lunedì 8 dicembre 2008

Il trasferimento dei magistrati ai sensi dell’art. 2 della Legge sulle Guarentigie



di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)



La recente riforma della disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità di cui al Decreto Legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, ha lasciato immutato le guarentigie previste dall’art. 2 del R.D. 511 del 1946 a mente del quale i magistrati di grado non inferiore a giudice, sostituto procuratore della Repubblica o pretore, non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.

Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, previo parere del Consiglio superiore della magistratura, quando si trovino in uno dei casi di incompatibilità previsti dagli artt. 16, 18 e 19 dell’Ordinamento giudiziario approvato con regio decreto 30 gennaio 1941, numero 12, o quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

Questa situazione normativa in un tentativo di visione sistematica della normazione sembra legittimare la posizione per cui una è l’ipotesi di intervento del CSM qualora nel funzionamento dell’ufficio si verifichino atti o fatti che compromettono l’indipendenza e l’imparzialità dello svolgimento della funzione giudiziaria in un determinato distretto altra è l’ipotesi in cui il Magistrato, qualunque sia la sua posizione all’interno dell’ufficio, compia atti da cui derivino violazioni di norme disciplinari.

In ogni caso è pacificamente affermato il carattere non sanzionatorio della procedura ex art 2 L.G., ma di rimozione di situazioni non accettabili sotto il profilo della funzionalità dell’amministrazione della giustizia (e del prestigio con cui tale funzione deve poter essere esercitata).

Sembra quindi pacificamente affermabile che l’ipotesi da ultima valutata sia diversa e distinta dalla violazione di norme disciplinari e/o sostanziali da parte dei Magistrati ma attenga genericamente al corretto funzionamento dell’amministrazione della Giustizia in uno specifico distretto.

Si può a tale proposito menzionare e fare riferimento alle precedenti applicazioni della norma nella quale ogni volta dall’istruttoria è emersa ad esempio che nella Procura di XXXX vi era una situazione ambientale assai difficile e che essa era stata determinata proprio dai comportamenti del Procuratore, da un lato eccessivamente e inutilmente rigidi o di sottovalutazione del carico di lavoro gravante sull’unico sostituto all’epoca in servizio e dall’altro disattento alle esigenze della polizia giudiziaria e conflittuali con il Foro.

In altri termini l’intervento del CSM con la procedura di cui all’art 2 L.G. riguarda ipotesi di problemi di funzionamento di un ufficio giudiziario con riferimento a comportamenti o fatti dei titolari dell’Ufficio con riferimento all’ambiente.

Posta questa specifica applicazione dell’istituto, derivante dalla sua delineazione nella previsione normativa, si può passare a verificare se nel caso concreto del presunto contrasto tra la Procura di Salerno e la Procura Generale di Catanzaro possa trovare applicazione proprio tale procedura.

In estrema sintesi il caso di cui si parla è disciplinato e previsto dall’ordinamento il quale prevede espressamente che (Art. 11 c.p.p. - Competenza per i procedimenti riguardanti i magistrati) «1. I procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d’appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge».

Pertanto il giudice naturale delle denunce a carico dei Magistrati che esercitano le loro funzioni nel distretto di Corte d’Appello di Catanzaro è il PM di Salerno. Questo giudice svolge (rectius: deve svolgere) le indagini a carico dei Magistrati di quel distretto e nell’ambito di tali indagini compie gli atti previsti dagli articoli 358 e ss. c.p.p..

Tali atti, come per ogni altra indagine svolta dal P.M., salva la diversa competenza per territorio determinata ex art. 11 c.p.p., sono soggetti agli ordinari mezzi di impugnazione previsti dal codice di rito.

Passando dalla elementare esemplificazione delle norme al fatto concreto si può affermare che l’Ufficio della Procura della Repubblica di Salerno ha svolto attività d’indagine e compiuto atti di indagine a carico di Magistrati del distretto di Catanzaro atti che, nel rispetto del codice di rito, sono soggetti agli ordinari mezzo di riesame.

Si tratta, pertanto, di una normale (si fà per dire) attività di indagine attraverso atti previsti dal codice di rito.

Rispetto a tali atti (di questo si discute) possono prospettarsi le seguenti ipotesi: a) “Illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni” (art. 2 D.Lgs. 109 del 2006); b) “Illeciti disciplinari fuori dell’esercizio delle funzioni” sub i) l’uso strumentale della qualità che, per la posizione del magistrato o per le modalità di realizzazione, è idoneo a turbare l’esercizio di funzioni costituzionalmente previste (art. 3 D.Lgs. 109 del 2006); ipotesi queste rispetto alle quali la titolarità dell’azione disciplinare spetta ai sensi dell’art. 14 al Ministro di Grazia e Giustizia e al procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.

Rispetto a ciò che è previsto dall’ordinamento e a ciò che è dato apprendere dalle informazioni sul fatto concreto non sembra proprio applicabile l’ipotesi di cui all’art. 2 del R.D. 511 del 1946.

I precedenti rispetto a tale istituto sembrano tutti condurre verso situazioni di incompatibilità dei Magistrati per vincoli di parentela o altro con l’ambiente in cui esercitano le funzioni.

Invero della questione seppure sotto altro aspetto si è occupata la Corte Costituzionale la quale in (Corte Costituzionale, sent. 4 novembre 2002, n. 457; Pres. Ruperto, Red. Mezzanotte) ha avuto modo di affermare che «Il cuore della argomentazione di quella sentenza stava tutto nello stretto legame esistente tra il diritto di difesa e la configurazione del procedimento disciplinare secondo paradigmi di carattere giurisdizionale, preordinati al soddisfacimento della duplice esigenza, da un lato, che il corretto svolgimento delle funzioni giudiziarie sia tutelato nella forma più confacente alla posizione costituzionale della magistratura e al suo statuto di indipendenza e, dall’altro, che al magistrato, incolpato di aver commesso un illecito, sia riconosciuto quell’insieme di garanzie che solo la giurisdizione può assicurare. Entrambe le esigenze sottese alla giurisdizionalizzazione della responsabilità disciplinare conducono a riconoscere al magistrato sottoposto al relativo procedimento la facoltà di avvalersi di un difensore di professione anziché consentirgli soltanto la nomina di un difensore “interno”, appartenente all’ordine giudiziario. Non può, al contrario, dirsi che abbia carattere giurisdizionale il procedimento di trasferimento di ufficio, nel quale non è un illecito compiuto dal magistrato che viene immediatamente in rilievo, ma una situazione obiettiva che si determina nell’ufficio ove egli esercita le sue funzioni. Regolato dal legislatore solo per sommi capi e con disciplina che precede l’entrata in vigore della Costituzione del 1948, l’attuale assetto di tale procedimento è il risultato anche di atti organizzativi del Consiglio superiore della magistratura, che ha adottato uno schema tipico del procedimento amministrativo. L’assenza di una deliberazione in camera di consiglio e il suo svolgersi, nella fase culminante, in sedute dell’assemblea, nelle quali ciascun componente del Consiglio può intervenire e manifestare, di regola pubblicamente, la propria opinione, e che sono destinate a concludersi con una votazione pubblica, sulla proposta di una commissione referente, imprimono al procedimento connotati non assimilabili all’attività giurisdizionale, come dimostrato anche dal fatto che il provvedimento finale è esternato con decreto del Presidente della Repubblica [rectius: Ministro della Giustizia]. Se queste sono le caratteristiche del procedimento, è da ritenere per esso sufficiente la regola del contraddittorio, nella sua accezione di previa audizione del soggetto interessato, che nel nostro Stato democratico si eleva a principio di tendenziale osservanza in tutti i casi in cui il provvedimento sia suscettibile di incidere su situazioni soggettive. E’ in conformità a tale principio che l’art. 4 del r.d.lgs. n. 511 del 1946 prescrive che dell’avvio del procedimento per trasferimento d’ufficio sia data comunicazione all’interessato e che questi abbia diritto di prendere visione e di estrarre copia degli atti, nonché di essere sentito personalmente. Sulla base di tale scarna previsione legislativa il Consiglio superiore della magistratura, a maggior salvaguardia del magistrato, ha previsto, con atti di organizzazione interna, che egli possa essere assistito da un collega. L’ulteriore eventualità che il magistrato interessato possa scegliere un difensore professionale, avvocato del libero Foro, sebbene non sia impedita dalla formulazione dell’art. 4, non è costituzionalmente imposta e non risponde all’attuale configurazione del procedimento per trasferimento d’ufficio. La previsione di una difesa personale o a mezzo di altro magistrato appare infatti idonea ad assicurare il nucleo minimo di difesa richiesto dall’art. 107, primo comma, della Costituzione nei procedimenti amministrativi che possono approdare al trasferimento d’ufficio. La pienezza della tutela giurisdizionale è assicurata nella fase di giudizio vera e propria che può seguire al procedimento amministrativo in virtù dell’esercizio del diritto di impugnazione spettante al magistrato. E’ infatti questo lo specifico strumento indicato dalla Corte, fin dalla sentenza n. 44 del 1968, come idoneo a realizzare, per gli appartenenti alla magistratura, quella ampiezza di tutela giurisdizionale, coessenziale allo Stato di diritto, nei confronti delle possibili violazioni di legge da parte del Consiglio superiore della magistratura. Si aggiunga che davanti al giudice amministrativo può venire in considerazione non solo la violazione di legge ma anche l’eccesso di potere, il quale, denunciato in alcuna delle sue figure sintomatiche, consente al giudice un penetrante sindacato sul provvedimento di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale».

In definitiva, anche la Corte Costituzionale, posta la particolare natura dell’istituto volto essenzialmente a garantire il funzionamento dell’amministrazione della Giustizia in un distretto qualora questo sia vulnerato da situazioni che incrinano il rapporto di imparzialità di chi lo esercita ha ritenuto l’istituto non sanzionatorio.

A questo punto si possono trarre le file del discorso: quali rapporti di parentela o amicizia o altro nell’ambito del distretto di Salerno con riferimento all’indagine di cui la procura è competente ex art. 11 c.p.p. rendono applicabile l’istituto del trasferimento ex art. 2 L.G. per come sempre affrontato dal C.S.M. e anche dalla Corte Costituzionale?




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domenica 7 dicembre 2008

Perché trasferire il Procuratore di Salerno?




di Nicola Saracino
(Magistrato)



La Prima commissione del CSM ha aperto due procedimenti per l’accertamento delle rispettive incompatibilità dei Procuratori di Catanzaro e di Salerno.

La procedura oggi avviata dalla competente commissione del CSM è funzionale all’applicazione dell’art. 2 della l. 511 del 1946

Eccone il testo, nella parte che interessa.

“Inamovibilità della sede.

I magistrati di grado non inferiore a giudice, sostituto procuratore della Repubblica o pretore, non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.
Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, previo parere del Consiglio superiore della magistratura, quando si trovino in uno dei casi di incompatibilità previsti dagli artt. 16, 18 e 19 dell’Ordinamento giudiziario approvato con R. decreto 30 gennaio 1941, numero 12 , o quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità”
.

