mercoledì 1 giugno 2022

Compatibilissimi.



di Nicola Saracino - Magistrato 

Della dottoressa Donatella Ferranti, magistrato già parlamentare in quota al Partito Democratico, questo blog si è occupato più volte, seguendone la vicenda. 

Impegnata a chattare col dott. Luca Palamara, al pari di una moltitudine di magistrati, all’onorevole tornato in toga alla Corte di Cassazione è stata risparmiata l’azione disciplinare, in quanto per la Procura Generale l’interferenza sull’operato del CSM è prassi corretta e quindi non punibile. 

Forte di ciò la dottoressa Ferranti pretendeva che delle sue chat non si potesse parlare, anche perché protette dalle prerogative del parlamentare, tesi  che - a torto o a ragione - non ha fatto presa sul CSM che con la recente delibera ha ribadito che interferire sul CSM non è cosa corretta ma ha poi escluso che l’interessata, caldeggiando la nomina dell’uno a scapito dell’altro, fosse divenuta “incompatibile” con l’ufficio di appartenenza e quindi, oltre alla sanzione disciplinare, le è stato evitato anche il trasferimento. 

Del resto questo CSM aveva già plaudito al comportamento di un presidente del tribunale che si  adoperava, al di fuori delle vie formali,  per ostacolare la conferma di un collega nel ruolo di presidente di sezione. 

Ma cos’è l’incompatibilità cd “ambientale”? 

E’ prevista dall’articolo 2 legge guarentigie, modificata nel 2006, e prevede il trasferimento di sede e/o di funzioni a causa di situazioni  oggettive  determinanti, per il magistrato interessato, una condizione di effettiva impossibilità di svolgere adeguatamente le proprie funzioni giudiziarie nella sede occupata con imparzialità ed indipendenza.

Condizione esclusa dal CSM nella recente delibera perché, sentiti alcuni colleghi della dottoressa Ferranti, questi hanno riferito di non aver letto delle chat incriminate, di non averne parlato, di aver volutamente evitato di approfondire per il “riserbo” che s’imporrebbe al magistrato, anche quello investito di compiti latu sensu “sindacali”, come l’attuale Avvocato Generale che da Presidente della sezione dell’associazione nazionale magistrati in cassazione, a fronte del generale sconcerto dell'opinione pubblica e dello stesso Capo dello Stato, ha ritenuto suo compito quello di sorvolare, soprassedere, far finta di niente insomma.  

Ciò in sostanziale armonia con l’atteggiamento dell’ANM nazionale che ha impiegato secoli prima di aver formale accesso alla documentazione delle chat palamariane per trarne misere conseguenze in termini di sanzioni agli associati confabulatori. 

Su queste, assai  discutibili, basi il CSM - nella delibera che non si può leggere in quanto "secretata" forse perché vi sono riportate le chat che al dott. Di Matteo è stato impedito di leggere nella seduta pubblica trasmessa da Radio Radicale - ha quindi escluso l’incompatibilità della dottoressa Ferranti, come se contasse il solo rapporto coi colleghi d’ufficio; di quell’ufficio, per giunta, al quale molti se non tutti accedono con le famigerate nomine “a pacchetto”, vale a dire previamente concordate e frutto di spartizione correntizia solitamente preceduta da inciuci in tutto simili a quelli che il CSM ha addossato all’interessata come condotte scorrette.

Le nomine a pacchetto sono a tal punto sconce che il legislatore le ha dovute espressamente vietare con una norma ad hoc, in via d'approvazione. Così come è stato costretto a dire che interferire nei lavori del CSM è condotta da sanzionare disciplinarmente, visto che i titolari dell'azione disciplinare lo negano.     

Non conta, questa volta a differenza di altre, l’opinione della generalità dei soggetti che abbiano a che fare con la Corte di Cassazione e quindi degli avvocati, del personale e soprattutto dei cittadini che a quell’ufficio spesso consegnano l’ultima speranza di uscire indenni da contorte vicende processuali. 

Eppure non dev’essere rassicurante, per costoro, l’atteggiamento di chi confida che le decisioni del CSM non si basino solo sull’istruttoria formale (e legale) delle relative pratiche, ma siano  influenzabili da interventi esterni, non formalizzati e neppure documentabili se non quando per sfortuna s’incappi in un trojan inoculato nel cellulare dell’interlocutore amichevole. 

Che la dottoressa Ferranti fosse compatibilissima coll’ambiente nel quale esercita notevole influenza, caldeggiando la carriera di alcuni a scapito di quella di altri, era ampiamente presumibile. 

Che ciò venisse addirittura “confessato” in una delibera del CSM non infastidirà più di tanto le toghe  il cui maggior vanto è quello di praticare la virtù del riserbo, quello stesso ritegno che sovente connota le nomine, ispirate  da quanto non si può dire a dispetto di ciò che si scrive. 

La delibera che ha mandato esente da ogni conseguenza l'ex onorevole del Partito Democratico non si legge sul sito del CSM, è stata "secretata". 

Ma il segreto, l'eccessivo riserbo, non sono mai una cosa buona, perché contro la trasparenza. 

Post scriptum: anzi no!  

La delibera approvata non risulta secretata e può leggersi qui, scaricando il relativo pdf. Dalla pag. 98 si trovano anche le comunicazioni whatsapp col dott. Palamara che, non essendo state affidate a piccioni viaggiatori, non sono "corrispondenza" secondo lo stato dell'arte della giurisprudenza penale.    
 


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martedì 31 maggio 2022

Perchè la magistratura merita d'essere radicalmente cambiata.




Non saranno certo gli ingenui referendum di prossima celebrazione a determinare un qualche cambiamento.

Politica e magistratura vanno a braccetto, si sa. 

Gli stessi politici che a chiacchiere sostengono i referendum,  hanno appena votato una pseudo riforma alla camomilla che lascia intatto il correntismo, per giunta assoggettandogli anche quei magistrati che vogliono starne fuori.

Oggi il CSM ha santificato una prassi che in qualsiasi altro ambito sarebbe colpita. 

Quando si parla di commistione inammissibile tra politica a magistratura (copyright del Presidente della Repubblica) evidentemente si è inascoltati proprio dall'organo presieduto dal Capo dello Stato.

Un onorevole in toga ciatta con Palamara per chiedere questo e quello.

Il CSM dice che va tutto bene, perchè l'onorevole aveva a cuore le sorti della magistratura, messe in pericolo dalla destinazione di questo o quel magistrato, per lei  immeritevole,  al posto di turno.

Lasciate in pace anche Cosimo Ferri, tuona coerentemente l'isolato Nino Di Matteo (Ferri aveva sostenuto un magistrato valoroso a tal punto da essere mandato da questo stesso CSM a capo della Procura di Milano).

Questa è la plastica rappresentazione della politicizzazione della magistratura:  decisioni diverse per casi simili, giustificate solo con le maggioranze del momento.

E in questo momento, grazie anche al mancato scioglimento di un CSM senza precedenti, le maggioranze premiano alcuni in danno di altri. 

Non esiste al mondo che un magistrato estraneo al CSM possa interferire impunemente sulle sue scelte. 

Invece il CSM ama le interferenze, occasione di futuri premi per i consiglieri disposti ad ascoltare suppliche,   ricevere raccomandazioni se non addirittura prendere ordini.

Questo è il CSM che andrebbe difeso dai magistrati italiani?

Gli va senza dubbio preferito un Ministro, almeno investito democraticamente. 

