Uno storico discorso del 1955 di Piero Calamandrei evocava la nascita della Costituzione "In nome di mezzo popolo italiano".
Il riferimento andava ai morti della Resistenza che non erano sopravvissuti per vedere l’Italia libera.
Attraverso questa immagine, Calamandrei esortava i giovani a sentire il peso e il valore della responsabilità di dare senso e vita alla Costituzione, definendola un “testamento” lasciato da chi aveva sacrificato la propria esistenza affinché le generazioni future potessero vivere in una società democratica.
Un nobile richiamo all'unità.
Quella stessa Costituzione non si dichiarava immutabile ma lasciava aperte le porte al futuro, attraverso la possibilità di revisione delle stesse norme costituzionali.
Troppa cultura, saggezza e capacità di scrutare il futuro per concepire una mummificazione del pilastro ordinamentale, mai modificabile.
Il referendum del 22 e 23 marzo prossimi chiama gli italiani ad esprimersi sulla modifica delle norme costituzionali sull'assetto della magistratura.
Deciderà il Popolo, com'è previsto dalla Costituzione.
E si dividerà tra favorevoli e contrari.
La scelta della magistratura di "prendere parte" per il "No" addirittura promuovendo un comitato elettorale, fiancheggiato da alcuni partiti politici, ha effetti devastanti sulla percezione di unità nazionale che l'ordine togato dovrebbe esprimere.
Le sentenze della Repubblica Italiana sono emesse "in nome del Popolo Italiano".
Non si confà alle toghe la logica di parte.
Il rischio è che dopo il 22 marzo, qualunque sia l'esito referendario, le sentenze saranno sospettate di venir pronunciate "in nome di mezzo Popolo italiano".
Un insulto che ferisce i Padri Costituenti.











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