domenica 8 marzo 2026

“Il Fatto” conferma che la magistratura è (già) politicizzata



Ma lo fa solo quando è politicizzata di destra.

Per noi è solo un'ovvia conferma, non ci interessa il colore ma lo schema comunque corrotto. 

Quando il colore era a sinistra al Fatto stava bene.  

L’articolo dell’8 marzo sulla Scuola superiore della magistratura, presentato come cronaca del “blitz di governo” e dell’ennesima manovra della destra, finisce per essere il miglior spot possibile a favore del Sì al referendum sulla giustizia. 

Nel momento stesso in cui denuncia il tentativo del ministro Mantovano di “piazzare il suo uomo” al vertice della Scuola, il pezzo conferma infatti che le nomine degli organi di autogoverno e di formazione delle toghe sono ormai lette – e praticate – in chiave pienamente politica, non tecnica. 

Basta seguire il lessico scelto: “blitz”, “uomo di Mantovano”, “docente ultrà”, l’ossessivo richiamo all’appartenenza dei singoli alle varie correnti e alle aree culturali contigue ai partiti. 

Di merito scientifico, esperienza formativa, risultati didattici, quasi nulla; di equilibri tra destra e sinistra, governo e opposizioni interne alla magistratura, moltissimo. 

È la conferma plastica che la Scuola superiore – che dovrebbe essere la casa comune dei magistrati, luogo neutrale di aggiornamento professionale – è percepita come terreno di conquista per orientare in senso politico la formazione delle nuove leve. 

Questo quadro coincide perfettamente con la diagnosi che i sostenitori del Sì propongono da tempo: esiste un circuito di governo autonomo dominato da correnti organizzate, intrecciate con mondi politici e mediatici, che usano organi come Csm e Scuola per selezionare carriere, distribuire incarichi e costruire egemonie culturali. 

Il referendum del 22‑23 marzo, che interviene sulla separazione delle carriere e sui meccanismi di autogoverno, nasce proprio dalla convinzione che questo sistema abbia tradito lo scopo originario di tutela dell’indipendenza del singolo magistrato. 

Paradossalmente, mentre “Il Fatto” vorrebbe mettere sotto accusa la “destra che occupa la Scuola”, dimostra che la Scuola è già oggi un campo di battaglia politico, dove ogni nomina è letta come vittoria o sconfitta di una parte. Se davvero il problema fosse solo l’irruzione della destra, basterebbe tornare alla gestione precedente; ma l’articolo rende evidente che il problema è strutturale: la giustizia è prigioniera di un sistema di correnti che usa gli organi di autogoverno come leva di potere. 

In questo senso, l’articolo – al di là delle intenzioni – è una magnifica testimonianza a discarico delle ragioni del Sì. 

Chi teme che la riforma voglia “politicizzare” la magistratura dovrebbe misurarsi con il fatto che la politicizzazione è già qui, e viene raccontata giorno dopo giorno proprio da chi si proclama strenuo difensore della "verginità" togata. 

Grazie al fatto (absit iniuria).

Che ha offerto il "destro" al consigliere sorteggiato, Andrea Mirenda, per scrivere: 

"In disparte la consueta faziosità (Destra Kattiva contro Sinistra Buona…), il lettore può agevolmente comprendere alcune cosuccie: la Scuola Superiore della Magistratura come luogo di furibonda contesa correntizia per assicurarsi l’egemonia nell’indottrinamento dei Magistrati; la consueta saldatura tra certa stampa “a senso unico” e le correnti politicamente affini; la profonda crisi etica che attanaglia tutto il circuito del governo autonomo della Magistratura, ammalata o di politicizzazione.

Quella che dovrebbe essere la casa comune dell’Ordine Giudiziario, il luogo di autoformazione e di confronto tra pares, è divenuto - anno dopo anno - il palio saraceno per il controllo dei giovani magistrati.

Si ripetono, insomma, le medesime logiche prevaricatorie che hanno azzerato, nel tempo, il ruolo di garanzia del CSM, divenuto oramai prima minaccia - la più  insidiosa perché interna - all’indipendenza del singolo magistrato.

Assistiamo ad una stupefacente eterogenesi dei fini con un chiaro denominatore comune: le correnti, temibili strumenti operativi della politica con l’unico fine di controllare la magistratura dietro l’alibi truffaldinondelle visioni culturali.

Altro che rischio sorteggio, altro che sorteggiati prede sprovvedute dei laici di destra (perché lì solo stanno i kattivi…): gli eletti odierni ci dicono bene chi è asservito a che cosa…".

 

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Per chi ama la radio ...


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Referendum sul “Sistema”: perché il Sì è l’unica coerenza possibile



1. Introduzione: Il "Sistema" e la Difesa dello Status Quo

C’è un filo che lega le chat di Palamara, le direttive disciplinari sull’“innocente” raccomandazione, le carriere costruite nei corridoi del CSM e la paura quasi superstiziosa del sorteggio: è lo stesso Sistema che oggi pretende di presentarsi come custode della Costituzione. 

Chi chiede il No non difende la Carta, difende quell’intreccio di correntismo, discrezionalità senza argini e impunità di fatto che il saggio di Saracino e gli articoli di questo blog hanno descritto per anni con pazienza notarile.

2. Un’autonomia trasformata in casta

Nelle pagine di Archivio Penale, Saracino ricostruisce “il sistema, spiegato” attraverso l'analisi di due linee parallele – quella istituzionale e quella associativa – che si incrociano fatalmente nel CSM. 

L’organo di autogoverno si è così trasformato in un opificio di circolari e delibere capaci di decidere carriere, incarichi e trasferimenti fuori da ogni reale controllo di merito. 

Le correnti, nate come espressione di libertà associativa, sono diventate un filtro pressoché obbligato per l’accesso agli uffici direttivi e semidirettivi, mentre il criterio dell’anzianità ha ceduto il passo a una discrezionalità senza argine, difficilmente sindacabile perfino dal giudice amministrativo. 

In questo contesto, la raccomandazione tra magistrati non è più una deviazione isolata ma un vero e proprio metodo di gestione: curricula accatastati negli armadi, scelte già effettuate prima ancora di aprire le domande e itinerari di carriera tracciati fuori dagli atti ufficiali. 

Questo quadro è confermato sia dalle confessioni del Sistema Palamara, sia dalle ammissioni giurisprudenziali sul peso delle correnti. 

Quando la Procura generale presso la Cassazione decide che il farsi raccomandare non integra, di regola, l’illecito disciplinare, ciò che si consolida non è affatto la tutela dell’indipendenza, ma l’epoca della scorrettezza elevata a norma di comportamento.

3. Il disciplinare che non disciplina

Il nuovo ordinamento del 2006 è stato introdotto con il vessillo della tipicità e dell’obbligatorietà dell’azione disciplinare, ma è bastato un comma per svuotarlo di senso: la possibilità per il Procuratore generale di archiviare le notizie di illecito con il solo consenso del Ministro, a indagini già svolte e senza passare dal vaglio della Sezione disciplinare. 

Si è creato così un potere di cestinazione “in due”, sottratto al controllo di un giudice di merito. 

Al contempo, la Sezione disciplinare stessa opera come un giudice speciale elettivo a base correntizia. Essa giudica i colleghi in unico grado di merito; il successivo contenzioso di legittimità è affidato alle Sezioni unite civili della Cassazione, ovvero a giudici la cui progressione in carriera rimane comunque condizionata dalle valutazioni del CSM. 

