mercoledì 25 marzo 2026

Repulisti: tardivo e incompleto?




Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e, alla fine, anche di  Santanchè (sebbene collegabili, queste ultime, a vicende più remote)  lette alla luce del fallimento referendario, segnano un passaggio politicamente inevitabile ma istituzionalmente insufficiente. È il gesto visibile di una responsabilità che affiora solo in superficie, mentre resta intatto il livello più opaco e decisivo: quello tecnico-amministrativo che ha concepito, orientato e tradotto in norme una revisione rivelatasi fragile, incoerente e, soprattutto, incapace di intercettare il consenso.

Se si vuole parlare seriamente di “repulisti”, il perimetro non può fermarsi alla responsabilità politica. La crisi ha radici più profonde, che affondano nella filiera della produzione normativa, in cui un ruolo centrale è stato svolto dai magistrati fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia. È lì che si è costruita l’architettura della riforma; è lì che si sono operate le scelte tecniche che hanno finito per tradursi in vulnerabilità politiche.

Qui emerge una contraddizione difficilmente eludibile. I magistrati chiamati a operare al Ministero non arrivano in modo neutro o casuale: la loro selezione è, di fatto, influenzata dalle correnti della magistratura. Le stesse correnti che, in questa vicenda, si sono schierate compatte per il No alla riforma. Ne deriva un cortocircuito evidente: soggetti espressione di un orientamento contrario sono coinvolti nella costruzione tecnica della riforma stessa. In una simile configurazione, il rischio non è solo teorico ma concreto: quello di un boicottaggio tecnico, sottile, difficilmente tracciabile, che può incidere sulle scelte redazionali, sulle opzioni interpretative e, in ultima analisi, sulla tenuta complessiva del progetto.

Un primo, macroscopico difetto della riforma rende plasticamente visibile questo problema. La disciplina del meccanismo di sorteggio per la selezione dei componenti laici è stata lasciata in una zona di indeterminatezza difficilmente giustificabile: non è stato indicato in modo puntuale il numero dei professori e degli avvocati da includere nell’elenco elettivo dal quale poi procedere al sorteggio. Una lacuna che non è un dettaglio tecnico, ma un errore strategico. Se il testo avesse fissato espressamente un numero — cinquecento nominativi, per esempio — l’impianto avrebbe guadagnato in trasparenza e verificabilità, sottraendo la riforma all’accusa, poi puntualmente sollevata, di prevedere un “finto sorteggio”.

Ma è nel secondo profilo che la fragilità tecnica si trasforma in vera e propria incrinatura sistemica. La riforma ha lasciato sostanzialmente inalterato l’art. 107 della Costituzione, continuando ad attribuire al Consiglio superiore della magistratura la competenza in materia di trasferimenti e dispensa dal servizio. Una scelta che entra in rotta di collisione con il disegno — pure proclamato — di rafforzamento dell’Alta Corte disciplinare. Se il potere di incidere sullo status del magistrato resta in capo al Csm, la nuova architettura disciplinare nasce strutturalmente monca, privata del suo reale baricentro.

Ed è proprio questa evidenza a rendere il problema più grave. Non si è di fronte a una scelta opinabile o a un bilanciamento discutibile, ma a una svista talmente macroscopica da difficilmente potersi considerare colposa. L’incoerenza tra le due previsioni è immediata. In un testo costituzionale, dove ogni coordinamento è essenziale, un disallineamento di questo tipo non dovrebbe semplicemente accadere.

Limitare l’epurazione ai soli vertici politici rischia così di trasformare un fallimento sistemico in un sacrificio rituale. Errori di progettazione di questa natura riportano inevitabilmente lo sguardo su chi quella progettazione ha materialmente curato.

Se si vuole davvero interrompere questo circuito, la conclusione non può essere timida. Non basta ridefinire responsabilità o affinare i meccanismi di selezione: occorre eliminare alla radice l’ambiguità. La figura dei magistrati addetti al Ministero va superata.

Talvolta è come mettersi una serpe in casa, introducendo nella macchina amministrativa soggetti portatori di dinamiche associative e orientamenti che possono entrare in frizione con l’indirizzo politico. Talaltra produce un effetto ugualmente corrosivo ma opposto: priva il magistrato dell’apparenza di terzietà rispetto alla politica che lo ha chiamato, esponendolo a un’inevitabile proiezione di contiguità.

In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: si incrina la fiducia, si confondono i piani, si altera l’equilibrio tra tecnica e politica. Un vero repulisti, allora, non consiste nel sostituire nomi, ma nel rimuovere le condizioni che rendono possibili questi cortocircuiti. Solo così la prossima riforma potrà nascere fuori da quell’ombra lunga che, oggi, ne ha segnato il fallimento.

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