Il trasferimento attuato contro la volontà del magistrato può essere di due tipi, tra loro eventualmente cumulabili: geografico o funzionale.

Il magistrato, cioè, può essere trasferito ad altra sede, con le stesse funzioni esercitate nella sede di provenienza, oppure con funzioni diverse; ovvero può essere costretto a cambiare funzioni, pur senza mutare il luogo del loro esercizio.

La gamma delle ipotesi nelle quali l’ordinamento giustifica il trasferimento d’ufficio di un magistrato, in forza della norma appena richiamata, possono suddividersi in due categorie: nella prima rientrano le incompatibilità determinate da rapporti di parentela o affinità con avvocati o appartenenti alle forze dell’ordine; nella seconda, invece, solitamente l’incompatibilità discende da comportamenti, non colpevoli, che tuttavia screditano il magistrato - e quindi la stessa funzione giudiziaria - agli occhi della collettività, nell’ambiente nel quale egli esercita le funzioni.

Nella vicenda in esame è presa, evidentemente, in considerazione la seconda tipologia di trasferimento d’ufficio.

E’ opportuno precisare che se la condotta ascritta al magistrato “dipendesse da sua colpa”, se integrasse, cioè, un illecito disciplinare, non troverebbe applicazione l’articolo in commento ma la diversa normativa introdotta dal D.lgs. n. 109 del 2006.

Da una lettura appena approfondita dell’art. 2 della l. n. 511 del 1946 possono ricavarsi alcune notazioni.

La prima gamma di ipotesi di incompatibilità, quella relativa ai rapporti di parentela, è solitamente fronteggiata con il trasferimento funzionale (se un magistrato ha un fratello avvocato penalista sarà opportuno che egli svolga funzioni civili); se ciò non fosse sufficiente (ad esempio quel magistrato ha anche una sorella avvocato civilista) si ricorrerà al trasferimento geografico.

Alle altre ipotesi d’incompatibilità, che solitamente dipendono da condotte del magistrato (anche estranee all’esercizio delle sue funzioni) si risponde, invece, con il trasferimento di sede, essendo testualmente previsto che egli non possa, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

La giurisprudenza amministrativa ha da tempo spiegato che l’incompatibilità si fonda su una valutazione oggettiva dei comportamenti e della ricaduta degli stessi sull’ambiente esterno, indipendentemente da qualsivoglia giudizio sulla colpa dell’autore del comportamento.

Si richiede, cioè, un vincolo tra il comportamento e le ricadute di esso nel luogo di esercizio delle funzioni, giacché scopo della norma è quello di tutelare la credibilità della funzione giudiziaria nell’ambiente ove il magistrato opera.

Sarebbe del tutto inutile spostare un magistrato dalla sua sede o dalle sue funzioni se la condotta considerata non compromette il rapporto tra il magistrato ed il suo ambiente.

Per tornare all’attualità, può notarsi come il CSM abbia aperto una pratica per l’accertamento dell’incompatibilità ambientale del Procuratore della Repubblica di Salerno per fatti (non addebitabili a sua colpa, questo è il presupposto) che si sono svolti a Catanzaro, e quindi in ambiente diverso da quello ove egli esercita le sue funzioni.

A questo punto diviene agevole argomentare che non servirebbe a nulla trasferirlo perché se si ammette che i fatti di Catanzaro hanno determinato ricadute negative sull’immagine del magistrato, questo effetto riguarderebbe l’intero territorio nazionale e non certo il ristretto ambito di Salerno.

Da un lato, quindi, il trasferimento di sede non servirebbe affatto a rimarginare la ferita creatasi tra la credibilità della funzione giudiziaria ed il suo ordinario ambiente di espletamento; dall’altro lato la procedura aperta dalla prima commissione non è quella che la legge prevede per l’applicazione di una “sanzione”.

Resta oscuro, allora, il motivo per il quale si è deciso di avviare questa sterile pratica contro il Procuratore della Repubblica di Salerno.




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Le inchieste di De Magistris e la mistificazione che logora la credibilità dei magistrati






di Silvio Liotta




A proposito del “buttarla in caciara” di cui ci parla qui Stefano Racheli, leggo un articolo su Repubblica del 5 dicembre 2008, sulla cd “guerra tra procure”, a firma di D’Avanzo, che non posso non commentare.

Leggendo l’articolo (riportato anche dalla rassegna stampa del blog e comunque raggiungile da questo link), salta agli occhi che il giornalista riprende acriticamente le argomentazioni utilizzate dalla Procura Generale di Catanzaro contro la legittima inchiesta condotta dalla Procura Generale di Salerno. Ne trascrivo un significativo stralcio: la Procura di Salerno “da tempo tesaurizzando le propalazioni del dott. De Magistris, le cui condotte sono state già sanzionate dal consiglio della magistratura, persevera nell’accreditare una versione processuale alternativa a quella verificata” (comunicato consegnato alla stampa il 3 dicembre a firma del Pg Iannelli e dei sostituti De Lorenzo, Garbati, Curcio). E’ interessante, fra l’altro, notare che dei magistrati, in un comunicato destinato alla stampa, definiscano “propalazioni del dott. De Magistris” quelle che tecnicamente sono “denunce” del dotto. De Magistris.

Quindi nell’articolo D’Avanzo sostiene che l’inchiesta condotta dalla Procura di Salerno nei confronti di magistrati della procura di Catanzaro è inutile, perché si basa sulle inchieste di De Magistris che sono state, secondo il giornalista, più volte valutate da organi terzi e quindi da essi censurate.

Premesso che le inchieste della procura di Salerno si spingono altre i confini di quelle di De Magistris (e quindi non si basano solo su dossier di indagine di De Magistris, ma assumono nuove rilevanze giudiziarie), D’Avanzo, quando parla delle censure sulle inchieste di De Magistris, sembra proprio che non sappia di cosa parla. Sembra che non conosca assolutamente i fatti, ma si limiti a rivelare la “Verità”; certo, quella sua, esclusiva e personale, completamente sganciata da un’adeguata analisi dei fatti ...

Il giornalista sostiene che le inchieste di De Magistris, sono state valutate nel tempo:

- da un giudice per le indagini preliminari;
- da un tribunale del riesame;
- dalla Corte di Cassazione.

“E sempre De Magistris ha avuto torto” (ma quando mai!).

Inoltre ci fa sapere che le inchieste di De Magistris sono state censurate:

- dal procuratore generale della Cassazione;
- dal plenum del Csm;
- dalla Corte di Cassazione (respinge il ricorso di De Magistris).

Sul fatto che le inchieste di De Magistris siano state valutate dagli organi richiamati da D’Avanzo non ci piove. Che le inchieste, lungo il loro iter istruttorio, vengano vagliate e giudicate dal GIP risulta cosa ovvia nel sistema giurisdizionale italiano. Ed evidentemente con l’avallo del Gip le inchieste di De Magistris hanno proseguito tutte e tre (“Toghe Lucane”, “Poseidone”, “Why not”), fino all’avocazione delle ultime due e al trasferimento del magistrato, che ha impedito la gestione di Toghe Lucane.

Un po’ più complesso il caso del Tribunale del riesame.

Faccio un esempio: il Tribunale del Riesame di Catanzaro annulla le perquisizioni (febbraio 2007), nell’ ambito dell’inchiesta Toghe lucane, a carico di due indagati. Successivamente nel novembre dello stesso anno la sesta sezione penale della Suprema Corte accoglie il ricorso presentato da De Magistris contro la decisione del Tribunale del Riesame. Anche i Tribunali del Riesame possono “sbagliare”. Ma questo, forse, D’Avanzo non lo sa.

Ulteriore esempio: Toghe Lucane, megaimpianto turistico Marinagri. De Magistris il 3 marzo del 2007 ottiene dal Gip il sequestrato del villaggio turistico Marinagri (un Gip che dà ragione a De Magistris: stupore!). Successivamente il 20 marzo 2007 il Tribunale del Riesame di Catanzaro dispone il dissequestro. Il 22 ottobre del 2007 la Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato da De Magistris contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame. Purtroppo non solo i Tribunali del Riesame “sbagliano”, ma anche le Sezioni della Cassazione. E così il pm di Catanzaro il 17 aprile 2008 dispone un nuovo sequestro della struttura (acquisita nuova perizia), convalidato nuovamente dal Gip (e torna lo stupore). Segue ricorso al tribunale del Riesame, che respinge, e successivo ricorso alla Corte Suprema, che respinge anch’essa il ricorso contro l’ordine di sequestro del pm di Catanzaro, dunque confermandolo.

“E sempre ha avuto torto”; riecheggia dall’articolo la tonante asserzione del giornalista D’Avanzo. Ad una persona normale verrebbe da dire: “ ma che film s’è visto D’Avanzo!”; “ma che male abbiamo commesso per meritarci i giornalisti che abbiamo!”.

Si consideri peraltro che reputo D’Avanzo uno dei migliori sulla piazza (e ho detto tutto).

Ma probabilmente la ragion di stato non ammette concessioni ai fatti, al vero giornalismo inteso come servizio sociale per un concreto esercizio delle libertà democratiche.

La domanda assillante rimane: ma qual è questa ragion di stato?

Trovare la risposta non è cosa facile, o comunque alla mia portata. Ma se non altro ci sembra di poter asserire che D’Avanzo alcune cose proprio non le sa.

Tornando all’articolo, possiamo quindi ritenere corretto quanto dice D’avanzo relativamente al vaglio delle inchieste di De Magistris da parte di Gip, Tribunale del Riesame e Cassazione (ovvietà per il nostro sistema giurisdizionale). Ma le valutazioni di tali organi non sono, come si vuole far credere, tutte contro il pm di Catanzaro, anzi nella maggior parte dei casi riconoscono la correttezza e fondatezza delle indagini stesse. Non si rileva inoltre alcun caso che vada oltre la normale dinamica tra inquirente e organi giurisdizionali di garanzia. Ma D’Avanzo questo probabilmente non lo sa.

Successivamente il giornalista ci informa che le inchieste di De Magistris sono state censurate (spero non si tratti di un nuovo MinCulPop): dal procuratore generale della Cassazione; dal plenum del Csm; dalla Corte di Cassazione.

E qui, mi dispiace per i vati del politically correct, ma si lambiscono i malmostosi pantani del falso storico; in quanto le censure a cui D’Avanzo fa riferimento non riguardano la sostanza delle inchieste da lui istruite, bensì riguardano aspetti disciplinari molto circoscritti rispetto all’insieme degli accertamenti che formano le inchieste in discorso.

Il Pg di Cassazione muove incolpazioni al pm di Catanzaro in ordine ad aspetti disciplinari, quindi relativi alla “forma” con cui le indagini sono state condotte, non giudica certo il merito, ovvero la fondatezza di quelle indagini. Ma questo D’Avanzo sembra non saperlo.

Per quanto riguarda quelle incolpazioni, il CSM riconosce la fondatezza solo di alcune di esse.

