venerdì 6 marzo 2026

Il CSM e il rientro in ruolo di Cosimo Ferri







Una delibera del plenum del CSM  ne ha formalizzato il ritorno in magistratura come giudice del Tribunale di Roma.  Ha posto la parola fine alla vicenda del rientro in ruolo di Cosimo Ferri, ex parlamentare e sottosegretario coinvolto nella confabulazione dell'Hotel Champagne.

Si tratta di esito che era divenuto obbligato e ineluttabile a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato con la quale i giudici di Palazzo Spada, chiarendo che le norme "anti-porte girevoli" della legge Cartabia non potevano essere applicate retroattivamente al caso Ferri, avevano annullato il precedente diniego del CSM.

Il voto finale ha però registrato una spaccatura senza precedenti: accanto ai 14 voti favorevoli, 1 voto contrario e ben 14 astensioni: favorevoli i consiglieri di “Magistratura Indipendente” e i “laici di centrodestra”; astenuti, insieme ai consiglieri di Area e UniCost, i “laici di centrosinistra”.

La massiccia astensione e le dichiarate ragioni della medesima, confermano ulteriormente, se mai ve ne fosse bisogno, un gravissimo problema del c.d. autogoverno dei magistrati: la trasformazione di fatto del CSM da organo di amministrazione e garanzia in organo politico, facendo registrare, in questo ambito, una profondissima divaricazione tra la Costituzione formale, che vuole una giurisdizione apolitica e crea all’uopo il CSM per sottrarre all’Esecutivo l’amministrazione dei magistrati, e la Costituzione materiale, che invece vede i partiti, togati e non, occupare stabilmente e pressoché totalmente l’istituzione consiliare.

Due aspetti, in particolare, meritano considerazione.

Ancora una volta, non si registrano legittime divisioni dovute alle convinzioni dei singoli consiglieri dettate da scienza e coscienza ma si realizza una spaccatura per blocchi contrapposti di tipo partitico.

La torsione in senso politico del Consiglio è palesata dalle motivazioni addotte a sostengo dell’adesione dal gruppo più numeroso che ha fatto tale opzione, secondo cui un voto favorevole non sarebbe stato «rispondente alle aspettative dei cittadini che esigono chiarezza nelle relazioni tra politica e giustizia»

Con tutta evidenza, sotto lo scudo di un’immunità inopinatamente riconosciuta ai componenti del Consiglio e generosamente salvata dalla Corte costituzionale, ciò trasforma un provvedimento amministrativo vincolato alla legge in una scelta politica insindacabile, tradendo il compito del CSM di fare rigorosa applicazione delle norme.

Come valutare il fatto che proprio chi è chiamato ad amministrare le carriere dei magistrati scelga di tenere in non cale una sentenza definitiva del Consiglio di Stato perché ritenuta politicamente inopportuna?

Tanto più che la questione all'esame del CSM non autorizzava alcuna valutazione discrezionale implicante l'esame del profilo "morale" dell'interessato; compierlo in quella sede è stato puro arbitrio. 

Potrebbe sembrare un semplice paradosso ma, se si considerano le conseguenze teoriche e pratiche cui conduce l’adozione di tale impostazione, ossia il dominio totale dell’arbitrio, ne emergono chiaramente i tratti eversivi.

E se tutti si fossero astenuti? 





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