Certo, di  Claudio Martelli in giro non se ne vedono ... 

      

                   

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lunedì 30 maggio 2022

Una ANM senza memoria nè identità




di Milena Balsamo - magistrato



Il 28 maggio scorso il Comitato Direttivo Centrale della Associazione Nazionale Magistrati ha diffuso un comunicato/appello (lo si può leggere a questo link:https://www.associazionemagistrati.it/doc/3571/lanm-sugli-emendamenti-governativi-al-ddl-di-riforma-del-processo-penale-ac-2435.htm), con il quale evidenzia i guasti che potrebbero produrre gli emendamenti alla cosiddetta Riforma Cartabia, in esame al Senato nei prossimi giorni.

Il documento del CDC, però, risulta alquanto superficiale, perché - pur accennando ad una possibile incidenza della riforma sul “senso autentico dell’architettura costituzionale della giustizia”, per poi preoccuparsi immediatamente dopo della riforma del sistema elettorale - pare non cogliere un dato importante ed a tratti eversivo: la maggioranza politica costituitasi in Parlamento sta modificando l’assetto costituzionale della Magistratura senza procedere alla indispensabile modifica della Carta fondamentale.

Eppure una piena consapevolezza del problema dovrebbe indurre, o meglio avrebbe già dovuto indurre, l’ANM ad evidenziare al legislatore il grave vulnus che la controriforma in discussione arrecherà all’assetto costituzionale, rendendo probabile. se non addirittura certo, il ricorso - in caso di sua approvazione – alla Corte Costituzionale.

Ma l’ANM si è ben guardata dal prefigurare una simile prospettiva alla Signora Ministra, forse per troppa deferenza.

Una analisi più profonda delle conseguenze della riforma avrebbe invece dovuto portare l’ANM, quantomeno, a:

-         mettere in risalto e denunziare il palese contrasto di alcuni sui passaggi con l’art. 107 Cost., a mente del quale i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni e il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario;

-         evidenziare che il sistema di progressione in carriera con concorso per esami è figlio dell’ordinamento giudiziario disciplinato dal r. d. del 1941, espressione del regime fascista, nel quale la magistratura si configurava come un ordine fortemente gerarchizzato, i cui vertici erano nominati dal governo.

E infatti “In quell’epoca i magistrati si distinguevano per gradi (che, fra l’altro, corrispondevano ai gradi militari) ed erano considerati “bocche della legge”, puri tecnici che dovevano non interpretare, ma applicare il diritto secondo il suo unico significato corretto. Per individuarlo, la selezione dei tecnici “più bravi” anche allora avveniva attraverso appositi concorsi interni per titoli o per esami, all’esito dei quali i “migliori” venivano promossi alle Corti di appello, quindi alla Corte di cassazione, per correggere gli eventuali “errori” dei tecnici di grado inferiore” (cfr. E. Paciotti su Questione Giustizia n. 1/22).

Il comunicato del 28 maggio quindi non rivela solo mancanza di autorevolezza, ma anche inconsapevolezza della collocazione dell’Ordine giudiziario nel quadro costituzionale, inconsapevolezza che è il frutto avvelenato di uno, a volte strisciante, a volte  palese, collateralismo con la politica. 

Questo fenomeno, orami radicato da tempo, ha paralizzato l’azione dell’associazione medesima, togliendole quella incisività che in alcuni momenti storici - ormai cronologicamente assai lontani – aveva consentito di contribuire all’evoluzione della cultura istituzionale della Magistratura.

L’Anm si è volutamente auto-relegata alla vicenda dell’Hotel Champagne, ignorando tanti altri luoghi ove si sono svolte manovre politiche di bassa lega e di cui molti magistrati hanno beneficiato continuando, anche dopo che esse erano emerse, ad esercitare le funzioni giurisdizionali senza subire conseguenze di sorta (disciplinari o penali).

Anche di questi episodi è intrisa la storia della magistratura italiana ma il comunicato del 28 maggio dimostra di non essere in grado di leggerle e ricordarle e di non saper nemmeno proporre una linea di opposizione.

A ben vedere da esso traspare una sostanziale condiscendenza a quella politica che mira ad attuare una controriforma dannosissima per il modello di magistrato disegnato dai padri costituenti.

Ciò spiega perché la maggioranza che governa l’associazione ora preferisca concentrarsi sul tema degli emendamenti al ddl, così dimostrando di non aver più, o addirittura di non aver mai avuto, intenzione né spinta ideale per tentare di fermare la contro-riforma, sebbene disponesse degli strumenti a ciò idonei.

E non ci si riferisce a forme di protesta come la recente indizione di un giorno di sciopero, peraltro miseramente fallito, quando ormai la riforma era stata approvata già dalla Camera, ma a proposte per incidere sul sistema elettorale del Csm.

In tale prospettiva l’Anm, ad esempio, ben avrebbe potuto proporre a tutte le correnti che la compongono - e, quindi, a se stessa - il sistema del sorteggio temperato, così da stroncare finalmente l’inveterata e nefasta prassi della designazione di candidati al Csm che sono espressione di singoli gruppi di interesse salvaguardando l’indipendenza interna dei magistrati.

Ed ancora: perché non è chiesto ai magistrati dei vari gruppi associativi che operano al Ministero della Giustizia, e che hanno collaborato alla stesura ed alla correzione del disegno di legge, di dimettersi ?

L’aver trascurato anche tale iniziativa, di agevolissima attuazione, fa ipotizzare che l’operato dei colleghi ministeriali sia linfa vitale per il mantenimento, la conservazione ed il rafforzamento dello status quo, ampiamente favorevole alle correnti della magistratura.




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venerdì 27 maggio 2022

Piccoli sintomi di Götterdämmerung, ovvero: c’era una volta il codice.



di Cristiana Valentini 

Alzi la mano chi non ricorda il testo dell’art. 523 c.p.p. La dimenticanza può verificarsi giusto se non si praticano le aule della giustizia penale da molto tempo, perché la disposizione è di quelle abbastanza indelebili anche alla memoria dello studente più distratto: «esaurita l'assunzione delle prove, il pubblico ministero e successivamente i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e dell'imputato formulano e illustrano le rispettive conclusioni… Il pubblico ministero e i difensori delle parti private possono replicare; la replica è ammessa una sola volta e deve essere contenuta nei limiti strettamente necessari per la confutazione degli argomenti avversari. In ogni caso l'imputato e il difensore devono avere, a pena di nullità, la parola per ultimi se la domandano».

Testo limpido, fraseggio compatto, la norma è un omaggio al contraddittorio, replicando schemi argomentativi risalenti all’alba dei tempi: tutte le parti illustrano le proprie conclusioni; tutte le parti possono replicare se vogliono; in omaggio alla peculiare posizione dell’imputato, costui e il suo difensore hanno diritto di giovarsi dell’ultima parola se la chiedono.

Tutto chiaro no? 

E, invece, a quanto pare, non è chiaro affatto, perché nei nostri Tribunali circola da alcuni mesi una roba che possiamo definire “leggenda metropolitana”, visto che non esiste nome giuridico adatto a definirla: secondo la leggenda, la parte civile avrebbe sì anch’essa il diritto di replica, ma solo se per primo replica il pubblico ministero, altrimenti deve tacere. E’ irrilevante che la legge dica nero su bianco che tanto il pubblico ministero quanto i difensori delle parti private possono replicare, perché la parte civile –narra la leggenda- vede le sue sorti appese a quelle del pubblico ministero, arbitro di decidere, col suo silenzio, anche se il difensore di parte civile ha diritto di parola o no. Ed è anche irrilevante che per avventura la replica abbia ad oggetto la pura pretesa civilistica, su cui il pubblico ministero non ha né titolo né modo per argomentare.

