venerdì 12 dicembre 2008

Tanto tuonò che piovve. Delle necessità della democrazia e del pericolo della sua scomparsa.






di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)





Provo a ricondurre il discorso nel suo alveo naturale e principale. Lo farò iniziando a citare me stesso (cosa in sé antipatica), non per motivi di merito, ma per far rimarcare un dato meramente cronologico.

Scrivevo nel dicembre del 1977: «Quale occasione migliore – in un paese travagliato da una profonda crisi economica il cui peso ricade per intero sulle classi più deboli – per screditare chi ha nella pubblica opinione la sua unica arma di difesa? Cosa può avvilire di più il prestigio della magistratura dell’insinuare che essa sia composta di ingordi e fannulloni? E che ci sarebbe di più facile dell’eliminare nella sostanza un istituzione (la magistratura) ormai ritenuta dal popolo inutile, parassitario e comunque inefficace?».

E ancora, nel maggio 1980 (polemizzando con il prof. Mancini che, sulle pagine de La Repubblica del 12.3.1980, spezzava numerose lance a favore della dipendenza del PM da parte del potere politico), affermavo: «Con ciò non su vuol certo negare che possono esistere magistrati “politicizzati” o “corrotti”. Compito della classe politica è di aiutare la magistratura a individuarli e perseguirli sì che tutti i giudici siano come l’immagino nei miei sogni: imparziali e indipendenti. Il che non solo sarebbe piaciuto a Montesquieu e a Calamandrei, ma, credo, alla stragrande maggioranza degli italiani che ne hanno le tasche piene della summa divisio tra punibili e intoccabili».

Mi sono permesso di autocitarmi solo per far risaltare cosa bolliva in pentola trent’anni or sono.

Era già allora chiaro che: a) era in corso una campagna denigratoria capace di “lavorare ai fianchi” la magistratura; b) detta campagna era finalizzata al controllo politico dell’azione penale; c) detto controllo era destinato a far sì che potesse sopravvivere e affermarsi la “summa divisio tra punibili e intoccabili”.

La magistratura ha avuto trent’anni di tempo – dicesi trenta anni ! – per elaborare e praticare l’unica strategia possibile: quella della pulizia e dell’autorevolezza.

Non averlo fatto costituisce, per chi avrebbe dovuto condurre siffatta strategia (l’A.N.M., tanto per essere chiari), una colpa storica i cui effetti ricadranno sui cittadini molto più che non sui magistrati.

Certo è che è ben singolare (vedi dichiarazioni di ieri in tv del senatore Gasparri) la tesi di chi vuole, per eliminare la “politicizzazione” della magistratura ( e cioè di chi “giudica”), mettere tutti i “giudizi” sotto il controllo della politica: vorrebbe dire che per eliminare un male occasionale e eccezionale, si istituzionalizza il male stesso.

Si dimentica, per esprimersi in termini “teorici”, che la democrazia, quale che ne sia la nozione accettata, comporta sempre il controllo sul potere.

Le lotte per la libertà sono sempre state lotte per trasformare il potere (assoluto, illuminato o dittatoriale che fosse) in potere controllato.

Una democrazia senza “controlli” è un soldato senza fucile.

Se il potere deve essere controllato, chi detiene il potere non può partecipare al controllo.

Non si tratta di opportunità politica, ma di logica della democrazia: o si comanda o si controlla.

Non è certo questa la sede per impelagarsi in discettazioni filosofiche circa la distinzione tra “opposizione reale” e “opposizione dialettica”.

Fatto è che esistono realtà (il potere e il controllo) che non possono con giochini dialettici essere ridotte a unità.

Il potere, in quanto potere democratico, è tale – e non arbitrio – perché c’è il controllo.

Il controllo è tale finché non diviene esercizio di potere politico.

Un gatto che abbaia è molto più di un cattivo gatto: è una contraddizione in termini, è un non-gatto.

Un giudice che sia dipendente dal potere politico (ovvero che si arroghi di essere un potere politico “alternativo”) è ben più di un cattivo giudice: è un non-giudice perché accentra in un unico soggetto potere e controllo.

Sarebbe ora che si imparasse a conoscere dai frutti coloro che vogliono, da anni, togliere alla Nazione fiducia nei giudici per privarla poi dei giudici stessi.

A dispetto delle sue vesti progressiste, ogni tentativo di diminuire il controllo (giudiziario, dell’opposizione, della stampa, etc) sul potere è reazionario al massimo grado, poiché costituisce una netta involuzione nel progresso della convivenza civile.

E il fatto che la magistratura associata – per miopia, per corporativismo e per quant’altro – abbia facilitato colpevolmente l’erosione dello Stato democratico, non per questo rende meno eversiva l’azione in atto.

Oggi sono a rischio tutti i meccanismi di contrappeso/controllo del potere politico: il controllo di legalità devoluto alla magistratura ordinaria, il ruolo svolto dall’opposizione parlamentare, la pluralità/libertà delle testate giornalistiche e/o audio-televisive, il ruolo (fondamentale) esercitato dalla Corte costituzionale, etc etc

Bisogna dire chiaro e forte che un conto è accogliere le istanze di forte rinnovamento della giustizia, altro conto è abbandonarsi a manovre eversive dell’assetto democratico costituzionale.

Ribadisco: assetto democratico e costituzionale, essendo del tutto ovvio che la costituzione non è un totem e, ricorrendone la necessità, può certo essere cambiata.

Ma sempre tenendo d’occhio alle esigenze di democrazia, dato che istanze antidemocratiche ben possono permeare una legge definibile come costituzione.

Un conto è, in ipotesi, dire che la bandiera nazionale è da oggi a tre bande orizzontali di colore arancione, verde e bleu; altro conto è dire che da domani, il parlamento è eletto solo dai cittadini aventi un reddito superiore ai 200.000 euro annui.

Mi si vorrà mica far credere che, nel secondo caso, la legge sarebbe democratica sol perché avete la forma di costituzione?

Se dunque il caso Salerno/Catanzaro è stato scandaloso per la democrazia, si deve tener presente che altrettanto (e forse di più) scandaloso sarebbe consentire – per uscire dal “teorico” ed entrare in una dimensione realissimissima, ancorché non recente – che “casi” come quelli che agitarono il passato sotto il nome di IRI, Italcasse, Caltagirone, ENI, etc, vengano a essere gestiti giudiziariamente dalle forze politiche chiamate in causa da quei casi.

Occorre, ancora una volta, guardarsi da chi la sta “buttando in caciara”.

Il problema infatti non è tanto di scegliere se debba governare la “destra” o la “sinistra” (la cosa è dal punto di vista del “sistema” del tutto secondaria): il punto è se il sistema che si profila abbia in sé i requisiti necessari perché il potere non vada fuori controllo.

Né si può dimenticare che si vive in tempi di gravi sconvolgimenti sociali e con sacche di povertà emergenti.

Occorre dunque ricordare l’insegnamento di Erich Fromm (cfr “Fuga dalla Libertà”), secondo cui l’uomo moderno, pur ricco di potere tecnico, è, come singolo individuo, assai più fragile dell’uomo antico.

L’uomo moderno (e, ancor di più, a mio parere, l’uomo “globalizzato”) fugge dalla libertà perché, sentendosi piccino e ininfluente, tende “a rinunziare all’indipendenza del proprio essere individuale, e a fondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di se stesso per acquistare la forza che manca al proprio essere”.

Dunque i rischi che oggi corre il “sistema democratico” sono non poco ampliati dalla stato psicologico che pervade i cittadini troppo spesso deprivati di ogni capacità di reazione.

Quali i rischi? Tanti e gravi.

Quali i rimedi? Pochi e sicuri.

Non tenterò di descriverli con parole mie, temendo di dire troppo o troppo poco, il che, in siffatto genere di argomenti, è cosa da evitare.

Userò dunque parole di altri, le quali, per il fatto di venire da tempi lontani, non possono certo essere sospettate di pregiudizievoli simpatie o antipatie verso personaggi che calcano oggi la scena politica.

«Vi sono alcuni che hanno osato affermare che (...) non si deve temere di dare tutto il potere alla maggioranza. Ma questo è un linguaggio da schiavi.

Cos’è infatti una maggioranza presa collettivamente se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza?

Ora se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettere la stessa cosa per una maggioranza?

Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? (…) Per parte mia, non posso crederlo; e un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi.

(…) Ritengo che sia più facile stabilire un governo assoluto e dispotico in mezzo a un popolo che ha raggiunto l’uguaglianza che in mezzo ad un altro e penso che, se mai un simile governo si stabilisse in un popolo del genere, non solo opprimerebbe gli uomini, ma alla lunga porterebbe loro via parecchi dei principali attributi dell’umanità (…).

E’ insieme necessario e auspicabile che il potere centrale che governa un popolo democratico sia attivo e potente. Non si tratta affatto di renderlo debole o indolente, ma soltanto di impedirgli di abusare della sua attività e della sua forza.

(…) In tempi di eguaglianza l’individuo è naturalmente isolato; non ha amici ereditari dai quali possa pretendere soccorso, né una classe sulle cui simpatie possa con sicurezza contare; lo si può impunemente separare dagli altri e impunemente calpestare. Oggi un cittadino oppresso non ha dunque che un solo modo di difendersi: rivolgersi alla nazione intera; e, se questa è sorda, al genere umano; ha un solo mezzo per farlo, la stampa. Così la libertà di stampa è infinitamente più preziosa nelle nazioni democratiche che non nelle altre.

(…) Dirò qualcosa di analogo del potere giudiziario (…): i diritti e gli interessi dei privati saranno sempre in pericolo se il potere giudiziario non cresce e non si estende nella stessa proporzione in cui le condizioni si livellano.

(…) Perciò, proprio in queste epoche democratiche in cui viviamo, i veri amici della libertà e della dignità umana debbono cercare continuamente di stare all’erta»
.

Così andava scrivendo nella prima metà del XIX secolo il genio profetico di Alexis de Tocqueville.

Meditate, gente, meditate …





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L’Italia del Leviatano





di Franco Cordero



da La Repubblica
del 12 dicembre 2008



L’ammalato grave era l’Impero ottomano, poi s’ammala l’absburgico, d’un morbo letale: affondano tutt’e due; da anni versa in allarmante climaterio la Rutulia, paese piccolo, ormai quasi trascurabile (quarantesimo nella graduatoria dello sviluppo economico planetario, dopo Estonia e Thailandia), ma trascina resti d’antiche glorie.

«Stylus» (rivista chic, sognata da EdgarAllan Poe) vuol sapere cosa succede, ed ecco le notizie.

Cominciamo dal 26 gennaio 1978.

L’ambiente soffre d’una tabe organica: la pianta uomo ne produce d’assai dotati; altrove riuscirebbero benissimo; qui soccombono perché ab immemorabili ordiscono la tela consorterie parassitarie, donde micidiali selezioni negative (remote anamnesi chiamano in causa la mancata riforma religiosa e un cinico ateismo clericocratico).

Organi vitali risultano guasti: sotto maschera santimoniosa una società segreta criminal-massonica infesta servizi segreti, ministeri, banche, editoria; e quel giovedì riceve un ancora poco noto impresario edile la cui fortuna presenta aspetti bui.

I dignitari l’accolgono col solito rituale, spada e guanti bianchi.

Chiamiamolo Leviathan, nome d’un coccodrillo.

Nel dialogo del Creatore con Giobbe è una meraviglia del creato: veste squame invulnerabili, starnuta fuoco, spaventa gli angeli; impersona una potenza infraumana.