Al di là del merito di tali incolpazioni (la valutazione delle quali è abbondantemente discussa ed analizzata nella sezione dedicata del blog), risulta evidente che si tratta di addebiti disciplinari che nulla hanno a che fare con il merito delle indagini condotte da De Magistris.

Ma D’Avanzo, sulla base di quali fatti non è dato saperlo, ritiene che Procuratore Generale di Cassazione e CSM, nel suo plenum, censurano le inchieste del pm di Catanzaro.

Che dire poi del richiamo alla sentenza di inammissibilità del ricorso presentato da De Magistris alla Cassazione?

Appunto che dire, non c’è niente da dire, in quanto la sentenza ha riguardato un’interpretazione circa i termini di presentazione del ricorso avverso una sentenza disciplinare emessa dal CSM.. E non è in alcun modo entrata nel merito, né del processo disciplinare, né men che meno delle indagini.

Che c’entra la censura alle indagini di De Magistris? Niente, assolutamente niente.

Ma D’Avanzo non lo sa.

In sostanza D’Avanzo non sa di cosa parla.

In un altro passaggio, D’Avanzo sostiene che le due procure (Salerno, Catanzaro) irresponsabilmente ingaggiano nella mischia la Presidenza della Repubblica. Nella realtà dei fatti è la Procura Generale di Catanzaro che invia una lettera al Presidente della Repubblica.

A mio avviso, il problema non sta nel fatto che Jannelli spedisce una missiva a Napolitano; molti cittadini che si considerano ingiustamente perseguitati da magistrati spesso scrivono al Presidente della Repubblica (anche se Jannelli non è solo cittadino ma anche Procuratore generale; ciò lo dovrebbe indurre a maggiore cautela istituzionale).

Il problema, sempre a mio avviso, sta nella risposta della Presidenza della Repubblica, che non si capisce perché richieda alla Procura di Salerno “ogni notizia e – ove possibile – ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti …”.

Se la Presidenza della Repubblica ha necessità di prendere visione del decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno, possiamo mandare il link.

Per la richiesta di documenti di indagine o altro, dovrebbe essere il CSM a trasmettere la richiesta.

E il Presidente della Repubblica è Presidente del CSM, quindi ne fa parte; non è certo “il CSM”.

Insomma la Presidenza della Repubblica invece di lavorare per abbassare la tensione, l’aumenta.

Peccato perché, seguendo coerentemente le indicazioni di Napolitano, che chiedeva al sud di fare autocritica, una procura del Sud sta facendo autocritica: attraverso l’inchiesta di Salerno si sta cercando di capire quale graveolente grumo di malaffare si nasconde dietro il sottosviluppo del sud più estremo.

Insomma, Napolitano prima dice una cosa poi ne fa un’altra.

Se la procura di Catanzaro considera incostituzionale il sequestro di atti di indagini in corso non è certo mandando una missiva alla Presidenza della Repubblica che può pensare di risolvere il conflitto istituzionale.

Perché non solleva un conflitto di competenza presso la Cassazione o di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale?

Sembra quasi che la Procura di Catanzaro sia intenzionata a non “mollare l’osso”, ovvero i dossier di indagine ereditati da De Magistris.

Quali terribili nefandezze si nascondono tra quelle “carte”?

E sembra pure che in questa condotta trovi numerose “sponde istituzionali” che seguitano a stracciarsi le vesti ogni qualvolta altri magistrati, che non siano quelli di Catanzaro, intendano, nell’ambito di legittime indagini, verificare il contenuto di quei dossier.

Un’ultima questione.


Il disinformato D’Avanzo (ma che strano che lo sia un giornalista sempre tanto documentato) scrive ancora: “Dev’essere questo che consiglia a Salerno di sequestrare le carte e non di chiedere, più utilmente e pacificamente, una copia degli atti”.

D’Avanzo è l’unico giornalista che non sa (perché altri giornalisti ne hanno dato notizia già più e più volte) che è da febbraio di quest’anno (cioè da ben nove mesi) che - per sette volte - la Procura di Salerno ha chiesto a quella di Catanzaro copia degli atti e quella si è rifiutata di dargliela (nella motivazione del decreto di perquisizione che anche D’Avanzo può leggere su internet c’è la deposizione testimoniale del pm Bruni, che racconta di come il PG Jannelli non voleva consegnare quegli atti).

Alla fine dei conti, penso che non sia questo conflitto tra procure a gettare nel discredito la magistratura italiana.

Penso piuttosto che essa sia infangata dai magistrati collusi con il potere politico corrotto e corruttore ed in ultima istanza, da “certa” stampa.




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L’ANM e la gioia dell’obbedienza (servile)




di Achille




A margine della brutta giornata di ieri, nella quale, a fronte delle ennesime esternazioni di uno “sconcertato” (parole sue) Vicepresidente Mancino su “fatti di inaudita gravità” accaduti a Catanzaro che, con riferimento ai magistrati di Salerno, risultano allo stato ridotti al fatto che uno dei magistrati di Catanzaro lamenta che i carabinieri che lo hanno perquisito (e non i colleghi di Salerno) lo hanno fatto spogliare e che, addirittura, sono stati perquisiti anche gli zainetti dei bambini (cosa assolutamente normale in ogni perquisizione, nel corso della quale, come tutti gli addetti ai lavori sanno, si perquisiscono anche le vaschette degli sciacquoni dei bagni, ove spesso vengono trovate occultate le cose che si cercavano), si registra una entusiastica “presa di posizione” dei vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati.

“Prendere posizione” ed “emettere comunicati” è la principale attività (se non l’unica) dei vertici dell’A.N.M. (con riferimento, ovviamente, all’aspetto pubblico del loro impegno, che poi ha invece un enorme versante privato, consistente nel gestire il “potere interno” della magistratura).

La “posizione” di ieri si può riassumere icasticamente nel titolo scelto da molti giornali e agenzie di stampa.

Per tutte, AGI, che titola tutto maiuscolo:

DE MAGISTRIS: ANM, CSM DIMOSTRA NON C’E’ BISOGNO RIFORME

Come interpretare l’entusiasmo gioioso dei capi dell’A.N.M.?

Io sono riuscito a darne due interpretazioni complementari e ugualmente plausibili, che vi propongo.

I magistrati di Salerno chiedono per sette mesi degli atti a quelli di Catanzaro che non glieli danno.

Alla fine adottano un provvedimento di perquisizione e sequestro per ottenerli.

Subito, mentre ancora sono ancora in corso le perquisizioni, politici e politicanti si mettono a strillare, dicendo che bisogna fermarli.

Il Procuratore Generale Iannelli provvede a fermarli da sé con un “controsequestro” degno di una sceneggiata napoletana, condito di dichiarazione televisiva, nella quale parla di fatti “eversivi” ai quali lui e i suoi hanno “reagito” (come fossero i terzini diuna squadra di calcio).

La politica minaccia il C.S.M. e chiede il sangue, dicendo che, diversamente, “ci penseranno loro e faranno le riforme”.

Il C.S.M. obbedisce.

L’A.N.M. entusiasta dichiara (le parole tra virgolette non corrispondono testualmente a ciò che ha detto l’A.N.M., ma alla interpretazione che ve ne propongo qui io): “Lo vedete: non c’è bisogno che fate le riforme per fermare i Salernitani. Basta che ci chiedete le cose e noi obbediamo immediatamente”.

Il bello è se quelli, come ampiamente “promesso”, le riforme le faranno lo stesso.

In quel caso l’A.N.M. (emulando Violante quando disse “Berlusconi non ci è stato grato dopo che noi gli avevamo lasciato tutte le televisioni”) dirà: “Sono cattivi. Noi avevamo ubbidito e loro ci hanno riformati lo stesso. Non ci giochiamo più con loro” (e andranno lieti chi a un posto di Direttore generale al Ministero, chi a fare il Consigliere del C.S.M., chi a fare il Procuratore Generale a Catanzaro, chi, come va in onda in questi mesi, il ministro ombra del PD).

Ma c’è anche un’altra possibile chiosa all’entusiastica dichiarazione dell’ANM.

E’ la seguente: “DE MAGISTRIS: ANM, CSM DIMOSTRA CHE NON C’È BISOGNO RIFORME”. “La riforma l’abbiamo già fatta noi, eliminando ogni forma di indipendenza dei magistrati e facendo del C.S.M. una obbediente dependance del potere politico. D’altra parte ce lo riconosce lo stesso Alfano, che si dichiara soddisfatto della tempestività”.

Dunque, Alfano obbedisce a Berlusconi. Il C.S.M. obbedisce ad Alfano. Ora che i magistrati ubbidiranno tutti al C.S.M. (pena trasferimenti d’ufficio ad horas su mandato di terzi), avremo finalmente un sistema costituzionalmente stabile. Direi “blindato”.

E’ bello che l’A.N.M. plauda e soprattutto: meno male che c’è l’A.N.M..

In questo tempo in cui tutti sembrano mettersi al servizio del potere, pensate cosa sarebbe accaduto a noi magistrati in questa storia senza l’A.N.M., che, puntigliosa e tetragona, si è dimostrata la più servizievole di tutti.

I magistrati hanno un gran bisogno di questo: di una associazione che li asserva per bene al potere più forte e più duro e se ne vanti pure.

Altrimenti rischierebbero di andare in giro indipendenti e mettersi nei guai. Meglio colpirne un paio su mandato del potere ed educarne diecimila che rischiare che i diecimila si espongano a rischi più grandi di loro.

Insomma: grazie A.N.M., senza di te i colleghi si Salerno avrebbero potuto mettersi nei guai. Ora saranno trasferiti alla sezione civile del Tribunale di Oristano e lì non si potranno fare male.

L’A.N.M.: una mamma. Protettiva con i figli e servizievole con gli amici di famiglia.

Ma c’è un’ultima notazione da fare che davvero è un mix di tragedia e farsa insieme.

Scrive testualmente l’AGI: “Oggi abbiamo avuto la dimostrazione – aggiungono i vertici dell'Anm – che il Csm è stato in grado di rispondere immediatamente ad una situazione estremamente delicata così come già anche si era attivato il pg di Cassazione sul versante disciplinare. Ora attendiamo che altrettanta tempestivamente si attivi anche il ministro della Giustizia”.

La domanda è: ma in cosa si dovrebbe attivare tempestivamente il Ministro? Perché proprio non lo si riesce a capire.

E ancora: cosa potrebbe fare il Ministro che non possa fare il Procuratore Generale della Cassazione?

Dunque, una ANM non solo “mamma punitrice” e “amica servizievole” del potere. Ma anche “mandante” del Ministro.

Ora c’è da attendere solo che Alfano si attivi in qualcosa di allo stato oscuro e imprevedibile e, dopo essersi “attivato” dica di averlo fatto perché glielo hanno chiesto “i vertici dell’A.N.M.”.




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sabato 6 dicembre 2008

Di Pietro: “Terzismo ha colpito anche Csm”





da Apcom



Bologna, 6 dic. (Apcom) - Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, commenta la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura di trasferire il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, e del procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, sostenendo che: “Il terzismo ha colpito ancora, è una malattia che va in voga in questi ultimi tempi e ha contagiato anche il Csm”.

