di Cassazione, in tale veste anche componente del CSM. Della Corte d'appello di Milano si è saputo, di altri uffici ancora no.

A dar credito alle prime notizie emerse sulla P4, dossieraggio e ricatto sono gli strumenti privilegiati dell'azione di una consorteria che avrebbe preso di mira anche l'attuale vice-presidente del CSM, Michele Vietti.

L'ispettorato del Ministero della Giustizia è un ufficio molto delicato perché di fatto (non di diritto, secondo la tesi che da sempre sosteniamo) mette il naso negli uffici giudiziari d'Italia perlustrando dall'interno inchieste piuttosto “sensibili”, solitamente riguardanti potenti del Paese. Può quindi svolgere indagini e chiedere al CSM la punizione dei magistrati.

Questo il ritratto di Arcibaldo Miller “dipinto” in una delibera del CSM che chiude una pratica aperta nel luglio del 2010:

"Da quanto sopra esposto appare evidente che il dott. Arcibaldo MILLER ha tenuto una condotta in aperta in violazione dei canoni di imparzialità e indipendenza in quanto:

· ha partecipato a riunioni nelle quali si esercitavano pressioni politiche anche illecite su organi di rilevanza costituzionale nell’esercizio della giurisdizione;

· ha posto il suo potere amministrativo a servizio di interessi di parte politici e affaristici.

In tal modo dimostrando incapacità di svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

Va tuttavia osservato che nella specie la procedura dell’art. 2 L.G. non sarebbe utilmente esperibile, dal momento che il ruolo ricoperto non è a disposizione del Consiglio Superiore della Magistratura.

Pertanto sotto tale profilo Il Consiglio,

delibera

l’archiviazione parziale della pratica, limitatamente alla posizione del dott. Arcibaldo MILLER, con restituzione degli atti alla Prima Commissione per il prosieguo dell’istruttoria.

Dispone altresì la trasmissione della pratica al Vice presidente per eventuali comunicazioni agli organi istituzionali, alla quinta ed alla terza commissione, per le valutazioni di loro competenza e per eventuale revoca dell’autorizzazione al fuori ruolo in quanto venuti a mancare i presupposti di interesse dell’amministrazione”
.

Questa, invece, la “dura” presa di posizione del presidente dell'ANM (la stessa che aveva in precedenza chiesto l'intervento punitivo di Miller contro i colleghi di Salerno nella cui inchiesta già figuravano tra altri, Papa e Bisignani) del 7 luglio 2010, tratta da un'intervista rilasciata a La Stampa:

“... la situazione di chi è il capo degli ispettori di via Arenula è oggettivamente delicata. Chi riveste tale carica non può avere frequentazioni politiche che hanno come oggetto addirittura una sua eventuale candidatura politico-amministrativa. E' chiaro che il Ministro di Giustizia deve valutare e agire di conseguenza”.

Il Ministro, evidentemente e dal suo punto di vista, ha valutato ed agito di conseguenza lasciando al suo posto Arcibaldo Miller.

Orbene, voi direte, ma cosa ha fatto il CSM dai tempi della P3 e fino al tempo della P4?

Cosa ha fatto di concreto l'ANM per sollecitare l'allontanamento di Arcibaldo Miller da un ufficio tanto delicato per tutti i magistrati italiani?

Lascio che a rispondere sia il massimo filosofo che i tempi meritano, vale a dire Cetto La Qualunque: “Un emerito ... nulla!”.

Poche settimane per trasferire De Magistris e Clementina Forleo; pochi giorni per spazzare via l'intera procura di Salerno.

Nella desolante “melina” istituzionale sul caso Miller rivive l'amarezza delle parole di Ennio Flaiano. E, vista la vicinanza al potere - nella peggiore accezione possibile - di molti influenti magistrati, fa capolino il timore di un sistema giudiziario sotto ricatto in molte delle sue più delicate articolazioni.


Nicola Saracino




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giovedì 16 giugno 2011

L'ANM sulla P4

Associazione Nazionale Magistrati

I fatti che emergono dall'inchiesta di Napoli, nei confronti del magistrato in aspettativa per mandato parlamentare Alfonso Papa, appaiono oggettivamente gravi e inquietanti. L'Anm chiederà al collegio dei probiviri di valutare con urgenza la compatibilità di alcuni comportamenti con l'appartenenza alla Anm. Pur nel pieno rispetto del principio costituzionale di non colpevolezza, riteniamo che la credibilità di una associazione come la nostra si misuri sulla capacita di dare risposte immediate e visibili sulla questione morale.

Roma, 15 giugno 2011

Luca Palamara – presidente

Giuseppe Cascini – segretario generale

Antonello Ardituro – vice presidente

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venerdì 3 giugno 2011

La lezione di Luigi de Magistris





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 3 giugno 2011


Vorrei commentare la vittoria di Luigi de Magistris a Napoli sotto profili diversi da quello più propriamente “politico”.

Quella vittoria, infatti, secondo me è una fatto estremamente importante sotto tanti profili, ma quelli che io considero più importanti non riguardano la “politica” in senso stretto, ma la politica come dovere civico, come valore morale, come senso dell’esistenza.

Luigi ha vinto in un contesto caratterizzato dalle seguenti circostanze:

1. Luigi non ha una lunga esperienza come politico attivo;

2. Luigi non aveva capitali economici per la sua campagna elettorale;

3. Luigi aveva contro tutti i partiti tranne un paio, di minoranza;

4. La maggior parte degli osservatori scommetteva che avrebbe perso (un sito di scommesse dava la sua sconfitta 3 a 1).

Poste queste condizioni, la vittoria di Luigi dimostra che in questo tempo chi ha delle idee e il coraggio di giocarcisi se stesso, può vincere. Azzarderei, vince.

Le parole chiave sono, secondo me: 1. avere idee, 2. giocarsi se stessi.

Il dramma di questo tempo è che è l’epoca della volontà bruta, della notte della ragione, del titanismo presuntuoso e velleitario, quando non (più spesso) falso e imbroglione.

Ed è l’epoca del cinismo e della tirchieria.

La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma vuole che gliele cambino gli altri.

La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma nel frattempo vuole mantenere tutti i vantaggi dello status quo.

La maggioranza degli italiani sogna un messia che gli cambi il mondo mentre loro continuano a fare le porcherie e la vita meschina di sempre.

E’ questo che ci trascina in basso.

Non ci può essere sviluppo, civiltà, società senza impegno. Vero. Faticoso. Di ognuno. In prima persona.

La storia di Luigi de Magistris ci toglie gli alibi.

La sua vittoria dimostra che si può. E’ la prova oggettiva, documentale, incontrovertibile che si può.

E, come è già stato detto, se si può si deve.

E questa questione è essenziale anche per il futuro più prossimo.

La gente ha dimostrato di avere qualità votando per Luigi.

Ma purtroppo questo non servirà a nulla se quella stessa gente non si impegnerà per fare ciò che serve.

E’ indispensabile che gli italiani smettano di credere che basti votare per un messia che ci salvi.

Neppure Luigi potrà salvare Napoli, se i napoletani da domani non si impegneranno a essere diversi.

Una società non è (solo) ciò che votano i suoi cittadini, ma ciò che fanno. Ognuno di loro. Ogni giorno. In ogni cosa.

Luigi de Magistris ci ha dato e – con il suo entusiasmo e la sua abnegazione nel portare avanti un sogno ad ogni costo – ancora ci dà una lezione molto grande.

La parte più importante di questa lezione, secondo il mio modesto parere, non è quella politica (nonostante l’avventura di Luigi sia una enorme strepitosa lezione di politica a una classe dirigente di partitocrati che sono stati letteralmente umiliati da un ragazzo arrivato alla politica l’altroieri), ma quella morale.

Fare tesoro di questa lezione è un imperativo etico e l’unica possibilità che abbiamo di salvarci.

Questo Paese non ha (solo) un pessimo governo, ha anche pessimi cittadini. Pessimi sotto il profilo della mancanza di impegno personale, della viltà, dell’opportunismo, della disponibilità al compromesso morale, della disponibilità alla illegalità (ampiamente praticata in ogni dove).