Chi scrive aveva appreso questa cosa dalla vox populi dei colleghi dei più disparati fori, senza crederla realmente possibile sino alla giornata di ieri, quando la leggenda metropolitana è divenuta realtà, privando la parte civile di un diritto di replica che avrebbe (tra l’altro) in concreto impedito al Tribunale di pronunziare un’erronea declaratoria di prescrizione; danno non da poco, dunque, realizzato, oltretutto, senza che alla parte civile fosse concesso di argomentare l’(effettiva) sussistenza del proprio diritto di replica.

Si dirà: perché evocare addirittura il crepuscolo degli dei wagneriano per una simile piccolezza? Beh, perché il diavolo è nei dettagli e in queste piccole, ma quotidiane e continue distruzioni del testo della legge, si consuma la tragedia di un sistema giustizia che ormai non conosce più regole ed è allo sbando totale.

Noi avevamo un codice; per alcuni brutto, per altri meraviglioso, per altri ancora perfettibile, ma di fatto lo avevamo ed era ciò che la legge dovrebbe essere: una fonte di certezze, umane e limitate, certamente, ma pur sempre una salda roccia cui aggrapparsi per evitare l’arbitrio.
Ora siamo al punto in cui il primo che si sveglia la mattina e decide, per esempio, che il diritto iscritto in seno al 523 c.p.p. non esista più, può farlo tranquillamente, anzi sarà anche imitato da altri creativi a cui è piaciuta l’idea.

E così, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi la legge viene trasformata in coriandoli, finchè non ci sveglieremo e ci accorgeremo che, nel silenzio generale, lo Stato di diritto non esiste più. 


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martedì 24 maggio 2022

Punto è a capo

di Nicola Saracino - Magistrato 




Solo il 5,7 % dei candidati è stato ammesso all’orale del concorso in magistratura. 

Non è tanto la percentuale a sorprendere,  quanto il dato che il numero degli ammessi alla prova orale è notevolmente inferiore a quello dei posti da magistrato messi a concorso, restandone  sicuramente scoperti almeno 90.
 
A sottoporsi al giudizio della commissione esaminatrice erano stati oltre 3.500 dottori in giurisprudenza che avevano variamente integrato la preparazione con ulteriori percorsi di studio, oggi imposti dalla legge prima di poter accedere al concorso. 

Si legge di un livello non adeguato della preparazione e, soprattutto, di una lingua italiana poco fluente espressa dai candidati ai quali s'imputa scarsa conoscenza del corretto uso della punteggiatura. Un problema piuttosto serio.  

Affermazioni che suscitano sconforto. 

Per i giovani laureati che sicuramente hanno profuso tutto il loro impegno per superare l’ostica prova concorsuale,  senza riuscirvi; per le gravi scoperture d’organico che saranno determinate dal basso numero di nuove leve; perché tra i tanti che non hanno superato le prove scritte molti sono verosimilmente già impegnati negli uffici giudiziari come coadiutori nel cd. “ufficio del processo”, questi ultimi selezionati in gran numero ed in brevissimo tempo. 

Ed allora s’impone un interrogativo. 

Perché è evidente il divario tra i criteri impiegati per selezionare i giovani laureati addetti all’ufficio del processo ed i nuovi magistrati. 

I primi, nel pensiero del PNRR,    dovrebbero alleviare non di poco il lavoro dei magistrati professionali, sotto la loro guida, collaborando all’attività di studio preventivo dei fascicoli oltre che alla redazione di bozze di provvedimenti tanto da far preventivare ottimistici incrementi della “produttività” degli uffici giudiziari,  con l’immissione di una forza sì  giovane e magari anche volenterosa, ma probabilmente selezionata con criteri piuttosto blandi; si tratta di giovani sottopagati e sicuramente precari. 
  
Di questi l’amministrazione della giustizia ha saputo far rapida incetta,  affidando alla risorsa messa a disposizione degli uffici giudiziari l’improbo compito di elevarne a dismisura il rendimento.
 
Molto più schizzinosa la stessa amministrazione si è manifestata  quando si è trattato di assumere magistrati professionali, retribuiti da professionisti e stabili nel loro impiego. 

Non si dispone degli elaborati scrutinati dalla commissione esaminatrice e quindi sarebbe azzardata ogni valutazione del relativo operato. 

Certo è che quella commissione aveva il preciso compito di “selezionare” i migliori tra i partecipanti alle prove scritte in una percentuale congrua rispetto ai posti  da assegnare con un concorso di per sé molto costoso per le casse pubbliche. 

Pare che la moltitudine dei neolaureati non abbia raggiunto, per così dire,  il “minimo etico” per fare ingresso con la toga da magistrato in un tribunale.

A quella stessa moltitudine,  nelle ambizioni del Ministro della Giustizia - subito scimmiottate da dirigenti degli uffici giudiziari  preoccupati più  ad assecondare il potente che  della qualità  del servizio offerto -  è affidato l’impensabile obiettivo di un sostanziale raddoppio della produttività degli uffici giudiziari. 

Quasi a dire che una malpagata e precaria manovalanza intellettuale è rimedio più a buon mercato per far funzionare la “giustizia” rispetto alla effettiva formazione delle nuove leve togate. 

Ignoro quale sia il livello preteso dai commissari dell’ultimo concorso, quanto alta fosse l’asticella da superare per accedere alla prova orale. 

So per certo che alla commissione si chiedeva di operare una selezione di idonei tra i giovani dottori in giurisprudenza di questo Paese e che il risultato non è stato raggiunto. 

Una brutta pagina. 

Il punto è al  capo …


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martedì 17 maggio 2022

Flick e flop …



di Andrea Mirenda - Magistrato 

Sei magistrati su dieci hanno salutato con un bel “ ciaone” l’Associazione Nazionale Magistrati e sono rimasti sulla scrivania a fare il loro dovere … 

In pratica, al netto della consueta guerra delle cifre, si attesta intorno al 48%  l’adesione allo sciopero anti Cartabia indetto da una ANM che, per molti versi, appare ingrata verso una Ministra che, secondo il preciso mandato del suo stake holder politico,  ha graziosamente risparmiato il collo alle correnti,  rottamando per fantasiosa incostituzionalità quel sorteggio che ne avrebbe fatto cessare il Lauto Governo.

Sonore le batoste nei principali uffici  del Paese (Cassazione  meno del 23%; Torino, Milano, Toscana, Abruzzo, Messina, Sardegna, ampiamente  sotto il 40%;  Venezia di poco superiore al 40%)  e merita attenzione il dato di Milano ( 39 %), nonostante la chiamata alle armi, in loco, del Presidente dell’ANM Santalucia.

Né si pensi che i magistrati che hanno inteso lavorare ciò abbiano fatto per adesione alla  riforma cartabiana.  Anzi!

La parola d’ordine che girava in questi giorni era, difatti, tra i colleghi,  “Né con Cartabia né con ANM”: e  questo è stato, almeno per una fetta notevole del corpo giudiziario, oramai capace di individuare l’ordine reale dei fattori. 

Ecco, allora, che il correntismo, di cui l’ANM è diretto percolato, diviene -  per un magistrato su due – la prima e principalissima minaccia alla sua indipendenza, specie quando privo (per scelta) della protezione del gruppo. 