Ai caimani, formidabili nell’anima sensitiva, manca l’intellettiva: non ne hanno bisogno, tanto perfetta è la macchina biofisica coordinata alle pulsioni, né patiscono conflitti interni; il loro cervello ignora i valori (vero, buono, bello), nel cui faticoso studio l’animale fornito d’intelletto spende tanto tempo con profitto esiguo o addirittura in perdita.

Questo neofita d’una compagnia losca stava sommerso ed erompe nel mercato delle televisioni commerciali affossando i concorrenti.

L’irresistibile ascesa ricorda le mosse con cui l’alligatore avvista, punta, azzanna le prede.

Ha tre gole, come il lupo d’una favola, e stomaco senza fondo: parla, ride, canta, stordendo chi l’ascolta; nel suo lessico, «vero», «buono», «bello» significano «roba da inghiottire».

Questo meccanismo biologico gli assicura atouts determinanti nelle partite rutule, fuori delle quali i colpi gli riescono male: Satanasso teme l’acqua santa; lui sparisce dove vigano regole applicate sul serio.

Indenne da freni morali, percepisce solo bisogni e li soddisfa nella massima misura, al minimo costo: non rispetta nessuno; imbrogliai diavoli; prende Domineddio sotto gamba; se il caso lo richiede, delinque impunito, truccando i giudizi.

Definiamolo Napoleone dei lucri mediante furberia, frode, plagio. Monopolista delle televisioni commerciali, in quasi trent’anni abbassa inesorabilmente i livelli intellettuali e del gusto allevando masse in stato d’ipnosi: confondono reale e virtuale; gli credono qualunque cosa dica; perso l’uso del pensiero, chi l’avesse, ripetono formule elementari somministrate dall’organo d’una manutenzione collettiva dei cervelli; parole-esca scatenano corti circuiti emotivi, ad esempio, la paura degl’inesistenti «comunisti».

Sia chiaro: in stregoneria moderna è un capolavoro; e se lo combina nel modo più naturale, sfogando puri riflessi, mentre l’animale pensante, sensibile all’aculeo morale, dubita, esita, soffre, fatica, lungo vie tortuose quanto brevi sono le sue.

E’ una forza essere monco d’alcune costose qualità umane.

Tipico animal impoliticum: il politico capisce l’avversario, commisura gl’interessi, coglie i lati delle questioni, scova punti d’intesa, presupponendo che le regole vincolino e violarle sia atto indegno; Leviathan ascolta e vede solo l’enorme Ego.

Esce dall’utero d’un regime corrotto: caduto il quale, ne prende il posto, avendo larga riserva elettorale nel pubblico televisivo; schiera uomini dell’azienda, tutti uguali; raccoglie dei superstiti e i soliti cercatori d’ingaggio; viene anche qualche sciabola libera, male accolta perché lì dentro vale uno slogan della guerra civile spagnola («Abajo la Inteligencia», grida José MillànAstray y Terreros, generale necrofilo, in faccia al malinconico umanista Miguel de Unamuno).

Forte dell’ordigno con cui entra nelle teste, vince, perde due anni dopo, rivince, governa male, perde ancora d’una minima misura, infine rioccupai luoghi del potere, risoluto a goderselo almeno diciannove anni (ne ha settantadue); e subito si proclama immune dalla giurisdizione penale, qualunque sia l’ipotetico delitto, passato o futuro.

Nel mondo evoluto la Rutulia è l’unico paese dove potesse accadere.

Leviathan regola l’anima ai sudditi con le lanterne magiche che gli portano soldi a palate: vanta un patrimonio illo tempore stimato in ventimila milioni d’euro; ed è impossibile che questa lunga coda non s’insinui nelle decisioni governative.

Stravaganze da Nave dei Folli: i Rutuli gliele concedono; nei sei anni dei loro governi gli attuali oppositori stavano col cappello in mano davanti all’Impero.

Era prevedibile che Leviathan governasse male: non è il suo mestiere; l’arte dell’arricchirsi in frode alle norme istupidendo armenti umani ha poco da spartire con la scienza laboriosamente praticata da Cavour, Giolitti, De Gasperi.

I mangiatori del papavero via etere pensavano che, così abile nel coltivare i suoi interessi, beneficasse tutti: nossignori, diventa ancora più ricco provvedendo a se stesso; il resto va secondo le lune.

Ne sopravviene una nerissima nella notte della recessione planetaria.

Qui appare inetto in forme sbalorditive. Dapprima nega il pericolo: mandino al diavolo i beccamorti predicanti sventura; le cose vanno bene; «siete ricchi, giovani, belli» (nel suo vangelo i vecchi hanno diritto a chiome finte e dentiere scintillanti, ma sinora i soli beneficiari del favore governativo so-no scuole confessionali e gl’insegnanti di religione nella scuola statale).

Quando la res publica corre pericolo, gli statisti chiedono sforzi collettivi.

Agl’Inglesi rimasti soli contro Hitler, Winston Churchill prospetta lacrime, sudore, sangue.

Leviathan lancia un appello edonistico ai consumi: siamo sotto le feste; l’importante è spendere; «dipende da voi rimettere in moto la macchina».

Almeno avesse detto: «chi può spenda»; l’enciclica mobilita anche i poveri e gli ormai quasi tali, sono tanti.

Viene in mente Maria Antonietta, stupita che i popolani tumultuino: «non hanno pane, Maestà»; «mangino brioches».

Non è temerario supporre che s’arricchisca anche sulla recessione.

Occhiate dal parterre studiano il corpo del re, in cerca d’indizi: commette frequenti gaffes; parla, disdice, nega quel che milioni d’occhi hanno visto e orecchie udito; bofonchia contumelie («imbecilli», «miserabili», «imparino il mestiere», «vadano a casa»).

Affiorano fondi sinistri.

Ad esempio, va in provincia: i devoti se lo bevono; raccoglie suppliche; corre seminando quelli del sèguito; e quando un paralitico in carrozzella chiede aiuto, risponde beffardo; non gli basta avere una bella moglie? Suona come l’aneddoto d’un nero vangelo apocrifo.

Lo scenario clinico appare molto interessante. Nella prossima lettera a «Stylus» esporrò qualche ipotesi prognostica.



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Regime? Magari!



di Marco Travaglio
(Giornalista)



da L’Unità del 12 dicembre 2008


Il Presidente del Consiglio comunica alla Nazione che riscrive la Costituzione a colpi di maggioranza e a propria immagine e somiglianza per metter la Giustizia alle dipendenze del governo, cioè sue.

Ma nessuno dei presenti ha nulla da obiettare.

Anche perché l’annuncio eversivo non lo dà in Parlamento o in Consiglio dei ministri, ma al Tempio di Adriano, dove presenta l’ultimo libro di Bruno Vespa pubblicato da Mondadori, cioè da lui.

Il libro, rapidamente entrato e ancor più rapidamente uscito dalle classifiche dei più venduti, è definito dal premier editore (che non l’ha letto) «un poema dantesco, dall’Inferno della sinistra al Paradiso del mio governo: regalàtelo a Natale, così fate contenti gli editori». Cioè lui.

L’insetto se la ride di gusto e ne ha ben donde: il premier lo mantiene da anni con tutta la famiglia.

Pur pensionato, Vespa va in onda su Rai1 quattro sere a settimana per 1,2 milioni l’anno grazie a Del Noce, cioè a Berlusconi.

Il quale gli pubblica i libri e paga lautamente una rubrica su Panorama.

Qui lavora pure il fratello, Stefano Vespa, mentre la signora Augusta Iannini in Vespa dirige l’ufficio legislativo del ministero della Giustizia del governo Berlusconi: la paghiamo per scrivere le controriforme di Angelino Jolie.

Il vernissage si chiude con sapide battute sugli sport preferiti dal satrapo («le donne e la caccia, ovviamente alle donne»): entusiasmo incontenibile.

Nelle stesse ore il Csm anticipa la riforma e diventa il plotone di esecuzione della politica: via tutti i pm di Salerno che osano indagare sul verminaio di Catanzaro, allarmando tanti bravi ladri.

E’ vero, questo non è un regime. E’ peggio.




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giovedì 11 dicembre 2008

Il blog di Carlo Vulpio




E’ online il blog di Carlo Vulpio.




Si trova all’indirizzo www.carlovulpio.it e raccoglie scritti, interventi in audio e video di Carlo Vulpio e molto altro.

In un tempo nel quale sempre più internet diventa un prezioso spazio di libertà e informazione, siamo molto contenti di poter leggere Carlo Vulpio non solo sul Corriere della Sera e di poter trovare in un posto accessibile a tutti ciò che non trova posto sul Corriere della Sera.

A Carlo, come cittadini, siamo profondamente grati per il coraggio e la determinazione con il quale ha raccontato e racconta quello che tanti suoi colleghi sembrano ostinatamente impegnati a nascondere.



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Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti.


Riportiamo dal blog di Carlo Vulpio (del quale abbiamo parlato a questo link) un articolo che consideriamo coraggioso e importante. Ancora una volta Carlo Vulpio dà - a chi ne abbia il coraggio e la buona volontà – occasione e informazioni per riflettere su ciò che di molto grave sta accadendo al nostro Paese.
Un grazie di cuore a Carlo per il suo coraggio e la sua determinazione.
Il libro “Roba Nostra” è una chiave di lettura documentata e preziosa delle vicende calabresi e non solo.




di Carlo Vulpio
(Giornalista)



da www.carlovulpio.it


Avevo fatto una battuta. Avevo detto: i giornalisti, a differenza dei magistrati, non possono essere trasferiti.

Avrei fatto meglio a stare zitto. Da lì a poco sarei stato “trasferito” anch’io.

E’ stato la sera del 3 dicembre, dopo che sul mio giornale era uscito un mio servizio da Catanzaro sulle perquisizioni e i sequestri ordinati dalla procura di Salerno nei confronti di otto magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori.

Come sempre, non solo durante questa inchiesta, ma perché questo è il mio modo di lavorare, avevo “fatto i nomi”.

E cioè, non avevo omesso di scrivere i nomi di chi compariva negli atti giudiziari (il decreto di perquisizione dei magistrati di Salerno, che trovate su questo blog in versione integrale) non più coperti da segreto istruttorio.

Tutto qui. Nomi noti, per lo più. Accompagnati però da qualche “new entry”: per esempio, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, Simone Luerti, presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Con una telefonata, il giorno stesso dell’uscita del mio articolo, la sera del 3 dicembre appunto, invece di sostenermi nel continuare a lavorare sul “caso Catanzaro” (non chiamiamolo più “caso de Magistris”, per favore, altrimenti sembra che il problema sia l’ex pm calabrese e non ciò che stanno combinando a lui, a noi, alla giustizia e alla società italiana), invece di farmi continuare a lavorare – dicevo –, come sarebbe stato giusto e naturale, sono stato sollevato dall’incarico.

Esonerato. Rimosso. Congedato. Trasferito.

Con una telefonata, il mio direttore, Paolo Mieli, ha dichiarato concluso il mio viaggio fra Catanzaro e Salerno, Potenza e San Marino, Roma e Lamezia Terme.

Un viaggio cominciato il 27 febbraio 2007, quando scoppiò “Toghe Lucane” (la terza inchiesta di de Magistris, con “Poseidone” e “Why Not”). Un viaggio che mi fece subito capire che da quel momento in poi nulla sarebbe stato più come prima all’interno della magistratura e in Italia.

Tanto è vero che successivamente ho avvertito la necessità di scrivere un libro (“Roba Nostra”, Il Saggiatore), che, dicevo mentre lo consegnavo alle stampe, “è un libro al futuro”.