Questo deve (cominciare a) finire.

Dobbiamo fare tesoro della lezione di Luigi, perché tutto non si riduca a una bella festa in piazza.

Lunedì sera non “abbiamo vinto” un bel nulla. Lunedì sera la generosità e il coraggio morale di Luigi de Magistris hanno creato una possibilità per tutti noi.

Luigi ha vinto, noi ancora no.

Questa “possibilità” offertaci da Luigi diventerà “realtà” solo se da oggi ognuno di noi si sentirà in dovere di impegnarsi. Sul serio. Ogni giorno. In tutto. Senza calcoli. Senza paracadute. Senza alibi.

Non abbiamo fatto tesoro della lezione di tanti magistrati morti.

Oggi abbiamo davanti la lezione di un (ex) magistrato vivo.

La palla è a noi.

_______

P.S. – Luigi è un ex magistrato, perché, diversamente dal resto del Paese, nella magistratura il rinnovamento non è neppure all’orizzonte e la corporazione vive nel buio della peggiore prima repubblica. Ed è un ex magistrato vivo perché oggi i magistrati non è più necessario ucciderli: ci pensa la corporazione a neutralizzarli.




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Il 12 giugno andiamo a votare ai referendum


Il referendum del 12 giugno riguarda temi di estrema importanza.

A questo link il sito del Comitato promotore.

E' essenziale che si raggiunga il quorum.

Andiamo a votare.









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martedì 31 maggio 2011

La dittatura dei giudici


Ennesima delirante uscita del Presidente del Consiglio contro la Giustizia.

La notizia dappertutto.

Due articoli di stampa a questo link e a quest'altro.

Per non piangere la vignetta qui sotto.








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martedì 17 maggio 2011

Le verità essenziali





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 17 maggio 2011


Io credo che le colpe più gravi degli italiani siano quelle intellettuali e morali.

In particolare, su tutte, una: la violenza alla verità.

Gli italiani più di tutti gli altri credono di potere “piegare” la verità a piacimento.

Siamo il popolo che più di ogni altro è incline al “Cara non è come sembra”.

E, con riferimento alle cose più serie, siamo il popolo della “finanza creativa”, dei trucchi di bilancio, della sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio, delle sanatorie edilizie e di quelle fiscali.

Da noi, insomma, le cose non sono mai ciò che sono, ma ciò che noi vogliamo, anzi pretendiamo che siano.

Da noi mentire non è disonestà morale, vergogna, attentato al bene comune, oltraggio alle intelligenze altrui, ma astuzia, “coraggio”, “decisionismo”, “metterci la faccia”, “virilità”, “potere”.

E la sincerità, l’onestà intellettuale e morale sono “moralismo” e “bacchettoneria”.

Questo rende difficile, ai limiti dell’oggettiva impossibilità, una vita civile.

Perché la vita di una società civile è fatti e idee.

Se i fatti vengono negati spudoratamente e le idee costruite su menzogne palesemente tali, è praticamente impossibile parlare davvero e confrontarsi.

Per questo – e me ne scuso con i miei pochi e generosi lettori – da un po’ scrivo poco. Perché è difficile parlare, quando le parole non sono più “pietre” sulle quali costruire, ma sassi tirati per demolire la verità.

Il 99% del dibattito pubblico del nostro Paese si avvita ormai non più sui fatti, sui nostri problemi reali, sulle necessità di questo e di quel pezzo di un Paese che va in bancarotta, ma su un racconto totalmente falso che le televisioni di un regime elaborano a reti unificate ventiquattro ore su ventiquattro e che un popolo di sudditi e spettatori/consumatori si bevono passivamente.

Io ho sempre ritenuto gli americani un popolo culturalmente un po’ rozzo e giuridicamente molto rozzo.

Ma sono folgorato dalla quantità di vero e di buono che ogni tanto la loro cultura e soprattutto le loro prassi producono.

Dalla enorme mole di articoli sulla vicenda di Dominique Strauss-Kahn mi hanno folgorato poche battute:

- l’udienza per la convalida dell’arresto è durata OTTO minuti, OTTO; un solo giudice (non una Corte di cinque o sei, ma un solo giudice, del quale nessun giornale si sogna di raccontare per chi vota e di che colore ha le calze) ha consentito a due avvocati fra i più pagati del mondo di difendere uno degli indagati più potenti del mondo dicendo pochissime cose (quelle – le uniche pertinenti – che si possono dire in cinque minuti); il di più sarebbe stato ritenuto oltraggio alla Corte;

- la decisione del giudice è stata pronunciata dopo che l’indagato ha «atteso il suo turno come un criminale comune, seduto su una panchina e guardato a vista da un poliziotto»; ha atteso il suo turno, non gli hanno fatto un turno apposta né un’udienza apposta;

- nonostante abbia offerto una cauzione di unmilione di dollari, il giudice ha detto che deve restare in galera, non “ai domiciliari”, “in galera”, perché – semplicemente e banalmente – ci sono gravi indizi che abbia davvero commesso il reato per cui è accusato ed è plausibile che tenti di sottrarsi alla pena.

Punto.

E basta.

Anche l’America ha tante malattie, ma evidentemente si è data dei limiti su quelle che è disposta a tollerare.




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martedì 8 marzo 2011

Chiù pila pe tutti





di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)





Assistiamo ormai da qualche tempo ad un dibattito politico incentrato esclusivamente sulla strategia difensiva del Presidente del Consiglio rispetto al rinvio a giudizio per i reati di concussione e prostituzione minorile e, nella logica della ormai nota provocatio ad populum praticata costantemente dal gruppo dirigente del Popolo della Libertà Responsabile, ogni giorno si attua la strategia difensiva del Presidente attraverso il richiamo al popolo.

Il popolo è infatti costantemente avvertito della “persecuzione giudiziaria” ai danni di Berlusconi attuata dai magistrati che, privi di investitura popolare, perseguono il disegno di sovvertire il risultato delle urne.

In definitiva il messaggio chiaro che non solo il Presidente (legittimato alla sua difesa rispetto alle imputazioni che gli vengono contestate) ma anche i dirigenti del suo partito denunciano al popolo è che quest’ultimo è l’unico vero giudice di Berlusconi poiché la sua elezione e la sua rielezione rendono unitiliter data ogni eventuale indagine o sentenza di colpevolezza penale.

Bene ha fatto il Primo Presidente della Corte di Cassazione (nel discorso di apertura dell’anno giudiziario), prima, e il Presidente della Camera poi, a ricordare che anche la sovranità del popolo è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione quasi a ribadire, ammesso che ve ne fosse bisogno, che il popolo (inteso come maggioranza) non può considerarsi al di sopra della legge, in funzione della sua volontà maggioritaria, e, ad esempio, sovvertire un potere dello Stato.

Così come, è bene ricordarlo, la giurisdizione è esercitata nelle forme prevista dalla Costituzione e l’esercizio dell’azione penale, quando ve ne siano i presupposti (notizia di reato e prove di colpevolezza da vagliare all’interno di un dibattimento), non persegue alcun fine politico, se così fosse bisognerebbe denunciare e perseguire chi esercita l’azione penale a fini di sovvertimento delle istituzioni democratiche per i reati previsti dalle leggi dello Stato quantunque si tratti di Magistrati.

Ma di ciò non vi è traccia, c’è solo il messaggio ripetuto e ossessivo al popolo che l’esercizio dell’azione penale persegue in concreto tale ipotesi, ripetuto in ogni trasmissione televisiva.

Ad esempio lo scalpitante Ministro La Russa ha espresso il concetto in più incontri televisivi così come l’On. Cicchitto che lo ha ribadito anche nell’incontro di Cosenza richiamato a Ballarò nel resoconto della settimana politica.

Il popolo, tuttavia, nella sua organizzazione statuale non solo esprime la sua volontà politica ma si organizza ed elegge i suoi rappresentanti affinché nell’azione di governo siano attuati processi di sviluppo politico nella direzione più soddisfacente dei bisogni della maggioranza.

