domenica 15 febbraio 2026

Il Ministro Nordio e l'ANM, chi avvelena cosa?




L’auspicio del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, espresso in un’intervista al Messaggero Veneto, che il sorteggio previsto dalla c.d. "riforma della giustizia" possa rompere quello che ha definito "meccanismo para-mafioso" caratterizzante il "sistema" delle correnti della magistratura, ha scatenato la durissima reazione dell'Associazione Nazionale Magistrati.

Il sindacato delle toghe ha accusato il Guardasigilli di "avvelenare i pozzi" e di offendere la memoria di chi ha perso la vita lottando contro la criminalità organizzata.

Una considerazione serena dei fatti, non esacerbata dall’infuocato clima referendario, rivela che le parole di Nordio sono tutt’altro che un’isolata intemperanza verbale. Esse riflettono una convinzione diffusa tra gli addetti ai lavori e costituiscono l’eco di denunce lanciate da autorevolissimi e coraggiosi magistrati nella storia recente e meno recente.

Antonino Di Matteo, già membro del CSM e magistrato simbolo della lotta alla mafia, parlando di “degenerazione clamorosa del correntismo”, indicata come sintomo di un “cancro” che sta intaccando il DNA dei magistrati, ha affermato testualmente che “l’appartenenza ad una corrente o a una cordata di magistrati è diventata l’unica possibilità di sviluppo di carriera e di tutela nei momenti di difficoltà”, secondo un “criterio molto vicino purtroppo alla mentalità e al metodo mafioso”.

Sulla stessa lunghezza d’onda le parole di Raffaele Cantone, oggi Procuratore della Repubblica di Perugia e già Garante anticorruzione, il quale ha definito le correnti come "un cancro della magistratura", descrivendo un sistema "persino peggiore di quello della politica", dove "se non fai parte di una corrente non vai da nessuna parte".

Andrea Mirenda, attuale componente del CSM eletto a seguito del sorteggio della sua candidatura, parla di "totalitarismo correntizio" che svuota di dignità la funzione giurisdizionale e, in un’intervista del 2018 a Riccardo Iacona, pubblicata sul libro Palazzo d'Ingiustizia, ha riferito che il sistema di controllo interno della magistratura ha assunto connotati tali da ricalcare logiche di metodo mafioso.

Nello stesso volume, Iacona riporta anche le parole di Sebastiano Ardita, anch'egli ex componente del CSM, il quale riferisce che "i consiglieri togati che finiscono al Csm non sono liberamente votati, ma frutto di cordate, di sistemi di controllo del voto, di condizionamento legato a carriere; tutto, in realtà, è nelle mani di poche persone che gestiscono le correnti, che controllano il consenso dei magistrati e che, una volta al Csm, amministrano potere e nomine".

Anche Giovanni Falcone, lui sì offeso dal CSM e dai magistrati su vari fronti, con una lucidità che oggi appare profetica, già nel 1988 affermava come le correnti si erano “trasformate in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura” e denunciava come l’occupazione delle istituzioni da parte loro fosse connotata da "note di pesantezza sconosciute anche in sede politica". In una lunga intervista a Luca Rossi, riportata nel libro I Disarmati, il magistrato palermitano descriveva un clima consiliare fatto di "risse" e impallinamenti, affermando icasticamente: “Il metodo non è diverso da quello mafioso: fomentare le separazioni, operare sempre nell'ombra, non uscire mai con posizioni nette”. I giudici – arrivò a dire Falcone – “hanno più paura del Csm che della mafia”.

Allora, che sia il Ministro della Giustizia a qualificare para-mafioso il meccanismo sotteso alla gestione correntizia del c.d. “autogoverno” può far storcere il naso a qualcuno, anche nel fronte del "sì" al referendum, ma non si vede come le parole di Nordio, rivolte contro una patologia strutturale che pure tanti magistrati denunciano da decenni e che è stata anche oggetto di ampia confessione, possa costituire motivo per scandalizzarsi.

Scansando in toto il merito della questione e trincerandosi dietro la presunta difesa della memoria offesa, l’ANM si arrocca su una posizione conservatrice di ostinata negazione di un male che opera quotidianamente come una tossina venefica nel corpo della magistratura e che rischia di fare ogni giorno più danno alla credibilità della giurisdizione e al suo concreto funzionamento.


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