Una battuta anche questa, certo, perché come si fa a prevedere il futuro? In un libro, poi, che si occupa di incroci pericolosi tra politica, giustizia e affari sporchi …

Ma si vede che negli ultimi tempi le battute mi riescono piuttosto bene, visto che anche questa, come quella sul “trasferimento” dei giornalisti, si è avverata.

Avevo detto – e lo racconto in “Roba Nostra” – che in Basilicata l’anno scorso è stato avviato un esperimento, che, se nessuno fosse intervenuto, sarebbe stato riprodotto da qualche altra parte in maniera più ampia e più disastrosa.

E’ accaduto che mentre la procura di Catanzaro (c’era ancora de Magistris) stava indagando su un bel numero di magistrati lucani, di Potenza e di Matera, la procura di Matera (gli indagati) si è messa a indagare sugli indagatori (de Magistris).

Come? Surrettiziamente.

E cioè? Si è inventato il reato di “associazione a delinquere finalizzato alla diffamazione a mezzo stampa” e ha messo sotto controllo i telefoni di cinque giornalisti (me compreso) e un ufficiale dei carabinieri (quello delegato da de Magistris per le indagini sui magistrati lucani).

Così facendo, i magistrati indagati hanno potuto conoscere cosa si dicevano gli indagatori (de Magistris e l’ufficiale delegato a indagare).

Avvertivo: guardate che così va a finire male.

Chiedevo: caro Csm, caro Capo dello Stato, intervenite subito.

Niente. Nemmeno una parola, un singulto, un cenno.

Nemmeno quando era chiaro a tutti che quei magistrati lucani, al di là di ogni altra considerazione, vedevano ormai compromessa la loro terzietà.

Un magistrato - si dice sempre, e a ragione -, come la moglie di Cesare, deve non soltanto “essere”, ma anche “apparire” imparziale, terzo, non sospettabile di alcunché.

Per i magistrati lucani, invece, non è così.

Nonostante siano parti in causa, essi continuano a indagare sugli indagatori, chiedono e ottengono proroghe di indagini (siamo alla quarta) perché, dicono, il reato che si sono inventati, l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa, è complicatissimo.

E rimangono al proprio posto nonostante le associazioni regionali degli avvocati ne chiedano il trasferimento, per consentire un funzionamento appena credibile della giustizia.

Niente. Si è lasciato incancrenire il problema ed ecco replicato l’esperimento a Catanzaro.

La “guerra” fra procure non è altro che la riproduzione di quel corto circuito messo in atto da indagati che indagano sui loro indagatori, affinché, rovesciato il tavolo e saltate per aria le carte, non si sappia più chi ha torto e chi ha ragione perché, appunto, “c’è la guerra”.

E dopo la “guerra”, ecco la “tregua” o, se preferite, “l’armistizio” (così, banalmente ma non meno consapevolmente, tutti i giornali, salvo rarissime eccezioni di singoli commentatori).

Guerra e tregua. E’ questo il titolo dell’ultima, penosa sceneggiata italiana su una vicenda, scrivo in “Roba Nostra”, che è la “nuova Tangentopoli” italiana.

Quando, sei mesi fa, è uscito il libro, qualcuno mi ha chiesto se non esagerassi.

Adesso, l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dichiara: “Ciò che sta accadendo oggi è peggio di Tangentopoli”.

E Primo Greganti, uno che se ne intende, ammette anche lui, che “sì, oggi è peggio di Tangentopoli”.

Infine, una curiosità, o una coincidenza, o un suggerimento per una puntata al gioco del Lotto, fate voi.

Mi hanno rimosso dal servizio che stavo seguendo a Catanzaro il 3 dicembre 2008.

Esattamente un anno prima, il 3 dicembre 2007, Letizia Vacca, membro del Csm, anticipava “urbi et orbi” la decisione che poi il Csm avrebbe preso su Clementina Forleo e Luigi de Magistris.
“Sono due cattivi magistrati, due figure negative”, disse la Vacca.

E Forleo e de Magistris sono stati trasferiti.

Per me, più modestamente, è bastata una telefonata. Ma diceva più o meno la stessa cosa.

Diceva che sono un cattivo giornalista.




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martedì 9 dicembre 2008

Sull’accusa di iper-motivazione dei decreti di perquisizione



di Nicola Saracino
(Magistrato)



Secondo alcuni commentatori, giuristi e non, le recenti cronache giudiziarie avrebbero fatto registrare un anomalo esercizio del dovere di motivare provvedimenti giudiziari, con particolare riferimento ai decreti di perquisizione.

Qualcuno, con una lunghissima carriera alle spalle, ha affermato di non averne mai scritto di più lunghi di due pagine.

Avendo svolto per alcuni anni le funzioni di GIP posso contribuire dicendo di averne scritti (di decreti di archiviazione) migliaia che non superavano le due righe e, qualcuno, molto più esteso, articolato e complesso.

Questo dipendeva non già dalla forma dell’atto (decreto anziché sentenza), ma dalle esigenze di spiegare le ragioni giustificatrici del provvedimento in concreto adottato.

Si parta, come sempre, dalle norme; in questo caso dall’art. 125, 3° comma, c.p.p. secondo cui «Le sentenze e le ordinanze sono motivate, a pena di nullità. I decreti sono motivati, a pena di nullità, nei casi in cui la motivazione è espressamente prescritta dalla legge».

Sul piano normativo, quindi, si nota che nulla autorizza la tesi secondo la quale la forma dell’atto giustifica un minore rigore della sua motivazione.

L’art. 125, 3° comma, c.p.p., infatti, equipara sentenze, ordinanze e decreti quanto all’obbligo della loro motivazione e quindi la forma dell’atto in concreto adottato non giustifica “sconti” sulla motivazione.

L’unica particolarità che riguarda i decreti consiste nel rilievo che la motivazione serve solo se la legge la richiede.

Nel caso del decreto di perquisizione la legge richiede espressamente la motivazione (art.247, 2° comma, c.p.p.).

Per regola, dunque, i decreti di perquisizione si motivano, altrimenti sono nulli e chi afferma il contrario lo fa a proprio rischio e pericolo.

E’ singolare che uno dei più recenti interventi giurisprudenziali sullo specifico punto provenga da Catanzaro («Qualora il pubblico ministero non abbia indicato, nel decreto di sequestro a fini di prova, le ragioni che, in funzione dell’accertamento dei fatti storici enunciati, siano idonee a giustificare in concreto l’applicazione della misura e abbia persistito nell’inerzia pure nel contraddittorio del procedimento di riesame, il tribunale non è legittimato ad integrare il titolo cautelare mediante un’arbitraria opera di supplenza delle scelte discrezionali del pubblico ministero che, pur doverose, siano state da questo radicalmente pretermesse» Trib. Catanzaro, Sez. II, 10 gennaio 2008).

Quando si tratti di una perquisizione tesa al sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato con finalità di prova (cd. sequestro probatorio) la motivazione, quindi, deve spiegare il collegamento tra i reati per i quali si procede e le cose che si cercano.

Questa spiegazione in molti casi richiederà poche righe, in casi più complessi potrà impegnare molte pagine.

L’arbitro dell’esercizio di questo dovere è, innanzitutto, l’autore dell’atto e la legge sanziona esclusivamente il difetto di motivazione, non quella sovrabbondante.

Un limite di contenuto della motivazione può ravvisarsi nella pertinenza dei temi rispetto all’atto adottato: nel caso della perquisizione, finché si parla dei reati ipotizzati e del legame di questi illeciti con le cose ricercate non si è mai fuori tema.

Altra categoria di perplessità mossa nei riguardi dei decreti di perquisizione lunghi più di “due pagine” consiste nel rilievo che in essi vengano talvolta riportati atti delle indagini già compiute, con ciò frustrando, da un lato, la segretezza degli stessi e, dall’altro lato, ponendo in pericolo la privacy delle persone sottoposte alle indagini ed anche di terzi.

A questo riguardo riporto un passo di un articolo scritto su questo stesso blog in commento alla condanna disciplinare inflitta al dott. Luigi De Magistris contro il quale era stato ipotizzato l’illecito disciplinare previsto dall’art. 2, lett. U, del d.lgs. n. 109 del 2006 (la divulgazione, anche dipendente da negligenza, di atti del procedimento coperti dal segreto o di cui sia previsto il divieto di pubblicazione, nonché la violazione del dovere di riservatezza sugli affari in corso di trattazione, o sugli affari definiti, quando è idonea a ledere indebitamente diritti altrui).

Scrivevo, allora: «Questa figura di illecito disciplinare colpisce, alternativamente:

a) la “divulgazione”, anche colposa, di atti coperti dal segreto o dei quali, sebbene non segreti, sia in ogni caso vietata la pubblicazione;

b) la violazione del dovere di riservatezza sugli affari trattati quando possa ledere, indebitamente, diritti altrui.

Se si eccettua il riferimento all’anticipazione della c.d. discovery, che il giudice disciplinare reputa impropria, nessun cenno si coglie all’art. 2, co. 1 lett. U), e in questa parte la sentenza sembra affetta da totale mancanza di motivazione ex art. 606, lett. e) c.p.p..

Col termine discovery, mutuato dal gergo anglosassone, si designa il momento nel quale la conoscenza delle carte processuali, di formazione unilaterale, è consentita alla controparte.

Alla discovery non è associata la generale conoscibilità degli atti d’indagine, tanto è vero che la loro pubblicazione è vietata e punita sino alla conclusione del dibattimento d’appello (art. 114 c.p.p.).

La non coincidenza dei due concetti non autorizza, pertanto, ad affermare che una discovery anticipata implichi anche divulgazione degli atti “disvelati” all’indagato.

E’ utile, comunque, sapere che la legge disciplina solo il tempo nel quale la discovery (totale o parziale) è imposta; il tempo nel quale essa è consentita è, invece, lasciato alla discrezionalità dell’inquirente, nulla impedendogli di sottoporre l’indagato ad interrogatorio sin dall’inizio delle indagini e quindi contestargli gli elementi esistenti contro di lui (art. 65, 1° comma, c.p.p.; ).

Diversa dalla discovery è la “pubblicazione” dell’atto, in quanto quest’ultima ne determina la conoscibilità generale, non limitandola alla persona sottoposta alle indagini.

L’art. 329, comma 2, c.p.p. stabilisce, al riguardo, che “Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il pubblico ministero può, in deroga a quanto previsto dall’articolo 114, consentire, con decreto motivato, la pubblicazione di singoli atti o di parti di essi. In tal caso, gli atti pubblicati sono depositati presso la segreteria del pubblico ministero”.

Se, in forza della disposizione citata, può disporsi la pubblicazione degli atti, a maggior ragione è consentita la pubblicazione del loro contenuto quando ciò si riveli utile allo scopo.

Nella vicenda concretamente rimessa al giudizio della Sezione disciplinare, tuttavia, si nasconde un equivoco di non poco conto.

Infatti non è stata disposta dal dott. De Magistris alcuna “pubblicazione” di atti segreti o dei quali era vietata la pubblicazione, né vi è stata “divulgazione” degli stessi ad opera del magistrato; si registra soltanto l’indicazione del contenuto di tali atti in un provvedimento giudiziario (decreto di perquisizione) che pur dovendo portarsi a conoscenza dell’indagato non è, solo per questo, destinato ad essere divulgato, come invece sorprendentemente affermato dal Giudice disciplinare.