In questa direzione viene da chiedersi se in questo momento di profonda crisi economica che colpisce in maggior misura la classe media ormai sempre più da intendere come working poor (inteso il concetto di povertà come povertà relativa), i voleri che la classe media ha inteso affidare alla maggioranza di governo siano quelli di stratificare sempre di più la società attraverso il discrimine del denaro.

Cerco di spiegare meglio il concetto. La Prima Repubblica disegnata dalla Costituzione, da studi sociologici di riconosciuto livello scientifico (vedi Pasquino in Polis, sulla mobilità di classe in Italia dal fascismo alla Repubblica), riconosceva all’istruzione il ruolo di canale fondamentale nella mobilità sociale ciò nel senso che grazie a quel canale, in Italia, vi è stato il cambio di classe di molti figli del desueto proletariato e della classe media verso la piccola e media borghesia; ciò proprio attraverso il titolo di studio e le connesse possibilità lavorative ed economiche.

Così come la precostituzione del giudice naturale e la affermata uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ha, nel tempo, consentito ai quivis di, quantomeno provare, e a volte riuscire, reclamare i propri diritti anche nei confronti del contraente forte (è il caso ad esempio di reclami contro grandi produttori di automobili per difetti o altro).

Coerente a tale impostazione è stata ad esempio l’emanazione del codice del consumo che in deroga a tutti quei formulari che spesso ci vengono fatti firmare da Banche, Assicurazioni, Compagnie Telefoniche o Automobilistiche, ha stabilito che il Tribunale competente non può essere quello di residenza del contraente forte (che ciò prevede nei moduli o formulari e che ovviamente ha i mezzi economici per sostenere i giudizi) ma quello del consumatore che in passato per difendersi doveva anche sostenere il costo di un legale a Milano piuttosto che a Roma o altro. Insomma un federalismo rectius: decentramento della giustizia con avversario un grande gruppo o grande produttore.

Allo stesso modo l’intervento dello Stato nella scuola e nelle Università Pubbliche, seppure abbia potuto creare sacche di baronie o sperperi, dal lato del cittadino, soprattutto il meno abbiente, ha garantito quel canale di miglioramento che ha rappresentato la storie dell’evoluzione sociale graduale dell’italiano medio.

Il Governo della Libertà che gode, a sentire i maggiorenti del Partito, del sostegno degli italiani ha, di contro, attuato una controriforma del concetto di uguaglianza di possibilità per i cittadini elevando il livello economico proprio e familiare a discrimine delle possibilità di accesso ai canali di miglioramento economico e sociale.

Nella scuola, ad esempio, il Ministro Gelmini con il c.d. dimensionamento scolastico e il Maestro unico ha di fatto ridotto l’offerta formativa da 30 ore settimanali a 24 ore settimanali generando sempre più il ricorso a corsi supplementari e, soprattutto, a costi aggiuntivi per le famiglie che quotidianamente hanno necessità di ricorrere alla c.d. accoglienza pre e post orario scolastico, così come nelle Università la sacrosanta valorizzazione di Università di eccellenza non accompagnata da sostegno economico alle Università pubbliche renderà di fatto più oneroso il percorso universitario medio così che il discrimine per giungere alle professioni non sarà il merito o la perseveranza quanto il livello economico delle famiglie che, unito alla necessità di iscritti per le Università, si risolverà in una netta separazione tra Università private super qualificanti e Università Pubbliche.

Nell’ambito della giustizia giusta (il c.d. giusto processo) il Ministro Alfano ha di fatto rottamato il processo civile attraverso l’introduzione della mediazione obbligatoria civile che si risolve non in un puro e semplice strumento deflattivo erga omnes quanto in uno strumento deflattivo in funzione della capacità di spesa della parte che vuole reclamare un diritto in causa.

In altri termini la mediazione civile obbligatoria crea per il cittadino che voglia riconosciuto il suo diritto al risarcimento del danno per le infiltrazioni di acqua nella sua casa la necessità di passare attraverso l’organismo della mediazione con un costo medio di mille euro (da precisare che il credito d’imposta che ottiene è sempre in misura minore della spesa) in modo che per iniziare un giudizio civile il workin poor (il cittadino cioè che ha difficoltà ad affrontare una spesa mensile imprevista di € 2.000,00) deve spendere mediamente tremila euro.

L’effetto sarà, ovviamente, quello che la deflazione per i processi civili non riguarderà il tipo di giudizio da intentare ma sarà determinata dalla capacità economica del soggetto che ha avuto leso un diritto.

In definitiva se è vero che gran parte degli italiani sono da annoverare tra la classe media, il popolo cui si rivolge sempre il Partito del Popolo delle Libertà, deve credere nella persecuzione giudiziaria di Berlusconi e avere necessariamente chiesto al suo governo di stratificare le possibilità dell’italiano medio attraverso il suo livello economico altrimenti vi è stato necessariamente qualcuno che ha mentito ovvero non ha capito.

In questo scenario, proprio non sorprendente viste anche le chiare differenze di incassi tra Nord e Sud nel decreto milleproroghe, credo proprio che il nuovo slogan elettorale della prossima campagna elettorale debba essere CHIU’ PILA PE TUTTI, ma qualcuno questo lo persegue da tempo solo che non per tutti.






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sabato 5 febbraio 2011

In nome di quale Popolo (Seconda parte)





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 5 febbraio 2011


In un Paese che voglia essere civile o anche solo decente chi venga sorpreso a compiere atti non commendevoli, se ne vergogna, chiede umilmente scusa e si dimette da qualunque carica e/o incarico e/o altro che possa in qualunque modo condizionare la vita politica e sociale del Paese. Dopo di che, se quei fatti costituiscono o no reato, lo accerteranno i giudici. Ma dopo che quello si è ritirato alla più nascosta vita privata.

Tanto per dire, in un Paese che voglia essere civile, un senatore (Andreotti) del quale una sentenza definitiva dica che è stato per anni complice dei mafiosi, si dimette immediatamente anche se il reato risulta prescritto.

E, se lui non si dimette, qualunque Senato che abbia il senso della propria dignità lo induce a dimettersi senza se e senza ma. Per mille ovvie ragioni, che in Italia ormai non sono più ovvie, ma che ritengo superfluo illustrare qui.

In un Paese civile il processo penale assolve il suo compito naturale, che è un compito per certi versi abbastanza circoscritto: accertare se quella tal specifica condotta di quella tal persona integri o no una fattispecie di reato e, se si, comminare la pena prevista dalle leggi.

In un Paese civile il processo non mette in crisi il Governo e il processo non è chiamato a fare da arbitro di alcuna rilevante questione politica, perché in un Paese civile il popolo non consente che alcuno che abbia cariche pubbliche le mantenga quando è raggiunto da sospetti gravi e qualificati non già di reati, ma anche solo di condotte gravemente deplorevoli.

Dunque, in un Paese civile il processo è un fatto che riguarda fondamentalmente solo la singola persona dell’imputato, che, se aveva qualche carica pubblica, quando finisce davanti ai giudici (e nei paesi civili non c’è modo di sottrarsi a questo dovere), l’ha già lasciata per non costringere l’intero Paese a una roulette russa con i suoi valori più importanti.

Invece, in un Paese nel quale l’illegalità, la spregiudicatezza, la menzogna spudorata sono disvalori diffusi, il processo e i giudici restano l’ultimo e l’unico presidio della decenza.

Questo – che è in sé un fatto paradossale e indecente – carica il processo e i giudici di compiti e responsabilità superiori a ciò per cui sono costituiti.

E’ assurdo e paradossale che pochi giorni fa la Corte di Cassazione, rigettando il ricorso del sen. Cuffaro, ne abbia causato la decadenza da senatore. Perché è assurdo che i senatori abbiano accettato di sedere per anni accanto a una persona della quale erano note le cose che sono note del sen. Cuffaro.

E si badi, questo non c’entra nulla con il rispetto e l’umana pietà che si devono anche al sen. Cuffaro. Pietà e rispetto non negano, ma affermano e impongono l’obbligo della verità e della decenza.

Così come in nessun Paese civile il Presidente della Camera (allora Casini), mentre un Tribunale entra in camera di consiglio per condannare un altro senatore (Dell’Utri) dichiara a stampa e televisioni che lui ha telefonato all’imputato per dargli la sua solidarietà.