E se non c’è alcun dubbio sull’inconsistenza riformista del progetto cartabiano (con un CSM che resterà graziosamente in balia dei soliti noti, ancora festeggianti…), non vi è parimenti dubbio che le pretese minacce che esso introdurrebbe - con la pagellina del magistrato, la farsesca separazione delle funzioni  (nulla più che  che la fotografia dell’esistente)  e il voto degli avvocati nei C.G. ( che, al contrario, andrebbe salutato con favore, quale blandissimo antidoto etico  al noto corporativismo dei “tutti bravissimi”) -  comparate a quelle vive e presenti rappresentate  da una correntocrazia asservitrice che, in questi ultimi 15 anni, col suo nominificio “taroccato”, ha leso la pari dignità dei magistrati dando vita ad una magistratura alta e una bassa, abbia la tossicità …. della Cedrata Tassoni.

Di qui la scelta morale di prendere le distanze da costoro: “non in loro nome!”

Santalucia ne tragga le doverose conseguenze…


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Atto di debolezza



Meno della metà dei magistrati ha scioperato.

Eppure l'assemblea dell'ANM aveva deciso lo sciopero con maggioranza bulgara. 

Com'è possibile?

Sono gli arcaici metodi del "Sistema", spacciato per democrazia.   

Nell'era della telematica le assemblee dell'associazione nazionale magistrati si svolgono ancora con il calepino, assemblee fisiche, dunque. Da Trento a Reggio Calabria i togati chiamati al consesso devono fare la valigia, prendere l'aereo, pagarsi un albergo per essere "presenti" nel centro del potere associativo, Roma caput mundi

L'alternativa è quella di "delegare" qualcuno che voti a nome tuo.

E' il sistema delle deleghe, per l'appunto: all'assemblea partecipano fisicamente poche decine di magistrati, per lo più correntisti, che hanno fatto incetta di deleghe e così, all'atto del voto, uno non vale uno. 

A dar retta ai proclami, questo sciopero era voluto dal novanta per cento dei magistrati. 

Un atto di forza, dunque.

Ed invece ha smascherato la debolezza del correntismo che dalla finta riforma Cartabia trae ogni speranza di sopravvivenza.

Era palese che si trattava di una protesta "pro forma": serviva alla politica per poter dire di aver dato fastidio ai magistrati. 

Ma il Capo dello Stato non ce l'aveva coi magistrati, bensì col Sistema. 

Contro il quale nulla è stato fatto. Anzi. Indebolire i singoli magistrati, come ha fatto il ministro Cartabia, altro non fa che rafforzare il Sistema correntizio al quale essi vengono consegnati mani e piedi.

E' una riforma che pecca d'incompetenza - nell'ipotesi migliore - perché denota di non conoscere i problemi e quindi non li risolve, li aggrava.

Quasi la metà dei magistrati aveva indicato la via per estirpare il correntismo dal CSM: il sorteggio temperato dei candidati.

Una politica miope ha trascurato quella indicazione adducendo pretesti che confliggono con il chiaro invito del Presidente della Repubblica a ripensare il modo di "formazione del CSM", formula della quale solo i disattenti non colgono la portata innovativa. 

E invece siamo fermi, al correntismo, al medioevo della Repubblica. 

I correntisti non temono realmente le "pagelle" perché  i voti li darà il Sistema. 

A meritare un bel quattro è chi  lo ha messo, ancora una volta, in cattedra. 
  
         


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mercoledì 27 aprile 2022

Etologia giudiziaria

               

di Lorenzo Matassa - Magistrato
    

Ammetto che il tema che affronterò di qui a poco potrebbe indurre all’umorismo più di uno smaliziato lettore.

Forse ne abbiamo bisogno in tempi in cui, tra pandemia e guerra, diventa sempre più difficile articolare i dodici diversi muscoli facciali del sorriso.

D’altronde, non era il vecchio Sigmund che assumeva che il sorriso è il risparmio nel mondo economico dei sentimenti?

Si sorride allorché tutte le lacrime possibili sono esaurite.

Va bene… cercherò di non farla lunga con i preamboli e le premesse andando direttamente al punto in cui il mulo ed il magistrato hanno la loro confluenza.

Avete letto bene: questo articolo affronta – senza censure di sorta – un luogo di convergenza etologica mai prima d’ora esplorato.

Non giudicatemi, da subito, irriverente ed eversore dell’ordine giudiziario.

Non sono certo io che ho sollevato l’ardito accostamento, ma, addirittura, l’appena nominato Procuratore della Repubblica di Milano.

Insediandosi nel prestigioso incarico, solo tre giorni fa, Sua Eccellenza ha subito chiarito il punto di vista (molto siciliano) agli interlocutori meneghini.

La frase riportata da tutti i giornali sembra sia stata di questo tenore: “L’animale simbolo del lavoro del magistrato non è l’aquila né il leone, ma il mulo“.

Sicuramente, più di un milanese sarà rimasto di sasso nell’ascoltare e metabolizzare il paragone etologico.

Se non altro perché di quadrupedi ibridi, a Milano, non se ne vedono da molto tempo, mentre in Sicilia questi pazienti animali aiutano (in alcuni paesi delle Madonie) nella raccolta dei rifiuti.

Beh… è possibile che qualcuno, tra i magistrati, possa essersi sentito offeso.

Non certo colui che, in quella stessa sede giudiziaria, usava paludarsi di notte in pelle di volpe con due code.

Però, dobbiamo ammettere che, in un sol colpo, la maestosa natura del rapace e quella regalmente ruggente della criniera felina sono state oscurate dall’altisonante e cacofonico raglio asinino.

Se era un modo per dire che il vero uccello si vede in volo e che non basta fingere di ruggire per sentirsi dei leoni, suppongo che il messaggio sia pervenuto forte e chiaro.

Conoscendo la tempra dell’Eccellente etologo neo-insediato suppongo che molti, in quell’ufficio, dovranno farsene una ragione.

D’altronde – sempre alludendo alle leggi della savana – a volte il leone (quello vero…) deve fare sentire il suo ruggito quantomeno per ricordare alle gazzelle la loro paura.

Tuttavia, da convinto animalista, ci si permetta un suggerimento al capo dell’organo inquirente milanese.

Non vi è una natura etologica che specificamente possa essere accostabile a quella del magistrato.

O, meglio, se può affermarsi – con inequivoca certezza – che i nostri magistrati martiri sono stati aquile e leoni uccisi da sanguinari bracconieri, allo stesso modo può dirsi che altri (tradendo il loro ruolo) sono stati miserabili iene, avvoltoi o serpenti.

In questa giungla, savana o deserto (o come la si vuol chiamare…) della giustizia italiana poi vi sono tanti altri abitanti.

Alcuni sono degli ingombranti ippopotami, altri strani armadilli, altri ancora singolari ed impacciati ornitorinchi.

La nomofilachia, poi, genera comportamenti etologicamente scimmieschi.

Come in ogni eco-sistema, nello zoo della Giustizia italiana vi è di tutto.

Per questo motivo ritengo sia stato inappropriato, per il mulo, formulare il non preciso accostamento…


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P.S. E ci sono tanti struzzi che fanno finta di non vedere la devastazione che le correnti hanno creato nella magistratura...


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sabato 23 aprile 2022

Le libertà dei "democratici".