La condotta disciplinarmente punibile esige che la divulgazione, anche colposa, sia opera diretta del magistrato e che la stessa riguardi (non già il loro contenuto ma) proprio gli “atti coperti dal segreto o dei quali sia vietata la pubblicazione”.

La distinzione tra pubblicazione dell’atto e pubblicazione del suo contenuto è talmente nota alla giurisprudenza che risulta imbarazzante dilungarsi sullo specifico punto.

Per giustificare la condanna non è invocabile neppure lo schema alternativo nel quale si manifesta l’illecito della lett. U), vale a dire quello della violazione del dovere di riservatezza; questa disposizione, all’evidenza, non riguarda il compimento di specifici atti processuali, ma serve a reprimere l’indebita propalazione a persone che non devono esserne informate di fatti dei quali il magistrato sia venuto a conoscenza nell’esercizio delle sue funzioni, siano essi, oppure no, destinati a rimanere segreti».

A quelle osservazioni aggiungo, oggi, che – contrariamente a quanto si sente sostenere – le norme processuali che impongono la segretezza delle indagini ed il divieto di pubblicazione di atti non sono rivolte alla tutela della privacy degli indagati o di terzi, ma mirano a garantire l’efficacia dell’attività del PM e ad evitare che il giudice del dibattimento prenda conoscenza delle carte al di fuori dei canali processuali.

Questo, è bene chiarire, non vuol dire che la privacy non sia tutelata dalle norme, ma soltanto che essa è presidiata da altre norme: quelle cioè, che in generale e fatta eccezione per la violazione di specifici divieti, si applicano per stabilire la liceità o illiceità della pubblicazione di una notizia, sulla base dei noti criteri dell’interesse pubblico dei fatti e dei personaggi coinvolti e della continenza verbale nell’esposizione di quei fatti.

Per chiudere un’ultima notazione sull’improprietà della discovery che discenderebbe dall’adozione di decreti di perquisizione di tal fatta. L’assunto dal quale muovono gli assertori della tesi è che la discovery assolva esclusivamente a finalità di contestazione degli addebiti e, in definitiva, ad esigenze garantistiche dei diritti della persona.

Il dato è smentito dall’osservazione che spesso la discovery anticipata si realizza in occasione dell’applicazione alla persona sottoposta alle indagini di una misura cautelare e questo consente ad ognuno di capire quanto sia lontana dal vero quell’affermazione.

Quel che può dirsi è che la discovery, quando non imposta ma solo consentita dalla legge, realizza una scelta strategica del Pubblico Ministero.

Nel quadro di una indagine coinvolgente molte persone, ad esempio, essa potrebbe servire a provocare il corrispettivo svelamento della linea difensiva di tutti od alcuni degli indagati, senza dover ricorrere all’applicazione di misure cautelari.




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Cosa sta veramente succedendo a Catanzaro. Lo scontro finale tra politica e magistratura.


Riportiamo da Voglioscendere un video nel quale Marco Travaglio ricostruisce lucidamente quanto sta accadendo a Catanzaro.

Insieme al video ne riportiamo anche l’intera trascrizione pure tratta da Voglioscendere.

Una sola precisazione si impone. Il titolo del video di Marco Travaglio è “Scontro finale tra politica e magistratura”. Andrebbe detto più precisamente “Scontro finale tra politica e magistrati”, perché “la magistratura” intesa come i suoi vertici e coloro che la governano dall’interno appare con evidenza schierata con “la politica”.





Trascrizione.

“Buongiorno a tutti.
Non so se avete notato la miseria di questo dibattito sulla questione morale.