Si è così giunti al paradosso di un disciplinare che, nei casi “giusti”, interviene con misure cautelari per spostare in corsa i titolari di procedimenti sensibili e, nei casi “sbagliati”, non nasce nemmeno a causa di letture lassiste della correttezza. 

Il risultato sono danni conclamati che garantiscono la sopravvivenza delle cordate a scapito della responsabilità individuale.

4. Referendum: cosa cambia davvero

La riforma interviene su queste fratture documentate attraverso tre pilastri fondamentali:

Alta Corte separata dai CSM. Il giudizio disciplinare viene sottratto all'organo elettivo e affidato a un’Alta Corte non elettiva con doppio grado di merito. Si spezza finalmente la sovrapposizione tra chi gestisce le carriere e chi giudica le devianze, sottraendo la responsabilità alla logica di gruppo.

Separazione delle carriere e dei consigli. Giudici e pubblici ministeri vengono collocati in consigli separati. Non è una punizione per i PM, ma il riconoscimento che la confusione di ruoli ha favorito cordate trasversali. È fondamentale ribadire un punto di diritto: l’unità della giurisdizione sta nella Costituzione e nel giudice terzo, non in un unico CSM che decide tutto per tutti e, di fatto, per alcuni più che per altri.

Sorteggio dei componenti togati e laici. Per superare le logiche da campagna elettorale partitica, si introduce la sorte. Per i laici, il sorteggio avviene da un “plateau” di avvocati e professori preselezionati dal Parlamento, dato il numero enorme di potenziali candidati. Per i togati, il sorteggio è “secco” tra magistrati che hanno già superato concorso e valutazioni: un ulteriore filtro politico qui sarebbe un raddoppio di potere del Parlamento, non una garanzia.

5. Il sorteggio: danni reali vs “pericoli immaginari”

Le obiezioni al sorteggio mostrano una profonda ipocrisia sistemica. È necessario contrapporre la realtà dei fatti alle paure evocate dai sostenitori del No:

Pericoli immaginari. Sono quelli descritti come ipotetici, futuribili o caricaturali (l’idea di un’Armata Brancaleone o di incompetenti estratti a caso). Si grida alla "truffa" del sorteggio ignorando che si tratta di una selezione casuale da una platea già ritenuta equivalente per requisiti, proporzionalità e ragionevolezza.

Danni reali. Sono quelli storicamente documentati e già pagati dalla collettività: correntismo esasperato, nomine politicizzate e un sistema disciplinare a geometria variabile. Il sistema attuale accetta senza traumi che un giudice, estratto con criteri casuali nei ruoli d’udienza, decida su libertà personali, patrimoni ed ergastoli; la casualità è digerita per la vita dei cittadini, ma viene rifiutata quando si tratta dell'accesso al potere del CSM.

6. La retorica del No smontata dalle stesse carte

L'argomento polemico secondo cui il referendum "strapperebbe" la Costituzione è smentito dai precedenti costituzionali. Come ricordato dalle pronunce sull'illegittimità del Lodo Alfano, le immunità di vertice non si possono creare con legge ordinaria perché violano l'eguaglianza; qui, invece, si agisce con legge di revisione costituzionale proprio per ricondurre il potere disciplinare entro gli artt. 3 e 111.

L’affermazione "la Costituzione non si tocca" è pura retorica conservatrice: la Carta è stata modificata circa venti volte in settant’anni, spesso con interventi assai più invasivi di quelli oggi proposti. 

La verità è che per gli oppositori la Carta è intoccabile solo dove tocca interessi corporativi consolidati.  E' il Sistema, l'establishment ad evocare paure per conservare lo status quo.  Sappiatelo!

Alla luce del fallimento del modello attuale, che ha dato pessima prova di sé, ha ancora senso blindarlo anziché sperimentare un criterio che restituisca pari chance a tutti e riduca la cooptazione?

Il sistema elettivo attuale non premia il merito, ma la capacità di farsi sponsorizzare.

7.  Perché il Sì non è uno slogan

Il referendum non è un’iniziativa improvvisata, ma la traduzione in testo costituzionale di una diagnosi elaborata in anni di analisi delle criticità sistemiche. Non bastano "buone pratiche" o circolari, perché sono state proprio quelle prassi a costruire il problema. 

Votare Sì significa scegliere che:

il giudice disciplinare non sia più espressione delle stesse correnti che hanno gestito il Sistema;

la responsabilità dei magistrati non dipenda da accordi riservati tra PG e Ministro, ma da un procedimento giurisdizionale pieno con doppio grado;

l’accesso agli organi di autogoverno sia aperto a chiunque abbia curriculum e voglia di assumersi responsabilità, sottraendolo al monopolio dei capi-corrente. 

L’autonomia della magistratura va difesa dall'autoreferenzialità: i pericoli immaginari del sorteggio non possono più essere lo scudo per proteggere i danni reali che sono ormai sotto gli occhi di tutti.


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sabato 7 marzo 2026

L'Italia bacchetta la CEDU, sono soddisfazioni ...



A tal punto "punitiva" dei magistrati questa riforma costituzionale, da sovvertire i ruoli anche quando si parli di rispetto dei diritti umani. 

Come quello ad essere giudicati da un giudice oltreché imparziale,  indipendente nella sostanza e nell’apparenza.  

Trattiamo della materia disciplinare il cui procedimento, quanto ai magistrati, vede la parola fine in cassazione, dove si impugnano le condanne emesse dal CSM. 

Ma i giudici della cassazione sono sottoposti al CSM  sia per le promozioni, sia, a loro volta, per le punizioni.  

Volete mettere il gusto di inserire tra i provvedimenti da valutare per un bell’incarico una sentenza adulatoria verso una precedente condanna scritta proprio dal CSM? 

O magari comunque frenarsi nella critica della sentenza del CSM perché toni troppo severi potrebbero stonare ed il PG condurre l’estensore proprio dinanzi alla CSM per rispondere, ad esempio, di grave scorrettezza. 

Schemi che sono stati portati all’attenzione della CEDU, ma senza successo. 

Leggiamo insieme e vediamo se è quella del giudice europeo una soluzione acconcia.

Hanno detto, i giudici della Corte Edu: 

" Inoltre, per quanto riguarda l'affermazione del ricorrente secondo cui la Corte di cassazione è soggetta alle decisioni del CSM, la Corte ritiene che questa circostanza non riveli alcuna apparenza di violazione dell'articolo 6 § 1 della Convenzione. In effetti, nel sistema giudiziario italiano tutti i giudici sono soggetti al potere disciplinare del CSM. La loro indipendenza e imparzialità non possono comunque risultare compromesse da questo ".

Ma, perbacco,  non si trattava di dire che tutti i giudici fossero soggetti al potere disciplinare del CSM; il malcapitato lamentava che “il suo giudice”, nella sua causa,   fosse la Corte di cassazione, l’unica a cui rivolgere l’impugnazione e che “quel giudice” fosse sottoposto all’autorità del CSM, la cui decisione avrebbe dovuto, in ipotesi, sconfessare. 