“E’ necessario una volta per tutte – spiega da Bologna, dove ha tenuto un convegno per raccogliere le firme contro il Lodo Alfano – decidere da che parte stare e nel caso di specie, se con quei magistrati che hanno cercato di scoprire fatti e misfatti della cupola di potere politico e affaristico o di coloro che hanno allontanato quei magistrati”.

L’ex Pm, per il quale non è possibile che a sbagliare siano stati in due, resta quindi della sua idea: “L’idea che se c’è un modo per fermare l’indagine è proprio quello di prendersela con chi cerca di portarla avanti. Il risultato – dice – è sotto gli occhi di tutti. D’ora in poi si parlerà di guerra tra le Procure e non si parlerà più del contenuto di quell’inchiesta. D’ora in poi – aggiunge Di Pietro – succederà per Why Not quello che è successo per Mani pulite: si parlerà della legittimità dell’inchiesta e nessuno parlerà più della miriade di misfatti che Why Not poteva scoprire e – conclude Di Pietro – non scoprirà più”.


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La foto è tratta da Tiscali Notizie





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Bruni: “Anch’io fui messo a tacere”



di Antonio Massari
(Giornalista)




da La Stampa del 6 dicembre 2008


Era un pm del pool calabrese «Why Not». Ora è uno teste chiave dell’impianto accusatorio che la procura di Salerno rivolge contro i suoi ex colleghi.

E’ interessante la parabola del pm crotonese Pierpaolo Bruni.

Per esempio: il pool gli chiese di non «protestare» più per iscritto.

Oggi il pm di Crotone è un «ex» del pool di «Why Not».

Eppure aveva tra le mani il cuore dell’inchiesta: il filone dei fondi comunitari dirottati dalla Calabria alla presunta loggia massonica di San Marino, i milioni destinati all’informatica, il filo che portava, secondo l’accusa, a Prodi e al suo entourage.

Bruni avrebbe trovato riscontri. Avrebbe voluto andare avanti.

Invece ha appena lasciato.

«A fronte della mia attività d’impulso», dice ai pm diSalerno, parlando di Why Not, «spesso mi sono ritrovato a discutere e contraddire tesi giuridiche da me non condivise che avevano come sbocco lo stralcio e l’archiviazione».

Dice – per esempio – che non avrebbe archiviato Mastella (e infatti non la firmò).

E che avrebbe inoltrato Salerno gli atti richiesti.

Evitando – fosse stato per lui – quest’incredibile «guerra tra procure».

«Mastella? La sua posizione – dice il pm – doveva essere approfondita sotto il profilo investigativo».

Poi spiega la sua posizione sulla nascente «guerra» tra procure: «Ho sempre manifestato ai miei colleghi l’opportunità-necessità d’inoltrare a Salerno gli atti richiesti», dice il 21 luglio 2008, ed è interessante leggere queste dichiarazioni mentre i carabinieri fanno la spola tra Salerno e Catanzaro, a colpi di sequestri e contro sequestri, e in tutto il Paese ci si chiede se quest’incredibile situazione non si sarebbe potuta risolvere diversamente.

«Ma che altro dovevamo fare?», avrebbe detto ieri il procuratore capo Luigi Apicella, dopo la lunga riunione palazzo di giustizia, al suo procuratore generale Lucio Di Pietro: «Che altro dovevamo fare, se queste carte gliele abbiamo chieste in tutti i modi?».

In effetti, la procura di Salerno, ha chiesto l’esibizione degli atti per ben sette volte, e la richiesta, da parte dei colleghi di Catanzaro, è stata evasa solo parzialmente.

In quei frangenti Bruni, che era ancora nel pool di Why Not, dichiarava ai pm di Salerno d’aver formalizzato ai suoi colleghi una richiesta: «Indire una riunione, per valutare profili di competenza, per connessione, del procedimento Why Not a Salerno».

In altre parole, secondo Bruni, l’intera inchiesta sarebbe dovuta passare agli inquirenti campani. Bruni formalizzò ai suoi colleghi numerose rimostranze. E oggi, riguardo le sue deposizioni, a Salerno si parla di «ulteriori elementi sulle illecite modalità di gestione del procedimento Why Not».

Parlando di Why Not, Bruni dichiara: «Mi fu sottratto il filone d’indagine “Tesi - Fincalabra” sul quale stavo lavorando da tempo. Nel corso delle riunioni, avvenute tra i colleghi, ho avuto contrasti con il collega De Lorenzo, che adduceva ragioni di carattere tecnico-giuridico per fondare argomentazioni che avrebbero poi portato a stralci e archiviazioni. (...)».

Chiedono i pm di Salerno: «Ha mai formalizzato le rimostranze?».

Bruni risponde: «Il 6 giugno 2008 ho formalmente scritto a procuratore Generale (Enzo lannelli, ndr) ...».

Insomma: c’è traccia, nelle carte di Why Not, delle obiezioni di Bruni.

Che dichiara d’aver perso un mese per la perquisizione al presidente della Regione Calabria Agazio Loiero: «Con i colleghi Garbati e De Lorenzo, l’oggetto della discussione era tanto il decreto, quanto i soggetti da perquisire, e in particolare (...) Loiero. Intercorse circa un mese e non tutto il materiale ricercato è stato rinvenuto».




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La posizione della Procura di Salerno



da Reuters del 6 dicembre 2008


Napoli (Reuters) - La procura della repubblica di Salerno ha dichiarato oggi di non aver voluto creare “alcuno scontro” con i colleghi di Catanzaro nel disporre il sequestro degli atti dell’inchiesta “Why not”.

E’ quanto si legge in un comunicato che la procura di Salerno ha diffuso alla stampa, intervenendo direttamente nello scontro giudiziario senza precedenti finito anche davanti al Consiglio superiore della magistratura, che per oggi ha convocato i magistrati coinvolti.

“La procura della Repubblica di Salerno ritiene doveroso comunicare per una esatta e chiara informazione della opinione pubblica che questo ufficio non ha aperto alcun conflitto, né alcuno scontro con la procura generale di Catanzaro, non contestando la competenza di quell’ufficio a trattare il procedimento Why Not”, si legge nella nota.

“Questa procura della Repubblica si è determinata a disporre il sequestro penale di detto procedimento al solo fine di acquisire copia di atti in esso contenuti che, secondo elementi già in suo possesso, potevano essere rilevanti in ordine ai reati contestati ai magistrati che gestivano quel fascicolo processuale”, scrive l’ufficio guidato dal procuratore capo Luigi Apicella.

Secondo la procura di Salerno, i pm di Catanzaro “erano tenuti secondo le norme processuali a trasmettere di loro iniziativa, quegli atti a questo ufficio che procedeva per ragioni di competenza funzionale, già prima delle richieste avanzate dal febbraio 2008 in poi”.

“Appare opportuno ricordare che il nostro sistema processuale penale, in conformità dell’articolo 111 della Costituzione, nel caso di provvedimenti ritenuti illegittimi, garantisce i diritti dei cittadini indagati anche se magistrati con l’impugnazione nelle sedi giudiziarie competenti”.

Definendo “senza precedenti” il clima tra le due procure, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che è anche capo del Csm, ha chiesto ai due uffici di trasmettere “ogni notizia o atto utile” per cercare di risolvere l’impasse.

Dopo che gli sono state tolte le inchieste “Why not” e “Poseidone”, in cui erano indagati tra gli altri l’ex Guardasigilli Clemente Mastella e l’ex premier Romano Prodi, De Magistris – che è stato successivamente allontanato da Catanzaro e trasferito a Napoli – ha presentato una denuncia alla procura di Salerno su presunti illeciti nella procedura di avocazione.

In seguito all’inchiesta, martedì scorso i magistrati campani hanno disposto perquisizioni e sequestri presso la procura calabrese. La procura di Catanzaro ha a sua volta sequestrato gli atti e iscritto nel registro degli indagati sette pm salernitani.




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Non consentiamo che la si butti in caciara



di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)



Chiedo scusa se torno sul tema, ma credo che il “caso Catanzaro” sia – come lo fu il “caso De Magistris” – un accadimento il cui nome è del tutto riduttivo, dato che la posta in gioco non si limita a Catanzaro e tanto meno alla Procura della Repubblica di Catanzaro, ma coinvolge il rapporto politica-magistratura fino a ricomprendere il corretto funzionamento di un organo di rilevanza costituzionale quale è il CSM.

Si tratta, in altri termini di una metastasi periferica di un cancro che ha il suo epicentro in luoghi vitali per la Nazione.

Dunque occorre meditare seriamente su ciò che sta accadendo. E occorre parlarne.

Ed è necessario far correre le voci, perché la trasparenza è la maggior nemica del Palazzo.

“Buttarla in caciara” significa, dalle mie parti, fare né più né meno quello che fanno una seppia o un polpo degni della loro specie: quando non hanno speranza di affrontare il nemico, si mimetizzano e se neppure questo basta, schizzano molto inchiostro e chi s’è visto s’ è visto.

E’ così anche nei mini-gruppi di cui è composta la società (associazioni, partiti, “correnti” dell’ANM, etc): quando una contrapposizione tocca un punto vitale per la sopravvivenza del sistema, si mettono in movimento i “pacieri”.

Essi non vogliono risolvere i problema, ma mettere la sporcizia sotto il tappeto perché sanno benissimo che il venire allo scoperto della questione, in tutti i suoi termini, sarebbe dirompente per il gruppo e ne causerebbe la scomparsa, chiunque sia il vincitore.

Non sempre i “pacieri” appartengono, nel gruppo, alla parte “cattiva”: sempre però traggono, oggettivamente, un vantaggio dalla loro appartenenza e dunque hanno un’innata vocazione a risolvere il problema delle malefatte nel loro foro interno, disapprovando fermamente col loro cuore ciò che non riescono a biasimare con la bocca, specie se questa dovesse agire in pubblico.

I “pacieri” hanno una tecnica raffinata e collaudata nei secoli dal potere sia laico che curiale. Innanzitutto hanno atteggiamenti seriosi e linguaggio apocalittico come se effettivamente si stesse trattando del problema che ha dato luogo allo scontro.

In secondo luogo equiparano tra loro, sin da subito, le parti in causa.

Ciò ha l’oggettivo effetto sia di confondere le idee all’auditorio, non essendo chiaro che reclama per cosa e chi si oppone al reclamo sia di intimorire chi, avendo denunziato le malefatte, si vede collocato sullo stesso piano di chi le ha commesse.

In terzo luogo, ineluttabilmente, i “pacieri” chiedono ai contendenti di fare “un passo indietro”, facendo chiaramente intendere che il non farlo significherebbe manifestare una rissosità non solo sgradita, ma soprattutto, da eliminare in quanto perniciosa per l’unità e la sopravvivenza del gruppo.

L’approdo formale è uno zero a zero, in cui la sconfitta dei “buoni” viene camuffata da pareggio, ancorché – rimanendo invariati i malanni che condussero al conflitto – non si capisco proprio di quale pareggio possa parlarsi.

