martedì 10 febbraio 2026

Tutela della spocchia.



Al CSM è stata richiesta la “tutela” della Corte di cassazione che sarebbe stata fatta oggetto di  dileggio da taluni esponenti politici dopo l’ordinanza in materia di referendum. 

I termini della questione sono ormai noti. 

Al problema procedurale (slittamento della data del referendum) gli ermellini avevano inopportunamente offerto, non richiesti, una soluzione diversa da quella poi adottata dal  Governo con l’avallo del Presidente della Repubblica. 

Ne sono scaturite aspre polemiche da entrambi i fronti dello schieramento referendario. 

I fautori del “Sì” hanno lamentato l’invasione di campo  delle competenze del Governo, esacerbata dalla composizione dell’Ufficio della cassazione che vedeva tra i componenti alcuni consiglieri la cui collocazione politica antagonista risultava evidente, vuoi per i trascorsi parlamentari, vuoi per l’aperto contrasto alla riforma cd. “Nordio”.  

Dall’atro canto, la stampa a sostegno del “No” ha attaccato Governo e Presidente della Repubblica rei di non aver rispettato le indicazioni della Corte sulla data delle consultazioni elettorali. 

E’ solo un anticipo  del clima che caratterizzerà i rapporti magistratura/politica negli anni a venire, quale che sia l’esito referendario. E’ il frutto della partecipazione politica della magistratura alla campagna referendaria. Ma di questo abbiamo già detto.    

Proprio la richiesta di apertura della pratica a tutela della Cassazione al CSM offre il destro per evidenziare le contraddizioni dell’attuale assetto, che vede in una sezione del CSM accentrarsi le funzioni di giudice disciplinare.  

Pare che la richiesta di apertura della “tutela” sia stata sottoscritta da quasi tutti i consiglieri togati, quindi anche da coloro i quali siedono, come giudici, nella sezione disciplinare.  

Hanno cioè preso le difese, prima ancora di un eventuale giudizio, di coloro che a quel giudizio potrebbero venir sottoposti se, ad esempio, lo richiedesse il Ministro della Giustizia. 

Che a questo punto si guarderà bene dall’adottare iniziative perché già sa come la pensa il giudice. 

Tutto questo non va bene. Un giudice disciplinare esterno al CSM risolverà senza dubbio queste evidenti criticità sistemiche. 

Ma veniamo al merito  di questa tutela. 

La magistratura è, come detto, per deliberata scelta un soggetto “politico” di questa campagna referendaria. 

Gli slogan del “No” non sono meno truculenti di quelli del “Si”. 

Un procuratore generale pare abbia detto che il “Sì” realizza gli obiettivi della P2. Sarà ammesso, allora, far capire che il sistema correntizio si comporta come le massonerie, pur senza essere “segreto”? Che l’obiettivo del “Sistema” è lottizzare tutto il lottizzabile, Corte di cassazione e relativa Procura Generale in primis?

Se non fosse ammesso sarebbe una competizione sleale e falsata, antidemocratica all’evidenza. 

L’apertura di una pratica a tutela, in questo acceso clima da competizione elettorale, mette in campo un uso improprio dello strumento e trascura che ad esser state lese non sono o sarebbero soltanto le prerogative della Corte di cassazione ma, soprattutto, quelle del Presidente della Repubblica, che il CSM lo presiede. 

Un corto circuito che non può restare sotto traccia e che è bene tutti apprezzino direttamente per farsi un’idea della spocchia autoreferenziale che il sistema basato sulle correnti è capace di esprimere. 

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