Effetto chilling

Descrive il fenomeno per cui individui o gruppi rinunciano a esercitare un diritto o una libertà (es. espressione, decisione giudiziaria autonoma) per paura di ritorsioni legali, disciplinari o reputazionali. Nel contesto giudiziario, si verifica quando magistrati adottano linee prudenti o allineate per evitare sanzioni CSM su carriera/disciplina.

Il Sistema descritto da Luca Palamara (e diffusamente su questo blog, anche prima del "libraccio") lascia comprendere come le decisioni disciplinari siano influenzabili da logiche di appartenenza e possano interferire sui processi in corso.

Ma siccome in Italia si è deciso ai massimi livelli (Procura Generale/Ministro della Giustizia) di non scandagliare i guasti del sistema,    la Corte Europea si dichiara all’oscuro dei rischi di politicizzazione del CSM e non ha condannato l’ITALIA solo per… insufficienza di prove.  

Mentre ha condannato Polonia e Ungheria per  meccanismi simili.

L’ignoranza inescusabile della Corte europea sta nel collegare la “politicizzazione” degli organi di controllo della magistratura  alla sola componente “laica”, cioè ai membri non togati di derivazione politica. 

Trascura imperdonabilmente che i magistrati italiani attraverso le correnti rivendicano senza pudore il proprio ruolo “politico” all’interno del CSM.  E, in barba ai cittadini che poco possono capire dei loro diabolici congegni,  lo usano paradossalmente come argomento per avversare la riforma del sorteggio.  

Ebbene, siamo al punto. 

Finalmente con l’istituzione dell’Alta Corte la decisione sull’illecito disciplinare e quindi sulla vita professione del togato sarà rimessa ad un Giudice che, oltre a rispettare i canoni di composizione del bravo giudice  europeo quanto al rapporto tra togati e laici, non sarà più elettivo e quindi “politico”, come tanto piace ai correntisti nostrani. 

In secondo luogo quel giudice è del tutto scollegato dai compiti di amministrazione della carriera dei magistrati, spettanti ai due CSM, separati dall’Alta Corte. 

Il dibattito sull’eventuale sopravvivenza del ricorso per cassazione contro le sentenze dell’Alta Corte è aperto,  ma la costituzione di  CSM ed Alta Corte non elettivi  sgombra il campo da ogni timore di politicizzazione anche delle decisioni disciplinari. 

Se aspettassimo la CEDU  - che ignora il fosco quadro italiano  - saremmo fritti.




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venerdì 6 marzo 2026

107, e non vederlo ...






Il “nuovo” art. 107 Cost. «I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso.».

Se vincerà il Si questo sarà il nuovo testo  del primo comma dell’art. 107 della Costituzione. 

La conseguenza d’immediata percezione è che l’Alta Corte non potrà, in sede disciplinare,  trasferire né dispensare dal servizio alcun magistrato, competenze riservate ai rispettivi CSM. 

Una bella differenza rispetto al pregresso, se si ricorda, ad esempio, il trasferimento disciplinare cautelare di mezza Procura di Salerno avvenuto in pochi giorni senza sostanziali possibilità di difesa. 

Una svolta garantista che quelli per il No volutamente non considerano, perché devono sostenere che si tratta di una riforma “punitiva”. 

Contro ogni evidenza, compresa quella che realizza la separazione della carriere  nella modalità più “soft” che possa immaginarsi, mantenendo tutti i magistrati nel medesimo ordine (nuovo art. 104, primo comma,  Cost.)


Scenari.

Si realizza, in sostanza,  l'abrogazione implicita per incompatibilità, in quella parte,  della normativa disciplinare sott'ordinata alla Costituzione.

Quella disciplina  potrebbe essere rimodulata con la legge ordinaria di attuazione e si schiudono due scenari.    

Il primo: poiché il trasferimento (sia cautelare che sanzionatorio) e la rimozione (sanzionatoria) devono essere comunque previste, vuol dire che l'Alta Corte le affermerà e spetterà poi al CSM metterle in pratica. 
Quella dei CSM è (sarà) una competenza stabilita direttamente dalla Costituzione e non può essere svuotata di contenuto; ciascun  CSM avrà comunque discrezionalità amministrativa e se c'è esercizio di un potere amministrativo deve esserci la possibilità di contestarlo davanti ad un giudice.        Il giudice degli atti amministrativi è quello amministrativo (Tar e Consiglio di Stato). Pertanto, si prefigura una  tutela molto più forte per tali tipologie di misure che per operare dovranno essere "suggerite" dall'Alta Corte, attuate dal CSM e potenzialmente sindacate dal Giudice Amministrativo.  

Una variante ancor più radicale: trasferimenti e rimozioni fanno parte dell'armamentario disciplinare e deve esserci un organo capace di usarlo in modo acconcio. In tal caso quell'organo non potrà che essere il CSM (i CSM) dinanzi al quale si svolge il procedimento disciplinare non già in sede giurisdizionale, bensì amministrativa. L'eventuale provvedimento sanzionatorio sarà impugnabile dinanzi a chi ha "giurisdizione disciplinare"   , vale a dire l'Alta Corte.  In tale ipotesi resterà il problema dell'impugnazione con la quale chi esercita l'azione disciplinare     invochi l'applicazione della sanzione del trasferimento o della rimozione escluse dal CSM: l'Alta Corte non potrà applicarle direttamente, quindi  ulteriori passaggi saranno  necessari ...  

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Quelli che ... la Costituzione non si tocca!



Vale a dire i mummificatori che non vogliono che la Costituzione “respiri” l’aria dell’attualità, un modo molto subdolo per ucciderla. 

Dal 1° gennaio 1948 ad oggi la Costituzione italiana è stata modificata da circa 20 leggi costituzionali di revisione, a fronte di un totale di circa 46–48 leggi costituzionali complessive (le altre riguardano soprattutto statuti speciali e altre materie senza incidere sul testo della Carta). 

Un’analisi di sintesi  quantifica in 20 le leggi che hanno riformato la Costituzione, mentre le restanti 26 hanno avuto altre funzioni (statuti regionali speciali, commissioni per le riforme, ecc.). 

Solo una parte delle leggi che hanno modificato la Costituzione è stata sottoposta a referendum, perché il referendum ex art. 138 è eventuale e “a richiesta”. 

L’art. 138 stabilisce che il referendum si può chiedere solo se, in seconda deliberazione, la legge di revisione è approvata a maggioranza assoluta e non dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. 

Anche in questo caso, il referendum si svolge solo se, entro tre mesi, lo richiedono *un quinto dei membri di una Camera, oppure 500.000 elettori, oppure cinque Consigli regionali*; se nessuno lo chiede, la riforma entra in vigore senza passare dal corpo elettorale. 

Dal 1948 ad oggi ci sono stati *pochi referendum ex art. 138* (ad esempio 2001, 2006, 2016, 2020, 2026 sulla giustizia), a fronte di una ventina di leggi di revisione; ciò significa che la maggioranza delle revisioni non è stata sottoposta a referendum, o per mancanza dei presupposti (2/3 dei voti) o perché nessuno ha presentato richiesta. 


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Grosso guaio al comitato per il No





Uno degli slogan del comitato per il No al referendum sulla giustizia  è che la riforma “rende più facili le pressioni indebite della politica sulla giustizia”.

Fino ad oggi chi lo avesse letto avrebbe potuto trarne l’impressione che i pro No abbiano particolarmente a cuore l’indipendenza della magistratura da ogni influenza esterna. 