Ma in quale Paese il Presidente della Camera dà pubblica solidarietà al mafioso imputato invece che ai giudici?

In un Paese normale esistono mille strumenti di controllo della legalità, della correttezza, della decenza collettiva. In Italia sono rimasti solo i processi penali.

Questo è il sintomo certo di un degrado collettivo gravissimo. Estremo.

Devono essere stati davvero bravi i nostri Padri costituenti se il sistema che hanno messo su ha fatto sì che ancora oggi, nonostante da anni governi di tutti i colori si siano impegnati attivamente giorno e notte a distruggere ogni speranza di giustizia (è di questi giorni la notizia che il Ministro della Giustizia (???) ha confermato che la legge sul c.d. “processo breve” andrà avanti), ci sia ancora qualche processo che va avanti.

Ma non durerà.

Primo perché anche la magistratura è composta da italiani e, dunque, per dieci Bocassini ci sono cento Curtò, cento Squillante e cento che, senza che siano stati ancora accertati reati a loro carico, mantengono condotte come quelle che hanno portato pochi mesi fa il Procuratore Aggiunto di Roma (mica un Giudice di Pace di periferia) a dimettersi frettolosamente senza che la magistratura abbia detto una sola parola di coraggio e sincerità sui retroscena di quella vicenda.

Secondo, perché non è pensabile una giustizia “contro il popolo”.

Se il popolo trova accettabile la disonestà e la menzogna, se vuole al potere le persone peggiori, se trova che una vicenda di prostituzione minorile possa essere oggetto di barzellette e luoghi comuni, invece che di indignazione, se ben 315 deputati sono disposti a sostenere che la telefonata in Questura per fare liberare Ruby è stata fatta per superiori interessi di Stato, allora non si potrà per troppo tempo continuare a fare giustizia “In nome di questo Popolo”.

E’ vero che il “Popolo Italiano” in nome del quale pronuncio le sentenze non è la somma dei cittadini presenti oggi sul suolo patrio, ma l’“anima” di quel popolo descritto nella Costituzione, ma se si può accettare che il popolo sperato dai costituenti sia una aspirazione più che una realtà, non si può reggere a lungo al fatto che sia ridotto a una ingenua illusione.

Frattanto, peraltro, più il malaffare occupa tutti i gangli vitali dello Stato più disarticola l’amministrazione della giustizia e più trasforma la legge da razionale strumento di giustizia a disonorato strumento del potere. Le leggi ad personam non sono leggi, sono abusi contro la legge.

In un contesto così tutto perde senso e il Paese sprofonda in un baratro del quale sembra non cogliere la profondità, dando luogo a uno spettacolo simile ai passeggeri del Titanic che ballavano sul ponte mentre la nave affondava.



(La prima parte)




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venerdì 4 febbraio 2011

In nome di quale Popolo (Prima parte)





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 3 febbraio 2011


Voglio trattare, in due post successivi, dei rapporti fra il processo penale e la civiltà di un popolo.

In questi giorni, come accade sempre ormai da moltissimi anni quando il Presidente del Consiglio o qualcuno dei suoi amici risulta coinvolto in fatti gravemente deplorevoli, loro e tutto il nugolo di deputati, avvocati, giornalisti, intellettuali che hanno deciso di asservire se stessi al potere senza se e senza ma si affannano a ripetere che questa o quella condotta di questo o quel padrone del Paese “non è penalmente rilevante”. Non è reato, insomma.

Questa propaganda – spudorata come tutte le propagande, da Stalin a Goebels – è deplorevole per un duplice ordine di considerazioni.

Sotto un primo profilo, lo è perché fa violenza alla verità.

E ciò perché in molti dei casi in questione i fatti SONO penalmente rilevanti (per lo meno fino a quando una legge ad personam non li depenalizza).

Sotto un secondo profilo, lo è perché diffonde l’idea che il criterio di riferimento della accettabilità o no di una condotta debba essere il codice penale. Cosa paradossale, peraltro, se detta da chi sembra non avere del codice penale alcun rispetto e da chi ha via via modificato il codice penale per adattarlo alle sue personali esigenze (nei giorni scorsi dei deputati hanno parlato di una proposta di legge per abbassare il limite della maggiore età a sedici anni: se il Presidente del Consiglio la settimana prossima deciderà di farsi bello con una bambina di nove anni, invitandola a cena a casa sua e trattenendovela per la notte, avremo bimbi maggiorenni alle scuole elementari).

Ma dovrebbe apparire ovvio a tutti che il codice penale costituisce una sorta di minimo etico assoluto e non uno standard di condotta accettabile e sufficiente a dar vita a una società decente.

Un popolo che vivesse ai limiti del codice penale (e noi viviamo ampiamente al di sotto di quel limite), un popolo che ritenesse socialmente, moralmente e politicamente accettabile tutto ciò che non è reato sarebbe un popolo di bruti votati all’autodistruzione. E a una cosa del genere noi italiani siamo davvero molto ma molto vicini.

Per fare un esempio fra i mille possibili, affidereste la vostra bimba di otto anni a una maestra che assume cocaina, ma solo per uso personale (dunque, senza commettere reati), che si prostituisce (la prostituzione in sé non è reato), che commette ripetuti abusi d’ufficio, ma non a fini patrimoniali (alcuni anni fa i nostri deputati, di tutti i colori politici, hanno concordemente depenalizzato l’abuso d’ufficio per fini non patrimoniali), che si fa comprare case da unmilione di euro a sua insaputa, che si assenta abitualmente dal posto di lavoro, che rende dichiarazioni alla stampa violentemente offensive della polizia e di altre istituzioni, che fa sesso con minorenni e si giustifica dicendo che non sapeva che lo erano?

Non affidereste a lei la vostra bimba, perché per essere una brava maestra o anche solo una maestra decente non basta non commettere reati.

E questo vale per tutto. Per essere un marito decente, un giudice decente, un avvocato decente, un calciatore decente, un Presidente del Consiglio decente, qualunque cosa decente non basta non commettere reati.

Quando un popolo arriva a un punto in cui i titolari di cariche pubbliche importantissime possono mantenere condotte assolutamente vergognose, non solo senza vergognarsene, ma addirittura difendendole e vantandosene, sostenendo che tanto non costituiscono reato, nel mentre approfittano del loro potere per cambiare la legge in modo da depenalizzare le loro condotte criminali, quel popolo è perduto.

Ed è bassa propaganda anche il continuo riferimento alla presunzione di non colpevolezza.

La presunzione di non colpevolezza fa sì che nessuno possa subire le conseguenze di una condanna fin quando essa non è contenuta in una sentenza definitiva, ma non comporta sotto alcun profilo che taluno possa continuare a mantenere cariche e incarichi dei quali non risulta degno e per i quali non risulta idoneo fino a che non giunga una sentenza definitiva.

Per tornare all’esempio di prima, si immagini che una maestra uccida la propria figlia tagliandole la gola e, sorpresa con il coltello il mano, si difenda dicendo di avere agito “senza rendersene conto”, “a sua insaputa”.

La presunzione di non colpevolezza farà sì che non dichiareremo la maestra colpevole fino a una sentenza definitiva.

Ma la domanda è: nell’attesa dei tre gradi di giudizio, ai quali la maestra ha sacrosanto diritto, noi continueremo ad affidarle i nostri bambini? Oppure, come lei ha diritto ai suoi gradi di giudizio, noi abbiamo diritto a una maestra non solo formalmente incensurata, ma anche concretamente degna e adeguata?

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P.S. – Alcuni lettori hanno commentato il mio precedente scritto su “L’inevitabile punizione della storia” ritenendo il mio approccio alle cose “pessimista”. In un prossimo scritto proverò a convincervi che non è così.



(La seconda parte)



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sabato 22 gennaio 2011

L’inevitabile punizione della storia





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)






da Il Fatto Quotidiano online del 22 gennaio 2011


Io e mia moglie siamo entrambi magistrati e prestiamo il nostro servizio da venticinque anni in Sicilia.

