L’esito referendario in materia di giustizia, al di là della soglia formale di validità, consegna un dato politico e culturale che non può essere ignorato: il tema del sorteggio quale strumento di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura ha attraversato trasversalmente l’elettorato, unendo sensibilità diverse anziché dividerle.
È significativo che figure tra loro eterogenee per impostazione culturale e collocazione nel dibattito pubblico – come Nicola Gratteri, Nino Di Matteo e Marco Travaglio – abbiano espresso una posizione sostanzialmente favorevole al ricorso al sorteggio.
Le loro critiche non hanno riguardato il principio in sé, ma piuttosto la sua attuazione parziale o insufficiente, in particolare con riferimento alla componente laica, dove il meccanismo non è stato esteso con nettezza.
Si tratta di un punto decisivo: anche tra i contrari al quesito, il dissenso non investiva l’idea del sorteggio, bensì la sua incompletezza.
Da ciò discende una conseguenza difficilmente contestabile: il sorteggio rappresenta oggi uno dei rarissimi terreni di convergenza nel dibattito sulla giustizia.
Esso intercetta una domanda diffusa di discontinuità rispetto alle degenerazioni correntizie e alle dinamiche di autogoverno che hanno compromesso la credibilità dell’istituzione.
Non è, dunque, una proposta identitaria o divisiva, ma una risposta percepita come comune, capace di raccogliere consenso ben oltre le appartenenze politiche e culturali.
In questa prospettiva, appare urgente avviare un percorso di riforma che, facendo tesoro di tale convergenza, conduca a un modello coerente di sorteggio del CSM, esteso a tutte le sue componenti, inclusa quella laica.
Limitare il sorteggio ai soli togati, lasciando inalterate le logiche di nomina politica dei laici, rischierebbe infatti di riprodurre, sotto altra forma, gli stessi squilibri che si intendono superare.
E' stato chiaro il messaggio del corpo elettorale: più sorteggio, non no sorteggio.
Ne è dimostrazione che l'ANM voglia far passare il messaggio contrario, secondo cui l'ipotesi sarebbe ormai "morta".
Una riforma realmente condivisa dovrebbe invece muovere da un principio semplice: il sorteggio non è un correttivo marginale, ma un criterio ordinante dell’intero sistema di selezione, idoneo a ridurre il peso delle appartenenze, a restituire imparzialità e a rafforzare la fiducia dei cittadini nell’autogoverno della magistratura.
In questo senso, il dato forse più rilevante emerso dal confronto referendario è proprio questo: il sorteggio non ha diviso il corpo elettorale, ma ha rivelato una base comune di consenso.
È su questa base che il legislatore è oggi chiamato a intervenire, con responsabilità e visione, per tradurre un’esigenza largamente condivisa in una riforma organica e coerente.











0 commenti:
Posta un commento