Ieri è però accaduto un fatto, al quale alcuni organi di stampa hanno già dato il risalto che merita, che fornisce una chiave di lettura ben diversa del predetto messaggio pubblicitario. 

Ci riferiamo, infatti, allo scambio di battute tra il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra, e l'avvocato Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No, avvenuto durante un incontro proprio sul referendum, captato dai microfoni aperti e trasmesso in diretta su youtube. 

Il passaggio saliente della breve conversazione, che riguarda una causa molto delicata, prossima ad essere decisa dal tribunale valdostano, è quello in cui l’avv. Grosso, dopo aver premesso che secondo lui vi sono dubbi sulla giurisdizione, riferisce al dott. Marra che: “La Regione è difesa da un mio collega abbastanza noto, bravo, che mi ha accennato che è una delle questioni che vuole porre e vuole articolare", al che il Presidente del tribunale valdostano replica "Ce la studiamo, certo".

"Parlavamo di diritto, per giunta in pubblico ..." l'incredibile giustificazione dei protagonisti. 

Parlavate della causa!  

Un atteggiamento così imprudente da parte del Presidente del comitato del No denota una singolare idea della indipendenza della magistratura.

Fa venire il dubbio che quanti ne fanno parte, e, come è noto, tra essi vi è anche l’Anm, in realtà, nascondendosi dietro lo slogan di cui si è detto, mirino a difendere lo status quo che si fonda sulle correnti della magistratura e ad acquisire o mantenere dei canali di interlocuzione privilegiata con esse.  

Le correnti, infatti, essendo dedite a trame e inciuci, sono quanto mai disponibili ad occasioni di interlocuzione poco ortodosse. 

E del resto il dott. Marra fa parte a pieno titolo del Sistema atteso che vanta il cursus honorum tipico di chi ha fatto carriera al suo interno.

Egli, infatti:
- nel settembre 2007 è stato posto fuori ruolo presso la Segreteria del Consiglio Superiore della Magistratura, poi presso l'Ufficio legislativo del ministero della Giustizia; 
- nel dicembre del 2014 è stato destinato all'Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione; 
- nel 2019 è stato nominato Direttore generale della Direzione degli affari giuridici e legali presso il ministero della Giustizia e, nel giugno dello stesso anno, è stato eletto al Consiglio Superiore della Magistratura rimanendovi fino alla scadenza del mandato consiliare.

Questa tragicomica vicenda rappresenta allora un involontario e inatteso spot per le ragioni del Sì perché, se la riforma costituzionale sarà approvata, quella cinghia di trasmissione salterà e la magistratura sarà davvero indipendente anche dalla politica. 

Se dovesse vincere il no la magistratura sarà irrimediabilmente condannata perché, per una parte degli italiani, essa apparirà definitivamente come succube delle correnti mentre, per l'altra parte, risulterà in debito di riconoscenza verso quanti (soprattutto i partiti si una parte dell'attuale opposizione) l'avranno salvata dal(l'immaginario) tentativo di asservimento dell''attuale governo.


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Il CSM e il rientro in ruolo di Cosimo Ferri







Una delibera del plenum del CSM  ne ha formalizzato il ritorno in magistratura come giudice del Tribunale di Roma.  Ha posto la parola fine alla vicenda del rientro in ruolo di Cosimo Ferri, ex parlamentare e sottosegretario coinvolto nella confabulazione dell'Hotel Champagne.

Si tratta di esito che era divenuto obbligato e ineluttabile a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato con la quale i giudici di Palazzo Spada, chiarendo che le norme "anti-porte girevoli" della legge Cartabia non potevano essere applicate retroattivamente al caso Ferri, avevano annullato il precedente diniego del CSM.

Il voto finale ha però registrato una spaccatura senza precedenti: accanto ai 14 voti favorevoli, 1 voto contrario e ben 14 astensioni: favorevoli i consiglieri di “Magistratura Indipendente” e i “laici di centrodestra”; astenuti, insieme ai consiglieri di Area e UniCost, i “laici di centrosinistra”.

La massiccia astensione e le dichiarate ragioni della medesima, confermano ulteriormente, se mai ve ne fosse bisogno, un gravissimo problema del c.d. autogoverno dei magistrati: la trasformazione di fatto del CSM da organo di amministrazione e garanzia in organo politico, facendo registrare, in questo ambito, una profondissima divaricazione tra la Costituzione formale, che vuole una giurisdizione apolitica e crea all’uopo il CSM per sottrarre all’Esecutivo l’amministrazione dei magistrati, e la Costituzione materiale, che invece vede i partiti, togati e non, occupare stabilmente e pressoché totalmente l’istituzione consiliare.

Due aspetti, in particolare, meritano considerazione.

Ancora una volta, non si registrano legittime divisioni dovute alle convinzioni dei singoli consiglieri dettate da scienza e coscienza ma si realizza una spaccatura per blocchi contrapposti di tipo partitico.

La torsione in senso politico del Consiglio è palesata dalle motivazioni addotte a sostengo dell’adesione dal gruppo più numeroso che ha fatto tale opzione, secondo cui un voto favorevole non sarebbe stato «rispondente alle aspettative dei cittadini che esigono chiarezza nelle relazioni tra politica e giustizia»

Con tutta evidenza, sotto lo scudo di un’immunità inopinatamente riconosciuta ai componenti del Consiglio e generosamente salvata dalla Corte costituzionale, ciò trasforma un provvedimento amministrativo vincolato alla legge in una scelta politica insindacabile, tradendo il compito del CSM di fare rigorosa applicazione delle norme.

Come valutare il fatto che proprio chi è chiamato ad amministrare le carriere dei magistrati scelga di tenere in non cale una sentenza definitiva del Consiglio di Stato perché ritenuta politicamente inopportuna?

Tanto più che la questione all'esame del CSM non autorizzava alcuna valutazione discrezionale implicante l'esame del profilo "morale" dell'interessato; compierlo in quella sede è stato puro arbitrio. 

Potrebbe sembrare un semplice paradosso ma, se si considerano le conseguenze teoriche e pratiche cui conduce l’adozione di tale impostazione, ossia il dominio totale dell’arbitrio, ne emergono chiaramente i tratti eversivi.

E se tutti si fossero astenuti? 






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Schedati




Armando Spataro, anche da pensionato, continua ad “indagare”.

E' un nostalgico. 

A suo avviso i magistrati per il Sì al referendum sono solo 35.

E sarebbero magistrati delusi per questioni di carriera.

Qualcuno, dunque,  li ha “contati”.

Probabilmente  Spataro conta o scheda solo i direttivi, categoria nella quale  ha vissuto la sua carriera.

Abbiamo già avvertito che i “papaveri” di solito ed in larga maggioranza sono correntisti: solo loro, infatti, hanno lo stomaco di scalare immonde colline.

Quelli del Sì, al contrario, non possono  essere delusi per la semplice ragione che non si sono mai “illusi”: non si partecipa al gioco con dei bari.

E sono  tantissimi, sebbene silenti. Preoccupati non per sé,  ma per i cittadini consegnati ad una magistratura iper politicizzata. 

Sono il 42% dei votanti ad essere favorevoli al referendum sul sorteggio  svoltosi in seno all’ANM, circa 1800 magistrati e quindi  almeno il doppio con la logica di Spataro, dato che votò circa la metà dei togati. 