Quanto ai tempi i “pacieri” sono seguaci fedeli del molierano Briglialoca: “Io considero Signori che il tempo matura ogni cosa e col tempo tutte le cose vengono in chiaro, e il tempo è padre della Verità (…). E per questo appunto, come fate voi, Signori, io soprassiedo, diluisco e differisco il giudizio: affinché il processo, ben ventilato, crivellato e dibattuto, arrivi in prosieguo di tempo alla sua maturità”.

Se, invece di gruppi sociali, si tratta di quel gruppo che chiamiamo Nazione, il metodo è del tutto invariato nella sostanza e dunque dobbiamo aspettarci che si mettono al lavoro i “pacieri” di turno e, per la verità, già si intravede, appena abbozzata, una strategia.

Non ci giurerei, ovviamente, ma mi sembra proprio di intravederla e dunque scrivo queste poche righe per contribuire a risvegliare le coscienze di che legge.

Si parla di lotta tra P.M. Troppo comodo.

Anche quando il ladro è inseguito da un carabiniere si potrebbe parlare di cittadini che si inseguono, ma la dizione sarebbe del tutto fuorviante.

Non c’è lotta tra P.M.: c’è un organo giudiziario che indaga su alcuni cittadini i quali, di professione fanno i magistrati.

Non si litigano per fatti privati o per gelosie professionali, ma perché alcuni (Salerno) sono stati obbligati da una denuncia ad accertare se siano stati commessi reati.

Il fatto che alcuni adempiano al loro dovere non consente a nessuno, allo stato, di affermare che i reati furono commessi, ma consente a tutti di affermare con forza che non c’è in corso una guerra, ma un’indagine giudiziaria.

Quali che siano i contendenti, ciò che interessa sapere è il motivo della contesa.

Ma chi la butta in caciara è esattamente di ciò che non desidera sin parli: più si parla dei contendenti, meno si parla di ciò che alcuni addebitano (in ipotesi) ad altri.

Chiedo dunque: cos’è che Salerno imputa a Catanzaro (ove Salerno e Catanzaro sono, ovviamente, metafore).

E poiché il tutto sottintende che “questo matrimonio non s’ha da fare” (del merito cioè non si deve parlare), occhio ai giornalisti che hanno diffuso la notizia: non vorrei che pian piano si congedassero (o meglio: fossero congedati) per la comune.

La butto lì, ovviamente, ma come diceva quel tale a pensar male si fa peccato ma ci si indovina quasi sempre.


Possiamo far qualcosa di rilevante? Sì e no.

Non possiamo far nulla, anzi non dobbiamo far nulla ovviamente, non essendo noi i giudici di questa vicenda, se per “far qualcosa” si intende usurpare le funzioni di chi istituzionalmente è chiamato a pronunziarsi.

Possiamo far molto invece per costringere chi di dovere a parlare del merito della questione e non, come già accadde nel caso De Magistris, di altro (si è parlato e straparlato di De Magistris, ma chi conosce i fatti su cui indagava?).

Possiamo cioè evitare che la si butti in caciara.

Provate a pensare: se ognuno che legge si impegna a chiarire le idee a cinque persone e ciascuno dei cinque, a sua volta, le chiarisce ad altre cinque e così via …

Come il mercante della legenda che inventò il gioco degli scacchi in breve tempo i pacieri si troverebbero in seria difficoltà.

Provare per credere. Anche (soprattutto?) le utopie talvolta funzionano.

Datevi da fare, cercate cinque amici e dite loro che la vogliono buttare in caciara.

Vedrete che non gradiranno.



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venerdì 5 dicembre 2008

Il dito e la luna


di Marco Travaglio
(Giornalista)



da L’unità del 5 dicembre 2008


L’operazione è chiara e spudorata: intimidire la Procura di Salerno che sembra aver trovato le prove del complotto contro De Magistris e gabellare l’indagine sulle toghe calabro-lucane come una “lotta fra procure”, una guerra per bande che qualcuno deve fermare per il bene di tutti.

E stabilire una volta per tutte che sui politici e i loro protettori non si indaga.

Non c’è alcuna guerra per bande, almeno non da tutte le parti.

I pm salernitani, competenti per legge sulle vicende giudiziarie di Catanzaro, sono stati investiti da denunce di e contro De Magistris.

Hanno indagato per un anno, e alla fine non han trovato prove sulle denunce contro De Magistris, mentre le han trovate sui gravissimi fatti denunciati dal pm.

Come la legge li obbliga a fare, hanno archiviato le prime e approfondito i secondi, indagando i magistrati calabresi sospettati e perquisendone gli uffici.

Fin qui, tutto normale.

Le anomalie sono accadute ieri: l’atto di insubordinazione del Pg di Catanzaro, che definisce “atto eversivo” un’indagine doverosa nei suoi uffici; gli avvisi di garanzia partiti da Catanzaro contro i pm di Salerno (Catanzaro non è competente su Salerno: lo è Napoli, le competenze incrociate sono abolite da 10 anni) e il contro-sequestro degli atti acquisiti dai salernitani; l’ispezione a piedi giunti del cosiddetto ministro Alfano, gravissima interferenza politica in un’inchiesta in corso.

Insolita è anche la richiesta degli atti dal capo dello Stato.

Si spera almeno che quelle carte inducano il Csm a mettere finalmente il naso nel vero scandalo: Salerno è il dito che indica la luna, ma la luna sta a Catanzaro.



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La Calabria connection


di Guido Ruotolo
(Giornalista)



da La Stampa del 5 dicembre 2008


Poseidone. Dio del mare, anzi della guerra, visto quello che è successo dopo.

Nasce così, da un serie di esposti alla Procura di Catanzaro di cittadini indignati e forse anche di più per quel mare, perla del Mediterraneo, ridotto a una cloaca a cielo aperto, l’inchiesta madre che ha portato al violentissimo scontro istituzionale di queste ore.

Mare sporco, inquinato, perché i depuratori non funzionano, non esistono, non ci sono.

E’ il novembre del 2004, e il pm Luigi De Magistris inizia a indagare.

Passo dopo passo scopre il grande imbroglio dell’Alto commissariato per l’emergenza ambientale.
Governatore della Calabria è l’ex procuratore generale di Catanzaro, Giuseppe Chiaravalloti, che guida una giunta di centrodestra.

800 milioni di euro della Comunità Europea che dovevano risolvere la questione ambientale, in realtà, secondo De Magistris, finiscono altrove.

In una strana connection di politica, affari e logge massoniche.

Per esempio, a casa dell’ingegnere Giovanbattista Papello – suo referente politico è l’attuale capogruppo del Popolo delle libertà al Senato, Maurizio Gasparri – vengono trovate persino intercettazioni telefoniche illegittime, un grembiulino massonico, diamanti e alcuni conti correnti riferibili ad Alleanza nazionale.

Gli indagati sono eccellenti, si va dal governatore Chiaravalloti ad ex assessori e politici di rango, come l’avvocato Giancarlo Pittelli, parlamentare di Forza Italia.

Luigi De Magistris, ma lo denuncerà dopo, lavora in solitudine anche se avrebbe voluto che altri colleghi del suo ufficio l’aiutassero.

Poi, a un certo punto, tutto precipita.

C’è una data dello strappo. E’ il 10 maggio del 2005.

Il pm napoletano informa il capo dell’ufficio, il procuratore Mariano Lombardo, che per il 18 maggio erano fissate decine di perquisizioni.

Ma all’improvviso succede qualcosa. Il pm avverte che la partita è truccata. Gli indagati sono stati informati della perquisizione imminente.

Solo uno, che si trovava negli Stati Uniti, non ha il tempo per portare via possibili segreti inconfessabili. E’ Papello.

E’ da allora che si incrina il rapporto tra De Magistris e il suo capo.

E gli approfondimenti successivi del consulente Gioacchino Genchi vanno in una direzione sconvolgente: la talpa, le talpe, sono nascoste proprio al palazzo di Giustizia di Catanzaro.

Il procuratore Lombardo, il sostituto procuratore generale D’Amico, altri giudici e il parlamentare Pittelli sono i responsabili della fuga di notizie.

A un certo punto, siamo nel marzo del 2007, il procuratore Lombardo (a quel tempo le ipotesi Genchi sulle talpe non si sono ancora materializzate) decide di avocare l’inchiesta Poseidone affidandola al pm Curcio, finito anche lui nella cordata di magistrati inquisiti da Salerno.

Il punto di questa grande matassa catanzarese, che oggi appare come una maionese avvelenata e impazzita, è che non c’è solo un filo per venirne a capo.

Intercettando, indagando, sentendo testimoni, l’inchiesta Poseidone tracima e si disperde in mille rivoli. Dall’emergenza ambientale si arriva all’inchiesta Why Not?, perché no?, dal nome di una società di informatizzazione e servizi.

Anche qui la posta in gioco sono i finanziamenti europei.

E’ l’inchiesta il cui perno è rappresentato da Antonio Saladino, il vicerè della Compagnia delle Opere in terra calabrese. Il braccio imprenditoriale di Comunione e liberazione. Vicinissimo a tutti gli ambienti politici calabresi.

E qui, sempre a un certo punto dell’inchiesta, scoppiano i fuochi d’artificio.

Finiscono indagati dal presidente del Consiglio Romano Prodi al ministro Guardasigilli Clemente Mastella.

E mezza giunta regionale calabrese passata all’opposizione, ovvero al centrosinistra.

E come per Poseidone c’è una falla gigantesca: la fuga di notizie.

Un enorme frullatore dentro il quale finiscono magistrati della Procura nazionale antimafia, giornalisti fino a lambire la credibilità del vicepresidente Csm e del Capo dello Stato.

L’inchiesta riguarda soprattutto il mercato dei posti di lavoro, delle agenzie interinali. Di mezzo c’è sempre la massoneria, secondo De Magistris, la cosiddetta «loggia di San Marino».

Sempre il consulente Gioacchino Genchi ricostruisce migliaia di tabulati telefonici che, come dimostrerà la stessa iniziativa della procura di Salerno, riguardano anche Nicola Mancino.

Il reggente procuratore generale di Catanzaro, Dolcino Favi, il 26 maggio 2007 taglia la testa al toro: avoca l’inchiesta Why Not?.

Poi, la vicenda diventa il dramma istituzionale di questi giorni. La Disciplinare del Csm punisce De Magistris, che adesso lavora al Tribunale di Napoli. La procura di Salerno indaga e il 2 dicembre piomba a Catanzaro con i carabinieri.



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Il testo integrale del decreto di perquisizione della Procura di Salerno nella "vicenda De Magistris"




Il testo integrale del decreto di perquisizione emesso nei giorni scorsi dalla Procura di Salerno nell'ambito della “vicenda De Magistris” può essere letto su internet, nel sito de “Il Resto”, a questo link.

E' l'ultimo dei documenti al momento disponibili in quella pagina e si trova in fondo. E' diviso in 27 parti che si possono scaricare cliccando sui relativi link.







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Panni immondi





di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





Siamo nel periodo liturgico dell’Avvento. Ma non è questo che mi spinge a invocare un passo di Isaia con cui, per l’appunto, i cattolici celebrano la liturgia della prima domenica d’Avvento.