In passato accadeva che solo negli ambienti più torbidi del malaffare e della criminalità più odiosa i magistrati (e dunque anche noi) venissimo apostrofati con espressioni ingiuriose – tipo “sbirro”, “curnutu”, e altre – da chi, essendo un criminale, ci teneva a marcare una differenza per così dire ontologica con chi, nel suo universo di riferimento, serviva il nemico: cioè, lo Stato.

E tuttavia, anche questi criminali e anche i peggiori di loro pronunciavano le ingiurie solo quando parlavano fra loro o in ambienti in cui fosse condiviso il loro sistema diciamo così valoriale.

Perché in qualunque altro posto diverso da una suburra anche i più squallidi ceffi si riferivano ai giudici con un rispetto formale magari insincero ma consapevole del fatto che il vivere in una società vagamente civile o almeno aspirante civile o, come direbbe Cetto, qualunquemente civile impone di fingere un certo almeno minimo rispetto per lo Stato.

Da alcuni anni a questa parte, invece, il linguaggio tipico dei più squallidi ceffi delle peggiori suburre è in uso al Capo del Governo e va in onda su tutti i mezzi di comunicazione in tutti gli orari e a preferenza in quelli di punta sulle televisioni generaliste.

Dunque, io e mia moglie ci troviamo costretti a vietare l’uso della televisione – e sommamente negli orari dei vari telegiornali – ai nostri figli adolescenti, per evitare che le loro anime semplici risultino disorientate su una delle idee che i genitori in qualche modo gli hanno inculcato: che i magistrati sono al servizio dello Stato e svolgono un lavoro onorato.

Né sarebbe sensato smentire il Presidente del Consiglio dinanzi ai nostri figli, perché sembra evidente che, se il Presidente del Consiglio, al pari di qualunque incallito criminale, dice che i magistrati sono nemici dello Stato, ogni persona semplice sarà indotta a pensare che non si possa sfuggire all’alternativa consistente nel fatto che, se il Presidente del Consiglio avesse ragione, i magistrati sarebbero davvero l’antistato, ma, se avesse torto, allora senza dubbio l’antistato sarebbe lui. Ed è difficile dire quale delle due alternative sia la peggiore.

Ciò detto, per manifestare una certa – credo legittima – indignazione per ciò che è accaduto e ancora accade, riflettevo ieri sul fatto che un uomo normale è soggetto, nel suo agire, a vari condizionamenti e a diversi freni inibitori, la cui varia efficacia dipende dalle qualità intellettuali e morali della persona.

Dinanzi alla profferta di qualcosa di disonorevole, l’uomo di animo nobile rifiuterà perché ciò che gli si propone non è giusto.

L’uomo moralmente depravato rifiuterà per timore della sanzione penale.

Infine, l’uomo depravato e indifferente alle sanzioni giuridiche rifiuterà per istinto di conservazione quando l’interlocutore non dia garanzie di reggere la necessaria complicità.

Dunque, nessun malavitoso psicologicamente equilibrato accetterebbe proposte criminali da chi si offrisse come complice senza dare le necessarie garanzie di tenuta.

Tanto per dire, nessun lestofante compos sui farebbe accordi con una diciottenne, perché avrebbe la lucidità di rendersi conto che, anche se poi le dicesse “Ti copro d’oro purché tu taccia”, non sarebbe affatto certo che lei tacesse.

Scoprire che il Presidente del Consiglio ha instaurato con una prostituta minorenne un tipo di relazione tale da consentire alla prostituta minorenne di fargli telefonare direttamente mentre è intento in impegni di Stato all’estero (in Francia) per chiedergli di intervenire presso una Questura per farla liberare e che il Presidente del Consiglio ha ritenuto di telefonare direttamente alla Questura chiedendo la liberazione della ragazza, aggiungendo all’inqualificabilità del suo comportamento anche la assurda menzogna di spacciare la prostituta per la nipote di un capo di stato estero (Mubarak) è veramente sconcertante, perché colloca il Presidente del Consiglio in una catalogazione ulteriore e inferiore rispetto ai tre tipi umani sopra illustrati.

L’esistenza di un tipo umano come questo – indifferente ai precetti morali, indifferente ai precetti della legge e indifferente all’evidenza del rischio di un ricatto, prima, e di una svergognatura mondiale, poi, da parte della inverosimile complice prostituta minorenne – è possibile solo in presenza di una condizione psicologica molto gravemente compromessa, ma anche, purtroppo, a una particolare condizione della vita politica, civile e sociale del paese ospitante. Ed è questo che vorrei sottolineare.

In un paese normale, chi si proponga per servire lo Stato, comprende come ovvio il suo dovere di adeguare se stesso alle esigenze del servizio.

Dunque, chi, per esempio, si dedichi a fare il magistrato, comprende da subito di dovere smettere di frequentare – ove mai gli fosse capitato in precedenza di farlo – persone di malaffare, gente coinvolta in crimini e maggiormente in crimini orribili perché connessi a fatti di mafia e/o ad abuso di funzioni pubbliche.

Il caso del nostro Presidente del Consiglio e dei suoi sodali da lui collocati nei vari ruoli funzionali alle sue esigenze (direzioni di telegiornali, Consigli Regionali, Parlamento della Repubblica) si caratterizza per il fatto che questi pensano che è lo Stato che, se vuole essere servito da questo “utilizzatore abituale”, deve adeguare le sue leggi alle esigenze dell’utilizzatore.

Dunque, da più di quindici anni, assisto da magistrato al costante mutare delle leggi del mio Paese per adeguarle alle esigenze di una persona che non considera sé stesso onorato dall’incarico ottenuto, ma il Paese beneficiato dal fatto che lui, fra una lap dance di una minorenne e dei consigli sull’autoerotismo da lui dati ad altra prostituta (in quel caso per fortuna almeno maggiorenne: la signora D’Addario, che ha registrato questi preziosi suggerimenti mentre gli venivano dati da Capo del nostro Governo e rappresentante del nostro Paese), dedica un po’ del suo tempo a occuparsi delle cose dello Stato. Senza trascurare, ovviamente, di coltivare il più possibile, nella gestione di quelle, i suoi affari personali.

Il Popolo Italiano ha ritenuto possibile violentare per anni la verità e la giustizia per portare avanti un patto scellerato con una persona che, in cambio della palesemente vana promessa di sogni sempre più mirabolanti per un avvenire radioso e sempre più “futuro”, giorno per giorno esige e ottiene da ogni tipo di cittadino, operaio, professionista, essere umano e, soprattutto, istituzione favori “presenti” sempre più impegnativi e insostenibili e sempre più deplorevoli e illegali, per soddisfare la sua fame di denaro, di gloria e di sesso.

Applicando l’analisi fatta sopra ai popoli, si deve dire che, dinanzi alla profferta di un millantatore che, in cambio di vane promesse, chiede la consegna di tutto intero lo Stato, delle sue istituzioni e della sua intrinseca dignità, un popolo ricco di valori morali rifiuta perché la cosa è moralmente inaccettabile. Un popolo rispettoso delle leggi rifiuta perché la costituzione non lo consente. Un popolo depravato e irrispettoso di ogni tipo di legge rifiuta perché si rende conto di trovarsi dinanzi a un truffatore bravo solo a fare il piazzista/imbonitore.

Il popolo italiano – come il Capo del suo Governo – appartiene a un quarto tipo inferiore e peggiore rispetto ai tre appena descritti.

Lo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti e, purtroppo, di tutto il mondo, è l’inizio della punizione che la storia – come ha sempre fatto in tutti i tempi – sta iniziando a dare a un popolo tanto scellerato.

E il paradosso è che tutto ciò che è già sotto gli occhi di tutto non è che una piccolissima parte di ciò che, continuando a trattare così lo Stato e le sue istituzioni, ci toccherà di subire e vedere.

Quanto alla logica che sta dietro alla capacità di un capo di governo di mentire tanto spudoratamente in pubblico su ogni cosa che lo riguarda (a questo link uno dei tanti elenchi di sfacciate bugie), essa è certamente quella illustrata da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf: “La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame”.

Ma la tesi non è fondata: perché si creda a bugie tanto squallide e vergognose non è necessario che esse siano “grandi”; è necessario che siano dette a un popolo che, per ragioni meschine e disonorevoli, è disposto a fingere di credere a tutto.