 “Lo sa cosa ha dichiarato l’altro giorno il giudice Andrea Reale, componente del Comitato direttivo dell’Anm per Articolo 101? Considerato che questa riforma segna il successo delle correnti, ha proposto a tutti i rappresentanti dell’Anm di andare a fare un brindisi all’hotel Champagne o presso il bar Ungheria. Brindisi da fare nella prossima ‘notte della legalità’ (evento indetto dall’Anm nei prossimi giorni per protestare contro la riforma)”.

E’ quanto riportato dal quotidiano il Riformista a margine di un’intervista al dott. Luca Palamara il quale l’ha presa bene e  si è messo a ridere. 

Si sono offesi, invece, i correntisti di AREA Democratica per la Giustizia (per nulla riformisti, a differenza di Reale), a tal punto da isolare l’autore di quella provocazione abbandonando la chat whatsapp che include(va) tutti i componenti di  un comitato direttivo dell’ANM. 

Sono arrabbiati perché quelle cose Andrea Reale le aveva dette prima a loro e poi sono finite sulla stampa. 

Castratori di canguri, ovvero l’arte di acchiappare palle al balzo quando non si ha di meglio da fare e da dire.  

Ignoriamo come il giornalista conoscesse la proposta di Andrea Reale ma è riconoscibile il pretesto dei correntisti per bloccare la diffusione delle idee non collimanti con le proprie. 

Ove anche fosse stato lo stesso Andrea Reale ad aver diffuso l’"invito" alla festa dello Champagne  per festeggiare l’ennesimo regalo al Sistema messo in campo dalla finta riforma del CSM, ne aveva tutto il diritto. 

Perché è un atto di denuncia pubblica dell’inciucio tra le correnti e la politica. 

Che si sappia in giro, evidentemente, non piace ai “democratici”. 


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sabato 16 aprile 2022

Vicini vicini




di Nicola Saracino - Magistrato 

E’ ormai chiaro a tutti che non sarà riformato un bel nulla. Quindi si brinda, anzi si sciopera!  

Il CSM verrà eletto su base politica con le candidature in mano alle correnti (i partiti togati) ed il sorteggio dei collegi (bestemmia, invocato invano) rafforza gli eserciti organizzati perché determina che i candidati non sono neppure conosciuti nel territorio ove le votazioni si svolgono; il voto sarà elargito per direttiva della corrente e vi saranno scambi elettorali abilmente concordati. La “disciplina” del voto è sempre stata un’arte correntizia. 

La separazione delle funzioni rispecchia quanto già è in atto, visto che i passaggi dalla magistratura requirente alla giudicante e viceversa sono già  da molto tempo una rarità; resta il fatto che le due categorie continueranno ad essere rappresentate nei consigli giudiziari ed al CSM, condizionandosi reciprocamente.

Questa simbiosi nell’ultimo ventennio non ha portato in dote più “giurisdizione” ai pubblici ministeri, semmai più “gerarchia” nella giudicante. 

Agli avvocati il contentino di un “voto unitario” (cioè un solo voto nell’ambito di organo collegiale) sul gradimento del magistrato in valutazione; se vogliono incidere sulla vita professionale dei magistrati, accettino  a loro volta di essere giudicati dagli stessi organismi a composizione mista.  Se calderone dev’essere è corretto che lo sia per tutti.  

Le porte tra politica e magistratura non hanno mai girato per i tipi alla De Magistris,  che raccolgono una valanga di voti e si dimettono dalla magistratura. I partiti, tuttavia, forse la smetteranno di riempire le loro liste elettorali con toghe sospette, a meno che non garantiscano loro un’elezione sicura che li ricompensi del sacrificio di non dover più scrivere sentenze o istruire processi.
 
Resta la lusinga dell’incarico d’oro, visto che il magistrato chiamato all’alta burocrazia dalla politica, oltre al “gettone” di circa 250.000 euro all’anno conserverà anche il suo stipendio, sebbene non metta piede in un’aula di tribunale. La politica si mostra piuttosto generosa coi subalterni, magari tornano utili quando vestiranno nuovamente la toga a capo di qualche ufficio di procura. 

Della serie mi ritorni in mente, pensando a Palamara: vengono introdotti due “nuovi” illeciti disciplinari consistenti nell’adoperarsi per condizionare indebitamente l’esercizio delle funzioni del CSM, al fine di ottenere un ingiusto vantaggio per sé o per altri o di arrecare un danno ingiusto ad altri e nell'omissione, da parte del componente del CSM, della comunicazione agli organi competenti di fatti a lui noti che possono costituire l’illecito disciplinare del condizionamento indebito. Ma quindi Palamara ed i consiglieri dello Champagne sono stati condannati senza una legge? 
E' solo fuffa, se si ammette il condizionamento “debito” del CSM,  che continuerà a legittimare la spartizione politico/correntizia.

In ultimo il fascicolo del magistrato che raccolga i suoi “insuccessi”, sentenze demolite o accuse non provate. E’, tra tutte, la vera mandrakata, degna del compianto Gigi Proietti. Al netto delle evidenti anomalie che abbiamo già segnalato, sarà divertente vedere come il governo attuerà la delega che sta per farsi dare dal Parlamento. Perché le valutazioni di professionalità del magistrato avvengono ogni quattro  anni ed i processi d’impugnazione durano mediamente molto di più. Quindi nessuno saprà che fine hanno fatto i provvedimenti del valutabile. 

Ogni riforma che riguarda la magistratura, per tradizione, va sugellata con uno scioperino dei magistrati: è il brindisi all’accordo tra la politica e le correnti che della prima sono la longa manus

Perché più  la politica si accanisce coi singoli magistrati, più è chiaro che vuole  rafforzare le correnti, i partiti togati, che avranno libero arbitrio su chiunque si mostri irrispettoso delle gerarchie politiche del momento storico. 

E così un’indagine "sensibile"  si farà solo se avrà il preventivo benestare dell’establishment; in caso contrario verrà stroncata con la punizione del colpevole, cioè dell’indagante impertinente.  

Il fatto che l’ANM stia proprio in queste ore allestendo il cerimoniale della protesta di rito,  conferma e rinnova la vicinanza tra politica e magistratura.  
 


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giovedì 14 aprile 2022

Incostituzionalisti



Una categoria di nuovo conio.

Include quelli che se non sono d’accordo con un’idea la bollano di “incostituzionalità”, senza neppure spiegare perché.

Al massimo si arrischiano in una prognosi di non promulgazione, così anticipando il pensiero del Presidente della Repubblica.

Scartato il sorteggio temperato, senza motivi diversi da quello palese di conservare al Sistema il controllo politico dei magistrati, il correntismo esce assai rafforzato dalla finta riforma che il Parlamento si accinge a votare così come licenziata dal Governo. 

Seguirà, stiamone certi, la finta protesta del Sistema.

Gli incostituzionalisti, tuttavia, non disdegnano di avallare ipotesi strampalate quando ciò possa dare l’idea di far qualcosa contro i magistrati (mai contro il Sistema).

E allora ecco sul tappeto quella di penalizzare i giudici che non vedano confermate le loro decisioni nei gradi di impugnazione o i pubblici ministeri le cui richieste non incontrino il favore dei giudici.

Cosicché il giudice non è più soggetto soltanto alla legge (art. 101 Cost.) ma all’ultima sentenza della Cassazione, almeno sino a quando non sarà superata da altra di segno opposto.

La qual cosa si verifica, nella pratica, quotidianamente.

La cd. funzione nomofilattica della corte di legittimità è una chimera poiché su un numero sempre crescente di questioni esprime orientamenti differenziati.

