Una parte consistente dei sostenitori del No al referendum è composta da figure che, provenendo da diversi ambiti come la magistratura, l’università e il giornalismo, hanno da tempo denunciato il cosiddetto “sistema”.
Tali denunce hanno posto in luce i gravi danni che il correntismo, inteso come appartenenza faziosa e organizzata all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ha arrecato al Paese.
Non di rado, tra questi critici vi sono anche coloro che hanno proposto soluzioni radicali: alcuni, ad esempio, hanno avanzato l’idea di ricorrere al sorteggio come metodo di selezione dei membri togati del CSM, proprio perché il problema del correntismo riguarda principalmente questa categoria. I membri laici, di derivazione politica, si sono spesso adattati di conseguenza alle dinamiche correntizie.
Il “processo alle intenzioni” nel dibattito referendario
Oggi, molti di questi stessi soggetti si ritrovano schierati sul fronte del No, motivando la loro posizione non tanto con i contenuti delle modifiche proposte, quanto con il sospetto sulle reali intenzioni dei promotori della riforma. Temono infatti che dietro le modifiche si celino finalità occulte, volte a indebolire la magistratura a favore della politica, se non addirittura a sottometterla.
In questo contesto, le loro argomentazioni fanno leva su un pericolo percepito, immaginato e prefigurato, ma che non risulta dimostrabile alla luce delle norme così come modificate dalla legge di revisione costituzionale. Si tratta quindi di timori che poggiano su presunzioni, non su fatti oggettivi.
Il “processo alle intenzioni” è un’espressione tipica della lingua italiana che indica un giudizio, o addirittura una condanna, basata non su fatti concreti, ma sulle presunte motivazioni o intenzioni che si attribuiscono a una persona. In altre parole, si giudica non ciò che una persona ha fatto, ma ciò che si suppone volesse fare.
Questa forma di critica preventiva porta a ipotizzare scopi malevoli senza alcuna prova tangibile delle azioni effettivamente compiute. L’espressione affonda le sue radici nella storia dell’Inquisizione cattolica, dove spesso si giudicavano i peccati valutando più l’intenzione interiore che l’atto esteriore, con conseguenze gravi come nel caso dei processi per eresia o stregoneria.
Oggi, il “processo alle intenzioni” è ampiamente diffuso nel dibattito politico, sociale e mediatico, dove viene utilizzato per screditare avversari attribuendo loro motivazioni nascoste o egoistiche, anche dietro critiche legittime. Tuttavia, in ambito giuridico, questa prassi è fortemente criticata: il diritto richiede che le accuse si basino su atti concreti e non su supposizioni o presunzioni di carattere ideologico.
Di conseguenza, se esiste un vero pericolo per i cittadini sottoposti a giudizio, esso risiede proprio nell’impossibilità di difendersi dalla presunzione, ovvero da imputazioni che non poggiano su fatti certi ma solo su intenzioni attribuite.











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