A meno che lui non intendesse rappresentare i soli pensionati, come il suo amico Bruti Liberati, quello capace di eccitare a comando la prostata dei consiglieri superiori della sua corrente. 

C'era tutta la corrente di Magistratura Indipendente a favore del sorteggio;  poi ha fatto la giravolta per non perdere il contatto con le correnti gemelle e soprattutto la guida dell’ANM.  

Non sarà la schedatura di Spataro a fermare il popolo del Sì contro la "modestia etica" del potere correntizio che si fa Sistema e vota No.

I cittadini non saranno mai intimiditi da una semplice pipì.  



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giovedì 5 marzo 2026

Pietro Perlingieri





Da Il Foglio di oggi 5 marzo 2026. 

Parla Pietro Perlingieri

Il noto giurista: "Al referendum voto Sì. È una scelta storica per avere una giustizia più equa"

Roma. "Con il referendum il paese sarà chiamato veramente a fare una scelta storica: dovrà decidere se vuole una giustizia che funziona, che sia giusta, equa e corretta, votando Sì, oppure no, mantenendo lo status quo". È netta la valutazione di Pietro Perlingieri, tra i massimi giuristi italiani viventi. I suoi manuali e saggi sul diritto civile hanno formato migliaia di studenti di giurisprudenza (diversi di loro saranno anche diventati magistrati). È stato membro laico del Csm dal 1976 al 1981, sotto la vicepresidenza di Vittorio Bachelet. È figlio di Giovanni Perlingieri, membro dell'Assemblea costituente. Al Foglio affida i suoi pensieri sulla riforma al centro del referendum del 22-23 marzo.

"Il mio giudizio sulla riforma Nordio è ampiamente positivo. Chi accusa e chi giudica non possono far parte della stessa organizzazione o passare da un ruolo all'altro. La separazione delle carriere si sarebbe dovuta fare già ai tempi della riforma Vassalli del processo penale", afferma Perlingieri. "La mia posizione sulla riforma deriva anche dall'esperienza personale che ho avuto al Csm – prosegue –. Facevo parte della sezione disciplinare e le assicuro che è stata un'esperienza molto negativa sia per me sia per Bachelet, perché i magistrati trovavano sempre una soluzione per salvare i componenti di una corrente o di un'altra, secondo la logica 'tu aiuti il mio, io aiuto il tuo'. Non si riusciva mai ad adottare una decisione giusta e adeguata, tant'è che poi è dimostrato che in tutto questo arco di tempo la sezione disciplinare del Csm ha prodotto decisioni molto limitate e direi quasi ridicole".

Già alla fine degli anni Settanta erano quindi evidenti le distorsioni prodotte dal sistema delle correnti? "Senza alcun minimo dubbio. Anche sulle nomine e su tutte le altre attività del Csm. Le correnti si organizzavano in maniera molto precisa" replica Perlingieri.

Il fronte del No sostiene che l'introduzione del sorteggio per l'elezione del Csm delegittima la magistratura. "I magistrati hanno tutti uno status di pari dignità, quindi non vedo perché i componenti del Csm non possano essere scelti tramite la sorte. Del resto, il sorteggio viene utilizzato anche nei procedimenti di messa in stato di accusa del presidente della Repubblica e per la composizione del Tribunale dei ministri", dice il giurista, che poi aggiunge con amarezza: "I magistrati hanno fatto troppi errori in questi decenni, e il caso Palamara lo dimostra chiaramente".

Nonostante il clamore dello scandalo, la magistratura non sembra aver condotto una seria autocritica né una concreta pulizia al suo interno. "Se la sezione disciplinare avesse dato segnali precisi, occupandosi dei tanti magistrati coinvolti nello scandalo, questa reazione della politica non ci sarebbe stata. Ma questo non è potuto avvenire perché nella sezione disciplinare i magistrati sono in maggioranza. E parliamo di magistrati eletti, che rispondono alla propria base elettorale. Non c'è un'indipendenza vera del giudizio da parte della sezione disciplinare", dichiara Perlingieri.

L'Alta corte disciplinare delegittima la magistratura? "In realtà i magistrati saranno nove su quindici giudici totali, e soprattutto non saranno più scelti dalle correnti. Questa è una maggiore garanzia per tutti".

"Ciò che lascia attoniti è che una parte politica, il centrosinistra, che fino a poco tempo fa sosteneva i contenuti di questa riforma, oggi si dice contraria alla riforma per ragioni che non attengono all'istituzione ma a motivi contingenti legati all'opposizione al governo. Questo non è ammissibile. Il referendum non è un voto sul governo, ma riguarda una riforma istituzionale che deve far funzionare meglio la giustizia nel paese", sottolinea Perlingieri.

Il fronte del No avanza l'immagine di una Costituzione sacra, intoccabile. Ma i padri costituenti, tra cui suo padre, avevano questa idea in testa? "La Costituzione non è intoccabile, tanto che è essa stessa a prevedere all'articolo 138 la possibilità della sua modificazione. La modifica non può riguardare i suoi valori fondamentali, che sono contenuti nella sua prima parte sui diritti dell'uomo e del cittadino, ma può riguardare la seconda parte della Costituzione, che deve essere funzionale alla prima. E in questa occasione credo proprio che si sia di fronte a una riforma che rende l'organizzazione della giustizia più funzionale, equa e giusta", conclude Perlingieri.

*Ermes Antonucci*








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martedì 3 marzo 2026

Un travaglio per il Sì



E' quello di Andrea Reale, amico e collega che ha fatto del disinteressato impegno associativo contro il correntismo la sua missione. 

Il suo Sì, frutto di autentica riflessione, ha un valore  enorme proprio per questo.

Il ragionamento razionale deve condurre ogni elettore alla sua scelta, quale che sia.

Isolatevi dagli illusionisti di entrambi i fronti e siate voi a decidere, non obbedite agli ordini di bottega, siate sovrani, come vi chiede in questa occasione la Costituzione.   

Il testo del collega Andrea Reale, di seguito.  


Perché SÌ 

Il tempo degli indugi è cessato. 

Come molti magistrati, ho inizialmente esitato a esprimere una posizione sul referendum costituzionale. 
L’impressione originaria era negativa: una riforma percepita come “vendicativa”, approvata con un metodo che ha compresso il confronto parlamentare e giunta pressoché blindata alla consultazione popolare. Aspetto particolarmente indigesto per un giurista, tanto più perché la materia avrebbe forse meritato una nuova stagione costituente, dopo lo scandalo che nel 2019 ha travolto l’ordine giudiziario. 

La rimessione, poi, al referendum popolare di un tema altamente tecnico, incidente sullo status di un potere dello Stato, ha favorito semplificazioni e propaganda.  

Il dibattito pubblico si è polarizzato in modo eccessivo, con toni spesso offensivi, argomenti ad hominem, fake news e allarmismi apocalittici, inattese divisioni manichee tra bene e male, tra “massoni deviati” e persone “perbene”, fino allo scontro tra politica e magistratura.  
In questo clima anche il comitato referendario per il NO promosso dall’ANM ha contribuito ad acuire le tensioni, fungendo da detonatore. La Politica ha reagito da par suo, inducendo il Presidente della Repubblica a richiamare tutti a un confronto istituzionale più sobrio e sul merito. 