Pertanto è solo questione di sorte se la sentenza di un giudice troverà o meno l’avallo delle corti “superiori”, dipende da quale sezione, addirittura da quale collegio, esaminerà il caso dato che i contrasti interpretativi sono spesso presenti all’interno di una medesima sezione della corte di cassazione.

Non era questo il “sorteggio” buono, vien da chiosare.  

Al giudice, a quello stesso giudice al quale si chiede di dubitare delle leggi quando esse non appaiano conformi a Costituzione, si proibisce di dubitare dei precedenti giurisprudenziali, che legge non sono.

La rozzezza dell’ipotesi risalta sol che si consideri che essa non assicurerà neppure l’obiettivo del “conformismo” giudiziario cui tende. Perché se i contrasti interpretativi si manifestano in sede di giudizio di cassazione viene a mancare lo stesso parametro al quale conformarsi.

Gli incostituzionalisti ignorano che alla Carta fondamentale risultano indigeste le leggi che sragionano e quindi non si pongono neppure, questa volta, il dubbio che una simile trovata possa incontrare ostacoli in sede di promulgazione.

 


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lunedì 11 aprile 2022

Segreti e bugie



  Si è più volte parlato dei segreti che confluiscono a Palazzo dei Marescialli dalle procure di tutto il paese. 

   Una circolare obbliga i procuratori della Repubblica a rivelare ogni indagine penale che riguardi un magistrato, avendolo stabilito lo stesso CSM. 

  Non esiste, tuttavia, alcuna regolamentazione dell'uso di quei segreti, finché restano tali.

  Una possibile chiave di lettura l'ha offerta il saggio a firma Sallusti-Palamara nella parte in cui racconta di come i "cecchini", assoldati da "Il sistema", abbiano buon gioco quando si debba, ad esempio, eliminare (figurativamente) una toga dalla corsa ad un incarico.

  Talvolta quei segreti sono come castagne appena tolte dal fuoco e risulta molto difficile maneggiarli.

  E' quanto accaduto con la vicenda della cd Loggia Ungheria il cui scottante incartamento ha percorso strade piuttosto impervie, per poi finire la sua corsa sulle prime pagine dei quotidiani

  Dalla qual cosa sono scaturiti processi penali con l'accusa di rivelazione del segreto d'ufficio rivolta a magistrati.

  Dell'esito, in primo grado, di uno di quei processi si è occupato Nicola Saracino in un commento, di natura tecnica, ospitato dalla rivista giuridica Archivio Penale che può leggersi a questo link: Quando l'inganno è autorevole (o autoritario?)

              

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sabato 9 aprile 2022

Siamo preoccupati



Il disegno di legge governativo, che sarà sottoposto alla scontata ratifica del Parlamento e quindi alla sospirata promulgazione presidenziale, è ormai delineato nel senso del completo abbandono di ogni credibile tentativo di arginare il correntismo.

Il metodo elettorale prescelto per il Consiglio Superiore della Magistratura non scalfisce il dominio correntizio delle candidature ed alimenterà il Sistema negli anni a venire. 

Il carrierismo dei singoli sarà, come prima, il suo combustibile, sempre a buon mercato.

Ma un prezzo c’è ed a pagarlo saranno i cittadini ai quali viene negata una giurisdizione indipendente ed imparziale. 

Non siamo preoccupati per noi. 

Da sempre consapevoli che la cosa difficile non è fare carriera in magistratura bensì resistere in una magistratura di carrieristi, diretta con logiche di appartenenza che contraddicono il primario impegno che ogni magistrato dovrebbe mantenere, quello dell’imparzialità.  

Eppure il senso dei sistematici, ripetuti, accorati quanto inascoltati moniti presidenziali contro la politicizzazione del CSM è sempre stato chiaro, inequivocabile quello del  Presidente Cossiga nel 1990: "La natura di rappresentanza sostanzialmente politica assunta, anche terminologicamente, da talune componenti del Csm e il carattere politico che il Consiglio è venuto assumendo, rivendicando poteri, che finiscono per incidere sulla stessa giurisdizione, così attuando una politica della giustizia mediante inchieste, indagini, pronunciamenti di vario genere, non consentono una partecipazione del presidente della Repubblica, ancorché fosse convinto, ma non lo è, della legittimità di questi comportamenti.".

Abbandonare i magistrati ad un CSM politico significa privarli d’ogni garanzia che la Costituzione ha previsto perché essi possano svolgere il proprio compito con piena autonomia ed indipendenza, sudditi soltanto della legge nell’interesse dei cittadini.

E’ per i cittadini, dunque, che siamo preoccupati. 

Perché una riforma fatta in fretta e furia al dichiarato scopo di arginare il correntismo ed il Sistema che ne è il frutto produce un risultato in plateale contrasto con quell’obiettivo, peraltro ripescando un congegno elettorale (quello dei collegi sorteggiati) abbandonato nei primi anni 2000 proprio perché agevolava le trame spartitorie delle fazioni togate.

Siamo preoccupati perché siamo certi della buona fede della politica.

Siamo persone che il Sistema lo conoscono molto bene perché lo avversano da molti anni.

Siamo "competenti". 

Verificare la vacuità del prodotto scaturito dal concitato lavoro che non pone alcun rimedio al male del correntismo - in tal modo disattendendo, nel merito, l’ennesimo “monito” di un Capo dello Stato - genera profondo sconforto. 

Anche se per noi non cambia nulla. 

E neppure per Voi.


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venerdì 8 aprile 2022

Il passo del gambero.



Si aggirano nei corridoi dei palazzi romani suggeritori di professione che le sparano tutte per impedire la fine del Sistema.

Con questo paradosso: pur di evitare che, attraverso quello dei candidati, si sottragga alle correnti il potere di designare i componenti del CSM, il sorteggio è stato elevato a fine, quasi un "principio del sorteggio”.

E quando si mescolano alla rinfusa mezzi e fini, il risultato tragicomico è inevitabile.

Non era un ingrediente, era la pietanza finita: non basta cioè mettere, qua o là poco importa, un po’ di sorteggio per indorare la pillola avvelenata del correntismo. 

Una prima versione del sorteggio tot al chilo appare nel maxiemendamento governativo, quella del “sorteggio residuale”: se le correnti, oltre ai predestinati, non candideranno anche un numero minimo di portatori d’acqua, a questo ci penserà la sorte. Insomma, al destino le vittime sacrificali.

In questo modo, ovviamente, non si fa un passo avanti sulla strada verso la soluzione del problema dell’occupazione correntizia del CSM.

Che non si troverà mai nel sistema elettorale, ovvero nelle regole di distribuzione dei seggi tra i candidati, già sperimentate in innumerevoli forme e combinazioni.

La soluzione sta nel precludere ai partiti togati di INDICARE i candidati e quindi i sicuri componenti del CSM.

Lo strumento tecnico per realizzare questo obiettivo è il sorteggio dei candidati, c.d. “sorteggio temperato”.

Solo se occorre mascherare la resa può spiegarsi che del concetto stesso del sorteggio sia fatta la mattanza annunciata in queste ultime ore. 

Nell’ultima versione, “il principio del sorteggio” assume le vesti della “roulette dei collegi”: non si sorteggiano i candidati ma i collegi nei quali i soliti candidati di corrente saranno votati.

Anche questa, come quella del “sorteggio residuale”, completamente inservibile allo scopo dichiarato di contrastare le degenerazioni del correntismo.

