
La lentezza dei processi. Le diseguaglianze e i privilegi. Le violazioni delle regole civili. Dalla politica alle imprese. Parla l’ex magistrato.
Colloquio con Gherardo Colombo di Enrico Arosio.
Da L’Espresso del 2 ottobre 2008.
Da quando ha lasciato la magistratura, l’anno scorso, Gherardo Colombo si è reinventato come educatore, saggista, docente, dirigente editoriale. In due parole, fa lavoro culturale.
E teorizza che è cruciale farlo: divulgare le regole di convivenza civile è un impegno non più differibile per ricostruire in Italia una cultura condivisa delle legalità (il suo saggio “Sulle regole”, Feltrinelli, ha già avuto cinque edizioni).
L’ultimo suo intervento è alla rassegna Torino Spiritualità, il 28 settembre a Palazzo Carignano, con una lezione magistrale su “Speranza e giustizia”.
Prima della speranza, però, c’è la frustrazione del cittadino rispetto alla giustizia.
Dottor Colombo, alla giustizia il cittadino associa la lentezza. 15,2 milioni di cause penali pendenti. I dieci anni necessari, a volte, per il giudizio definitivo in una causa civile. E nessuno che spieghi perché.
«Una giustizia lenta è avvertita come ingiustizia. Non è una novità, si è ritenuto anni fa di inserire nella Costituzione il principio della ragionevole durata del processo. Ma la responsabilità è divisa tra molti fattori: Parlamento, governo, magistratura, avvocatura. E i cittadini».
I cittadini si vedono più come vittime.
«In Italia si registrano tre milioni di notizie di reato l’anno. E sono i cittadini a produrre reati».
Molti magistrati si seccano se si insiste sulle inefficienza della macchina giudiziaria.
«La disorganizzazione degli uffici, di cui è responsabile la magistratura, è spesso evidente. Ma c’è dell’altro. Il legislatore, per esempio, dovrebbe finalmente rivedere le circoscrizioni giudiziarie, accorpando i tribunali più piccoli e sopprimendo le sezioni distaccate che disperdono energie. Ma queste ristrutturazioni vanno contro diversi interessi, dagli avvocati, agli impiegati, qualche volta ai magistrati, ai sindaci che vivono la perdita degli uffici giudiziari come una deminutio».
Il cittadino sospetta ineguaglianza dinanzi a certe norme. Il lodo Alfano sull’immunità delle alte cariche pare la riproposta lievemente corretta del lodo Schifani, dichiarato incostituzionale nel 2004.
«Non è una mera riproposta, credo che si sia tenuto conto della sentenza della Corte, che potrà valutare la costituzionalità della legge, se la questione le verrà sottoposta. L’ineguaglianza affiora a livelli molto più vicini al cittadino. Per esempio, il processo penale oggi si svolge diversamente, a seconda che il reato sia stato scoperto in flagranza o no. Nel primo caso l’imputato è spesso giudicato da detenuto, il processo è rapido e può succedere che venga scontata interamente la pena prima del giudizio d’appello; nel secondo caso il processo può non finire mai, e magari concludersi con la prescrizione. Ma a essere arrestati in flagranza sono gli autori di reati come il furto, il piccolo spaccio, la resistenza a pubblico ufficiale; non i responsabili di grande traffico di droga, riciclaggio di denaro, corruzione, concussione, bancarotta».
Altri esempi?
«Il processo è costoso, per difendersi bene è spesso necessario spendere, e non tutti lo possono fare: una perizia di parte, indagini difensive, la nomina di un avvocato di grande esperienza sono spesso onerose. A un’eguaglianza formale può corrispondere una diseguaglianza sostanziale».
Perché nel caso Franzoni, il delitto dì Cogne, ci sono voluti tre anni dalla prima condanna alla sentenza in appello? Il processo si è svolto più in tv che ad Aosta ...
«E’ nella logica dello Stato democratico che i dibattimenti siano pubblici. Il che non vuol dire che le aule di giustizia debbano essere surrogate da programmi televisivi. Ma vorrei ritornare alla relazione tra cittadino e malfunzionamento della giustizia. Se il cittadino dà alla parola giustizia un contenuto diverso da quello assegnatole nella Costituzione, l’amministrazione della giustizia non può funzionare. Nella Costituzione giustizia vuol dire eguaglianza. Ovvero proporzionalità, reciprocità di posizioni e pari trattamento».