La tragedia epocale di questo Paese non è nel fatto che il Capo del suo Governo sia una persona impresentabile e improponibile, amico intimo e frequentatore abituale di persone che vanno dai Previti (condannato con sentenza definitiva per crimini più che deplorevoli), ai Dell’Utri (condannato in primo e secondo grado per fatti di mafia), alle D’Addario, Ruby, Minetti, Mora, Mangano e altre decine e decine, che in qualunque altro paese non avrebbero non il telefono, ma neppure l’indirizzo di un Capo di Stato, ma nel fatto che l’intero Paese ha costantemente e sistematicamente ridotto se stesso, le sue istituzioni, le sue leggi, le sue strutture culturali, politiche e sociali a una condizione nella quale ciò che sta accadendo può materialmente accadere.




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domenica 16 gennaio 2011

Why Not, chi ha sbagliato ora tace




di Luigi De Magistris
(Deputato del Parlamento Europeo)




da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2010.


Venerdì 17 dicembre il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Salerno ha rinviato a giudizio, tra gli altri, per concorso in corruzione in atti giudiziari aggravata il Procuratore generale, il Procuratore della Repubblica e il Procuratore aggiunto, all’epoca tutti in servizio a Catanzaro, due influenti esponenti politici del Pdl e l’allora responsabile per il Sud della Compagnia delle Opere, per avermi, tra i vari fatti contestati, sottratto, quale sostituto procuratore titolare, le inchieste Poseidone e Why Not.

Secondo la Procura di Salerno la revoca di Poseidone e l’avocazione di Why Not furono il prezzo di un accordo corruttivo.

Tutto quello che da oggi diverrà pubblico e che ha fatto pagare prezzi altissimi a talune persone, oltre che un danno irreversibile alla Giustizia, era noto a chi lo doveva sapere per evitare che accadesse quello che è successo: in particolare, al Consiglio Superiore della Magistratura.

Quei magistrati, oggi imputati per gravissimi reati, sono stati lasciati operare al loro posto da quel Csm che ha, invece, buttato fuori da quelle indagini chi aveva scoperto, in breve, la Nuova P2 (diversi nominativi coinvolti appartengono all’ordine giudiziario).

Stesse persone che oggi rinveniamo in indagini tra cui quelle sulla P3 e sulla P4.

Non leggo alcun commento di esponenti dell’Associazione nazionale magistrati, peccato.

Del resto, stanno venendo fuori nelle inchieste sui poteri occulti i nomi di tutti quei magistrati – alcuni ancora in posti chiave strategici – che hanno avuto un ruolo determinante nei procedimenti che hanno portato alla sottrazione delle inchieste e al mio allontanamento da Catanzaro.

Anche su questo non leggo nulla, peccato.

Quanti magistrati, amici e non, ho incontrato in questi anni e mi hanno espresso solidarietà e sconcerto per quello che era accaduto; altri mi hanno guardato quasi fossi un pazzo oppure pensando a che cosa avessi potuto combinare a Catanzaro.

Non voglio rivincite e rivendicazioni, non mi interessano.

Il danno che ho subito è irrimediabile, ho deciso anche di dimettermi dalla magistratura, dalla passione della mia vita, da quel lavoro che il Procuratore generale della Cassazione, durante quel simulacro di processo disciplinare, mi rimproverò di esercitare come una missione.

Non è nemmeno il momento della rabbia, ma quello di sentire qualche parola e non solo osservare l’oblio di un silenzio assordante, quello che ha accompagnato la decisione del giudice di Salerno.

Le parole non servono a me, oggi faccio politica, ho portato la mia passione altrove e lotto anche per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, anche di quella pavida e conformista, sperando che abbia, un giorno, coraggio di guardarsi allo specchio.

Le vostre parole, se credete, servono per quelle persone – testimoni, polizia giudiziaria, collaboratori – che hanno pagato, per tutti quei cittadini che in terra di Calabria hanno sperato in una giustizia uguale per tutti, per i magistrati dalla schiena dritta, per quelli che avevano osato indagare sul “caso De Magistris” e che sono stati o sospesi dalle funzioni – come il procuratore Apicella reo di non aver fermato i suoi Sostituti e quindi eseguito i desiderata del potere – oppure esiliati –come il dr Verasani (quello che nel passato aveva anche condannato un influente magistrato napoletano per collusioni con la camorra) o la dott.ssa Nuzzi, magistrati che hanno indagato a fondo su di me, verificando che non avevo commesso nulla e che, anzi, ero vittima di gravi reati.

È cambiato il Csm, sono mutati alcuni esponenti delle correnti della magistratura, siamo lontani dalle tensioni che accompagnarono quelle inchieste e quei procedimenti disciplinari, quanto farebbe bene a chi crede ancora nella magistratura ascoltare un po’di onesta riflessione, magari un briciolo di autocritica.

Sarebbe bello aprire Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni e leggere un articolo onesto di chi si assume la responsabilità di dire: sono stati commessi errori.

Farebbe bene al cuore, pensate anche a che forza dareste a molti: ai forti di guardare avanti con maggiore fiducia, ai conformisti di osare quando si trovano il potere con il fiato sul collo.

Ve lo chiedo senza rancore, da chi lotta, comunque, senza calcoli di opportunismo, da chi ha creduto anche nell’associazionismo giudiziario e nella capacità di autogoverno della magistratura.





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giovedì 2 dicembre 2010

Di cosa ha bisogno l'Associazione Nazionale Magistrati

Pubblichiamo l’intervento pronunciato da Andrea Reale, Giudice del Tribunale di Ragusa, al XXX Congresso dell'A.N.M..

L’intervento di Andrea consta di due elenchi, come quelli di una trasmissione televisiva che ha avuto molto successo nei giorni scorsi.




Elenco di alcuni motivi per cui va rinnovata l’A.N.M.


Perché, per voltare davvero pagina, è necessario superare il clima di chiusura, di pregiudizio e di incomunicabilità ormai esistente all’interno dei vari gruppi che animano l’A.N.M., e che ha ucciso il dibattito interno, e perché non si può più assistere silenti a certe lotte intestine, che indeboliscono fatalmente l’A.N.M., e che manifestano nel modo più eloquente la degenerazione correntizia;

perché non si capisce più quale sia la concreta differenza tra i singoli gruppi associativi all’interno dell’A.N.M. e pochi, anche tra coloro che si definiscono i padri fondatori dell’associazionismo giudiziario, te li sanno spiegare in modo chiaro e credibile;

perché l’A.N.M. è troppo vicina al C.S.M. e troppo forte è il loro legame, pur dovendo essere due realtà ontologicamente diverse;

perché è strano che i vertici di una associazione non sappiano indire in sette anni una assemblea ordinaria o pubblicizzare adeguatamente tutti i verbali delle riunioni degli organismi rappresentativi;

perché non è credibile un’associazione che non sappia dare seguito ai suoi deliberati e che non sappia organizzare le primarie per la scelta dei propri rappresentanti all’autogoverno, pur dopo avere deliberato la loro indizione a maggioranza assoluta;

perché è difficile accettare il fatto che si possa fare associazione soltanto all’interno di un gruppo e non si dia alcuna importanza e non si valorizzi l’impegno di chi non ha voglia di schierarsi;

perché è intollerabile che oggi chi non aderisce ad un gruppo dell’A.N.M., ma intenda partecipare attivamente all’Associazione, venga isolato, deriso e screditato, professionalmente ed anche personalmente, persino cancellato da una mailinglist;

perché bisogna interrogarsi su quel senso totale di disaffezione all’A.N.M. che si respira alla base, tra i colleghi, e derivante dalla sfiducia nei suoi rappresentanti, e dall’idea, molto diffusa, che l’A.N.M. sia cosa di pochi prescelti e serva per fare carriera;

perché non si può permettere che l’A.N.M. ed i gruppi al suo interno si comportino come gli attuali partiti politici, scegliendo dall’alto i futuri rappresentanti in tutti gli organismi istituzionali di rappresentanza della magistratura e che diano talvolta vita ad indegne forme di lottizzazione;

perché non si comprende come possa ritenersi “anticorpo” una giustizia disciplinare draconiana e precipitosa, che metta a repentaglio l’indipendenza interna della magistratura;

perché non se ne può più di un sindacato che, spesso, invece che tutelare i suoi rappresentati, stia dalla parte di chi questi ultimi amministra.



