di Nicola Saracino - Magistrato
La riforma costituzionale in materia di magistratura è stata concepita in Parlamento su iniziativa del Governo.
Non avendo riportato una maggioranza schiacciante occorre il voto dei cittadini per confermarla o bocciarla.
Nonostante la materia sia tecnica, sicuramente discutibile e quindi “divisiva”, capita che i contrapposti schieramenti del Si e del No siano sostenuti da partiti politici antagonisti.
E questo sebbene alcune delle proposte oggi contrastate fossero in passato promosse dagli stessi oppositori.
Se prevalesse l’agone politico sul merito delle questioni e quindi se il voto venisse inteso come “confermativo” non già della bontà della riforma proposta, ma dell’attuale maggioranza parlamentare, se ne dovrebbero trarre conseguenze su quel piano, secondo alcuni.
C’è chi preconizza, in caso di vittoria del No, il drastico indebolimento di chi quella riforma l’ha voluta.
Una prospettiva più ampia consente di analizzare il problema in termini meno faziosi.
La vittoria del No indebolirà il “Governo”.
Non quello in carica, ma la stessa idea della possibilità di riformare il Paese in qualsiasi ambito, anche diverso dal tema della giustizia.
In un quadro di forte astensionismo alle votazioni politiche i partiti rappresentati in Parlamento sono capaci di mobilitare frazioni modeste dell’elettorato, non controllando quello renitente alle urne, cioè quella larga fetta di Popolo che a votare per le elezioni non ci va.
E’ proprio a quella parte silente di elettorato che è rimessa la decisione sulla buona o cattiva sorte delle idee riformatrici.
Se andrà a votare per il referendum nessun sondaggio può plausibilmente prevedere come lo farà.
L’eventuale bocciatura popolare della riforma certificherà l’incapacità della politica di proporre modelli alternativi e più nuovi che implichino ritocchi della Costituzione.
Ma non della sola politica che oggi ha la direzione del Governo, della politica in generale.
Il recente passato ha già fatto registrare il fallimento di riforme sottoposte all’esame referendario.
Una nuova bocciatura confermerebbe l’ingessamento del sistema democratico in una Carta Costituzionale che si avvicina al secolo di vita ed i cui adattamenti al divenire del tempo sono lasciati nelle mani della Corte Costituzionale, mani sicuramente degne ma che tuttavia non costituiscono espressione diretta della volontà popolare; ed in quelle dell'etero direzione di derivazione comunitaria.











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