Nel Paese reale, invece?
«Nel Paese reale, spesso, la giustizia è intesa come conservazione di diseguaglianze e privilegi. Faccio anche qui un esempio. Milioni di cittadini non rispettano le disposizioni in campo fiscale e in materia edilizia, attribuendosi unilateralmente privilegi nei confronti di coloro che fanno il contrario. I loro comportamenti vengono periodicamente condonati: questo vuoi dire tutelare il vantaggio ottenuto violando le norme. Altrettanto si potrebbe dire sull’atteggiamento, culturale e non, nei confronti della corruzione».
Come introdurre la parola speranza in questo quadro critico?
«Si può parlare di speranza perché credo che attraverso riflessione e approfondimento ci si possa accorgere che è proprio la ricerca illegale del privilegio a creare ingiustizia e, in conseguenza, cattivo funzionamento del processo».
Non si può dire che il governo Berlusconi abbia agito con forza per garantire l’efficienza della giustizia.
«E’ da molto tempo che si fa poco o nulla per far funzionare la giustizia. E non parlo solo delle leggi che hanno ridimensionato alcuni reati, ridotto le pene per altri, previsto nuove immunità processuali. Non sono state prese misure dirette a disincentivare la pratica della corruzione. L’illegalità diffusa tra politica e imprese è stata rimossa dalla memoria dell’opinione corrente. E molti cittadini hanno partecipato attivamente a questa rimozione».
Lei torna alla sua missione: l’educazione alla legalità.
«In Italia sembra che tutto quel che non è motivato da un forte interesse economico personale sia una missione. Io non sto svolgendo alcuna missione. Se mi sono dimesso dalla magistratura dopo 33 anni è perché sento che bisogna contribuire a fare anche altro. Stimolare la riflessione per far funzionare la giustizia. Io uso a volte la metafora dell’idraulico».
La metafora dell’idraulico?
«Un signore che abita in un condominio chiama l’idraulico perché dal rubinetto della cucina non esce acqua. L’idraulico arriva, prende i ferri, lavora, ma non succede niente: osserva che la causa potrebbe essere a monte. Si fa indicare il rubinetto centrale del condominio, lo esamina, e vede che il problema è lì. Lo risolve, torna in cucina: l’acqua ha ripreso a scorrere. Il rubinetto della cucina è l’amministrazione della giustizia. Il rubinetto centrale è la cittadinanza. Se i cittadini hanno un rapporto pessimo con le regole è impossibile far funzionare la giustizia».
La speranza risiede in una maturazione civile dell’Italia: non facile.
«Se guardiamo al passato osserviamo, accanto a terribili ricadute, una tendenza al miglioramento: è stata abolita la tortura, la schiavitù, la discriminazione razziale, si è conquistato il suffragio universale. Perché escludere altri passi avanti?».
La speranza, lei dice, sta nella difesa e nell’attualizzazione della Costituzione. Che cosa mantenere, che cosa innovare?
«I principi fondamentali e la prima parte, garantendo i diritti fondamentali e l’uguaglianza di fronte alla legge, disegnano una società nella quale giustizia vuoi dire pari opportunità per tutti i cittadini. Per questo non possono essere cambiati. Si può innovare nella seconda parte, dove si parla del funzionamento delle istituzioni. Sarebbero utili maggior snellezza e governabilità: forse è il caso di abbandonare il bicameralismo perfetto, ridurre il numero di parlamentari, abolire le province. Purché le modifiche non mettano a repentaglio quel che della Costituzione non può essere cambiato (cosa che avverrebbe limitando l’indipendenza della magistratura ). Mi chiedo anche se, oltre ai poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) non dovrebbero essere divisi dagli altri anche quelli dell’informazione e della finanza, che sempre più influiscono sull’esercizio della democrazia. Ma il tema di fondo per me non cambia: la speranza passa attraverso il cambiamento della cultura, del modo di pensare dei cittadini».
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