All’interno del Movimento associativo del quale sono espressione dentro il comitato direttivo centrale ANM, denominato ArticoloCentouno - che ha fatto della lotta alle degenerazioni correntizie e del metodo di selezione per sorteggio dei componenti togati dentro il CSM il principale punto programmatico - la materia della riforma costituzionale è divisiva, e tanti storici sostenitori del gruppo sono apertamente schierati per il NO.  

Ecco perché scrivo e parlo a titolo personale sull’argomento, per rispetto della libertà di voto e per la pluralità delle posizioni presenti al nostro interno. 
Ma proprio come magistrato, prima ancora che come cittadino, sento oggi il dovere di spiegare perché ho deciso di superare l’attendismo iniziale e di dichiarare il mio voto favorevole alla riforma costituzionale. 

La separazione delle carriere rappresenta il naturale approdo del sistema accusatorio introdotto dal codice di procedura penale del 1989 e rafforzato dalla riforma dell’art. 111 della Costituzione sul giusto processo. Da allora giudice e pubblico ministero sono distinti sul piano funzionale e processuale: formalizzare questa realtà anche a livello ordinamentale è ormai ineludibile. È il coronamento di una battaglia culturale e giuridica, condotta con coerenza da autorevoli giuristi e da mai troppo compianti esponenti dall’Avvocatura, tra cui voglio ricordare il siracusano Ettore Randazzo, già presidente della Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane. 

La riforma garantisce, al contempo, la terzietà del giudice e l’indipendenza del pubblico ministero. 

Il sorteggio dei componenti del CSM sarà il migliore antidoto all’occupazione correntizia, al carrierismo, all’elettoralismo e alla “modestia etica” denunciata dal Capo dello Stato, alla spudorata pratica del manuale “Cencelli”, all’azzeramento di qualsivoglia valorizzazione del merito. 
La differente modalità di sorteggio tra magistrati e laici non adombra alcuna truffa, per due ordini di ragioni: la platea di avvocati e professori universitari, necessariamente più ampia, esige una selezione, ad opera del Parlamento, idonea a consentire una prima  scrematura; nel caso dei magistrati la selezione non è necessaria, poiché essa è garantita dalla professionalità derivante dal superamento del concorso e dal loro differente status. Essi, per dettato costituzionale, si distinguono solo per funzioni (art. 107 Cost.). 

L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare introduce finalmente un giudice davvero terzo per la responsabilità disciplinare dei magistrati, superando l’anomalia attuale e il rischio di giudici speciali. La nuova architettura prevede un doppio grado di merito e resta ferma la possibilità del ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. 

Una sola criticità merita attenzione: la scelta di estrarre i componenti togati dell’Alta Corte solo tra i magistrati di legittimità, con il rischio di accentuare la distanza tra magistratura “alta” e “bassa”. È un profilo perfettibile in sede attuativa, così come andrà evitato ogni tentativo di neutralizzare gli effetti benefici del sorteggio (ad esempio, limitando l’elettorato passivo soltanto a specifiche categorie di sorteggiabili) o di mantenere aperte le “porte scorrevoli” tra magistratura e politica, magari istituendo rigide incompatibilità tra i due mondi.  

L’opzione sulla quale siamo chiamati ad esprimerci è, dunque, quella di mantenere lo status quo o di provare a cambiare il Sistema. 

Per me, la risposta non può che essere la seconda. 

Mi sia, infine, consentita una battuta. 

Come la scommessa sull’esistenza di Dio declinata nei “Pensieri” di Blaise Pascal, credere nella riforma è la scelta più razionale perché offre un guadagno infinito, a fronte di una perdita finita e solo apparente, mentre non credere rischia la dannazione eterna senza guadagni reali. 

Parafrasando il filosofo francese: “se vinciamo, guadagniamo tutto; se perdiamo, non perdiamo nulla”. 
Scommettiamo, dunque, senza esitare. 
Buon voto! 

Andrea Reale 
Magistrato, Consigliere della Corte d’Appello di Catania


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Democratici e progressisti per il Sì




Ecco il link all'intervento di ieri del Prof. Guido Corso,  che condividiamo appieno poiché esprime concetti sui quali da molti anni insistiamo.  


https://www.radioradicale.it/scheda/783067?i=5022864



Le nostre idee collimano con quelle del Professore Corso, due brevi estratti da uno scritto del 2021 lo comprovano . 

"L’opzione di affidare ad una specifica Sezione del CSM la veste di giudice disciplinare non era affatto imposta dall’art. 105 Cost., il quale non poteva, anzi, essere più chiaro nel disapprovare una simile soluzione indicando, tra le competenze del CSM, quella sui provvedimenti disciplinari. Contro quella chiara indicazione (il provvedimento disciplinare doveva essere di natura amministrativa e non giurisdizionale) il Legislatore ordinario ha messo la toga del giudice ad un organo elettivo trascurando la diffidenza del Costituente verso quella tipologia di giudicanti. Per di più il giudizio disciplinare contro i magistrati si svolge in unico grado di merito, essendo ammesso contro le sentenze della Sezione Disciplinare il solo ricorso alle SS.UU. civili della Corte di Cassazione. La qual cosa realizza una doppia, grave, anomalia: quando unico è il grado di merito ed unico è anche il giudice, è molto serio il rischio che le norme non siano applicate bensì create. Se, poi, il giudice dell’impugnazione risulti sottoposto ai poteri (relativi alla carriera ed alla disciplina) del giudice a quo c’è poco da confidare in un sereno ed effettivo controllo della correttezza delle decisioni impugnate.".


"Paradossale, poi, l’evocazione di un CSM “dei migliori” che sarebbe garantito dal sistema elettorale in uso il quale, come ogni sistema elettorale, premia il “consenso” e non il merito personale dell’eletto. Lo stesso concetto della supremazia dei migliori in un sistema che postula la parità dei suoi membri, distinti solo “per funzioni”, pare trascurare il significato più profondo del dettato costituzionale (art. 107 Cost.).".

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domenica 1 marzo 2026

Pericoli immaginari: il sorteggio.

Il secco e l'ingordo


Qualche accanito sostenitore del No ha detto che se il sorteggio dei laici al CSM fosse "vero"  diventerebbe un sostenitore del sorteggio e quindi, probabilmente, del Si. 

Le osservazioni che seguono non mirano a sovvertire il suo voto (soggetto troppo volubile, cambierebbe di nuovo idea), ma a spiegare  a tutti gli altri, che non ci hanno capito molto, se il sorteggio anche dei laici possa dirsi “vero sorteggio”. 

In termini generali, per  parlare di sorteggio come metodo di selezione in senso proprio, è essenziale che si tratti di un'estrazione casuale (random selection) da una platea ampia e omogenea di individui equivalenti, senza discriminazioni arbitrarie, per garantire parità di chances e trasparenza.

Questo approccio valorizza l'uguaglianza "in entrata", evitando decisioni soggettive che potrebbero generare sospetti di favoritismi, come accade in contesti democratici classici (es. Atene antica) o moderni.

Requisiti Teorici Essenziali
Casualità semplice e pubblica: Il processo deve essere semplice (es. simple random sampling), condotto professionalmente e con procedure trasparenti per prevenire manipolazioni.
Plateau idonea: Sorteggio da un gruppo ampio, preferibilmente rappresentativo della popolazione target, con presunzione di equivalenza tra i membri (es. tutti dotati di requisiti minimi di professionalità).
Numero adeguato: Tipicamente 400-600 membri per minimizzare errori statistici, garantire rappresentatività e ridurre rischi di corruzione; numeri inferiori richiedono giustificazione.