Il ritorno del dibattito sulla questione morale: i giornali pullulano di interviste dei vari Pomicini, De Michelis, Di Donato.
Vari parenti di Craxi ... persino Capezzone che dice che Veltroni dovrebbe chiedere scusa a Bettino Craxi.
La questione morale, come al solito, viene usata per buttarsi addosso a vicenda le proprie vergogne anziché guardarle e possibilmente cancellarle.
Tant’è che il massimo di risposta che sono riusciti a partorire i vertici del PD, quando Berlusconi ha visto la questione morale - ovviamente soltanto la loro e non la sua che è talmente gigantesca che non riesce nemmeno più a vederla, data la statura fra l’altro - è stata: “ma tu hai portato in Parlamento inquisiti e condannati”.
Naturalmente hanno dimenticato i propri.
Il massimo che possono dire è “noi ne abbiamo di meno”, come se ci si potesse difendere o addirittura attaccare dicendo “noi abbiamo meno inquisiti e meno condannati di te”.
Bisognerebbe poter dire “noi non ne abbiamo”.
Quando Grillo e tanti altri hanno proposto questa legge di iniziativa popolare per cacciare i condannati dalle liste elettorali, anche se le firme raccolte questa volta erano quelle giuste e nessuno ha potuto metterle in discussione, nemmeno Carnevale, il Parlamento se l’è presa comoda, tant’è che non siano ancora nemmeno arrivati a una discussione sul tema.
Lasciamo perdere queste menate di partiti che ormai stanno chiaramente disfacendosi, sfarinandosi, dissolvendosi senza nemmeno che se ne rendano conto, e vediamo di parlare dell’altro grande titolo che campeggia sui giornali da quasi una settimana.
Cioè da mercoledì scorso, quando la procura di Salerno è scesa a Catanzaro per sequestrare gli atti dell’indagine Why Not e comunicare a un bel po’ di magistrati calabresi e lucani che sono indagati per il mega complotto ipotizzato contro Luigi De Magistris.
Il titolo che è andato in edicola e in onda a reti unificate e a edicole unificate è “Guerra fra procure”, “Guerra fra PM”, “Scontro fra procure, interviene Napolitano”.
Questo è l’unico dato costante.
La prima riga del titolo serviva a giustificare la seconda: se c’è effettivamente una guerra fra procure deve intervenire qualcuno a spegnare l’incendio, e quindi meno male che c’è il Capo dello Stato.
La domanda è: ma davvero c’è una guerra fra procure? Davvero c’è uno scontro fra PM? Davvero Salerno e Catanzaro stanno sullo stesso piano e si attaccano vicendevolmente, ma abusivamente tanto da giustificare l’intervento del pompiere del Quirinale e dei pompieri del Consiglio Superiore della Magistratura?
Vediamo. I fatti sono questi.
Qualche mese fa, De Magistris viene trasferito dalle funzioni che occupa e dalla sede che occupa, cioè da Pubblico Ministero e da Catanzaro, dal Consiglio Superiore che stabilisce come lui non possa più fare il Pubblico Ministero e non possa più fare il magistrato a Catanzaro.
Quindi viene trasferito alla giudicante a Napoli.
Nel frattempo arrivano in pellegrinaggio alla procura di Salerno decine di suoi inquisiti o di suoi superiori o colleghi che vogliono denunciarlo per enormi nefandezze da lui commesse durante i tre anni di procura a Catanzaro.
Soprattutto, si concentrano sulle tre indagini importanti che De Magistris aveva fatto e che, secondo questi denuncianti in processione, sono tutte quante viziate da ogni sorta di nequizia.
L’indagine Poseidone, sui depuratori che si dovevano fare in Calabria e che sono stati finanziati dall’Unione Europea con 800 milioni di euro e non se n’è mai visto uno, di depuratore.
L’indagine sulle toghe lucane, per i comitati d’affari che collegano magistrati della Basilicata, sui quali è competente a indagare Catanzaro e per questo se ne stava occupando De Magistris.
Eppoi l’indagine Why Not, quella che, oltre a vari faccendieri, ex piduisti, ufficiali dei servizi segreti, della Guardia di Finanza, politici, giornalisti collusi, qualche mafiosetto di passaggio, aveva come principale imputato questo Antonio Saladino, capo della Compagnia delle Opere che è il braccio finanziario-affaristico di Comunione e Liberazione.
E, al suo fianco, una lobby trasversale di uomini politici che coinvolge personaggi che stanno intorno all’allora presidente del Consiglio Prodi, che viene lui stesso indagato ma non perché sia accusato di avere fatto qualcosa lui personalmente, ma perché c’era uno di questi del suo giro coinvolto nei rapporti poco chiari con Saladino, che utilizzava un cellulare in uso anche a Prodi.
Per vedere come veniva usato questo cellulare viene indagato Prodi, proprio per poter chiedere al Parlamento l’autorizzazione a utilizzare e indagare su quei tabulati.
Poi Mastella, l’ultimo degli indagati perché appena viene indagato, allora ministro della Giustizia - siamo all’ottobre del 2007 - De Magistris si vede togliere anche questa indagine.
Bene, queste tre indagini, secondo tutti questi processionari che vanno a Salerno, sarebbero viziati da gravi reati commessi da De Magistris: fughe di notizie, abusi.
Perché vanno a Salerno a denunciare De Magistris? Perché Salerno è competente a indagare sugli eventuali reati commessi da magistrati di Catanzaro.
Per fortuna i magistrati di Catanzaro non possono indagare su se stessi, indaga Salerno.
Se poi Salerno ha commesso irregolarità, indaga Napoli. Su Napoli indaga Roma, su Roma indaga Perugia e così a catena.
Una volta c’erano le competenze incrociate tra le procure: Perugia indagava su Roma e Roma su Perugia.
Brescia indagava su Milano e Milano su Brescia.
Genova su Torino e Torino su Genova.
Catanzaro indagava su Salerno e Salerno su Catanzaro.
Ma se io indago su Beppe Grillo e Beppe Grillo indaga su di me, alla fine può capitare che, se siamo due poco di buono, ci mettiamo d’accordo: io non indago su di te, tu non indaghi su di me, una mano lava l’altra e così continuiamo a fare le nostre porcherie, indisturbati.
Ecco perché, nel 1998, furono cancellate le competenze incrociate e quindi si stabilì che se io indago su Grillo, lui non può indagare su di me: su di me deve indagare una terza persona, in modo che così non ci possiamo mettere d’accordo perché non abbiamo il do ut des.
Quindi Salerno è competente per indagare sui reati dei magistrati di Catanzaro, e lì arrivano coloro che vogliono denunciare De Magistris per quello che ha fatto a Catanzaro.
Ma anche De Magistris a Salerno fa delle denunce: denuncia a sua volta i sui superiori e alcuni suoi imputati, avvocati di suoi imputati, giornalisti al seguito dei suoi imputati o dei suoi superiori, che secondo lui lo avrebbero screditato, calunniato, isolato, espropriato delle sue inchieste.
Insomma, avrebbero creato i presupposti per levare prima le inchieste e poi lui.
Quindi i magistrati di Salerno non possono fare altro, perché ricevono queste denunce, di De Magistris e contro De Magistris, essendo competenti devono approfondirle per vedere quali sono fondate e quali no.
La legge glielo impone, è obbligatoria l’azione penale.
Ricevi una denuncia, devi verificarla.
Quindi cominciano a lavorare, per mesi e mesi, nessuno ne sa niente, di quello che succede a Salerno.
Lavorano in silenzio, nessuno li ha mai visti in televisione, nessuno li ha mai sentiti parlare, nessuno sa nemmeno che faccia abbiano i pubblici ministeri Gabriella Nuzi e Dionigi Verasani e il loro capo che si chiama Luigi Apicella.
A un certo punto, questi tre magistrati di Salerno vengono sentiti dal Consiglio Superiore: la prima volta nell’ottobre dell’anno scorso, quattordici mesi fa, l’altra volta il 9 gennaio di quest’anno, undici mesi fa.
Vennero sentiti perché, fermo restando che loro si occupano delle questioni penali, se ci sono reati negli uffici giudiziari di Catanzaro, il CSM si occupa dei profili disciplinari e di incompatibilità.
Anche se non c’è un reato da parte di un magistrato, se si scopre che un magistrato ha violato le regole deontologiche della sua professione deve essere punito.
Se invece è in condizioni di incompatibilità, cioè non può stare in quel posto, non per colpa sua ma perché magari è parente di qualche avvocato, amico di qualche avvocato, fidanzato di qualche avvocato, fidanzato o parente o amico di qualche indagato... non è colpa sua ma non è bene che stia lì, ma da un’altra parte.
Trasferimento per incompatibilità ambientale oppure procedimento disciplinare nel caso in cui un magistrato, pur non commettendo reati, abbia fatto delle scorrettezze di tipo professionale.
Quindi, il CSM sente i magistrati di Salerno per capire che cosa sta emergendo.
Anche perché il CSM, in quel momento, deve decidere sul trasferimento proposto dal procuratore generale della Cassazione in seguito alle ispezioni ministeriali disposte prima da Castelli e poi, soprattutto, da Mastella contro De Magistris, per incompatibilità ambientale con Catanzaro e funzionale con il ruolo di PM.
Vogliono capire che cosa sta emergendo per poter farsi un’idea di qual è il caso De Magistris e, nello stesso tempo, farsi un’idea se ci sono altri, a Catanzaro, che è meglio mandare via oppure sanzionare.
I pubblici ministeri di Salerno raccontano, per ore e ore, quello che sta emergendo dalle loro indagini.
E quello che raccontano è clamoroso: dicono che le denunce contro De Magistris si sono rivelate totalmente infondate.
Cioè non risulta che De Magistris abbia fatto nessuna scorrettezza, anzi dicono: “le indagini di De Magistris sono corrette, non emergono reati a carico di De Magistris” e quindi tutte le denunce che sono state presentate contro di lui, erano decine e decine, saranno archiviate.
E infatti, pochi mesi dopo, arriva l’archiviazione per tutte le indagini su De Magistris che viene liberato da ogni sospetto.
Le sue indagini erano doverose, tutto quello che ha fatto l’ha fatto bene, in buona fede.
Anche l’iscrizione di Mastella sul registro degli indagati era doverosa, si imponeva in base agli elementi che erano venuti fuori, niente da eccepire.
Il CSM dovrebbe prendere atto del fatto che, comunque, di è stabilito che De Magistris si è comportato correttamente.
Il CSM se ne infischia e lo trasferisce con dei cavilli, che non sto qui a spiegare ma poi vi dico, se volete approfondire, quali libri potete trovare che lo spiegano.
Invece, i magistrati di Salerno, sempre nell’audizione al CSM del 9 gennaio di quest’anno, raccontano anche che cosa sta emergendo sull’altro tipo di denuncia, quella fatta da De Magistris contro quel comitato trasversale, quello che lui chiama la nuova P2.
Non c’è più Licio Gelli, ci sono alcuni piduisti.
Ma non è un problema di ex iscritti alla P2, il problema è un network di persone che dovrebbero controllarsi le une con le altre e che invece stanno pappa e ciccia e si coprono a vicenda.
E quando arriva qualche magistrato che sta fuori dal network, libero e indipendente come De Magistris, si coalizzano per andargli addosso e fare in modo che se ne vada.
Quindi è necessario che ci siano magistrati, giornalisti, politici, avvocati, faccendieri, imprenditori, qualche bel mafiosetto ... eccetera.
Tutti insieme contro di lui, questa è la denuncia di De Magistris.
Queste denunce, secondo i magistrati di Salerno, si sono rivelate fondate.
Tant’è che dicono e rimane scritto nel verbale che firmano nell’audizione al CSM, che De Magistris è stato costretto a lavorare “in un contesto giudiziario fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, talvolta illeciti, perché ci sono magistrati legati ad avvocati, imputati” che poi ricevono dei favori, moltissimi favori.
Per esempio hanno ricevuto magistrati da Saladino, che ha fatto assumere loro amici, parenti, nelle sue società e quindi ha un credito di riconoscenza, e questi magistrati hanno un credito, e infatti si sono dedicati tutti a interferire nel lavoro di De Magistris che su Saladino stava indagando.
Viene fuori, quindi, un quadro gravissimo.
Fermo restando che la procura di Salerno deve occuparsi dei reati di questi magistrati di Catanzaro, il CSM dovrebbe prendere immediatamente la palla al balzo per punire disciplinarmente o trasferire da Catanzaro tutti quelli che risultano incompatibili.
Chi ha ricevuto favori, a Catanzaro, da un imprenditore calabrese come Saladino, indagato in questa inchiesta, come minimo deve essere cacciato e mandato da un’altra parte.
Invece il CSM non fa nulla: cioè trasferisce De Magistris, la vittima del presunto complotto, ma gli autori del presunto complotto li lascia tutti al loro posto.
Tant’è che, l’altro giorno, i magistrati di Salerno sono andati a perquisirli e a notificargli che sono indagati e li hanno trovati tutti al loro posto, a Catanzaro.
Pensate, se il CSM avesse fatto il suo dovere di mandarne via qualcuno, di sospenderne qualcuno e di punirne qualcuno, l’altro giorno quando c’è stato il blitz, avrebbe potuto dire “ma noi avevamo già provveduto, avevamo già risolto il problema, adesso vedete se hanno commesso anche reati”.
Paradossalmente, anche se il CSM ritiene che De Magistris meritasse di andare via, anche gli altri dovevano andare via.
Se è vero che quando c’è una contesa si mandano via tutti, se questa è la prassi che adotta il CSM, mandassero via anche quelli che hanno ostacolato De Magistris.
Invece no, sono rimasti tutti al loro posto e così l’effetto del blitz di Salerno a Catanzaro è stato dirompente, perché stavano tutti lì, nell’esercizio delle loro funzioni.
Come se nulla fosse stato detto a gennaio dai magistrati di Salerno, che avevano avvertito il CSM di come stavano andando le indagini e quale direzione avrebbero preso.
Questo è l’antefatto.
Noi abbiamo una procura che, per legge, deve indagare su quelle denunce e se le ritiene fondate deve perseguire i reati commessi da questi magistrati di Catanzaro.
Quindi cosa fanno? A un certo punto, dato che si stanno anche occupando dell’insabbiamento delle indagini di De Magistris perché l’ipotesi d’accusa è che sia stato privato delle sue indagini perché venissero date a colleghi più malleabili, i quali con i soliti giochi di prestigio, stralci, archiviazioni, parcellizzazione del materiale alla fine hanno insabbiato tutto.
Voi sapete che a De Magistris l’indagine Poseidone sui depuratori l’ha tolta il suo capo, non appena ha indagato l’On. Pittelli di Forza Italia.
Pittelli è anche l’avvocato del procuratore capo, amico del procuratore capo dell’epoca, Lombardi, il quale ha una seconda moglie che ha un figlio da un altro uomo.
Il figlio della seconda moglie di Lombardi è socio in affari dell’On. Pittelli.
Possibile che il procuratore capo tolga a De Magistris l’indagine appena indaga Pittelli che è socio del figlio della sua convivente?
Questo, per esempio, è il primo caso scandaloso.
Secondo caso: non appena viene indagato Mastella, il procuratore generale Dolcino Favi, facente funzioni perché lui era l’avvocato generale dello Stato, toglie a De Magistris anche l’indagine Why Not, dove sono indagati Prodi, Mastella, Saladino e gli altri.
Con quale argomento?
Dicendo che dato che Mastella gli ha mandato gli ispettori e poi ha chiesto al CSM di trasferirlo, allora De Magistris non può indagare su Mastella perché vuol dire che ce l’ha con lui, è in conflitto di interessi.
In realtà è troppo comodo: è un po’ come sostenere che nella favola del lupo e dell’agnello ha ragione il lupo, che sta a monte e accusa l’agnello di intorbidargli l’acqua a valle.
Lì non era Mastella vittima di De Magistris, era De Magistris vittima di Mastella.
Non è che De Magistris ce l’aveva con Mastella, era Mastella che ce l’aveva con De Magistris perché stava lavorando su di lui e quindi ha chiesto di trasferirlo prima di essere indagato.
Poi De Magistris l’ha indagato e il procuratore generale gli ha detto che non poteva indagare perché ce l’hai con Mastella!
Il ribaltamento totale della logica.
Tolta anche l’indagine Why Not, gli restava toghe lucane sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Basilicata, dirompente anche questa perché è un’indagine che coinvolge addirittura un ex big del CSM, cioè l’On. Bucicco, sindaco di Matera, parlamentare di AN, un avvocato importante.
Anche lui indagato.
Quell’indagine, toghe lucane, insieme al fatto che coinvolge un sacco di magistrati della Basilicata, De Magistris riesce a portarla a termine ma non proprio fino alla fine.
Quando lo trasferiscono da Catanzaro a Napoli, ormai l’inchiesta è finita e allora fa gli avvisi di chiusura delle indagini, cioè avvisa gli indagati che le indagini sono finite e hanno venti giorni di tempo per chiedere un supplemento istruttorio.
Dopodiché, farà le richieste di rinvio a giudizio e chiuderà il suo lavoro in quell’indagine.
Bene, gli impediscono anche di fare quei venti giorni per poter scrivere le richieste di rinvio a giudizio.
Lo cacciano da Catanzaro, fisicamente, un attimo prima che lui sia riuscito a scrivere le richieste di rinvio a giudizio.
Nessuna, quindi, delle tre indagini clamorose si è conclusa con la firma di De Magistris.
Perché dico questo? Perché il CSM sapeva che i magistrati stavano scoprendo che queste indagini gli erano state tolte per brutti fini.
Sapeva che secondo la procura di Salerno competente, aveva ragione De Magistris e torto i suoi avversari.
Sapeva soprattutto, il CSM, perché la procura di Salerno lo informava, che da mesi la procura di Salerno stava chiedendo a quella di Catanzaro la copia degli atti delle indagini Why Not sulla quale si stava, appunto, indagando per verificarne l’eventuale insabbiamento.
Una volta l’hanno chiesta, due volte, tre, quattro... sette volte la procura di Catanzaro rifiuta a quella di Salerno l’invio delle copie di questa indagine.
Ecco perché l’altro giorno c’è stato il blitz: perché quelli di Salerno, che ormai aspettavano da quasi un anno quegli atti e se li vedevano negare illegalmente - non puoi rifiutarti di esibire un atto che un magistrato competente ti chiede - sono andati a prenderseli.
Con la polizia giudiziaria sono andati lì, hanno spazzolato tutto ciò che c’era nelle cassaforti, cassetti, uffici e anche nelle abitazioni.
Nei computer privati dei magistrati.
Dice: “ma uno è stato denudato”.
A parte che quelli di Salerno dicono che non è vero, ma in ogni caso se uno è in pigiama e si cerca un pen drive e non lo si trova, per evitare che se lo sia messo nelle mutande è giusto perquisirlo anche corporalmente, è una cosa che succede a chiunque venga perquisito quando si cerca non un transatlantico ma un temperino!
I magistrati sono soggetti alla legge come tutti gli altri.
Quello era un magistrato indagato, quello che è stato forse perquisito anche nel pigiama.
Se gli davano le carte, non andavano a prenderle. Non gliele hanno date: sono andati a prendersele.
Illegalmente? No, con un provvedimento di sequestro perfettamente motivato.
Sono 1700 pagine. Se qualcuno ha voglia di farsi un’idea precisa su questo caso, gli suggerisco di perdere una giornata e di leggersi almeno le parti sottolineate di questo decreto di perquisizione, che è rintracciabile sul blog di Carlo Vulpio, giornalista valoroso del Corriere - che infatti non viene più fatto scrivere su questa storia, carlovulpio.it, e sul nostro www.voglioscendere.it.
Se la leggete scoprite un sacco di cose scandalose, delle quali i giornali, salvo rare eccezioni, non parlano.
Perché parlano di guerra fra procure, che non esiste.
Salerno legittimamente va a prendersi le carte e a fare le perquisizioni, è competente.
Catanzaro fa una cosa che non potrebbe fare: il procuratore generale di Catanzaro se ne va in TV a dire che l’atto di Salerno è eversivo e in realtà compie lui un atto che se non è eversivo sicuramente è poco regolare.
Perché incrimina lui i colleghi di Salerno che lo hanno incriminato, come se fosse competente lui!
A parte che lui è un procuratore generale e non può indagare, può farlo il procuratore capo.
Ma soprattutto lui è procuratore generale di Catanzaro e i reati di Salerno li valuta Napoli, quindi se voleva denunciare dei reati di Salerno doveva fare un esposto a Napoli.
Poi se sei parte in causa, addirittura indagato, come puoi pensare di indagare sui tuoi indagatori!
C’è un conflitto di interessi clamoroso, e infatti per legge chi è parte in causa, da magistrato, deve astenersi in un processo.
Non c’è una guerra fra due cattivi: c’è un atto legittimo e doveroso della procura di Salerno al quale si risponde con atti abusivi e abnormi da parte di quella di Catanzaro.
E’ questa che viene definita la guerra fra procure, perché bisogna fare pari e patta.
Allora come si fa a controbilanciare l’abominio di quello che ha fatto Catanzaro? Bisogna addebitare qualcosa a Salerno.
E dato che Salerno non ha fanno nulla di male, ecco che ci si inventa il fatto che li hanno fatti denudare, anche se non è vero - c’è stata forse una perquisizione corporale di un indagato in pigiama, visto che erano le 7 del mattino -, si inventa che sarebbe abnorme il decreto di sequestro degli atti solo perché è di 1700 pagine.
Perché, c’è una legge che stabilisce quante pagine deve avere un decreto?
Se ne facevano due, di pagine, avrebbero detto “son due paginette, non c’è niente, è tutto campato per aria”.
Se lo motivi bene, con 1700 pagine, non va bene lo stesso.
E poi dicono: “sono andati a sequestrare l’originale di un fascicolo giudiziario in corso, bloccando l’attività di indagine”.
A parte che languivano per conto loro da mesi, da quando le avevano tolte a De Magistris, ma è chiaro che il sequestro serviva a fare le fotocopie, cioè ad avere quella copia che Catanzaro non aveva mai mandato.
Non è che bloccavano per sempre le indagini.
Bene, per queste quisquilie il Capo dello Stato ha addirittura chiesto gli atti dell’indagine a Salerno, prima di fare lo stesso con Catanzaro.
Come se Salerno dovesse rendere conto al Capo dello Stato di quello che fa.
Questo sì è un atto inaudito, mai visto, mai sentito: il Capo dello Stato che chiede degli atti a una procura.
Come si deve sentire un magistrato di Salerno se il Capo dello Stato gli chiede gli atti quando lui sta facendo semplicemente il suo mestiere, il suo dovere previsto dalla legge?
Apoteosi finale: il CSM nel giro di 24 ore - non so come abbiano fatto a leggersi 1700 pagine in 24 ore, io ci sto provando da giorni e ancora non sono riuscito a finire - valuta il tutto con la rapidità della luce e propone al plenum di trasferire sia il procuratore generale di Catanzaro, quello che ha detto che i suoi colleghi erano eversori, sia quello di Salerno che ha fatto semplicemente il suo dovere!
Pari e patta, guerra fra procure.
Ecco perché i giornali e i politici hanno detto “guerra fra procure”, perché dovevano coprire un atto incredibile come quello commesso dal Capo dello Stato, mai visto, e uno altrettanto incredibile fatto dal CSM.
Facciamo finta che De Magistris abbia torto, che abbia sbagliato tutto, che sia un incapace come ci viene raccontato.
Allora, per quale motivo non si lascia che concluda le sue indagini? E non si lascia che Salerno, competente su quella faccenda, concluda le sue?
Se è un incapace e viene sempre smentito dai giudici, dai GIP, dai tribunali del riesame, lasciate che finisca le sue indagini, che finisca davanti a un GIP o a un riesame che gliele bocci.
Così fa brutta figura De Magistris!
Perché, invece, gliele tolgono sempre prima in modo da consentirgli di dire che gliele hanno impedite di concludere?
Allora vuol dire che hanno paura che non sia così incapace. Hanno paura che abbia scoperto delle cose molto gravi, altrimenti se uno deve andare a sbattere lascialo andare a sbattere, no?
Allo stesso modo, se ha torto, si lasci che concluda la procura di Salerno. Se poi la procura di Salerno ha a sua volta torto, ci sarà un GIP, un tribunale del riesame, un tribunale normale, una corte d’appello, una Cassazione che darà torno a Salerno.
Perché impedire a Salerno di andare avanti con questi atti violenti, trasferimento del capo, ispezioni ministeriali del solito Alfano, avvertimenti strani del Capo dello Stato, CSM scatenato, politici e giornali pure?
Viene persino il dubbio che loro l’abbiano capito chi aveva ragione e chi aveva torto.
Però devono continuare a raccontarci che sono tutti uguali, che c’è una guerra fra bande così hanno la scusa per mettere le mani sulla giustizia.
Una volta si pensava alla Berlusconi che le mani sulla giustizia le potesse mettere la politica contro il volere della magistratura, adesso si sta cercando di coinvolgere una parte, la peggiore, della magistratura, il peggior CSM che si sia mai visto, e un Capo dello Stato che sicuramente non sta brillando per le sue funzioni di garanzia, proprio perché collaborino tutti quanti alla normalizzazione di quei pochi magistrati e quelle poche procure che ancora fanno il loro dovere senza guardare in faccia a nessuno.
Per fortuna la verità è più forte di qualunque pressione, per cui chiusa una porta esce dalla finestra, chiusa la finestra la verità rompe il vetro.
Quindi, chi pensava di archiviare il caso De Magistris e quello collegato della Forleo, adesso è di nuovo preoccupato perché cacciati i due magistrati, la verità sta tornando fuori più prepotente che mai.
Per chi la vuole conoscere fino in fondo suggerisco, per Natale, dei libri: Roba Nostra di Carlo Vulpio, pubblicato da Il Saggiatore; Il caso De Magistris, di Antonio Massari pubblicato da Aliberti; Il caso Forleo, sempre di Antonio Massari pubblicato sempre da Aliberti.
Poi c’è il nostro vecchio Toghe Rotte di Bruno Tinti, che spiega i meccanismi, e c’è il nostro Mani Sporche dove c’è l’inizio del caso De Magistris. Poi tutti gli sviluppi li trovate in un libro che sta per uscire, Per chi suona la banana, pubblicato per Garzanti, che raccoglie gli articoli che ho dedicato anche a questi casi sull’Unità.
Vi saluto e come al solito, dopo la lettura, passate parola!”