Il fatto è che sia nel macrosistema sia nel microsistema-giustizia la situazione è tale che le parole di Isaia risuonano, anche per chi non crede, come una ineccepibile metafora laica: “Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Sissignori, è proprio così: le istituzioni vengono oggi vissute come un “panno impuro” di cui sbarazzarsi e le loro iniquità rischiano di diventare un vento destinato a spazzarle via.

Il fatto più che grave è dirompente, perché l’autorevolezza delle istituzioni e la loro credibilità sono lo strumento indispensabile per la coesione sociale e la soluzione dei conflitti.

Come può “mediare” una istituzione su cui pende il sospetto (o la certezza) di essere una banditesca fazione in lotta?

Come può essere credibile la giustizia del giudice se esso verrà visto come collegato ad una delle parti in causa?

Come può la pena produrre effetti (anche) sul versante educativo se essa diviene mero strumento di contenimento delle classi sociali emarginate e a essa sistematicamente sfugge il delinquente in guanti bianchi?

Siamo – mi sembra – nell’epoca del rendiconto, quella cioè in cui tutti i nodi ( e che nodi!) vengono al pettine.

E sono tali e tanti i nodi che solo l’incoscienza di chi dovrebbe reggere le redini della carrozza riesce a far dormire sonni tranquilli agli ineffabili aurighi.

In verità il mixage tre situazione economica, crisi sociale e decadenza delle istituzioni fa intravedere laggiù all’orizzonte bagliori che, come ben diceva Bobbio, potrebbero venire più da un incendio che dal sole dell’avvenire.

Vengo all’ultimo (in ordine cronologico) panno immondo: i recentissimi accadimenti di Catanzaro.

Accadimenti che – si badi bene – si sommano a quanto successo in passato e che va sotto il (riduttivo) nome di “caso De Magistris”.

In verità, come oggi è evidente, non si trattava di un accadimento concernente il comportamento di un giudice, ma ben più in generale, del corretto funzionamento delle istituzioni le quali oggi sono oggettivamente in discussione, da qualunque parte si voglia accostare il problema.

C’è spazio, se non per l’azione, almeno per la speranza in questo quadro disperante?

C’è speranza di poter giocare d’anticipo quando - anche per effetto del non trasparente agire dei pubblici poteri (locali o globalizzati che siano) - lo spirito sembra destinato ineluttabilmente a rincorrere gli eventi senza alcuna capacità di prevederli, condizionarli, limitarli?

Ha senso “partecipare”, in un qualche modo, al gioco cui partecipano le istituzioni degradate a panni immondi? E, per contro, ha senso chiamarsi fuori dalla partecipazione, arroccandosi in uno sterile e presuntoso isolamento elitario?

Credo che oggi più che mai abbia senso una sanguigna frase di Goffredo Fofi: “L’unica cosa che si può fare è creare piccole minoranze di rompicoglioni con un progetto in testa”.

Si prenda il caso del CSM: autodelegittimato per le “scorie correntizie” che appannano il suo agire, viene oggi battuto in breccia da chi vuole definitivamente rimuovere l’indipendenza dell’ordine giudiziario asservendolo al potere politico.

Con chi schierarsi?

Con i difensori del CSM (costretti a proclamare - senza se e senza ma - che tutto va bene madama la marchesa)?

Con gli “attaccanti” in nome delle malefatte del CSM?

Chi si schiera con i difensori si definisce paladino doc dell’assetto costituzionale della giurisdizione.

Chi si schiera con gli “attaccanti” si definisce portatore di rinnovamento (benefico, s’intende) dello Stato.

Direi che non ci si può schierare con nessuno dei contendenti, essendo conclamato, per un verso, che il CSM troppo spesso finisce con l’essere indifendibile e, per altro verso, che gli “attaccanti” non solo hanno contribuito in modo decisivo alla “correntizzazione” dell’istituzione (la quale, sul versante politico, assume le vesti della “partiticizzazione”), ma (vedi caso RAI e quanti altri) è certo che non hanno le carte in regola per assicurare, nel futuro, l’assenza di pastrocchi lottizzatori e soluzioni partiticamente interessate.

Come si definirà chi non parteggia né con gli uni né con gli altri? Niente di più e niente di meno che un rompicoglioni.

Ma - si dirà - questo “chiamarsi fuori” dalla mischia è, tra tutte le utopie possibili, la più utopica delle posizioni. Sarò franco: questa storia delle utopie è tra tutte le interessate favole del potere, sicuramente la più utile e funzionale, ma anche la più stucchevole.

Scriveva Albert Camus nel lontano 1946: “(…) quel ragionamento ha un altro elemento di forza (…): pone il problema dell’utopia. Per dirla in breve, le persone come me vorrebbero un mondo non dove non si ammazzasse più (non siamo così sciocchi!), ma dove l’omicidio non fosse legittimato”.

Mi sento di sposare siffatta posizione: non voglio un mondo senza faziosità (al mondo ci saranno sempre faziosità): mi contento di un mondo in cui le faziosità non vengono legittimate, sotto quale bandiera (dei difensori o degli attaccanti) poco importa.

E il fatto di rompere le scatole non è posizione utopica, come va cianciando chi vuole costringere tutti ad arruolarsi (meglio infatti un nemico - il quale, pur nemico, rimane omogeneo - di un rimpicoglioni), ma fortemente politica e realissima: realizza infatti ciò che auspica: la non-legittimazione della faziosità.

Può sembrare poco, ma, salvo soffrire di deliri di onnipotenza, occorre ammettere che, quando si fa tutto ciò che è in nostro potere, si è fatto tantissimo.

Il comportamento scorretto/interessato/fazioso/illegale/criminale (scegliete voi quale termine si attagli alle varie vicende in discussione) ha reciso il legame tra forma e sostanza, tra autorità e autorevolezza.

Oggi più nessuno - dal presidente dell’ultima ASL al capo dello Stato – può pretendere autorevolezza sulla base della sua posizione formale: ormai infatti neppure il più ingenuo dei pargoli dà per scontato che alla correttezza formale corrisponda necessariamente una correttezza sostanziale.

E’ del tutto evidente che un’autorità senza autorevolezza si tramuti in mera forza e che nessuno Stato possa sopravvivere, in quanto Stato, se è governato dalla legge della forza.

Se dunque autorità e autorevolezza non torneranno a essere due facce della stessa medaglia, c’è rischio che, nel lungo periodo, neppure più l’autorità formale sarà titolo sufficiente per dirimere le controversie e decidere in nome della collettività.

Potrà così capitare (è già capitato nei secoli) che al Papa si opponga l’Antipapa, all’Imperatore l’Usurpatore, ai fedeli dell’uno i fedeli dell’altro (ci pensino i fini strateghi che vanno bollando di utopista chiunque veda al di là del proprio naso).

Per ora, più modestamente, sta solo capitando che a un Procuratore della Repubblica si opponga un altro Procuratore della Repubblica.

Scordatevi che la faccenda si possa dirimere sulla base di criteri formali: occorre, per venirne a capo, riprendere la “sostanza” calpestata in occasione del “caso De Magistris”: se così non sarà ne vedremo delle belle (si fa per dire).

Parola di utopista convinto.



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Saladino, spunta l’agenda con i nomi dei politici


di Virginia Piccolillo
(Giornalista)



da Corrieredellasera.it del 5 dicembre 2008


La testimone: «In almeno tre occasioni Antonio mi parlò di incontri avuti con Mancino»

Roma — Stavolta a dirlo sono le carte della procura di Salerno e le agende di Antonio Saladino.

Luigi De Magistris aveva puntato le indagini verso un intreccio potente di interessi. Un grumo di affari, potere, amicizie eccellenti che metteva d’accordo politici di maggioranza e opposizione, magistrati e imprenditori contigui alla mafia, generali e vescovi con l’aiuto di raffinati tessitori. Per questo le sue inchieste «Why Not», «Poseidone» e «Toghe Lucane» dovevano essere sottratte a lui, frantumate e disperse.

Le accuse

L’inchiesta che scuote il mondo politico e istituzionale fino al Colle riparte da lì. Dalle accuse del magistrato, nel frattempo spogliato delle indagini e trasferito a Napoli.

Poi ripercorre il filo delle sue inchieste che si incentrano sulla figura di Antonio Saladino, «punto apicale di Cl e della Compagnia delle Opere della Calabria».

E tra i vorticosi contatti spunta il nome del vicepresidente del Csm, che ha sempre sostenuto di aver incontrato Saladino una sola volta nell’85, presentatogli da un giovane candidato alle elezioni. C’è la telefonata «di ben 183 secondi» partita dall’utenza di Mancino e giunta a Saladino, che l’ex presidente del Senato ha precisato venne compiuta da un suo collaboratore.

Ma di lui parla anche Caterina Merante, socia di Saladino: la testimone dalla quale è scaturita tutta l’indagine.

«Nel corso di questi anni in almeno tre occasioni Antonio Saladino ha avuto modo di riferirmi di incontri da lui avuti con Nicola Mancino, anche quando era presidente del Senato».

Le agende di Saladino

Il 26 febbraio 2008 De Magistris ricostruisce la rete di relazioni di Saladino attraverso la consultazione delle agende che lui stesso aveva sequestrato durante una perquisizione all’indagato.

Le agende sono poi state trasmesse alla procura di Salerno.

Dagli appuntamenti emerge un quadro molto più ramificato di quanto si era pensato ai tempi dell’indagine su Prodi quando spuntarono i nomi del senatore di Forza Italia Pittelli, di Luigi Bisignani, del generale della GdF Poletti. Saladino aveva rapporti bipartisan.

Si va da «La Torre, numero progressivo 04, credo esponente ds molto vicino all’on. D’Alema». Interessante per il pm l’incontro La Torre e Valerio Carducci «collegamento del Saladino con gli ambienti politici romani». Al numero 07 «il generale della Guardia di Finanza Adinolfi. Sul quale — riferisce De Magistris — stavamo concentrando l’attenzione proprio quando è intervenuta l’avocazione». Al numero 09 il nominativo «ritengo, dell’onorevole Minniti». Poi vicino a quello di Carducci.

Il 12 luglio appuntamento con Mastella. E un «incontro con un vescovo».

Il 26 ottobre «riferimento all’ex ministro dell’Interno Pisanu, all’europarlamentare Sandro Gozi (vicino a Prodi). Nelle agende anche i nomi dei «coniugi Bassolino» (n.85). Il fratello dell’ex ministro Antonio Marzano (96). E dell’attuale ministro Renato Brunetta. Al numero 115 si annota: «Carducci da Corrias/ Alemanno; Pisanu Angelo X Ancitel; Poletti».

I politici

Nello svolgimento delle indagini emergono molti altri politici contattati da Saladino. Si va dall’ex segretario ds Nicola Adamo a Francesco Rutelli, ai presidenti della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti e Agazio Loiero, ai quali Saladino promette voti. De Magistris parla anche della società Tesi, «riconducibile alla moglie dell’ex segretario Ds» che aveva avuto commesse nell’informatica, nella sanità e nell’ambiente.

