martedì 3 marzo 2026

Un travaglio per il Sì



E' quello di Andrea Reale, amico e collega che ha fatto del disinteressato impegno associativo contro il correntismo la sua missione. 

Il suo Sì, frutto di autentica riflessione, ha un valore  enorme proprio per questo.

Il ragionamento razionale deve condurre ogni elettore alla sua scelta, quale che sia.

Isolatevi dagli illusionisti di entrambi i fronti e siate voi a decidere, non obbedite agli ordini di bottega, siate sovrani, come vi chiede in questa occasione la Costituzione.   

Il testo del collega Andrea Reale, di seguito.  


Perché SÌ 

Il tempo degli indugi è cessato. 

Come molti magistrati, ho inizialmente esitato a esprimere una posizione sul referendum costituzionale. 
L’impressione originaria era negativa: una riforma percepita come “vendicativa”, approvata con un metodo che ha compresso il confronto parlamentare e giunta pressoché blindata alla consultazione popolare. Aspetto particolarmente indigesto per un giurista, tanto più perché la materia avrebbe forse meritato una nuova stagione costituente, dopo lo scandalo che nel 2019 ha travolto l’ordine giudiziario. 

La rimessione, poi, al referendum  popolare di un tema altamente tecnico, incidente sullo status di un potere dello Stato, ha favorito semplificazioni e propaganda.  

Il dibattito pubblico si è polarizzato in modo eccessivo, con toni spesso offensivi, argomenti ad hominem, fake news e allarmismi apocalittici, inattese divisioni manichee tra bene e male, tra “massoni deviati” e persone “perbene”, fino allo scontro tra politica e magistratura.  
In questo clima anche il comitato referendario per il NO promosso dall’ANM ha contribuito ad acuire le tensioni, fungendo da detonatore. La Politica ha reagito da par suo, inducendo il Presidente della Repubblica a richiamare tutti a un confronto istituzionale più sobrio e sul merito. 

All’interno del Movimento associativo del quale sono espressione dentro il comitato direttivo centrale ANM, denominato ArticoloCentouno - che ha fatto della lotta alle degenerazioni correntizie e del metodo di selezione per sorteggio dei componenti togati dentro il CSM il principale punto programmatico - la materia della riforma costituzionale è divisiva, e tanti storici sostenitori del gruppo sono apertamente schierati per il NO.  

Ecco perché scrivo e parlo a titolo personale sull’argomento, per rispetto della libertà di voto e per la pluralità delle posizioni presenti al nostro interno. 
Ma proprio come magistrato, prima ancora che come cittadino, sento oggi il dovere di spiegare perché ho deciso di superare l’attendismo iniziale e di dichiarare il mio voto favorevole alla riforma costituzionale. 

La separazione delle carriere rappresenta il naturale approdo del sistema accusatorio introdotto dal codice di procedura penale del 1989 e rafforzato dalla riforma dell’art. 111 della Costituzione sul giusto processo. Da allora giudice e pubblico ministero sono distinti sul piano funzionale e processuale: formalizzare questa realtà anche a livello ordinamentale è ormai ineludibile. È il coronamento di una battaglia culturale e giuridica, condotta con coerenza da autorevoli giuristi e da mai troppo compianti esponenti dall’Avvocatura, tra cui voglio ricordare il siracusano Ettore Randazzo, già presidente della Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane. 

La riforma garantisce, al contempo, la terzietà del giudice e l’indipendenza del pubblico ministero. 

Il sorteggio dei componenti del CSM sarà il migliore antidoto all’occupazione correntizia, al carrierismo, all’elettoralismo e alla “modestia etica” denunciata dal Capo dello Stato, alla spudorata pratica del manuale “Cencelli”, all’azzeramento di qualsivoglia valorizzazione del merito. 
La differente modalità di sorteggio tra magistrati e laici non adombra alcuna truffa, per due ordini di ragioni: la platea di avvocati e professori universitari, necessariamente più ampia, esige una selezione, ad opera del Parlamento, idonea a consentire una prima  scrematura; nel caso dei magistrati la selezione non è necessaria, poiché essa è garantita dalla professionalità derivante dal superamento del concorso e dal loro differente status. Essi, per dettato costituzionale, si distinguono solo per funzioni (art. 107 Cost.). 

L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare introduce finalmente un giudice davvero terzo per la responsabilità disciplinare dei magistrati, superando l’anomalia attuale e il rischio di giudici speciali. La nuova architettura prevede un doppio grado di merito e resta ferma la possibilità del ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. 

Una sola criticità merita attenzione: la scelta di estrarre i componenti togati dell’Alta Corte solo tra i magistrati di legittimità, con il rischio di accentuare la distanza tra magistratura “alta” e “bassa”. È un profilo perfettibile in sede attuativa, così come andrà evitato ogni tentativo di neutralizzare gli effetti benefici del sorteggio (ad esempio, limitando l’elettorato passivo soltanto a specifiche categorie di sorteggiabili) o di mantenere aperte le “porte scorrevoli” tra magistratura e politica, magari istituendo rigide incompatibilità tra i due mondi.  

L’opzione sulla quale siamo chiamati ad esprimerci è, dunque, quella di mantenere lo status quo o di provare a cambiare il Sistema. 

Per me, la risposta non può che essere la seconda. 

Mi sia, infine, consentita una battuta. 

Come la scommessa sull’esistenza di Dio declinata nei “Pensieri” di Blaise Pascal, credere nella riforma è la scelta più razionale perché offre un guadagno infinito, a fronte di una perdita finita e solo apparente, mentre non credere rischia la dannazione eterna senza guadagni reali. 

Parafrasando il filosofo francese: “se vinciamo, guadagniamo tutto; se perdiamo, non perdiamo nulla”. 
Scommettiamo, dunque, senza esitare. 
Buon voto! 

Andrea Reale 
Magistrato, Consigliere della Corte d’Appello di Catania

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