Non solo, è di tutta evidenza che il sorteggio dei collegi, lungi dall’indebolire le correnti, le rafforza ancora di più perché, con le basi di consenso perennemente alimentate su tutto il territorio, avranno gioco facile a imporre i loro candidati già programmati.

La cosa sorprendente non è tanto la proposta in sé, che è per giunta roba vecchia e dismessa.

Tra le tante insalate elettorali che contrassegnano la storia delle elezioni, infatti, il CSM ha già vissuto questa esperienza.

Correva l’anno 1990 e si doveva eleggere il nuovo CSM con la partecipazione della neo corrente denominata Movimento per la Giustizia-Proposta ’88, formata da fuoriusciti di altre due correnti (Unicost e Magistratura Indipendente); tra loro, un tale Giovanni Falcone.

Raccogliendo le sollecitazioni delle correnti storiche, forse impaurite da quella ingombrante figura di magistrato, il legislatore intervenne poco prima delle consultazioni elettorali, più o meno come sta per fare adesso, con una legge d’aprile.

Un mix costituito dall’innalzamento della soglia di sbarramento dal 6 al 9 per cento e, appunto, dal sorteggio dei collegi

La sortita non impedì che il Movimento per la Giustizia conquistasse alcuni seggi al CSM, ma permise di sbarrare la strada a Giovanni Falcone, risultato, ancora una volta, il “non eletto”.

Il correntismo continuò a spopolare imperterrito non diversamente da prima, se non per il fatto che le correnti erano una in più.

E spopolava così tanto che nel 2002, per frenarlo, intervenne l’allora Ministro della Giustizia,  l’ingegner Roberto Castelli, proprio per eliminare il “sorteggio dei collegi”.

Ogni modifica del sistema elettorale che lasci il pallino delle candidature in mano alle correnti è comunque destinato a fallire (oppure no, dipende da cosa realmente si vuole). 

Di fatto, la riforma voluta dalla Lega del Ministro Castelli - che abolì il sorteggio dei collegi - non ha impedito al Sistema di prosperare sino ai giorni nostri. 

A sorprendere è che proprio dalla stessa forza politica dell’ex ministro Castelli - che volle abolirlo - proviene oggi la boutade del sorteggio dei collegi, che non a caso ha messo d’accordo tutti in quattro e quattr’otto.

Tanto valeva sorteggiare gli scrutatori, perché questa è la fine del sorteggio, non il “principio” del sorteggio. 

Una cosa è sicura: sentiremo per molti anni ancora i piagnistei sulla giustizia politicizzata ed a quelli risponderemo con un link che, a  caso, ricondurrà sempre e comunque a questo rassegnato editoriale.



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giovedì 7 aprile 2022

Schedati?





di Nicola Saracino - Magistrato 

Proposta come un’assoluta novità compare, tra le altre, l’idea di registrare l’attività del magistrato secondo l’esito dei processi che ha curato e quindi si propone di  rilevare analiticamente i casi nei quali le sue decisioni hanno retto al vaglio dei successivi gradi di giudizio (o, per i pubblici ministeri, i casi nei quali le loro richieste siano state accolte) per trarne conseguenze sulle sue capacità e preparazione.

Come per tutte le cose, la trovata non è né buona né cattiva in sé, tutto dipende dall’uso che se ne vorrà fare.  

Si parta da un dato: nel processo (civile o penale, poco importa) non si praticano scienze esatte. 

Si ricostruiscono fatti e vicende umane in base alle prove la valutazione delle quali può non collimare tra una testa ed un’altra. Si applicano norme giuridiche che richiedono, previamente, d’essere interpretate ed il margine di opinabilità di moltissime questioni è, tradizionalmente, piuttosto ampio (quot capita, tot sententiae).

Del resto a questo tipo di scrutinio sfuggirebbero tutti i giudici che oggi accedono alla Corte di cassazione in età giovanile: le decisioni che concorrono a prendere collegialmente non potranno essere modificate da nessuno, non perché corrette in assoluto ma perché, appunto, non contestabili davanti ad altra autorità giudiziaria. 

Per giunta è fenomeno comune, quasi quotidiano, il contrasto di decisioni tra le diverse sezioni della stessa corte di cassazione su identiche questioni di diritto. 

Si aggiunga che spesso le innovazioni giurisprudenziali (prendetele un po’ come delle “scoperte” scientifiche) vedono la luce come errori, se non addirittura come veri e propri “sgorbi” giuridici, i cd. atti abnormi. 

Salvo a diventare dei cigni quando quelle tesi, nate come bizzarre, riescano ad insinuarsi nella stessa giurisprudenza della Cassazione che, rimeditando precedenti indirizzi,  avvalori la nuova soluzione.

Certo è, però, che se le sentenze di un giudice fossero oggetto di sistematica correzione nei gradi di impugnazione potrebbe dubitarsi del contributo di quel magistrato all’efficienza della giustizia. 

Così come, del resto, sarebbe incauto affidarsi ad un avvocato che non abbia mai vinto una causa. 

Così inquadrato il tema, deve osservarsi che, a dispetto della pretesa d’originalità dell'ideatore, esso non è affatto nuovo in quanto già correntemente nelle valutazioni periodiche della professionalità dei magistrati uno dei parametri da scrutinare è proprio quello dell’anomalia nel rapporto tra decisioni impugnate e riformate (o annullate). 

Sin qui, pertanto, nessuna novità degna di nota e soprattutto tale da destare stupore.  

A meno che non s'ipotizzi un mero automatismo che dalla percentuale di “correzioni” delle decisioni nei gradi di impugnazione tragga conclusioni negative sulle qualità professionali del togato. 

Sarà sempre necessario, a fronte di anomalie del tipo segnalato, verificare se esse dipendano da impreparazione o scarso impegno o se, invece, ci si trovi al cospetto di un novello, ma incompreso,  Carnelutti (un grande e versatile giurista, n.d.r.).

Sorprende, pertanto, che la reazione - a quella che non è affatto una novità, ma una prassi già da tempo invalsa per valutare, ogni quadriennio, la professionalità dei magistrati - sia stata una levata di scudi dai toni piuttosto accesi, evocandosi da taluni addirittura l’idea di una “schedatura” delle toghe.
 
Schedatura che, almeno in parte, già deve essere praticata se ha un senso il parametro, attualmente in voga, dell’anomalia nella percentuale di correzione delle decisioni del magistrato.

Di schedatura si può parlare solo quando la raccolta dei dati avvenga con modalità incontrollate ed essi  non siano conoscibili dall’interessato e soprattutto quando di quei dati non sia noto, perché non regolato dalla legge, l’uso che vuol farsene. 

Ed allora tanto l’ANM che la politica dovrebbero farsi carico della sistematica schedatura dei magistrati che avviene per via di una circolare del CSM, maldestra e di stampo poliziesco. 

Quella che, in contrasto con lo stesso codice di procedura penale, obbliga i pubblici ministeri a comunicare al CSM (ed al Ministro della Giustizia) notizie segrete in ordine ad indagini penali riguardanti magistrati. 

Una pratica che, in modo sinistro, fa somigliare il Palazzo dei Marescialli (sede del CSM)  al suo stesso nome, perché vi confluiscono dati spuri, non verificati né sottoposti al contraddittorio degli interessati impossibilitati a difendersi, il cui uso è per tutti, ancor oggi, avvolto in un alone di mistero. 