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lunedì 8 dicembre 2008

De Magistris: “In Calabria giudici collusi”



Riportiamo il video di alcuni passaggi di una intervista a Luigi De Magistris di qualche tempo fa.









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Marco Travaglio: “La guerra tra Procure è una balla”



In un audio pubblicato su www.micromega.net, Marco Travaglio spiega perchè “La guerra tra Procure è una balla” e l’intervento del presidente Napolitano, e del Csm, è intimidatorio: “Non c’è nessuna guerra tra procure come vorrebbero far credere il coro dei giornali e l’intera casta politica (ad eccezione di Di Pietro). C’è un’indagine della procura di Salerno su quella di Catanzaro e una guerra della procura di Catanzaro contro quella di Salerno. Per impedire che si faccia luce sulla nuova P2”.






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Il trasferimento dei magistrati ai sensi dell’art. 2 della Legge sulle Guarentigie



di Francesco Siciliano
(Avvocato del Foro di Cosenza)



La recente riforma della disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità di cui al Decreto Legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, ha lasciato immutato le guarentigie previste dall’art. 2 del R.D. 511 del 1946 a mente del quale i magistrati di grado non inferiore a giudice, sostituto procuratore della Repubblica o pretore, non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.

Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, previo parere del Consiglio superiore della magistratura, quando si trovino in uno dei casi di incompatibilità previsti dagli artt. 16, 18 e 19 dell’Ordinamento giudiziario approvato con regio decreto 30 gennaio 1941, numero 12, o quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

Questa situazione normativa in un tentativo di visione sistematica della normazione sembra legittimare la posizione per cui una è l’ipotesi di intervento del CSM qualora nel funzionamento dell’ufficio si verifichino atti o fatti che compromettono l’indipendenza e l’imparzialità dello svolgimento della funzione giudiziaria in un determinato distretto altra è l’ipotesi in cui il Magistrato, qualunque sia la sua posizione all’interno dell’ufficio, compia atti da cui derivino violazioni di norme disciplinari.

In ogni caso è pacificamente affermato il carattere non sanzionatorio della procedura ex art 2 L.G., ma di rimozione di situazioni non accettabili sotto il profilo della funzionalità dell’amministrazione della giustizia (e del prestigio con cui tale funzione deve poter essere esercitata).

Sembra quindi pacificamente affermabile che l’ipotesi da ultima valutata sia diversa e distinta dalla violazione di norme disciplinari e/o sostanziali da parte dei Magistrati ma attenga genericamente al corretto funzionamento dell’amministrazione della Giustizia in uno specifico distretto.

Si può a tale proposito menzionare e fare riferimento alle precedenti applicazioni della norma nella quale ogni volta dall’istruttoria è emersa ad esempio che nella Procura di XXXX vi era una situazione ambientale assai difficile e che essa era stata determinata proprio dai comportamenti del Procuratore, da un lato eccessivamente e inutilmente rigidi o di sottovalutazione del carico di lavoro gravante sull’unico sostituto all’epoca in servizio e dall’altro disattento alle esigenze della polizia giudiziaria e conflittuali con il Foro.

In altri termini l’intervento del CSM con la procedura di cui all’art 2 L.G. riguarda ipotesi di problemi di funzionamento di un ufficio giudiziario con riferimento a comportamenti o fatti dei titolari dell’Ufficio con riferimento all’ambiente.

Posta questa specifica applicazione dell’istituto, derivante dalla sua delineazione nella previsione normativa, si può passare a verificare se nel caso concreto del presunto contrasto tra la Procura di Salerno e la Procura Generale di Catanzaro possa trovare applicazione proprio tale procedura.

In estrema sintesi il caso di cui si parla è disciplinato e previsto dall’ordinamento il quale prevede espressamente che (Art. 11 c.p.p. - Competenza per i procedimenti riguardanti i magistrati) «1. I procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato, che secondo le norme di questo capo sarebbero attribuiti alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte d’appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al momento del fatto, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di corte di appello determinato dalla legge».

Pertanto il giudice naturale delle denunce a carico dei Magistrati che esercitano le loro funzioni nel distretto di Corte d’Appello di Catanzaro è il PM di Salerno. Questo giudice svolge (rectius: deve svolgere) le indagini a carico dei Magistrati di quel distretto e nell’ambito di tali indagini compie gli atti previsti dagli articoli 358 e ss. c.p.p..