Applicazioni nel Contesto Italiano

Nel dibattito su CSM e riforme giudiziarie, il sorteggio ("secco" per magistrati) richiede una platea ristretta di eleggibili con requisiti minimi (es. anni di servizio, valutazioni professionali), per presumere competenze adeguate senza ulteriori filtri.

In teoria giuridica italiana, è metodo democratico per oggettivizzare decisioni delicate, tutelando parità e neutralità.

Veniamo a noi, Togati e Laici: il secco e l’ingordo?  

 
Per prima cosa il testo della norma costituzionale sottoposta all’approvazione referendaria nella parte che riguarda, per l’appunto, il sorteggio dei magistrati e dei laici. 

"Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge."

Per semplificare il ragionamento prendiamo in considerazione il CSM dei giudicanti. 

L’estrazione dei togati.

Devono essere i due terzi del numero complessivo di consiglieri che non siano membri di diritto del CSM, devono cioè essere netta maggioranza. Quanti, numericamente, debbano essere lo dirà la legge ordinaria, così come stabilirà anche le procedure per l’estrazione e quindi anche per la formazione del cd “panel” (verosimilmente sarà richiesta una certa anzianità per potervi rientrare). 
Supponiamo che si debbano estrarre venti togati da un elenco che, alla fine della scrematura dettata dalla legge, sarà di 4.500 magistrati. 

L'estrazione dei laici. 

Si tratta, adesso, di costituire il panel per l’estrazione di dieci laici. 

Le categorie dalle quali attingere (professori universitari in materie giuridiche e avvocati con una certa esperienza) sono numericamente molto più ampie di quella dei giudici, si superano le 200.000 unità a fronte di un organico dei giudici  di circa 7.000 unità. 

Ecco spiegata l’esigenza di pre-selezionare il plateau, la base dei sorteggiabili per la quota cd “laica” di un terzo dei consiglieri superiori, per ricondurla ad equilibrio e proporzionalità rispetto al plateau togato. 

Se il plateau dal quale estrarre a sorte i togati è di 4.500, quello dal quale sorteggiare i laici, dopo la loro elezione, dovrà  essere di poco superiore alle 2.000 unità. 

Proporzionalità, equilibrio e ragionevolezza. 

Sono i vincoli logici e, soprattutto, giuridici che conducono a quella soluzione. 

La norma costituzionale sdogana il concetto del sorteggio come metodo fondamentale per la selezione dei membri del CSM, siano essi togati o laici. 

Per i togati non s’impone una pre-elezione (che pure sarebbe astrattamente concepibile) essendo sufficienti criteri oggettivi che spetta alla legge dettare per escludere i magistrati che, vuoi per la scarsa esperienza professionale, vuoi per altri problemi (ad esempio precedenti disciplinari) siano da considerarsi inidonei al ruolo. 

Per i laici, in numero esageratamente superiore, sarebbe stato oltremodo difficile stabilire con legge criteri  preventivi capaci di ridurre il plateau ad una misura paragonabile e proporzionata a quello  dei togati. 

Di qui la scelta della preventiva “elezione”, vale a dire l’indicazione nominativa di un professore o di un avvocato che entrerà nella rosa dei sorteggiabili, non a caso un (lungo) elenco da "compilare". 

Ed è a questo punto che entra in gioco il vincolo giuridico fondamentale della proporzionalità e della ragionevolezza, posto dall’art. 3 della Costituzione. 

Non è questa la sede per una lezione (che non potremmo dare) di diritto costituzionale; basterà ai lettori sapere che la stragrande maggioranza delle leggi che vengono dichiarate incostituzionali incappano  proprio nella violazione dell’art. 3 Cost.,  sotto il profilo della “ragionevolezza”. 

Se quell’articolo rappresenta la pietra miliare per escludere che le leggi ordinarie violino la Costituzione, allo stesso modo guiderà l’interpretazione delle norme costituzionali il cui testo non imponga soluzioni testualmente non discutibili. 

La legge (ordinaria) attuativa della riforma costituzionale, pertanto, non sarà libera di fare ciò che vuole e quindi di tradire il fondamentale concetto di sorteggio che essa stessa ha voluto introdurre, ma dovrà rispettare i sopra cennati canoni di equilibrio, proporzionalità e ragionevolezza. 

A vigilare sul loro rispetto non ci sarà soltanto la Corte Costituzionale italiana, ma anche la Corte Europea dei diritti dell’Uomo. 

Ed allora, alla fine di questo ragionamento, ai lettori la risposta: è o non è un vero sorteggio quello che estrae 20 togati da un panel di 4.500 magistrati e 10 laici da un panel di 2.250 professori ed avvocati? 





 








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sabato 28 febbraio 2026

Trame di palazzi.



Questa è la storia di quattro palazzi. 

Il Colle. 

E’ il 17 febbraio ed il Presidente Mattarella decide di presiedere il plenum ordinario del CSM, cosa mai fatta in precedenza, è evento eccezionale. 

Qualche ora prima il ministro Carlo Nordio si era espresso con toni duri verso il CSM ed il Capo dello Stato ha inteso richiamare al rispetto, reciproco, tra istituzioni. 

Nordio aveva in sostanza ricordato che al CSM talvolta s’intrallazza e lo aveva detto con parole sue.  

Il Palazzo dei Marescialli (oggi intitolato a Vittorio Bachelet)

Non appena Mattarella ha lasciato il CSM,  quello stesso plenum ha deliberato la nomina di un nuovo componente del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Lo ha fatto a maggioranza, targatissima, di sinistra. Valutazione attitudinale di natura tecnica compiuta  per  “partito preso”, dunque. Nordio avrà pensato "l'avevo detto io ...".

Palazzi. 

E’ lui il prescelto, Mario, in servizio a Viterbo come procuratore. 

Castelpulci. 

E’ la sede toscana della Scuola dei magistrati. Vi si catapulta Mario Palazzi senza neppure aspettare il salvacondotto del CSM che deve ancora stabilire se il togato può mantenere anche l’incarico di procuratore di Viterbo o se deve invece essere collocato in aspettativa. 

A quanto si apprende il CSM non ha gradito tanta fretta nell’assumere l’incarico. Probabilmente si deve tornare alla casella di partenza, come in un gioco dell’oca piuttosto concitato.  

E’ prossima la seduta del Comitato direttivo nella quale dovrà eleggersi il suo nuovo presidente ed il voto di Palazzi sarebbe stato decisivo e dello stesso colore di quello che lo aveva condotto al nuovo incarico. 

Trame di palazzi, insomma. 

Un triste insegnamento per i giovani magistrati, che sQuola è mai questa? 

E Nordio: "l'avevo detto io ...".


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Danni conclamati vs pericoli immaginari




Houston,  abbiamo un problema.

Il correntismo è il problema che la riforma mira a risolvere ed il correntismo si oppone, costituendo il comitato contro il sorteggio, perché di questo si tratta, alla fine. 