Che un qualche uso debba esserci lo impone la logica: se si pretende di conoscere un dato, per giunta segreto, e si ordina alle procure di comunicarlo al CSM è per farne impiego al di fuori del procedimento penale nel quale esso è stato raccolto.

Di tale impiego, però, manca ogni regolamentazione. 

Non risulta che l’ANM si sia mai preoccupata di questi archivi segreti e dell’uso che se ne fa, sia al CSM che al Ministero della Giustizia, contro i magistrati. 


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Fiducia nel Sistema?



Il disvelamento al pubblico del “sistema” magistratura dopo l’esplosione del caso Palamara ha imposto all’agenda politica il tema del suo smantellamento. 

A volerlo la più alta carica dello Stato che, all’indomani dello scandalo, denunciò la “degenerazione del sistema correntizio”, rimandando a Governo e Parlamento il compito di intervenire con opportune riforme, dato che il  Presidente della Repubblica non ravvisò i presupposti per lo scioglimento anticipato del CSM, che infatti ancor oggi opera nella composizione  frutto delle elezioni svoltesi sulla base delle candidature di corrente, sia pure con successive integrazioni dovute all’epurazione di più d’un consigliere superiore incappato nelle ormai note trame dell’Hotel Champagne, ove si confabulava intorno al successore di Pignatone al vertice della procura capitolina. 

Questa l’origine dell’attuale dibattito politico sulla riforma (tra le altre) del sistema elettorale del CSM dopo che il Governo, rispondendo  a quelle sollecitazioni, ha predisposto un disegno di legge che, tuttavia,  nella sostanza  tradisce il suo stesso dichiarato scopo di debellare la “degenerazione del sistema correntizio”,   perché lascia le candidature per il CSM nelle mani delle correnti, esattamente come prima. 


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domenica 3 aprile 2022

Non candidato, eppure eletto.



di Nicola Saracino - Magistrato 

Il “mantra” dell’incostituzionalità del sorteggio temperato per l’elezione dei componenti del CSM viene ripetuto tante volte quante si pensano necessarie affinché un'affermazione, sebbene non argomentata, risulti alla fine vera. Per sfinimento. 

S’è pure detto che ove approvata, la riforma elettorale del CSM che s’affidasse al pre-sorteggio dei candidati, troverebbe ostacolo in fase di promulgazione, quasi ad anticipare il pensiero del Presidente della Repubblica al riguardo. 

Il quale, in uno dei suoi ultimi interventi sul tema, ha ricordato che “Il Consiglio (Superiore della Magistratura) riveste un ruolo di garanzia imprescindibile nell'ambito dell'equilibrio democratico.”. 

Garanzia: è la parola chiave. 


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sabato 2 aprile 2022

Eccesso di ribasso



L'eccesso di ribasso denota l'andamento anomalo di un titolo azionario quotato in Borsa. Quando si verifica, gli organi di controllo bloccano l'operatività su quel titolo perché oggetto di potenziale speculazione. Solo dopo una congrua pausa di riflessione, che curi il cd. panic selling, il titolo viene riammesso alle contrattazioni.    



Lo “monita” niente di meno che l’on. Salvatore Bonafede, ex ministro della Giustizia che della riforma in discussione si sente un po’ il papà, dato che l’idea di sconfiggere il Sistema venne a lui per primo, subito dopo la scoperta (dell’acqua calda, si direbbe) della sua esistenza disvelata dall’affaire Palamara. 

Primo ribasso. 


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giovedì 31 marzo 2022

La banale idiozia dell’argumentum ad hominem





di Nicola Saracino - Magistrato 

Con  efficace sintesi,  si tratta del vizio logico nel quale s’incorre ogni volta che il carattere o le circostanze di un individuo che sta portando avanti un argomento viene criticato invece di cercare di confutare l'argomento fornito.

Così, per tornare subito ai nostri temi, capita d’imbattersi in commenti giornalistici che in quell’errore volontariamente cadono affinché ci caschino anche i lettori. 

E’ quanto  sempre più spesso si verifica anche nel dibattito sulla riforma elettorale del CSM. 

Le forze conservatrici, che si oppongono a qualsiasi effettivo cambiamento del Sistema,    pensano di far cosa intelligente nell’additare alcuni dei sostenitori dell’idea del sorteggio temperato per la scelta dei consiglieri superiori come persone poco credibili, perché proprio quei soggetti ne erano stati indiscussi  protagonisti.


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martedì 29 marzo 2022

Una faccia in prestito




Si ha traccia sul web di un acceso confronto svoltosi presso il Ministero della Giustizia tra le forze politiche di maggioranza impegnate a discutere della riforma della giustizia. 

Se i resoconti giornalistici sono esatti, tra il deputato Cosimo Ferri - che la cronista ricorda come uno di coloro che alloggiavano all’Hotel Champagne - ed il Ministro della Giustizia Marta Cartabia, si sarebbe svolto un dialogo piuttosto secco:  Lui: "Se lei è contraria al sorteggio ce ne faremo una ragione". Lei: "Non posso mettere la mia faccia e la mia storia su una norma incostituzionale, sulla quale ci possono essere anche dei problemi in sede di promulgazione".

Una premessa. 


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venerdì 25 marzo 2022

Niente da nascondere



L'Associazione Nazionale Magistrati è una casa di vetro e nulla di quel che vi accade deve essere nascosto all'opinione pubblica, men che meno a quella interna   cioè ai suoi associati. 

Salvo che si tratti di verificare come l'associazione abbia esercitato l'annunciata opera di "pulizia" interna, per confermare la giustezza dell'espulsione adottata contro il solo dott. Luca Palamara, dietro al quale scodinzolava una nutritissima folla di toghe, della sua e delle altre correnti.

Ne è dimostrazione l'opera titanica di un associato che da settimane tenta di conoscere le ragioni delle  archiviazioni sin qui disposte, in segreto.      



LETTERA APERTA

AL SIGNOR PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI


In qualità di socio dell’A.N.M. le ho chiesto copia dei provvedimenti con cui il Collegio dei Probiviri abbia archiviato i procedimenti attinenti alle chat del dott. Luca Palamara, tristemente note. In particolare ho domandato l’accesso ad archiviazioni endo associative eventualmente relative a specificate chat vagliate dal Consiglio Superiore della Magistratura con atti pubblici che le ho trasmesso.
Avevo difatti rilevato che, all’interno del sito ufficiale dell’A.N.M., l’area dedicata ai provvedimenti dei Probiviri è così ...’riservata’ da non contenere alcun documento, ancor-ché sia accessibile soltanto con personali credenziali.


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mercoledì 23 marzo 2022

Il segreto di Pulcinella

di Nicola Saracino - Magistrato 

Si conoscono, finalmente, le motivazioni poste a base dell’assoluzione del pubblico ministero che aveva rivelato al dott. Davigo, all’epoca nel Consiglio Superiore della Magistratura, atti di indagine (copia di atti di indagine) che dovevano rimanere segreti. 

Come d’uso tentiamo di seguire le vicende  di interesse generale dall’inizio alla fine.

Nelle  puntate precedenti s’era detto che mal si attagliava al dott. Davigo il ruolo del “confessore” e che una circolare non cambia la legge, essendo a quest’ultima sott’ordinata. 

E’ il principio della gerarchia delle fonti del diritto che tradotta in termini comprensibili ai profani significa che il pesce piccolo non può mangiarsi  quello più grande: la balena è la Costituzione, la legge è il delfino, regolamenti e circolari sono sardine. 


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