Elenco di alcuni motivi per cui è importante impegnarsi per il rinnovamento dell’A.N.M. ed all’interno dell’A.N.M.


Perché non si può soltanto criticare l’A.N.M. e mai partecipare alla vita associativa;

perché è enormemente gratificante sentirsi utile per un collega e risolvere un suo problema, senza aspettarsi niente e senza chiedere un voto in cambio;

perché bisogna tornare allo spirito delle origini dell’A.N.M., perché è giusto impegnarsi gratuitamente e disinteressatamente per la nostra associazione;

perché è vitale combattere e denunciare i vizi di un sistema giudiziario, anche di autogoverno, che non funziona;

perché non ci si può rassegnare all’idea che la nostra A.N.M. diventi una oligarchia;

perché bisogna riappropriarsi della casa comune dell’A.N.M. e considerare il nostro sindacato come il luogo di difesa intransigente dei diritti e degli interessi legittimi di tutti e di ciascun singolo magistrato;

perché è giusto onorare con i fatti l’impegno di Uomini e Donne Magistrato che hanno sacrificato persino la vita per difendere i valori in cui tutti noi, anche come associati all’A.N.M., crediamo;

perché è emozionante organizzare una giornata per la giustizia aperta alla cittadinanza e spiegare , specie ai giovani, come funziona un processo civile o penale e perché esso dura tanto, e fare conoscere alla società civile che in magistratura non ci sono toghe rosse o politicizzate, né che i magistrati sono esseri antropologicamente diversi dalla razza umana, o che essi sono la metastasi della democrazia, ma , al contrario, che la giurisdizione e chi la esercita costituiscono la spina dorsale dello Stato di diritto;

perché è straordinario essere nominato componente della Commissione di riforma del codice deontologico dei magistrati italiani e vedere tradotte in principi le idee di rinnovamento necessarie per un reale cambiamento;

perché è necessario un impegno fattivo per garantire concretamente alle donne in magistratura pari opportunità in ambito lavorativo;

perché è bello che l’impegno associativo diventi parte importante della nostra vita professionale;

perché la nostra idea di rinnovamento non si raffigura in un’onda alta e travolgente, ma è meglio descritta da una goccia lenta, ma inesorabile, che sappia perforare la pietra (GUTTA CAVAT LAPIDEM ), e che sia metafora di una ferrea volontà con la quale si possono conseguire obiettivi altrimenti impossibili.

perché, come diceva Gandhi, la forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita;

perché forse è giunto il momento in cui chi la pensa diversamente si organizzi e si unisca per dare forza ad una nuova idea di associazionismo, pronto al dialogo con tutte le componenti associative, con le istituzioni, con gli altri soggetti della giurisdizione, con la collettività, e che ponga come regola statutaria fondamentale l’incompatibilità dell’incarico associativo con qualsivoglia altro impegno in ruoli istituzionali e/o amministrativi e politici;perché non si deve andare via , meglio fermarsi qui ed ora e dare il proprio piccolo contributo al cambiamento e dimostrare con i fatti, e non con le parole o con titoli altisonanti, il rinnovamento.

Andrea Reale





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martedì 23 novembre 2010

Tu quoque Brute fili mi! A proposito del “compagno” Fini e dintorni.





di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)





L’accusa, per il Presidente della Camera, di essere diventato il “compagno Fini” è cominciata quando vi furono i primi distinguo su molti temi.

Consumato lo strappo il “compagno Fini” è divenuto più semplicemente un congiurato e, a detta del Ministro Bondi, il figlio ingrato che si accanisce anch’egli con il coltello (il riferimento è a Bruto presunto figlio di Cesare).

L’ultima accusa si basa soprattutto su uno degli stracci che maggiormente vola su in questo periodo: l’On. Silvio Berlusconi ha sdoganato una parte di destra che mai, in assenza di Berlusconi, sarebbe potuta entrare nell’alveo dei partiti di stato e di governo, solo che lungo il cammino quella destra è divenuta comunista o forse peggio catto-comunista.

Di tradimento avevano già parlato i colonnelli e di tradimento ha parlato anche Donna Assunta figura che, per quelli che appartengono all’area, ha grande significato.

Insomma il Presidente Fini è divenuto per alcuni comunista, traditore, congiurato mentre per altri è rinsavito, fa tatticismi o peggio giochi da prima Repubblica.

Sullo sfondo, ormai, Montecarlo o vicende intranee all’Egitto, la partita si è spostata sulle reciproche accuse e sull’ultimo colpo di scena: il possibile scioglimento della sola Camera dei Deputati.

In questo groviglio che sarebbe molto più semplicemente definibile crisi politica della coalizione che ha vinto le elezioni, ognuno porta il suo contributo, il primo è di stampo elettoralistico: quanto peserà sull’elettorato di area il presunto atteggiamento di cortigiano di Fini, il suo tradimento della storia del MSI, il suo “comunismo” (anche sulle pagine del Quotidiano della Calabria nella rubrica di prima pagina si invitava Fini a dire qualcosa di destra) l’altra è la posizione di una questione costituzionale assolutamente inedita, forse, quasi, non immaginata, almeno in questa prospettiva dai Padri Costituenti.

Sul tradimento mi sovviene una piccola pagina di storia che forse aiuta a capire che in realtà di tradimento, se il termine è consentito, si sarebbe dovuto parlare molto tempo fa.

Spulciando negli archivi della rete può leggersi «Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta al fascismo! Non solo si rischia che al momento dell’inevitabile crisi non vi siano di pronti che loro, ma si finisce col lasciar identificare nell’opinione pubblica antifascismo con comunismo, col risultato che chiunque ha interessi da difendere preferisce in ultima analisi rassegnarsi al fascismo».

Questo è un testo rinvenibile in un bollettino quindicinale edito da un’associazione clandestina antifascista italiana, dal nome ALLEANZA NAZIONALE fondata dal poeta Lauro De Bosis nel 1930 (all’associazione aderirono tra gli altri Benedetto Croce e Umberto Zanotti Bianco; De Bosis, stesso fu poi protagonista di un episodio spettacolare in cui trovò la morte mentre altri furono incarcerati dal regime fascista) e tale richiamo evocativo della scelta di Fiuggi nonché i continui richiami a Benedetto Croce rappresentano forse un strappo e un “tradimento” maggiore di Fini rispetto alla sua area e alla storia di MSI.

Insomma se di tradimento si tratta questo c’è stato nel momento in cui ci si è richiamati ad un’associazione clandestina di destra che voleva porsi a destra tra gli antifascisti.

Fatte le dovute distinzioni storiche forse oggi i “Futuristi” si preoccupano di non lasciare agli antiberlusconiani della prima ora l’equazione antiberlusconiani-alternativa ponendo nell’opinione pubblica un dopo anche a destra.

Questo argomento, però, ha un peso specifico anche sulla congiura e su “Tu quoque Brute fili mi”, poiché, lo sdoganamento passa dalla scelta antifascista di Fiuggi mentre il governo dalla sola alleanza elettorale.

Leggendo il prof. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera ho scoperto, mio malgrado, di essere, insieme ad altri a loro insaputa, un sostenitore della democrazia acefala che si contrappone al modello della democrazia leaderistica (modello evidentemente preferito dal prof. nel fondo citato) e, in definitiva, a me pare che in realtà Fini non tradisca alcunché ma si confermi nella scelta della democrazia acefala che andrebbe più tecnicamente definita democrazia parlamentare che è concetto statuale diverso dalla democrazia leaderistica in cui, evidentemente, i poteri sono maggiormente concentrati nel leader.

Allo stesso modo, confesso di non essere un esperto, non mi è mai parso che Fini o i suoi abbiano mai detto cose di sinistra.

La legalità non può certo dirsi un concetto non intrinseco alla destra liberale e costituzionale se è vero come è vero che lo Stato liberale seguito alla Rivoluzione Francese era uno stato basato sul diritto, sulla costituzione e sulla divisione dei poteri, tutti temi alla base dei distinguo degli ultimi mesi.