In essa figurano «rappresentanti di quasi tutti i partiti politici».

Dalle sinistre «alla famiglia Abramo, Sergio già sindaco di Forza Italia, Why not, riconducibile all’epoca a Saladino il quale aveva rapporti di affari stretti e intensi con la cosiddetta Loggia di San Marino e gli ambienti molto vicini al presidente del Consiglio Prodi».

A far scalpore sono però soprattutto le accuse di De Magistris ai colleghi.

Non ha risparmiato nessuno. Rammaricandosi anche per il mancato intervento del presidente della Repubblica «un intervento che avevo auspicato pubblicamente».

Nelle 1800 pagine di decreto di perquisizione e sequestro, le accuse sono tutte nero su bianco.

Contro i colleghi

Il 12 novembre 2007 De Magistris accusa i colleghi: «Togliendomi Poseidone mi hanno voluto lanciare un messaggio per cercare di fermarmi perché ancora non sapevano ancora del livello che avevano raggiunto Toghe Lucane e Why Not».

Per questo «hanno dovuto accelerare la mia richiesta di trasferimento cautelare e qui si innestano poi, evidentemente, anche delle sinergie istituzionali perché è ovviamente inquietante il silenzio istituzionale sulla vicenda, per esempio, del trasferimento cautelare e in qualche modo il coinvolgimento di Prodi e Mastella (indagati da De Magistris ndr) ... Io credo che non si sia mai visto che un Ministro della Giustizia chieda il trasferimento cautelare di un magistrato che indaga sul Presidente del Consiglio di cui lui è ministro e che regge in modo determinante la maggioranza che è un po’ fragile e soprattutto che chiede il trasferimento di chi sta lavorando in qualche modo su di lui ... e il ministro Mastella lo sapeva benissimo, intercettazioni che lo riguardavano direttamente ... quindi vuol dire che necessariamente si è disposti anche a mettere sul tappeto il rischio di una rottura istituzionale sui rapporti tra esecutivo e Magistratura o anche una rivolta dell’opinione pubblica o dei magistrati a fronte di un atto così grave ...».

I legami d’affari

Il pm De Magistris denuncia anche legami di tipo affaristico che si consolidano attraverso la costituzione dell’Istituto per il turismo del Sud e la nuova Merchant spa con il supporto della Banca Nuova Spa con sede in Palermo. «È questo il caso della Free foundation for research on european economy».



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giovedì 4 dicembre 2008

Odo rintocchi di campane





di Emanuele Scimone



da Stostretto



La pratica De Magistris sembrava liquidata, risolta, dimenticata.

L’ennesimo tentativo della politica di difendersi dai processi sembrava essere andato a segno.

Avocazione e trasferimento.

Rimprovero e punizione.

Fiumi di parole in quei giorni erano state impiegate per difendere l’operato di De Magistris.

Niente da fare.

CSM e Governo tutti concordi: ha sbagliato, deve andar via, lontano dove non può più nuocere!

In molti hanno gridato per non permettere l’apposizione di una lunga linea nera sulle inchieste Why Not e Poseidone.

La campana della giustizia suonava a morto a Catanzaro, ma suonava, come scriveva Jhon Donne, per tutto il paese.

L’ennesimo atto di forza del potere sull’amministrazione della giustizia.

Come a “nascondino” qualcuno aveva fatto “liberi tutti”.

Le inchieste smembrate, gli indagati alleggeriti, tutto passato.

Che spavento però.

I mesi avevano cancellato ogni ombra sui potenti coinvolti.

Il Caso De Magistris scomparso dalle cronache e dagli approfondimenti.

Tutto secondo copione.

Il canovaccio non prevedeva altri sviluppi.

Non doveva essere un romanzo giallo con improvvisi e rocamboleschi “colpi di scena”.

Qualcuno aveva già riposto il faldone nel suo archivio.

Poi come una goccia che scorre sul bordo di un bicchiere, lenta e inesorabile, arriva l’improvvisa accelerazione. Il cambio di traiettoria.

La Giustizia si fa giustizia.

Gli attacchi a De Magistris lo hanno danneggiato con le finalità di favorire gli indagati.

Non era giusto. Ma non solo.

Gli atti di avocazione, trasferimento e revoca, compiuti dai vertici dell’amministrazione giudiziaria erano illegali.

Insomma qualcuno commettendo reati è riuscito a fermare due inchieste, diffamare e calunniare un magistrato, richiederne, ottenendolo, il trasferimento di quest’ultimo.

Il tutto con il placet dell’Associazione Nazionale Magistrati e Consiglio Superiore della Magistratura.

Oggi dei magistrati di Salerno hanno sfidato i burattinai.

La campana continua a suonare.




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Caso De Magistris: “Da toghe, politici e imprenditori atti di corruzione contro quel pm”


Riportiamo un articolo di Francesco Viviano, tratto da La Repubblica del 4 dicembre 2008. Poiché dello stesso articolo si hanno, inspiegabilmente, due versioni molto diverse (una tratta dal giornale carteceo acquistato in edicola e una tratta dalla Rassegna stampa del Ministero della Difesa, a questo link), le riportiamo entrambe perchè ciascuna contiene importanti informazioni non presenti nell'altra.



di Francesco Viviano
(Giornalista)


da La Repubblica del 4 dicembre 2008

Versione tratta dal giornale acquistato in edicola:

Salerno – I vertici della Procura di Catanzaro e i politici e gli imprenditori che erano stati indagati nelle inchieste Why not e Poseidone avrebbero compiuto un vero e proprio «atto corruttivo» finalizzato a delegittimare ed esautarare il pm Luigi De Magistris, che coordinava quelle indagini.

E tra i “corruttori” ci sarebbero «il ministro della giustizia pro tempore, Clemente Mastella, Antonino Saladino, il senatore Francesco Pittelli (Forza Italia ndr)» e i capi degli uffici, l’ex procuratore, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Dolcino Favi e quello attuale, Enzo Jannelli.

E’ questo il pesante atto d’accusa dei magistrati di Salerno che l’altro ieri hanno compiuto un vero e proprio blitz al palazzo di giustizia di Catanzaro, guidato dal procuratore Luigi Apicella, da altri cinque magistrati e da un centinaio di carabinieri che hanno perquisito gli uffici e sequestrato migliaia di atti.

E nel decreto di perquisizione della magistratura non vengono risparmiate critiche anche ad alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura che «incolparono» e poi «processarono» il pm Luigi De Magistris al quale i suoi capi avevano avocato le inchieste e che fu poi trasferito a Napoli.

Un decreto di perquisizione di 1.700 pagine pieno di riferimenti, fatti; circostanze, testimonianze che, secondo i magistrati di Salerno, dimostrano che nei confronti di De Magistris ci fu un vero e proprio complotto per bloccare le indagini.

E con i loro atti e comportamenti, i magistrati e i politici che erano coinvolti nelle inchieste di Luigi De Magistris, avrebbero determinato «mediante reiterati atti contrari ai doveri d’ufficio e in cambio di utilità promesse e/o ricevute dai predetti indagati, l’esautorazione delle inchieste del magistrato inquirente».

Parole pesantissime che provocheranno altre polemiche e veleni.

Nell’atto d’accusa dei magistrati di Salerno, i politici, gli imprenditori e i vertici giudiziari calabresi avrebbero addirittura «anticipato» agli indagati «la definizione, in senso favorevole» della loro posizione nelle inchieste che furono avocate a De Magistris e condotte dai procuratori Generali e dal procuratore aggiunto di Catanzaro.

Non solo i pm di Salerno dicono senza mezzi termini che le inchieste Why Not e Poseidone furono avocate a De Magistris «per delegittimare il suo operato e la sua immagine professionale anche attraverso plurime iniziative disciplinari, che, sino ad oggi, ne hanno determinato il definitivo allontanamento dalla sede giudiziaria di Catanzaro e dalle funzioni inquirenti».

E a sostegno di questa tesi nel decreto di perquisizioni compiute l’altro ieri a palazzo di giustizia di Catanzaro, i magistrati di Salerno hanno allegato alcuni passaggi delle inchieste di De Magistris.

Tra questi ricordano una telefonata partita dallo studio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, al prin-cipale indagato dell’inchiesta Why Not, l’imprenditore, Antonino Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria.

Una telefonata fatta il 30 aprile del 2001 e durata 183 secondi.

Nel decreto di perquisizione viene citato un altro alto magistrato, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, che avviò l’azione disciplinare nei confronti di De Magistris.

Il documento ricorda che Delli Priscoli è padre di Francesco coinvolto, ma non indagato, nella inchiesta Why Not.

Ed in questa presunta commistione tra i magistrati che ostacolavano De Magistris e i politici indagati, viene ricordata una telefonata fatta dalla segreteria nazionale dell’Udc di Lorenzo Cesa, che chiama l’utenza «personale e riservata» del procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, poche ore prima che l’inchiesta venisse tolta a Luigi De Magistris.

E un altro capo di De Magistris, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone viene accusato di avere avuto «stretti rapporti personali e d’interessi con il principale indagato di Why Not, Antonino Saladino».

E sempre su Murone i pm di Salerno accusano il Csm, che non prese «alcuna iniziativa disciplinare nei confronti di Murone» quando il magistrato, nel 1992, fu accusato di avere intrattenuto rapporti con un esponente della crminalità calabrese.

L’ispettorato del ministero di grazia e giustizia proponeva quindi il trasferimento ad altra sede, preferibilmente in circondario non adiacente a quello di Lamezia Terme, per incompatibilità ambientale incolpevole e veniva invece trasferito alla Procura di Catanzaro.


Versione tratta dalla Rassegna Stampa del Ministero della Difesa:


Salerno - I vertici della Procura di Catanzaro, i politici e gli imprenditori che erano stati indagati nelle inchieste Whynot e Poseidone, avrebbero compiuto un vero e proprio «atto corruttivo» per delegittimare ed esautorare il pm Luigi De Magistris, titolare delle indagini.

E tra i «corruttori» ci sarebbero «il ministro della Giustizia Clemente Mastella, Antonino Saladino, il senatore Francesco Pittelli (Forza Italia ndr)» e i capi degli uffici: l’ex procuratore Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone; l’ex procuratore generale Dolcino Favi e quello attuale EnzoJannelli.

È questo il pesante atto d’accusa dei magistrati di Salerno, contenuto nel decreto di perquisizione negli uffici giudiziari di Catanzaro.

E non vengono risparmiate critiche anche ad alcuni componenti del Csm che «incolparono» e poi «processarono» il pm Luigi De Magistris al quale i suoi capi avevano avocato le inchieste.

Un decreto di perquisizione di 1.700 pagine che tende a dimostrare che nei confronti di De Magistris ci fu un complotto per bloccare le sue indagini.