Tali atti, come per ogni altra indagine svolta dal P.M., salva la diversa competenza per territorio determinata ex art. 11 c.p.p., sono soggetti agli ordinari mezzi di impugnazione previsti dal codice di rito.

Passando dalla elementare esemplificazione delle norme al fatto concreto si può affermare che l’Ufficio della Procura della Repubblica di Salerno ha svolto attività d’indagine e compiuto atti di indagine a carico di Magistrati del distretto di Catanzaro atti che, nel rispetto del codice di rito, sono soggetti agli ordinari mezzo di riesame.

Si tratta, pertanto, di una normale (si fà per dire) attività di indagine attraverso atti previsti dal codice di rito.

Rispetto a tali atti (di questo si discute) possono prospettarsi le seguenti ipotesi: a) “Illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni” (art. 2 D.Lgs. 109 del 2006); b) “Illeciti disciplinari fuori dell’esercizio delle funzioni” sub i) l’uso strumentale della qualità che, per la posizione del magistrato o per le modalità di realizzazione, è idoneo a turbare l’esercizio di funzioni costituzionalmente previste (art. 3 D.Lgs. 109 del 2006); ipotesi queste rispetto alle quali la titolarità dell’azione disciplinare spetta ai sensi dell’art. 14 al Ministro di Grazia e Giustizia e al procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.

Rispetto a ciò che è previsto dall’ordinamento e a ciò che è dato apprendere dalle informazioni sul fatto concreto non sembra proprio applicabile l’ipotesi di cui all’art. 2 del R.D. 511 del 1946.

I precedenti rispetto a tale istituto sembrano tutti condurre verso situazioni di incompatibilità dei Magistrati per vincoli di parentela o altro con l’ambiente in cui esercitano le funzioni.

Invero della questione seppure sotto altro aspetto si è occupata la Corte Costituzionale la quale in (Corte Costituzionale, sent. 4 novembre 2002, n. 457; Pres. Ruperto, Red. Mezzanotte) ha avuto modo di affermare che «Il cuore della argomentazione di quella sentenza stava tutto nello stretto legame esistente tra il diritto di difesa e la configurazione del procedimento disciplinare secondo paradigmi di carattere giurisdizionale, preordinati al soddisfacimento della duplice esigenza, da un lato, che il corretto svolgimento delle funzioni giudiziarie sia tutelato nella forma più confacente alla posizione costituzionale della magistratura e al suo statuto di indipendenza e, dall’altro, che al magistrato, incolpato di aver commesso un illecito, sia riconosciuto quell’insieme di garanzie che solo la giurisdizione può assicurare. Entrambe le esigenze sottese alla giurisdizionalizzazione della responsabilità disciplinare conducono a riconoscere al magistrato sottoposto al relativo procedimento la facoltà di avvalersi di un difensore di professione anziché consentirgli soltanto la nomina di un difensore “interno”, appartenente all’ordine giudiziario. Non può, al contrario, dirsi che abbia carattere giurisdizionale il procedimento di trasferimento di ufficio, nel quale non è un illecito compiuto dal magistrato che viene immediatamente in rilievo, ma una situazione obiettiva che si determina nell’ufficio ove egli esercita le sue funzioni. Regolato dal legislatore solo per sommi capi e con disciplina che precede l’entrata in vigore della Costituzione del 1948, l’attuale assetto di tale procedimento è il risultato anche di atti organizzativi del Consiglio superiore della magistratura, che ha adottato uno schema tipico del procedimento amministrativo. L’assenza di una deliberazione in camera di consiglio e il suo svolgersi, nella fase culminante, in sedute dell’assemblea, nelle quali ciascun componente del Consiglio può intervenire e manifestare, di regola pubblicamente, la propria opinione, e che sono destinate a concludersi con una votazione pubblica, sulla proposta di una commissione referente, imprimono al procedimento connotati non assimilabili all’attività giurisdizionale, come dimostrato anche dal fatto che il provvedimento finale è esternato con decreto del Presidente della Repubblica [rectius: Ministro della Giustizia]. Se queste sono le caratteristiche del procedimento, è da ritenere per esso sufficiente la regola del contraddittorio, nella sua accezione di previa audizione del soggetto interessato, che nel nostro Stato democratico si eleva a principio di tendenziale osservanza in tutti i casi in cui il provvedimento sia suscettibile di incidere su situazioni soggettive. E’ in conformità a tale principio che l’art. 4 del r.d.lgs. n. 511 del 1946 prescrive che dell’avvio del procedimento per trasferimento d’ufficio sia data comunicazione all’interessato e che questi abbia diritto di prendere visione e di estrarre copia degli atti, nonché di essere sentito personalmente. Sulla base di tale scarna previsione legislativa il Consiglio superiore della magistratura, a maggior salvaguardia del magistrato, ha previsto, con atti di organizzazione interna, che egli possa essere assistito da un collega. L’ulteriore eventualità che il magistrato interessato possa scegliere un difensore professionale, avvocato del libero Foro, sebbene non sia impedita dalla formulazione dell’art. 4, non è costituzionalmente imposta e non risponde all’attuale configurazione del procedimento per trasferimento d’ufficio. La previsione di una difesa personale o a mezzo di altro magistrato appare infatti idonea ad assicurare il nucleo minimo di difesa richiesto dall’art. 107, primo comma, della Costituzione nei procedimenti amministrativi che possono approdare al trasferimento d’ufficio. La pienezza della tutela giurisdizionale è assicurata nella fase di giudizio vera e propria che può seguire al procedimento amministrativo in virtù dell’esercizio del diritto di impugnazione spettante al magistrato. E’ infatti questo lo specifico strumento indicato dalla Corte, fin dalla sentenza n. 44 del 1968, come idoneo a realizzare, per gli appartenenti alla magistratura, quella ampiezza di tutela giurisdizionale, coessenziale allo Stato di diritto, nei confronti delle possibili violazioni di legge da parte del Consiglio superiore della magistratura. Si aggiunga che davanti al giudice amministrativo può venire in considerazione non solo la violazione di legge ma anche l’eccesso di potere, il quale, denunciato in alcuna delle sue figure sintomatiche, consente al giudice un penetrante sindacato sul provvedimento di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale».

In definitiva, anche la Corte Costituzionale, posta la particolare natura dell’istituto volto essenzialmente a garantire il funzionamento dell’amministrazione della Giustizia in un distretto qualora questo sia vulnerato da situazioni che incrinano il rapporto di imparzialità di chi lo esercita ha ritenuto l’istituto non sanzionatorio.

A questo punto si possono trarre le file del discorso: quali rapporti di parentela o amicizia o altro nell’ambito del distretto di Salerno con riferimento all’indagine di cui la procura è competente ex art. 11 c.p.p. rendono applicabile l’istituto del trasferimento ex art. 2 L.G. per come sempre affrontato dal C.S.M. e anche dalla Corte Costituzionale?




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domenica 7 dicembre 2008

Perché trasferire il Procuratore di Salerno?




di Nicola Saracino
(Magistrato)



La Prima commissione del CSM ha aperto due procedimenti per l’accertamento delle rispettive incompatibilità dei Procuratori di Catanzaro e di Salerno.

La procedura oggi avviata dalla competente commissione del CSM è funzionale all’applicazione dell’art. 2 della l. 511 del 1946

Eccone il testo, nella parte che interessa.

“Inamovibilità della sede.

I magistrati di grado non inferiore a giudice, sostituto procuratore della Repubblica o pretore, non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.
Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, previo parere del Consiglio superiore della magistratura, quando si trovino in uno dei casi di incompatibilità previsti dagli artt. 16, 18 e 19 dell’Ordinamento giudiziario approvato con R. decreto 30 gennaio 1941, numero 12 , o quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità”
.

Il trasferimento attuato contro la volontà del magistrato può essere di due tipi, tra loro eventualmente cumulabili: geografico o funzionale.

Il magistrato, cioè, può essere trasferito ad altra sede, con le stesse funzioni esercitate nella sede di provenienza, oppure con funzioni diverse; ovvero può essere costretto a cambiare funzioni, pur senza mutare il luogo del loro esercizio.

La gamma delle ipotesi nelle quali l’ordinamento giustifica il trasferimento d’ufficio di un magistrato, in forza della norma appena richiamata, possono suddividersi in due categorie: nella prima rientrano le incompatibilità determinate da rapporti di parentela o affinità con avvocati o appartenenti alle forze dell’ordine; nella seconda, invece, solitamente l’incompatibilità discende da comportamenti, non colpevoli, che tuttavia screditano il magistrato - e quindi la stessa funzione giudiziaria - agli occhi della collettività, nell’ambiente nel quale egli esercita le funzioni.

Nella vicenda in esame è presa, evidentemente, in considerazione la seconda tipologia di trasferimento d’ufficio.

E’ opportuno precisare che se la condotta ascritta al magistrato “dipendesse da sua colpa”, se integrasse, cioè, un illecito disciplinare, non troverebbe applicazione l’articolo in commento ma la diversa normativa introdotta dal D.lgs. n. 109 del 2006.

Da una lettura appena approfondita dell’art. 2 della l. n. 511 del 1946 possono ricavarsi alcune notazioni.

La prima gamma di ipotesi di incompatibilità, quella relativa ai rapporti di parentela, è solitamente fronteggiata con il trasferimento funzionale (se un magistrato ha un fratello avvocato penalista sarà opportuno che egli svolga funzioni civili); se ciò non fosse sufficiente (ad esempio quel magistrato ha anche una sorella avvocato civilista) si ricorrerà al trasferimento geografico.

Alle altre ipotesi d’incompatibilità, che solitamente dipendono da condotte del magistrato (anche estranee all’esercizio delle sue funzioni) si risponde, invece, con il trasferimento di sede, essendo testualmente previsto che egli non possa, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

La giurisprudenza amministrativa ha da tempo spiegato che l’incompatibilità si fonda su una valutazione oggettiva dei comportamenti e della ricaduta degli stessi sull’ambiente esterno, indipendentemente da qualsivoglia giudizio sulla colpa dell’autore del comportamento.

Si richiede, cioè, un vincolo tra il comportamento e le ricadute di esso nel luogo di esercizio delle funzioni, giacché scopo della norma è quello di tutelare la credibilità della funzione giudiziaria nell’ambiente ove il magistrato opera.

Sarebbe del tutto inutile spostare un magistrato dalla sua sede o dalle sue funzioni se la condotta considerata non compromette il rapporto tra il magistrato ed il suo ambiente.

Per tornare all’attualità, può notarsi come il CSM abbia aperto una pratica per l’accertamento dell’incompatibilità ambientale del Procuratore della Repubblica di Salerno per fatti (non addebitabili a sua colpa, questo è il presupposto) che si sono svolti a Catanzaro, e quindi in ambiente diverso da quello ove egli esercita le sue funzioni.

A questo punto diviene agevole argomentare che non servirebbe a nulla trasferirlo perché se si ammette che i fatti di Catanzaro hanno determinato ricadute negative sull’immagine del magistrato, questo effetto riguarderebbe l’intero territorio nazionale e non certo il ristretto ambito di Salerno.

Da un lato, quindi, il trasferimento di sede non servirebbe affatto a rimarginare la ferita creatasi tra la credibilità della funzione giudiziaria ed il suo ordinario ambiente di espletamento; dall’altro lato la procedura aperta dalla prima commissione non è quella che la legge prevede per l’applicazione di una “sanzione”.

Resta oscuro, allora, il motivo per il quale si è deciso di avviare questa sterile pratica contro il Procuratore della Repubblica di Salerno.