Non bastasse il groviglio intricatissimo di tradimenti e riposizionamenti è arrivata l’ultima rivoluzione costituzionale degli ultimi anni.

Dopo la decretazione d’urgenza contra legem, dopo la reiterazione di provvedimenti cassati dalla Corte Costituzionale, è arrivata l’ipotesi dello scioglimento di una sola Camera, cui è evidentemente non è connessa, almeno nelle intenzioni sensazionalistiche di chi la propone, la crisi di governo.

Sul punto da giurista per caso va detto che se si dovesse definire il potere di scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica (potere a cui è connessa una posizione centrale e di garanzia del Presidente rispetto al rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento tanto che esso è previsto da un diverso e unico articolo – 88- rispetto a quello che prevede tutte gli altri poteri) esso è esclusivamente teso ad una “funzione di risoluzione di una crisi non altrimenti superabile del rapporto fiduciario” da ciò discende che a nulla rileva l’eventuale fiducia in un ramo del Parlamento posto che in un sistema bicamerale basta la mancanza di fiducia di una sola Camera per evidenziare una crisi del rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo.

Il caso ha un precedente seppure in un diverso regime normativo nello scioglimento del Senato del 1953 (Cfr Guarino Lo scioglimento del Senato, FI, 1953, IV, 91 s.) che, tuttavia, si inquadra in un regime normativo che già di partenza prevedeva una diversa durata tra le due camere e, soprattutto, coincideva, in quel momento con la scadenza del mandato della camera giunta alla fine della legislatura.

A sentire il Pres. Emerito della Corte Costituzionale Alberto Capotosti, insomma, l’ipotesi, tra l’altro di scuola, è solo quella di una impossibilità di funzionamento della Camera che, tuttavia, è cosa diversa dal problema del rapporto fiduciario con buona pace di chi ha evocato tale possibilità.

In definitiva ciò che conta è la rottura del rapporto fiduciario tra il governo e la sua maggioranza a prescindere dalla contingenza dei numeri.

Crisi di governo, quindi, con l’emersione anche di qualche nuovo leader come ad esempio Bocchino ma quello di Fli.




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giovedì 18 novembre 2010

Giustizia: dietro le sbarre … “al sicuro”




di Sebastiano Ardita
(Magistrato. Direttore Generale della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Ministero della Giustizia)


da Casablanca dell’11 novembre 2010


La conoscenza dell’universo penitenziario, con le sue contraddizioni ed i suoi limiti strutturali, potrebbe essere oggi una buona opportunità per misurare lo stato di attuazione delle politiche penali della nostra Nazione, e non solo di esse.

Avvolto nel mistero di fitte mura che poco o niente hanno lasciato intravedere dal di dentro, nell’immaginario della gente lo strumento del carcere è stato ritenuto per anni l’unica possibile risposta ai tanti crimini che abbiamo visto raccontati dalle cronache; ma, al tempo stesso, anche un luogo di rimozione del male e di chi lo ha compiuto.

La sua storia, i problemi di chi vi opera, persino le sue regole appaiono tutt’oggi sconosciute ai più.

E dunque anche la sua funzione è tuttora prigioniera di un mito: quello della sicurezza che è garantita ai cittadini dal fatto che i cattivi stiano al sicuro, separati dai cittadini onesti, e messi nell’impossibilità di compiere ancora del male.

La fotografia del carcere di oggi è ben diversa da questa rappresentazione convenzionale.

È vero che all’interno vi sono tante persone pericolose, e che una parte di queste stanno lì ad espiare pene lunghe.

Ma è pur vero che tra i quasi 70.000 detenuti ve ne sono oltre un terzo di origine extracomunitaria.

Una buona parte sono poveri veri. Nel senso che non solo non possono permettersi di avere un motorino o di andare al cinema, ma in certi casi hanno il problema di trovare qualcosa da mangiare o non sanno cosa sia un medico.

Una quota di questi inoltre non sono esattamente dei criminali – anche se hanno violato la legge penale – ed anzi avrebbero avuto anche l’intenzione di lavorare, se fosse stata loro concessa una qualche opportunità.

Aggiungiamo poi che tra i detenuti il 20% soffre a vario grado di disturbi mentali e che un quarto è rappresentato da tossicodipendenti.

Ma vi è un’altra importante questione. Il carcere come luogo di detenzione stabile, come posto in cui si entra e si paga per le proprie colpe è poco meno che un’utopia.

Da uno studio che ho commissionato nel 2007 è emerso che il 30% delle persone arrestate e condotte nei penitenziari ritrovano la libertà dopo appena 3 giorni. E addirittura il 60% vi rimane per meno di un mese.

Rispetto a questi dunque la detenzione, per la sua brevità, non è in grado di offrire offre né sicurezza per i cittadini, né trattamento rieducativo ai reclusi.

Unendo i due dati ne consegue che, insieme a criminali pericolosi, anche una massa di poveri e disadattati entra in carcere e vi transita per qualche giorno. Affolla le strutture e rischia di essere reclutato dalla criminalità organizzata. Tra questi sventurati alcuni, già sofferenti per gravi disagi, si tolgono la vita. Spesso nei primi giorni di detenzione.

Cosa viene da pensare leggendo questi dati? Innanzitutto che il nostro sistema penale nel complesso non funziona. Ma è solo un eufemismo.

Potremmo anche dire che è sull’orlo del collasso, perché determina il fallimento di una grande parte delle sue intraprese e dunque non offre un servizio utile.

Per fare un paragone è come se nel sistema scolastico il 60% dei giovani abbandonassero la scuola. Se nel sistema sanitario il 60% dei ricoveri finissero col decesso del paziente.

La seconda considerazione è che ciò che manca è una regia complessiva nel sistema penale, non solo politica ma anche giudiziaria, che parta dalla osservazione di quante e quali detenzioni esso produce, e per quanto tempo, ossia si ponga la questione dei concreti risultati che riesce a realizzare.

La terza osservazione è che gli operatori penitenziari sono i soggetti più produttivi tra tutti gli operatori penali, se non altro perché, intervenendo nell’ultimo segmento, sono chiamati a uno sforzo sovraumano per correggere le storture generate dalle altre parti del sistema: impedire il suicidio dei disperati, accogliere poveri e malati di hiv offrendo loro un lavoro o un altro interesse per vivere, interpretare il linguaggio e le problematiche degli stranieri.

Si perché sino a quando sarà vigente questa Costituzione, in carcere più che in ogni altro luogo sarà impossibile ogni discriminazione di “razza, sesso, lingua e religione”.

Per non dire della necessità di applicare con rigore le regole nei confronti di quanto hanno cercato di affermare la loro prevaricazione anche dentro gli istituti di pena: mafiosi ed esponenti di altri poteri criminali.

Solo conoscendo questo mondo è possibile comprendere il compito che l’istituzione penitenziaria è chiamata a svolgere, e concepire il carcere come laboratorio antirazzista, come estrema frontiera dello stato sociale, ad un tempo come luogo di offesa e di riparazione dei valori della nostra Costituzione. E dunque, inevitabilmente, come spazio apolitico, anti ideologico, da tenere al riparo dalle spaccature che si sono determinate nella Nazione. Un luogo dove la sofferenza predomina, e dove la dignità dell’uomo deve affermarsi prima ancora dei suoi bisogni individuali. Dove gli operatori condividono il disagio coi detenuti e pagano sulla loro pelle il loro impegno in un ambiente estremo.

Dove la malattia, la sofferenza, e persino il suicidio finiscono per accomunare i carcerati e quelli che ingenerosamente da qualcuno vengono ancora ritenuti i carcerieri.

Non occuparsi del carcere è sprecare una occasione per conoscere lo stato di salute della nostra democrazia.

Una occasione perduta, non solo per la società, ma anche per tanti addetti ai lavori del sistema giustizia che questo mondo non lo conoscono per niente.

E tutto ciò mentre tanti benpensanti ritengono che tutti i cattivi stiano bene e stabilmente lì: al sicuro dietro le sbarre.




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