I CORRUTTORI: «Il quadro generale dell’inchiesta appare significativo di un illecito disegno in atto orientato per un verso a favorire, mediante la deviazione del regolare corso dei processi pilotata da intrecci di interessi illegittimi costituitisi in precisi accordi corruttivi tra gli attuali indagati, le persone sottoposte ad indagini nel procedimento Why Not avocato al pm De Magistris, in modo da determinare mediante reiterati atti contrari ai doveri d’ufficio e in cambio di utilità promesse e/o ricevute dai predetti indagati, l’esautorazione del magistrato inquirente».

L’INSABBIAMENTO: «Scopo dell’accordo corruttivo, oltre all’esautorazione di De Magistris, era la parcellizzazione dei vari filoni d’indagine, il coinvolgimento in queste indagini di altri magistrati estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite, la disintegrazione degli originari disegni investigativi coltivati da De Magistris e il progressivo dissolvimento di altre tracce investigative. E l’anticipata definizione in senso favorevole agli indagati di vicende delittuose che necessitavano di ulteriori approfondimenti investigativi».

LA TELEFONATA: Scrive il consulente di De Magistris, Gioacchino Genchi: «Mentre eseguivo le verifiche per accertare se tra i tabulati acquisiti vi fossero le utenze di Mancino ho ricevuto un dato (nell’ambito delle acquisizioni sul telefonino di Antonino Saladino) che ritengo utile segnalare ... omissis ... nei tracciati del 30.4.2001 rilevo una chiamata in entrata, badi bene in entrata, alle ore 18,47.

La chiamata risulta pervenuta dall’utenza di base 08253 con una conversazione della durata di ben 183 secondi.

L’intestatario dell’utenza chiamante risultava essere l’avvocato Nicola Mancino»
.

IL CSM: «Il 10.1. 2008 De Magistris consegnava a questo ufficio copia dell’azione disciplinare esercitata il 6.12.2007 dal pg Mario Delli Priscoli.

Denuncia De Magistris: “Delli Priscoli – il cui ufficio ha chiesto il giudizio disciplinare nei miei confronti con un’istruttoria dai tempi rapidissimi e con modalità che mi fanno pensare ad una dubbia prevenzione nei miei confronti – ha un figlio, Francesco, che da quanto risulta come professore universitario si è occupato del sistema Umts e del settore della telefonia (ambiti già oggetto d’investigazione) e ciò fa riflettere se si osserva la condotta avuta dal pg della Cassazione nella mia vicende»
.

L’UDC: «Cesa, insieme ad altri esponenti dell’Udc tra i quali l’onorevole Galati, erano stati indagati nell’ambito dell’indagine Poseidone.

Questa chiamata delle 21.07 del 28 marzo 2007 dal centralino dell’Udc di Roma all’utenza personale e riservata dell’abitazione del procuratore capo Mariano Lombardi, ha preceduto di poche ore la formalizzazione della revoca del procedimento a De Magistris»
.

IL PROCURATORE: «Il procuratore aggiunto Salvatore Murone ha avuto stretti rapporti personali e d’interesse con il principale indagato di Why Not, Antonino Saladino. Il Csm non prese alcuna iniziativa disciplinare nei confronti di Murone quando il magistrato nel 1992 fu accusa-to di avere avuto stretti rapporti personali e d’interessi con il principale indagato di Why Not, Antonino Saladino».




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Caso De Magistris, toghe indagate: “Illeciti per sfilargli inchieste”






di Carlo Vulpio
(Giornalista)



da Corriere della Sera del 3 dicembre 2008


Perquisita la Procura di Catanzaro sui filoni «Why not» e «Poseidone».
Nella 1.700 pagine si ipotizza il concorso in corruzione in atti giudiziari.



Catanzaro – Non era mai accaduto prima in Italia, che una procura della Repubblica fosse «circondata» come un fortino della malavita.

Ieri è successo alla procura di Catanzaro, che per tutta la giornata e fino a tarda sera è stata letteralmente accerchiata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno.

Con i carabinieri del Reparto operativo e i poliziotti della Digos, sono entrati in procura ben sette magistrati, tra i quali il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, e i titolari dell'inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani.

Hanno notificato avvisi di garanzia e perquisito case e uffici dei magistrati calabresi che hanno scippato le inchieste «Poseidone» e «Why Not» all'ex pm Luigi de Magistris (ora giudice del Riesame a Napoli) e dei magistrati che queste inchieste hanno ereditato, «per smembrarle, disintegrarle e favorire alcuni indagati», scrivono i pm salernitani.

Tra gli indagati «favoriti», l'ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, il segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa, l'ex governatore di Calabria, nonché ex procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo, l'ex sottosegretario con delega al Cipe, Giuseppe Galati (Udc), Giancarlo Pittelli, deputato di Forza Italia, il ras della Compagnia delle Opere per il Sud Italia, Antonio Saladino.

Ma questo è solo il troncone calabro.

Gli stessi magistrati salernitani, infatti, stanno indagando anche in altre due direzioni.

La prima riguarda uno stuolo di giudici lucani coinvolti nella «madre di tutte le inchieste» sul marcio nella magistratura (l'inchiesta «Toghe Lucane», che de Magistris è riuscito a «chiudere» prima di essere frettolosamente trasferito).

La seconda andrebbe diritta verso alcuni membri del Csm: per esempio, il vicepresidente Nicola Mancino e i presunti legami con Antonio Saladino, figura chiave di «Why Not», il procuratore generale della Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli, andato in pensione qualche giorno fa, e il sostituto procuratore generale della Cassazione, nonché governatore (Ds) delle Marche per dieci anni, Vito D'Ambrosio, che in Csm sostenne l'accusa per far trasferire de Magistris.

Ce n'è anche per l'Associazione nazionale magistrati e per il suo presidente, Simone Luerti. Molto amico di diversi indagati eccellenti quando faceva il magistrato in Calabria, Luerti non ha mai perso occasione di esternare contro De Magistris.

Quando poi, qualche mese fa, si è scoperto che incontrava regolarmente Saladino e Mastella nella sede del ministero della Giustizia, mentre lui negava, Luerti s'è dovuto dimettere dalla carica di presidente dell'Anm.

Nel decreto di perquisizione eseguito ieri, 1.700 pagine, i pm di Salerno accusano di concorso in corruzione in atti giudiziari – per aver tolto «illegalmente» a de Magistris «Why Not» e «Poseidone» – il procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, il procuratore generale reggente, Dolcino Favi, il parlamentare Giancarlo Pittelli e «l'uomo ovunque» Antonio Saladino.

Ma accusano anche il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, il sostituto procuratore generale presso la Corte d'Appello Domenico De Lorenzo e il pm Salvatore Curcio di aver preso in eredità quelle scottanti inchieste al solo scopo di farle a pezzi.

Mentre il procuratore generale Vincenzo Iannelli e il presidente di Sezione del tribunale Bruno Arcuri si sarebbero dati da fare non solo «per archiviare illegalmente» la posizione di Mastella («la cui iscrizione tra gli indagati era invece doverosa»), ma anche «per calunniare De Magistris e disintegrarlo professionalmente».

Poi, dicono i pm campani, Iannelli, per una causa che gli sta, a cuore, fa intervenire Chiaravalloti su Patrizia Pasquin, giudice del tribunale di Vibo Valentia, che poi sarebbe stata arrestata.

Così, da magistrato a magistrato, come da compare a compare.




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De Magistris, bufera a Catanzaro: perquisizioni e avvisi in Procura




di Giuseppe Baldessarro
(Giornalista)



da La Repubblica del 3 dicembre 2008


Sette magistrati indagati. “Volevano bloccare il pm”

Catanzaro - «La sottrazione dei procedimenti “Poseidone” e “Why Not” dal pm Luigi De Magistris, e la loro successiva gestione, sono servite a fermare il magistrato danneggiandolo, ad ostacolare le inchieste, a smembrarle e a favorire taluni indagati».

Sono durissime le ipotesi di reato attorno alle quali stanno lavorando i magistrati della Procura di Salerno.

Accuse pesanti, che ieri si sono trasformate in sette avvisi di garanzia ai vertici del Palazzo di giustizia di Catanzaro, i cui uffici sono stati anche perquisiti – con sequestro di documenti – su ordine degli inquirenti campani.

Destinatari dei procedimenti, firmati dal procuratore Luigi Apicella e dai sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, molte delle toghe che si sono occupate delle inchieste tolte a De Magistris.

Tra queste il sostituto procuratore della Repubblica Salvatore Curcio, cui fu assegnato il caso “Poseidone” dopo la revoca al pm catanzarese, e l’ex procuratore capo Mariano Lombardi.

Carabinieri e poliziotti hanno bussato anche agli uffici dell’aggiunto Salvatore Murone e dell’avvocato generale Dolcino Favi.

Nella stessa inchiesta il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, coordinatore del pool assegnatario di “Why not” dopo De Magistris, e Domenico De Lorenzo, anch’egli componente di quel gruppo di lavoro.

Tra gli indagati, il cui numero totale non è ancora noto, anche l’imprenditore Antonio Saladino e il procuratore generale Vincenzo Iannelli (solo perquisizione degli uffici, invece, per il presidente Despar Antonio Gatto).

Nomi eccellenti, che sarebbero responsabili di aver tolto illegittimamente le inchieste a De Magistris e, cosa ancor più grave, di averlo fatto per favorire alcuni degli indagati.

Il tutto mentre il magistrato veniva trasferito a Napoli per questioni disciplinari, su decisione del Csm: scelta sollecitata dall’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, su cui il pm aveva indirizzato un filone dell’indagine “Why not”.

La posizione del Guardasigilli venne poi archiviata su richiesta del pool di magistrati cui fu affidato il fascicolo.

Quelle indagini furono affossate «volontariamente», secondo i magistrati salernitani.

Come pure poco chiara fu la decisione di archiviare le posizioni di Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, di Giuseppe Chiaravalloti, ex governatore calabrese, di Giuseppe Galati, ex sottosegretario del governo Berlusconi, e del senatore forzista Giancarlo Pittelli, tutti coinvolti in “Poseidone”.

Le due inchieste crearono scalpore.

De Magistris infatti descriveva un coacervo d’interessi finalizzati a gestire centinaia di milioni di curo in diversi settori. Dalla depurazione all’energia, dal lavoro interinale alla sanità.

Soldi che invece di alimentare lo sviluppo della Calabria finivano nelle tasche di partiti e potentati economici.

Centinaia di nomi e altrettante società.

E se “Poseidone” fu definita «la madre di tutte le inchieste», non da meno fu “Why not”, che portò al coinvolgimento di Mastella e dell’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi.

Inchieste successivamente tolte al pm catanzarese, e che gli costarono denunce e trasferimento di sede e di funzioni.

Il magistrato in quei giorni reagì depositando una sua denuncia. Salerno, la scorsa primavera, chiese l’archiviazione delle accuse contro De Magistris.

All’epoca, oltre a scrivere della «estrema correttezza del magistrato», sottolineò «il clima torbido nel quale era costretto a lavorare».

Dopo mesi di interrogatori e di approfondimenti silenziosi, ieri i giudici campani sono usciti allo scoperto sequestrando centinaia di faldoni relativi alle due inchieste, computer e incartamenti.

E ora chiedono conto ai «detrattori» di De Magistris.




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