di Luciano Varotti - Magistrato
E alla fine ci siamo…
Dopo la pubblicazione su numerosi quotidiani,
nazionali e locali, delle riunioni avvenute in luoghi non istituzionali tra
componenti ed ex componenti del
Consiglio superiore della magistratura e personaggi politici (fatti, come noto,
avvenuti nel maggio 2019), si assistite oggi a divulgazione di messaggi tra magistrati
di uffici più periferici, quali ad es. la Procura di Reggio Emilia (https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/grande-pal-sei-il-re-de-roma-le-chat-tra-mescolini-e-palamara-1.5409995).
In tutti i casi, sia in quelli di interesse
nazionale, sia in quelli locali, le persone coinvolte si sono spesso difese con
i soliti e noti argomenti.
Si è replicato asserendo che, in fondo, non vi
sarebbe nulla di male a chiedere informazioni sul proprio procedimento di
nomina e che, comunque, tali incontri o scambi di messaggi non avrebbero di
fatto avuto alcuna ripercussione concreta sui processi decisionali del
Consiglio superiore.
In altri casi le giustificazioni sono state più tragicomiche:
“io non c’ero”, “c’ero ma dormivo”, “sarei dovuto
andare via subito”, “si è sempre
fatto così”, “abbiamo comunque
nominato i migliori”, “non ci sono
prove di commissione di reati”, “siamo
alla cultura del sospetto”, “bisogna
contestualizzare”, ecc…, sino ad arrivare, in qualche caso, a prese di
posizioni in difesa di quello o di quel partito politico.
In realtà il vero danno arrecato alla
magistratura nel suo complesso è molto più grave di quello che deriva da una
nomina errata o caduta su un soggetto inidoneo (evento che anche in un sistema
sano può verificarsi).
È stato infatti compromesso – direi sbriciolato –
un bene forse non molto percepibile in prima battuta, ma di sostanziale
importanza, ossia la credibilità dell’istituzione “magistratura”, che riguarda non solo il singolo partecipante a
questo o a quell’incontro incontro o colloquio, ma l’intero sistema.
Qualunque persona, qualunque cittadino, oggi può
legittimamente chiedersi (e sollevare quindi il dubbio) se le indagini, le
decisioni e, in generale, gli atti della magistratura - sia essa di importanti
uffici giudiziari, come pure di uffici periferici - siano stati assunti in
piena indipendenza, oppure se essi siano stati condizionati da altre vicende e
favori, oppure se siano il mezzo per ottenere future utilità in cambio.
E questo enorme fardello (del quale siamo tutti
testimoni leggendo i quotidiani) grava non solo sulle indagini e sulle sentenze
assunte nel passato dalla magistratura, ma anche sulle indagini e sulle
decisioni che verranno assunte in futuro.
C’è dunque da chiedersi se, oggi, si possa permettere
che alcuni uffici giudiziari siano guidati e diretti da magistrati implicati in
questo anomalo e malato sistema di scambio delle correnti, oppure se essi non
vadano in qualche modo rimossi, eventualmente mediante una volontaria
iniziativa dei singoli stessi (quale ad es. una domanda di trasferimento).
I mezzi per procedere non mancherebbero, se si
pensa che, oltre alla (probabilmente utopica) domanda di trasferimento della
persona coinvolta, sussiste per il Csm la possibilità di non concedere al
soggetto interessato la proroga quadriennale nelle funzioni, oppure la possibilità
di trasferimento d’ufficio ex art. 2 del rd n° 511 del 1946, oppure, infine,
l’annullamento d’ufficio dell’atto di nomina, ai sensi dell’art. 21-nonies
della legge n° 241 del 1990, ove applicabile.
I mezzi, dunque, ci sono.
Speriamo che alla fine sopraggiunga - un po’ come
il settimo cavalleggeri nei film western - anche la volontà di procedere.
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