domenica 18 gennaio 2026

Esibire gli scalpi non garantisce la giustizia del carnefice.



Il sistema disciplinare dei magistrati, concepito come garanzia di correttezza, imparzialità e rispetto delle regole, rappresenta uno dei pilastri della nostra democrazia. Tuttavia, un’analisi più attenta delle dinamiche interne fa emergere alcune criticità che rischiano di minare la fiducia dell’opinione pubblica nella reale equità del sistema stesso. 

Nel contesto della magistratura, le correnti rappresentano gruppi di pensiero e di appartenenza che, pur nati con l’intento di favorire il pluralismo, hanno finito col determinare logiche di potere e di influenza nelle carriere e nei procedimenti disciplinari. Non di rado, la percezione diffusa è che i magistrati indipendenti, non allineati o privi di appoggi nelle correnti dominanti, siano più esposti a procedimenti e condanne disciplinari rispetto a chi gode della protezione di solide reti associative.

Questa tendenza pone un serio rischio: quello della giustizia “di parte”, in cui il sistema disciplinare, invece di garantire imparzialità, potrebbe diventare uno strumento di pressione o di esclusione per chi si discosta dalle posizioni maggioritarie. Tale impressione è ulteriormente rafforzata dall’elevato numero di provvedimenti che coinvolgono proprio magistrati non organici alle correnti, alimentando il sospetto che le sanzioni diventino talvolta il risultato di equilibri interni e dinamiche associative piuttosto che di un’autentica ricerca della verità e della correttezza professionale.

Un sistema disciplinare percepito come parziale rischia di compromettere non solo l’autonomia individuale dei magistrati, ma anche la credibilità stessa della giustizia agli occhi della collettività. La paura di esporsi o di assumere posizioni indipendenti potrebbe scoraggiare il libero pensiero e la capacità critica, elementi imprescindibili per un esercizio pienamente consapevole della funzione giudiziaria.

Per superare queste storture è indispensabile avviare un percorso di riforma che assicuri trasparenza, equilibrio e reale uguaglianza di trattamento per ogni magistrato, a prescindere dall’appartenenza o meno a gruppi organizzati. Solo così il sistema disciplinare potrà recuperare la sua funzione originaria di garanzia per la collettività e di tutela dell’indipendenza della magistratura, restituendo piena dignità e autorevolezza a chi svolge un ruolo tanto delicato e fondamentale per la democrazia.

Oggi le sanzioni disciplinari vengono in gran parte irrogate contro magistrati che non risultano schierati o protetti dalle principali correnti della magistratura.
Inusitato rigore verso chi è senza casacca e clemenza verso i "propri", col frequente ricorso allo schema della "tenuità" del fatto (che c'è ma non si punisce).

Le sanzioni verso i magistrati sono tra le più dure che l'Ordinamento preveda, tra penalizzazioni di carriera e conseguenze economiche che non hanno pari in altri settori. Per non parlare del licenziamento disposto direttamente dalla Sezione Disciplinare del CSM nella veste di "giudice", con decisione senza appello (il ricorso per Cassazione vale a poco se serve rivalutare il merito della questione) e in palese violazione dell'art. 107 Cost. che riserva al CSM e a nessun altro tale possibilità.

Un sistema che i magistrati accettano ed hanno accettato proprio perché confidano nei loro santi nella Sezione disciplinare,  che eleggono loro stessi.
   
Il dato sbandierato in queste ore secondo cui i magistrati italiani sono i più sanzionati d'Europa, alla luce di quanto sopra, deve preoccupare anziché rassicurare e far capire che oltre al cambio del "giudice" vanno rimeditate anche le sanzioni. 

Perché intimorire l'arbitro avvelena la serenità della gara. 

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