L’auspicio del Ministro
della Giustizia Carlo Nordio, espresso in un’intervista al Messaggero
Veneto, che il sorteggio previsto dalla c.d. "riforma della giustizia" possa rompere quello che ha definito "meccanismo
para-mafioso" caratterizzante il "sistema" delle correnti della magistratura, ha scatenato la durissima reazione
dell'Associazione Nazionale Magistrati.
Il sindacato delle toghe ha
accusato il Guardasigilli di "avvelenare i pozzi" e di
offendere la memoria di chi ha perso la vita lottando contro la criminalità
organizzata.
Una considerazione serena dei
fatti, non esacerbata dall’infuocato clima referendario, rivela che le parole
di Nordio sono tutt’altro che un’isolata intemperanza verbale. Esse riflettono una
convinzione diffusa tra gli addetti ai lavori e costituiscono l’eco di denunce
lanciate da autorevolissimi e coraggiosi magistrati nella storia recente e meno
recente.
Sulla stessa lunghezza d’onda le
parole di Raffaele Cantone, oggi Procuratore della Repubblica di Perugia
e già Garante anticorruzione, il quale ha definito le correnti come "un
cancro della magistratura", descrivendo un sistema "persino
peggiore di quello della politica", dove "se non fai parte
di una corrente non vai da nessuna parte".
Andrea Mirenda, attuale
componente del CSM eletto a seguito del sorteggio della sua candidatura, parla
di "totalitarismo correntizio" che svuota di dignità la funzione
giurisdizionale e, in un’intervista del 2018 a Riccardo Iacona, pubblicata sul
libro Palazzo d'Ingiustizia, ha riferito che il sistema di controllo
interno della magistratura ha assunto connotati tali da ricalcare logiche di metodo
mafioso.
Nello stesso volume, Iacona riporta anche le parole di Sebastiano Ardita, anch'egli ex componente del CSM, il quale riferisce che "i consiglieri togati che finiscono al Csm non sono liberamente votati, ma frutto di cordate, di sistemi di controllo del voto, di condizionamento legato a carriere; tutto, in realtà, è nelle mani di poche persone che gestiscono le correnti, che controllano il consenso dei magistrati e che, una volta al Csm, amministrano potere e nomine".
Anche Giovanni Falcone, lui
sì offeso dal CSM e dai magistrati su vari fronti, con una lucidità che oggi appare profetica, già
nel 1988 affermava come le correnti si erano “trasformate in macchine
elettorali per il Consiglio superiore della magistratura” e denunciava
come l’occupazione delle istituzioni da parte loro fosse connotata da "note
di pesantezza sconosciute anche in sede politica". In una lunga intervista
a Luca Rossi, riportata nel libro I Disarmati, il magistrato palermitano
descriveva un clima consiliare fatto di "risse" e impallinamenti,
affermando icasticamente: “Il metodo non è diverso da quello mafioso:
fomentare le separazioni, operare sempre nell'ombra, non uscire mai con
posizioni nette”. I giudici – arrivò a dire Falcone – “hanno più
paura del Csm che della mafia”.
Allora, che sia il Ministro della Giustizia a qualificare para-mafioso il meccanismo sotteso alla gestione correntizia del c.d. “autogoverno” può far storcere il naso a qualcuno, anche nel fronte del "sì" al referendum, ma non si vede come le parole di Nordio, rivolte contro una patologia strutturale che pure tanti magistrati denunciano da decenni e che è stata anche oggetto di ampia confessione, possa costituire motivo per scandalizzarsi.
Scansando in toto il merito della questione e trincerandosi dietro la presunta
difesa della memoria offesa, l’ANM si arrocca su una posizione conservatrice di
ostinata negazione di un male che opera quotidianamente come una tossina
venefica nel corpo della magistratura e che rischia di fare ogni giorno più danno
alla credibilità della giurisdizione e al suo concreto funzionamento.











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