giovedì 26 marzo 2026

Il Popolo ha votato, non ha vinto!




Ha vinto la maggioranza, regola indiscutibile della democrazia, nel bene e nel male.  

Il referendum non certifica affatto la “vittoria del Popolo”, ma, più sobriamente, l’affermazione di una maggioranza aritmetica. 

In un ordinamento costituzionale, la sovranità popolare si esprime attraverso procedure e quorum, non attraverso narrazioni plebiscitarie: confondere il dato maggioritario con un’investitura unitaria del corpo elettorale è un’operazione retorica, non giuridica.

Anche la rappresentazione numerica dell’esito è stata, in più sedi, impropriamente dilatata. Il differenziale tra “Sì” e “No” è di 4 punti percentuali, non di 8. 

Quattro punti sono la distanza effettiva tra le due opzioni, ossia il margine che il “Sì” dovrebbe colmare per raggiungere il “No”. Parlare di 8 punti significa sommare percentuali eterogenee e costruire un artificio comunicativo che amplifica il divario ben oltre la sua consistenza reale.

Ma il profilo più problematico attiene alla qualità del consenso. 

Una quota tutt’altro che trascurabile dei voti contrari non appare riconducibile a una valutazione nel merito della riforma — che avrebbe richiesto un giudizio informato sul contenuto normativo — bensì a una logica di voto sanzionatorio nei confronti dell’Esecutivo. 

Si tratta, in termini sostanziali, di una torsione funzionale dello strumento referendario, che da sede di decisione su un testo si trasforma in veicolo di giudizi politici contingenti.

Ne deriva un esito che, pur valido sul piano formale, è debole sotto il profilo sostanziale: una maggioranza risicata, un differenziale contenuto e una composizione del voto eterogenea nelle sue motivazioni. 

Elementi difficilmente compatibili con la retorica dell’investitura piena e, ancor meno, con quella — giuridicamente impropria — della “volontà del Popolo” come blocco monolitico.


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