Diamo avvio ad una rubrica che ripercorrerà le malefatte del correntismo e cominciamo traendo da uno studio di Ermes Antonucci   i numerosi  richiami dei Presidenti della Repubblica nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) fin dalla fine degli anni Settanta, concentrandosi principalmente sulla degenerazione del "correntismo e sulla politicizzazione dell'organo.

Ecco le principali critiche rivolte dai vari Capi dello Stato:

Sandro Pertini: Fu tra i primi a sollevare preoccupazioni sulla necessità di accertamenti rigorosi sull'idoneità professionale dei magistrati per gli incarichi direttivi. Criticò implicitamente il rischio che, in assenza di valutazioni effettive, l'assegnazione degli incarichi potesse dipendere da ragioni diverse dal merito.

Francesco Cossiga: Adottò toni molto aspri, definendo le correnti come "partitini" che agiscono per esigenze di concorrenza corporativa. Criticò la legge elettorale proporzionale del CSM che, a suo dire, trasformava l'organo in un centro politico. Denunciò i "metodi lottizzatori" e i tentativi di alcuni membri di assumere competenze non previste dalla Costituzione.

Oscar Luigi Scalfaro: Definì "patologica" la politicizzazione di alcuni magistrati. Mise in guardia contro la benevolenza basata sull'appartenenza allo stesso "gruppo sanguigno" (ovvero alla stessa corrente) durante le valutazioni dei colleghi.

Carlo Azeglio Ciampi: Criticò i condizionamenti delle logiche correntizie che imponevano lentezze, frenate e mediazioni faticose nella gestione dei trasferimenti e delle nomine, stigmatizzando le "discipline di gruppo" che influenzavano le valutazioni individuali.

Giorgio Napolitano:  Intervenne ripetutamente contro i ritardi nelle nomine causati da "estenuanti impropri negoziati" e "malsani bilanciamenti tra correnti". Criticò duramente le logiche spartitorie, trasversali e i collegamenti politici, ribadendo che il CSM non deve essere un "assemblaggio di correnti" ma un corpo unitario.

Sergio Mattarella: Già prima dello scandalo del 2019, criticò le cosiddette "nomine a pacchetto", ovvero accordi raggruppati per garantire equilibri tra correnti. In seguito allo scandalo Palamara, ha denunciato un quadro "sconcertante e inaccettabile" fatto di manovre nascoste, scambi e tentativi di condizionare inchieste, sollecitando il superamento di ogni degenerazione correntizia per recuperare credibilità.

In sintesi, i Presidenti hanno costantemente denunciato come le correnti si siano trasformate da centri di pluralismo ideale a centri di potere capaci di condizionare nomine e procedimenti disciplinari, a discapito dell'interesse generale e della trasparenza.



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giovedì 26 febbraio 2026

Effetti speciali n. 3



E' la volta del collega Francesco Bretone, chiaro e sincero come la sua Puglia. 

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Mitomani?


Parodi crede di sfatare "il mito" del correntismo dicendoci cose che già sappiamo, anche se le correnti tengono "riservato" il nome degli aderenti (questione di privacy, dicono). 

Che il numero dei correntisti ufficiali non sia maggioritario chiama due osservazioni: i danni immaginari della riforma riguarderanno una esigua minoranza di magistrati che, non a caso, si erano detti favorevoli al sorteggio in una percentuale superiore al 40%; c'è una minoranza predatoria che si prende tutto ed orienta politicamente la giurisdizione. 
    

Correva l'anno 2009 quando su questo blog si scriveva: 

  
 Le correnti sono delle associazioni private - esterne ed autonome rispetto all’Associazione Nazionale Magistrati, anch’essa di diritto privato, che raccoglie oltre il 90% dei magistrati italiani - con propri statuti ed organi gestionali. Vi sono iscritti una minoranza di magistrati; queste, tuttavia, riescono ad assumere la gestione dell’ANM ed anche a determinare l’elezione dei loro aderenti al CSM predisponendo le liste dei candidati, di fatto le uniche in grado di riscuotere un sufficiente numero di consensi a causa dell’organizzazione del voto secondo i congegni più acconci in funzione del sistema elettorale.
Non dissimilmente da un gruppo di azionisti “di riferimento” che assume il controllo di una grande società, pur disponendo di una quota ampiamente minoritaria del relativo capitale, così le correnti prendono la guida della ANM e del CSM.

Sfatato Parodi. 

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Funzioni e carriere, ovvero del finto tonto.



Ma è mai possibile che per venti magistrati che cambiano funzioni si debba cambiare anche la Costituzione? 

Solo una delle tante  boutade per buttarla in caciara. 

Serve allora un disegnino. 

La Costituzione aveva previsto un’unica carriera per giudici e pubblici ministeri.

Il pubblico ministero conosciuto dai costituenti era una cosa completamente diversa da quello ideato col nuovo codice di procedura penale del 1988.  

Probabilmente non lo avrebbero messo nella stessa carriera del giudice.  

Soprattutto non lo avrebbero fatto dopo la modifica dell’art. 111 Cost (giusto processo). 

E invece è ancora lì, accusatori e giudici in unico corpo. 

Serve un esorcismo.   

Perché le loro “carriere” si condizionano a vicenda.

Del resto, l’avere separato le sole funzioni, ostacolando il passaggio dall’una all’altra, ha frustrato anche  l’acquisizione di una mentalità da giudice del PM ( o la mutuazione della mentalità  da accusatore del giudice) e non ha quindi più senso alcuno parlare di “comune cultura della giurisdizione”. 

Quindi non è per quei venti “gitanti” che cambiano funzioni che si separano le carriere, ma per assicurare ai cittadini che il loro giudice sia terzo, distanziato, da chi li accusa.  


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martedì 24 febbraio 2026

Bisogna attaccare D'Alema ...



Gli spettri agitati dal comitato per il No, secondo i quali la magistratura sarà meno indipendente ed il pubblico ministero asservito all’esecutivo per effetto della riforma costituzionale, non trovano una sola parola di sostegno nella lettera della legge. 

Se il comitato per il Si usasse lo stesso metro, potrebbe affermare con pari sensatezza che, se resta tutto com’è, le procure continueranno  a penalizzare alcuni partiti mandando esenti da conseguenze quelli di sinistra, proprio gli stessi che fiancheggiano il Comitato per il No dell’Associazione Nazionale Magistrati. 

Fuori le prove, urlerebbero. 

L’opinione pubblica conosce l’azione delle procure solo per quello che fanno e che si viene a sapere. 

Quello che non fanno lo sa solo il Signore. 

Occorre aver fede (cioè fiducia) perché di prove non ce ne saranno mai.

Solo qualche sospetto è legittimo, specie se si è letto il primo libro della trilogia di Luca Palamara (Il Sistema) nel passo che riprende la chat nella quale, parlando con un amico e collega, sosteneva che era utile ed opportuno che la magistratura attaccasse Salvini, mica D'Alema ... 


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Cartolina



Quando la spartizione preventiva non riesce e quindi il CSM non è unanime, allora si spacca in blocchi correntizi contrapposti. 

Uno vince, l'altro perde.

Se ricorre al giudice amministrativo ha buone speranze di fare annullare la nomina.

E' una lotta dalla quale è bene star fuori.

Chi partecipa al "gioco" di solito ha le sue carte, è una guerra tra lottizzati.

Vinca il peggiore.

La stragrande maggioranza dei magistrati a questo CSM politico non chiede niente.      

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