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Le inchieste di De Magistris e la mistificazione che logora la credibilità dei magistrati






di Silvio Liotta




A proposito del “buttarla in caciara” di cui ci parla qui Stefano Racheli, leggo un articolo su Repubblica del 5 dicembre 2008, sulla cd “guerra tra procure”, a firma di D’Avanzo, che non posso non commentare.

Leggendo l’articolo (riportato anche dalla rassegna stampa del blog e comunque raggiungile da questo link), salta agli occhi che il giornalista riprende acriticamente le argomentazioni utilizzate dalla Procura Generale di Catanzaro contro la legittima inchiesta condotta dalla Procura Generale di Salerno. Ne trascrivo un significativo stralcio: la Procura di Salerno “da tempo tesaurizzando le propalazioni del dott. De Magistris, le cui condotte sono state già sanzionate dal consiglio della magistratura, persevera nell’accreditare una versione processuale alternativa a quella verificata” (comunicato consegnato alla stampa il 3 dicembre a firma del Pg Iannelli e dei sostituti De Lorenzo, Garbati, Curcio). E’ interessante, fra l’altro, notare che dei magistrati, in un comunicato destinato alla stampa, definiscano “propalazioni del dott. De Magistris” quelle che tecnicamente sono “denunce” del dotto. De Magistris.

Quindi nell’articolo D’Avanzo sostiene che l’inchiesta condotta dalla Procura di Salerno nei confronti di magistrati della procura di Catanzaro è inutile, perché si basa sulle inchieste di De Magistris che sono state, secondo il giornalista, più volte valutate da organi terzi e quindi da essi censurate.

Premesso che le inchieste della procura di Salerno si spingono altre i confini di quelle di De Magistris (e quindi non si basano solo su dossier di indagine di De Magistris, ma assumono nuove rilevanze giudiziarie), D’Avanzo, quando parla delle censure sulle inchieste di De Magistris, sembra proprio che non sappia di cosa parla. Sembra che non conosca assolutamente i fatti, ma si limiti a rivelare la “Verità”; certo, quella sua, esclusiva e personale, completamente sganciata da un’adeguata analisi dei fatti ...

Il giornalista sostiene che le inchieste di De Magistris, sono state valutate nel tempo:

- da un giudice per le indagini preliminari;
- da un tribunale del riesame;
- dalla Corte di Cassazione.

“E sempre De Magistris ha avuto torto” (ma quando mai!).

Inoltre ci fa sapere che le inchieste di De Magistris sono state censurate:

- dal procuratore generale della Cassazione;
- dal plenum del Csm;
- dalla Corte di Cassazione (respinge il ricorso di De Magistris).

Sul fatto che le inchieste di De Magistris siano state valutate dagli organi richiamati da D’Avanzo non ci piove. Che le inchieste, lungo il loro iter istruttorio, vengano vagliate e giudicate dal GIP risulta cosa ovvia nel sistema giurisdizionale italiano. Ed evidentemente con l’avallo del Gip le inchieste di De Magistris hanno proseguito tutte e tre (“Toghe Lucane”, “Poseidone”, “Why not”), fino all’avocazione delle ultime due e al trasferimento del magistrato, che ha impedito la gestione di Toghe Lucane.

Un po’ più complesso il caso del Tribunale del riesame.

Faccio un esempio: il Tribunale del Riesame di Catanzaro annulla le perquisizioni (febbraio 2007), nell’ ambito dell’inchiesta Toghe lucane, a carico di due indagati. Successivamente nel novembre dello stesso anno la sesta sezione penale della Suprema Corte accoglie il ricorso presentato da De Magistris contro la decisione del Tribunale del Riesame. Anche i Tribunali del Riesame possono “sbagliare”. Ma questo, forse, D’Avanzo non lo sa.

Ulteriore esempio: Toghe Lucane, megaimpianto turistico Marinagri. De Magistris il 3 marzo del 2007 ottiene dal Gip il sequestrato del villaggio turistico Marinagri (un Gip che dà ragione a De Magistris: stupore!). Successivamente il 20 marzo 2007 il Tribunale del Riesame di Catanzaro dispone il dissequestro. Il 22 ottobre del 2007 la Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato da De Magistris contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame. Purtroppo non solo i Tribunali del Riesame “sbagliano”, ma anche le Sezioni della Cassazione. E così il pm di Catanzaro il 17 aprile 2008 dispone un nuovo sequestro della struttura (acquisita nuova perizia), convalidato nuovamente dal Gip (e torna lo stupore). Segue ricorso al tribunale del Riesame, che respinge, e successivo ricorso alla Corte Suprema, che respinge anch’essa il ricorso contro l’ordine di sequestro del pm di Catanzaro, dunque confermandolo.

“E sempre ha avuto torto”; riecheggia dall’articolo la tonante asserzione del giornalista D’Avanzo. Ad una persona normale verrebbe da dire: “ ma che film s’è visto D’Avanzo!”; “ma che male abbiamo commesso per meritarci i giornalisti che abbiamo!”.

Si consideri peraltro che reputo D’Avanzo uno dei migliori sulla piazza (e ho detto tutto).

Ma probabilmente la ragion di stato non ammette concessioni ai fatti, al vero giornalismo inteso come servizio sociale per un concreto esercizio delle libertà democratiche.

La domanda assillante rimane: ma qual è questa ragion di stato?

Trovare la risposta non è cosa facile, o comunque alla mia portata. Ma se non altro ci sembra di poter asserire che D’Avanzo alcune cose proprio non le sa.

Tornando all’articolo, possiamo quindi ritenere corretto quanto dice D’avanzo relativamente al vaglio delle inchieste di De Magistris da parte di Gip, Tribunale del Riesame e Cassazione (ovvietà per il nostro sistema giurisdizionale). Ma le valutazioni di tali organi non sono, come si vuole far credere, tutte contro il pm di Catanzaro, anzi nella maggior parte dei casi riconoscono la correttezza e fondatezza delle indagini stesse. Non si rileva inoltre alcun caso che vada oltre la normale dinamica tra inquirente e organi giurisdizionali di garanzia. Ma D’Avanzo questo probabilmente non lo sa.

Successivamente il giornalista ci informa che le inchieste di De Magistris sono state censurate (spero non si tratti di un nuovo MinCulPop): dal procuratore generale della Cassazione; dal plenum del Csm; dalla Corte di Cassazione.

E qui, mi dispiace per i vati del politically correct, ma si lambiscono i malmostosi pantani del falso storico; in quanto le censure a cui D’Avanzo fa riferimento non riguardano la sostanza delle inchieste da lui istruite, bensì riguardano aspetti disciplinari molto circoscritti rispetto all’insieme degli accertamenti che formano le inchieste in discorso.

Il Pg di Cassazione muove incolpazioni al pm di Catanzaro in ordine ad aspetti disciplinari, quindi relativi alla “forma” con cui le indagini sono state condotte, non giudica certo il merito, ovvero la fondatezza di quelle indagini. Ma questo D’Avanzo sembra non saperlo.

Per quanto riguarda quelle incolpazioni, il CSM riconosce la fondatezza solo di alcune di esse.

Al di là del merito di tali incolpazioni (la valutazione delle quali è abbondantemente discussa ed analizzata nella sezione dedicata del blog), risulta evidente che si tratta di addebiti disciplinari che nulla hanno a che fare con il merito delle indagini condotte da De Magistris.

Ma D’Avanzo, sulla base di quali fatti non è dato saperlo, ritiene che Procuratore Generale di Cassazione e CSM, nel suo plenum, censurano le inchieste del pm di Catanzaro.

Che dire poi del richiamo alla sentenza di inammissibilità del ricorso presentato da De Magistris alla Cassazione?

Appunto che dire, non c’è niente da dire, in quanto la sentenza ha riguardato un’interpretazione circa i termini di presentazione del ricorso avverso una sentenza disciplinare emessa dal CSM.. E non è in alcun modo entrata nel merito, né del processo disciplinare, né men che meno delle indagini.

Che c’entra la censura alle indagini di De Magistris? Niente, assolutamente niente.

Ma D’Avanzo non lo sa.

In sostanza D’Avanzo non sa di cosa parla.

In un altro passaggio, D’Avanzo sostiene che le due procure (Salerno, Catanzaro) irresponsabilmente ingaggiano nella mischia la Presidenza della Repubblica. Nella realtà dei fatti è la Procura Generale di Catanzaro che invia una lettera al Presidente della Repubblica.

A mio avviso, il problema non sta nel fatto che Jannelli spedisce una missiva a Napolitano; molti cittadini che si considerano ingiustamente perseguitati da magistrati spesso scrivono al Presidente della Repubblica (anche se Jannelli non è solo cittadino ma anche Procuratore generale; ciò lo dovrebbe indurre a maggiore cautela istituzionale).

Il problema, sempre a mio avviso, sta nella risposta della Presidenza della Repubblica, che non si capisce perché richieda alla Procura di Salerno “ogni notizia e – ove possibile – ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti …”.

Se la Presidenza della Repubblica ha necessità di prendere visione del decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno, possiamo mandare il link.

Per la richiesta di documenti di indagine o altro, dovrebbe essere il CSM a trasmettere la richiesta.

E il Presidente della Repubblica è Presidente del CSM, quindi ne fa parte; non è certo “il CSM”.

Insomma la Presidenza della Repubblica invece di lavorare per abbassare la tensione, l’aumenta.

Peccato perché, seguendo coerentemente le indicazioni di Napolitano, che chiedeva al sud di fare autocritica, una procura del Sud sta facendo autocritica: attraverso l’inchiesta di Salerno si sta cercando di capire quale graveolente grumo di malaffare si nasconde dietro il sottosviluppo del sud più estremo.

Insomma, Napolitano prima dice una cosa poi ne fa un’altra.

Se la procura di Catanzaro considera incostituzionale il sequestro di atti di indagini in corso non è certo mandando una missiva alla Presidenza della Repubblica che può pensare di risolvere il conflitto istituzionale.

Perché non solleva un conflitto di competenza presso la Cassazione o di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale?

Sembra quasi che la Procura di Catanzaro sia intenzionata a non “mollare l’osso”, ovvero i dossier di indagine ereditati da De Magistris.

Quali terribili nefandezze si nascondono tra quelle “carte”?

E sembra pure che in questa condotta trovi numerose “sponde istituzionali” che seguitano a stracciarsi le vesti ogni qualvolta altri magistrati, che non siano quelli di Catanzaro, intendano, nell’ambito di legittime indagini, verificare il contenuto di quei dossier.

Un’ultima questione.


Il disinformato D’Avanzo (ma che strano che lo sia un giornalista sempre tanto documentato) scrive ancora: “Dev’essere questo che consiglia a Salerno di sequestrare le carte e non di chiedere, più utilmente e pacificamente, una copia degli atti”.

D’Avanzo è l’unico giornalista che non sa (perché altri giornalisti ne hanno dato notizia già più e più volte) che è da febbraio di quest’anno (cioè da ben nove mesi) che - per sette volte - la Procura di Salerno ha chiesto a quella di Catanzaro copia degli atti e quella si è rifiutata di dargliela (nella motivazione del decreto di perquisizione che anche D’Avanzo può leggere su internet c’è la deposizione testimoniale del pm Bruni, che racconta di come il PG Jannelli non voleva consegnare quegli atti).

Alla fine dei conti, penso che non sia questo conflitto tra procure a gettare nel discredito la magistratura italiana.

Penso piuttosto che essa sia infangata dai magistrati collusi con il potere politico corrotto e corruttore ed in ultima istanza, da “certa” stampa.




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